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Monthly Archives: gennaio 2009

Proseguo un pochino la lista precedente, trattando un tema che sembra andare per la maggiore, quale risposta al doppiaggio: “perché in Italia non fanno come nel resto del mondo in cui lasciano la pellicola in lingua originale e ci mettono i sottotitoli”.

Mi piacciono i film in lingua originale, mi spiace conoscere solamente due altre lingue, oltre l’italiano, e di conseguenza perdermi una buona fetta di produzione cinematografica tedescfona e orientale. Ma io i sottotitoli, sì, li apprezzo immensamente, quando aiutano, quando non c’è altro, ma proprio non so se li sopporto.

Intendiamoci, è un problema mio, ma ho una mente schematica. Quando ero piccolo, mia mamma mi spegneva lo stereo perché diceva che non fosse possibile che io riuscissi a studiare francese ascoltando canzoni in inglese (in effetti le cantavo mentre scrivevo, ma questo è un altro discorso), perché è più difficile che il cervello si concentri se è impegnato a fare altro. Bene, quello che mi ha sempre fatto un po’ incazzare, è che mio fratello studiava davanti al televisore.

Ora, udito e tatto (e un po’ di vista) sono due (o tre) sensi differenti, quindi se io devo scrivere mentre ascolto cose, ce la posso fare; ma leggere un testo, mentre si guardano le partite di basket, mi è sempre sembrato un po’ più improbabile. Sarà quindi retaggio familiare, ma io i sottotitoli li trovo un po’ svilenti.

Se voglio vedermi un film, posso accettare tutte le disquisizioni sulle voci, sui rumori di fondo, sulla bravura o sulla sciatteria di tanti fattori, ma se proprio voglio vedermi un film, voglio vedermi l’azione, voglio vedermi cosa succede, cosa dicono e che faccia fanno gli attori. Sarò anche lento, sarà anche il mio cheratocono bilaterale degenerativo, ma se devo leggere i sottotitoli, una buona dose di espressioni, piccoli dettagli e tanto altro, me lo perdo sicuro.

E visto che le proteste di chi chiede i sottotitoli a gran voce, sono giustificate per errori sempre frequenti, non sto certo dicendo che il sottotitolo sia il male, anzi, è una soluzione paritaria al doppiaggio, alla peggio. Rimane il fatto che una gran quantità di gente non andrebbe al cinema, perché la gente ci va per svagarsi e “leggere”, nella mente delle persone, non è (ahimé) svagarsi.

Sono anche un po’ convinto che se da sempre in Italia fossero stati messi i sottotitoli e non si fosse toccato l’audio, una buona fetta di estimatori avrebbe avuto da ridire sulle parole, sulla asincronia, sul font, sulla poca leggibilità su alcuni colori, sul fatto che coprano scritte, sul fatto che o guardi loro, o guardi le orecchie di Will Smith (d’altronde non mi reputo mica unico, ci sarà qualche altro minorato che non riesce a leggere i sottotitoli E guardare i particolari) e su tanto altro ancora.

Quindi comprateveli questi dannati cinema, fateci rassegne di film in lingua originale, sottotitolati da voi e solo per chi se ne intende. Io ci verrò (non perché me ne intenda, ma perché amo il cinema e amo imparare), ma non penso troverò troppa coda. In effetti non sarebbe un gran male.

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Dopo l’ennesimo post, sui blog che seguo, riguardante il doppiaggio, mi sento in dovere di dare un parere qui, piuttosto che andare a inzaccherare i luoghi altrui, con una difesa di un qualcosa che non è completamente difendibile.

La situazione è questa, io ho studiato un po’ di cose, non ho una laurea in lingue, per dire, non ho un master in comunicazione, ma mi interessa e mi piace l’italiano, mi interessa e piace il cinema, le opere di finzione e i documentari, mi interesso di molte altre cose, che mi permettono di crearmi una cultura che spazia (molto superficialmente) dalla musica all’informatica, passando per varie ed eventuali materie che sono e saranno certamente differenti da quelle che potrebbero interessare un’altra persona. Questo non mi rende né migliore, né peggiore di nessuno, ciò vuol dire che mi dà il medesimo diritto (o non me ne dà alcuno) di dire ciò che penso su un argomento che mi interessa e che conosco. Saldo il fatto che ciò che dico è parer mio e non certo legge universale o anche solo consiglio, questo è ciò che penso di questo mondo:
– il doppiaggio è un’arte, come tante altre è legato al lucro, questo non lo rende (e non deve renderlo) meno meritevole, ma non giustifica alcun lassismo da parte di chi lo pratica;
– il mondo del doppiaggio è molto più chiuso di altri mondi, entrare è difficile e il credito dato ai nuovi entrati è pochissimo (e per chi, come me, non crede molto in sé, è un’ottima discriminante, screma un buon 30%);
– i doppiatori sono attori, narcisi e istrioni, quindi è naturale che se si dà loro un buon motivo di credersi bravi, non perderanno occasione di farlo presente a chiunque, questo non rende meno bravi i bravi, ma non rende migliori i mediocri;
– i doppiatori hanno tutto il diritto di incazzarsi per chi finisce a doppiare milioni di cose senza esser capace, per il solo nome, dopo che loro han fatto anni di teatro e dizione e finiscono a fare due personaggi all’anno in due giochi per computer;
– i traduttori non hanno mai abbastanza tempo, gli adattatori quasi meno, i soldi che arrivano a queste due figure, spesso, non bastano nemmeno a pagare la corrente per televisore e pc;
– i traduttori e gli adattatori, spesso ci marciano su questo fatto del poco tempo e poco stipendio;
– i direttori di doppiaggio si lamentano sempre, è matematico; bisogna vedere se abbiano ragione o meno;
– i fonici, in Italia, sono quasi sempre i migliori;
– ognuno ha un ego, nel mondo del doppiaggio, chiunque fatica a farcelo stare negli studi;
– la casta di doppiatori, direttori e ogni tanto adattatori è chiusa, è spesso causa di lavoracci, ma non può essere tutto il fascio;
– nonostante sia nato sotto il fascio, il doppiaggio non è un’idea da buttar via;
– il doppiaggio serve a far godere alle persone, soprattutto alla massa che non vuole sforzarsi ma divertirsi, di un’opera d’arte visiva, senza inficiarla o, quando possibile, migliorandola; purtroppo, ci sono casi in cui la si inficia o la si fa calare di spessore;
– traduttori, adattatori, direttori e doppiatori, non sempre conoscono TUTTO, è quindi possibile che alcuni rimandi, alcune espressioni, alcuni legami inter- o intra-finzionali vadano perduti, chiunque dovesse scovare errori o avere lamentele, avrà il diritto e il dovere di richiedere maggiore attenzione ai diretti interessati (senza troppo scassare i maroni con “eh, però, questa battuta l’hanno cambiata”, che mi troverà certamente d’accordo, ma una volta che saremo tutti d’accordo potremo andare a dormire tranquilli, pronti ad attendere il prossimo film con un errore identico … e che ci abbiamo guadagnato?!)

altri punti mi verranno in mente, ma per ora lasciamo questa noia così com’è …

Buona serata, e divertiti.

Oggi ho pranzato con una mente geniale, una di quelle persone che trovi raramente nella vita, una di quelle persone che ti sorprendono per assonanza e per la tranquillità con la quale sanno sorprenderti. Anche lui apre mille parentesi e non riesce a raccapezzarsi su quale continuare, quale riprendere, quale concludere e quale dimenticare. Quindi i discorsi con lui, se l’interlocutore sono io, sono batuffoli di cotone: morbidi, incasinati di fili, ma fini a se stessi.

Lo trovi tra gli amici qui a destra, presto azzarderà un blog come ho fatto io, questo mi ha fatto molto sorridere, parlava di idee che ho avuto anch’io, diceva le mie medesime paure e postulava le mie stesse possibilità. Poi, però, ha tirato fuori una di quelle frasi che rimugini da sempre ma che non ti levi mai di dosso, non gratti mai nel punto giusto che soddisfi il prurito di dirla: “il migliore lavoro è studiare”. E so che potrebbe sembrare una banalità assurda (in fondo, alla domanda “cosa vorresti dalla vita”, io non ho saputo che rispondere “tranquillità”, dopo aver pensato mille miliardi di cose, convinto di aver riassunto un pensiero unico e inimitabile, che in realtà è la volontà di chiunque, la discriminante è il significato), ma so anche che il suo pensiero non lo è.

Perché lo sappiamo tutti che si fa meglio ciò che piace, ci impegnamo di più in ciò che pensiamo sia ciò che preferiamo. E, in fondo, “il nostro tempo libero lo dedichiamo a studiare” [sempre Giorgio], perché il concetto di studiare è espandibile a “interessarsi, approfondire, goderne” e mille altri significati.

Così, trovare conferma in qualcun altro, fa sempre piacere. Per questo, grazie Giorgio, per non farmi sentire solo a pensare che si debba regolare la velocità delle necessità, che si debba regalare tempo di studiare a chi lo voglia fare concretamente e (oltre a mille altre cose) che si dia il merito che merita a chi permette all’uomo di avanzare. Magari dando il giusto valore alle cose, magari non dandone affatto, l’importante è che si distrugga il concetto di “obbligo” di esser parte del sistema. La terra, un qualsiasi dio, il tempo, nessuno ci ha mai chiesto di farci del male, ci viene data la possibilità di migliorare la nostra sopravvivenza. Ma se si pensa che lo strumento per ottenere tutto questo siano i soldi, allora bisogna dare la possibilità a chi non ci sta, di godersi la vita cercando significati migliori.

Ma siamo uomini. Per la maggior parte inutili, tutti illusi. Me, ovviamente, compreso.

Nonostante le visite si aggirino su vette enormi che non superano il numero perfetto, ho notato (come se ci fosse bisogno di provarlo per saperlo) che questo blog mi fa male, nel senso che acuisce il mio desiderio di sapere se sono apprezzato.

Ovviamente l’assenza di risposte mi riporta dritto dritto a ridimensionare l’ego, ma nonostante tutto, passo più volte al giorno per sapere se almeno una persona abbia letto o anche solo, inavvertitamente, aperto una pagina su qui. Moto personale: “cazzo, non viene nessuno”; moto razionale per diventare Gandhi: “cazzo, non so essere interessante”.

E allora penso che dovrei inventarmi rubriche o storie o un modo mio di essere leggibile. E poi penso che non ne sono capace, quindi mi chiudo ancora un po’ nel mutismo solito e torno a rimuginare su cosa potrebbe acchiappare l’attenzione. Lasciando perdere quello che tira più di una pariglia di buoi, c’è sempre la politica, il denaro e la religione. Si va sul sicuro con questi argomenti.

E forse dovrei inventarmi davvero quella religione che mi frulla nella testa, così, giusto per dire d’aver fatto qualcosa tra un lavoro e un altro, giusto per dire a me stesso di aver regalato qualcosa a qualcuno. Perché conta questo, no?!

Penso che i blog siano un surrogato dei libri (se presi da un certo punto di vista), ognuno ha ALMENO un libro nel cassetto, ecco, i blog danno quel solletico di “edito” a chi ha un libro nel cassetto e pensa di avere il diritto di essere pubblicato. C’è un po’ di risentimento in ogni blog: “perché voi non lo sapete, ma io la penso così…”, ma soprattutto c’è quella componente fondamentale in ogni scrittore che rende possibile la pubblicazione: la convinzione nella menzogna.

Gli scrittori mentono a se stessi per sentirsi migliori, mentono agli altri per confermare questa certezza, sono più convinti degli altri che nelle loro frottole si nasconda qualcosa e hanno solo più faccia tosta degli altri nel crederci.

Quindi, nonostante i mille scusa e grazie e inchini e occhidaagnellino, sono uno stronzo anch’io, statene certi.

Grazie a niknik, scopro questa “piccola” idea, non nuova e, quasi sicuramente, non unica nel proprio genere; e la prima cosa che mi viene in mente, come sempre, è: “che diavolo staranno pensando?!”.

Sono cose come questa che mi fanno partire il cervello e non lo fanno più tornare per giorni (come si dice da noi: “a gh’ha bun teemp” – trad. “ne ha di tempo da perdere”). E allora penso che ora ho questo strumento, per stigmatizzare tutte le mie stupide idee. Perché non usarlo?! (so che hai già pronta una lista di motivi, ma sii buono, mostramela più in là …)

Scorrendo da sinistra a destra questi cento metri, c’è un sacco di mondo da immaginare:

– la prima è una bella ragazza con mamma, e parlano di quanto blando sia il concetto parossistico del concepimento, mentre dietro uno scruta l’orizzonte alla ricerca di un’illuminazione (in pieno giorno?!), prima immagine: primo stereotipo tedesco “le tedesche son belle da giovani, quando crescono, inchiattiscono”.
– una che legge degli appunti di nuoto, scritti durante la lezione, per questo lo sguardo un po’ perso; dietro uno che non ha ancora capito come abbia fatto ad arrivare lì.
– un attore di soap opera in ospedale, inseguito da Margherita Hack
– qui inizia quello che mi fa dubitare che non sia tutta una montatura (poi penso che le ha fatte in Germania, quindi è tutto normale): uno che non ha ancora capito se sia più figo Lamas o Norris; un decisissimo studente, sicuro di essere un mormone, senza saperlo; un barbaro che segrega il proprio cane nello zaino, con un braccio porta fortuna al collo; una bambina, tutta sola, in una stazione, “qualcuno vuole pensare ai bambini?!”, sta per fermare Walker Texas Danger per chiedergli se non si vergogni a vestirsi così, poi si ricorda di essere in Germania e capisce che è tutto normale
– una sadie death doll con un cappottino da Popov che va alle prove della band; dietro di lei, un tecnico dei server che non server a nienter
– lo zoo: due gru e una scimmia, sulle spalle di un fattone che valuta se il tipo con la macchina fotografica possa dargli degli spicci o semplicemente gli ricordi suo zio: “devo accendermi un’altra paglia, oh, diavolo che caldo alle dita, toh, ho già acceso una paglia … ah, cazzo, è già finita, dovrò accendermene un’altra … eh, sì, devo accendermi una paglia” così all’infinito
– secondo pensiero di “fake”, c’è uno che pensa ci sia il diluvio universale, oppure ha appena finito la maratona e sta decomprimendo sotto l’impermeabile, in mancanza del domopack, c’è una pancia che indossa perfetto un Jack Nickolson perfetto e perfettamente incanalate ci sono due file di persone, una che va e una che viene, siamo in Germania, non in Inghilterra
– un impiegato statale che ha cambiato sesso da poco e non ha ancora deciso come vestirsi; una ragazza carina che non può esimersi dal mettersi in posa per una qualsiasi foto e far vedere il proprio neo vezzoso carpiando e slogandosi una spalla pur di coprire alla vista dell’obiettivo la tipa più figa che sta passando dietro; una signora vestita bene, in Germania: FAKE!; un ragazzo emo che sembra la prima ragazza della prima parte della foto
– Steve Buscemi con strabismo divergente, vestito da “Jack Sparrow meets John Lennon”, senza un cane, ma con il guinzaglio, che cerca un posto dove piazzare la bici
– dopo la gru abbiamo la pagina di H&M di agosto, di moda la canotta, uomo e donna, questo aggressivo e giovane look vi farà sembrare casual, ma allo stesso tempo ricercati (questo è quasi sicuro)
– una bella ragazza orientale si scosta i capelli per vedere dove siano andate a finire le sue protesi mammarie: “erano qui un momento fa!?!”, mentre un tipo di spalle, coglie l’occasione di essere fotografato e di incontrare una “asian” per farsi bello e mostrare la mutanda, che fa tanto gangsta
– un diabetico maniaco cerca da lontano le protesi della orientale, che nel chinarsi gli ha reso la vita un po’ più corta di qualche minuto; il tipo “molto easy” sorride alla tipa “alternativo-Amélie” in un primo momento perché lei porta un cappello buffo e se dietro ha quella farfalla, chissà cosa ha sul davanti, poi perché lei, gli ha sorriso a sua volta, e questo non gli capita troppo spesso; un salto spazio-temporale della forma di un bacino (e non uno schiocco delle labbra, ma nemmeno uno specchio d’acqua) incanala nella parte destra del ponte una corrente d’aria fortissima ad altezza testa, unica vittima: uno che non ha ancora capito a cosa serva una tracolla; indifferenza delle casalinghe dietro di lui
– un metalmeccanico macrocefalo senza spalle si isola dal mondo con della musica, ma curiosa nelle scollature di donne molto piccole, o che, in prospettiva, non dovrebbero essere lì, un po’ Elvis Costello, un po’ un cantante di un gruppo indie folk; “ah guavda, ho pvovato quella cuva dimagvaaante, ma è una schifezza, pensa che pvevedeva di eliminave il bvatwùrst e le uova la mattina!!” “dod bi dire, li ho giusto vobitati poco fa”; “ah, quanto ero ciofane io, i festiten arrifafano alle orecchien, manichen lunghen e fia! Qvesten scostumaten mi fanno fenire la pellen di capponen! Achso! Si stafa meglio quanto si stafa peccio. Juden!!!!”
– e di nuovo, se poi scoprono che sta foto lunga quanto il mio paese è una pubblicità, mi incacchio. Sti tre li han messi apposta: “guarda come, anche casual, vestono bene i capi di …….”
– Quanti tedeschi ci sono uguali a questi due?! E lo dice un bianco caucasico quasi come loro, poi dicono dei cinesi. I teteschi, i teteschi!; una teatrante con già il vestito di scena, ripensa alla parte, mentre un professore di scienze sfocato le analizza il gomito
– Qui, forse, si vede pure la marca del maglione, visto che non si vede un volto che sia uno. Composizione di comparse pagate poco e, visto che in faccia non si vedono, probabilmente riciclate. Per rendere meno palese la cosa e focalizzare l’attenzione su altro, il primo a sinistra sta per fare il dito al fotografo, quella dietro di lui s’è fatta la french (non chiedetemi come io sappia questo termine) verde fluorescente, mentre la sadie doll di prima, ripassa con uno dei tre “modelli casual” di poco fa, ma con una felpa a coprire la maglietta riconoscibile e un coadiuvante sessuale di dimensioni astronomiche (quello bianco che ha in mano, quello giallo non so che cosa sia, maliziosi!)
– Un metallaro coi calzoncini da bagno cerca di capire se le scoregge riescano anche indossando la felpa; qualcuno commemorerà qualcosa che non servirà a nulla, tanto tutti dobbiamo morire (che minchia di titolo, ok che devi dare spessore all’opera, ma è carina anche con un titolo solo, oppure con un sottotitolo tipo “trova Waldo!”); in primo piano, la bici di Steve Buscemi
– La volantinante guarda l’obiettivo come per dire “andrà bene così?! Si vedrà lo slogan dei viaggi-vacanze?! Che vuole sto maniaco?! Che fico sto maniaco!”; un ex-scater constata che se anche non fanno rumore, le scoregge con la felpa, lasciano odore (non può fare quella faccia per il sole, non c’è, e se ci fosse, ha un cappellino); un bambino cerca di battere il record di “snake senza guardare le tipe fighe che ti passano attorno” e viene immortalato al momento della sconfitta; in primo piano la tipa figa numero zero, era giusto la prova per capire se il concorrente avesse capito le regole; sullo sfondo un collezionista di volantini cerca qualcun altro che gliene dia, mentre un paranoico pensa che il governo le pensa proprio tutte per controllarti, anche le finte volantinanti che promettono che il tuo stipendio ti faccia guadagnare le meritate vacanze; un uomo di mezza età coglie l’occasione di fare da comparsa per abbracciare goffamente una che gli staccherà l’orecchio a morsi manco fosse Tyson
– Lei: “Sì, sì, ti ho detto che non mi interessa” Lui: “Ti giuro che è almeno così” Lei: “Ma non conta, ti ripeto che non conta” Lui: “Eccome se conta, puoi anche essere bravo quanto vuoi, ma se la ram non è dello stesso modello, col cazzo che riesci a infilarla”; la signora annoiata dal discorso avrà tutta una vita per pentirsi di non avere usato una mano, tanto, visto il titolo, si vergognerà ancora per pochi anni
– Un italiano assicura che nessuno l’ha visto arrivare a Berlino, il suo alibi è di ferro; la mamma in primo piano, si concede un ultimo snack prima di andare a protestare dalla parrucchiera “ti ho chiesto di farmeli COLOR RUGGINE MARCIA! Non questo normalissimo rosso papavero stinto”
– “Perché la tipa dietro sta baciando il tipo?!” “Perché gli vuole bene” “Perché gli vuole bene?!” “Perché la gente non ha altro” “E a te?! C’è qualcuno che ti vuole bene?!” “Lasciamo stare l’argomento” “Perché?!” “Perché non mi va di parlarne” “È per colpa di tutti quei brufoli che non ti vuole bene nessuno, oppure ti vengono quei brufoli perché ti rodi il fegato che nessuno ti voglia bene?!”, l’autore s’è riservato di non immortalare la scena in cui l’intestino della bambina viene estratto a forza dallo squarcio nel petto procurato con un coltellino svizzero e un trinciapollo arrugginito trovato tra le feci del cane inesistente di Steve Buscemi
– Matisyahu ha finalmente scoperto di non voler essere ebreo, di voler essere quasi amish e di aborrire tutta la tecnologia dagli anni 80 in poi, ora è sposato e ha un figlio, con l’energumento mangia ghiaccioli che sorride all’obiettivo
– Altro storcimento di naso, ci sono persone con giacche pesanti, tipo questo che, inoltre, ne ha in mano una che non indossa, e altri altrove, poi ci sono questi due slavi (hanno le orecchie cicciose) che sembrano usciti da una rissa di Snatch: “Dove ho messo biglietti treno?!” “No so, prova in tasca da pancia” “Mursupiu si dici, musrsupiu!” “eh Mussupu, mussupu”
– Un ferito che stava sulle balle al fotografo è stato coperto da una foto di repertorio, perché troppo felice e vittorioso (non va mica bene in un’opera concettuale che si chiama “tutti dobbiamo morire”); eddai, qui ci piglia per il culo: quante possibilità ci sono che uno incontri due che hanno subito interventi recenti allo stesso occhio e guardino dritti (con l’occhio che avanza) in camera, quando nessuno lo fa?! E che procedano al fianco del braccio vittorioso dell’odioso ricoperto?! Ma soprattutto, quanti marsupi si vendono ancora in Germania?!; la donna in pesca dietro gli invalidi cerca di trattenere una risata e guarda le scarpe di lui, constatando che “schiacciarla non porta fortuna, fa schifo”; il semi punk dietro di lei non è tanto discorde nei pensieri: “lavitaèunamerdalavitaèunamerda”; il bimbo in primo piano sfuocato si chiede come mai mangiare il gelato ai frutti di bosco col pube gli macchi sempre le magliette
– giorni di nulla, vuoto, assenza, c’è un soggetto, magari due, ma facciamo anche solo uno: ASPETTA CHE SIA A FUOCO PRIMA DI SCATTARE!!!! Comunque il soggetto di spalle si chiede come mai un’enorme antenna per il wireless sorga dove ieri c’erano due fantastiche gru, l’altro ieri un palazzo e qualche giorno fa nulla, mah, non si riesce mai a stare al passo coi tempi
– Due attori di B-movie si affrettano a partecipare al concorso per sosia del centro commerciale “I Gigli” (purtroppo hanno tolto le pagine, chi può capire, capirà); dietro di loro, l’assassino
– Un altro italiano al telefonino, questo, però, sta dicendo cose stereotipate del tipo: “oh, qui in germania la birra la bevono tiepida e va giù che è un piacere, non avevo mai bevuto così tanto in vita mia, poi ci son certe gnocche e si vestono tutti strani, certo che qui i costumi sono tutta un’altra cosa … pensa che ieri una m’ha chiesto “ciao, come ti chiami?! Ti va di fare sesso?!” … ceeerto, ovvio, anzi, adesso sono a casa sua, vuoi una prova?! ehm … vuoi che te la svegli, così te lo dice lei?!”, a casa ha una sola altra maglietta, con scritto “i’m with stupid ->”; la tipa dietro sembra Sembra Sandra Nasic, ma con più tette e meno frangia
– Nella giornata del disappunto, la fila è capitanata da una lesbica ciccia o da un bambino ciccio rapper, che controlla di avere tutta la robba da fumare prima di registrare un ennesimo stupido video scurrile; dall’altra parte dello stacco sfocato, “the bright side of life“, come a dire “è più fico essere fiche con capelli fichi e tatuaggi fichi che mostro con nonchalance mettendo il pollice alla cintola, piuttosto che avere un cervello e dei pensieri”
– La vecchina sorride a una visione di un bel marcantonio di gendarme, convinta di avere ancora 29 anni e dimostrarne 22; la mammammètal si chiede ancora come sia potuto accadere che due anni prima faceva headbanging al concerto degli “As i lay dying” e ora spinge un passeggino; dietro, due intellettualoidi che non apprezzano la superficialità degli uomini ma muoiono dietro al belloccio che secondo loro nasconde grandi doti-capacità-idee
– un lottatore di sumo magro che si è dato al gangsterismo, affiancato da un suonatore di contrabbasso in una band rockabilly, di ritorno da una giornata di lavoro nell’ufficio di una banca online in cui pretendono l’ordine e il decoro, anche se non c’è un cliente che li possa vedere
– Morpheus e Sharon Osbourne si chiedono perché a una stazione dei treni atterri un aereo, lui chiede un aggiornamento su come risolvere situazioni ingestibili, lei si chiede come possa avere sopportato tutti questi anni uno che non si regge in piedi e quando parla sembra un cane vecchio che non ce la fa ad abbaiare “Sheueee … uazablodimassdonhe … iofffokindaux’fppisstondcapt”
– Un attore di teatro dell’assurdo prepara la parte: “come, in questa vita rettangolare, io potrei mai esser me stesso, se anche il braccio che riesce a superare l’essenza dell’essere me, non riesce a staccarsi dal corpo che ormai sta dietro lo specchio invisibile dell’anima che non è più mia, l’essere non essere che oltrepassa quella forma mentis classica della modernità e della vaquità di una manciata di secondi spesa a respirare, amplessi, capelli, vagiti e suicidi”; l’emo sullo sfondo si chiede che fine abbia fatto quel dannato aereo che aveva mandato per uccidere Sharon Osbourne
– Ditemi che questo è stato pagato, vi prego!
– Forse è meglio il punkabbestia che ghigna guardando la coppia, piuttosto che l’incestuoso bacio tra un omone anziano e una ragazzina
– O forse il punkabbestia finge di guardare la coppia per valutare di sottecchi che taglia abbia la tipa abbronzata solo in faccia e sui capelli: “quinta coppa D?!”
– Probabilmente il punkabbestia è un po’ matto e l’ha urlato ad alta voce: “Ehi, tu… dico a te QUINTACOPPADDì”, Spitty Cash se la ride sotto i baffi che non ha
– Stacco con una foto sfocata di spalle di Obama
– La band della Sadie death doll arriva, ovviamente in ritardo, alle prove. Il basssta fa lo sbruffone con il fotografo, il batterista in mezzo e il povero chitarrista si porta il marshall a mano; dietro una fan che li ha riconosciuti e si deodora per l’occasione (anche lei segnata a vita); in fondo figuranti inesistenti, sagome di cartone, già sfocate; uno spilungone cerca di irretire una ragazzetta fan della sadie death doll di cui sopra, parlandole della parapsicologia applicata allo sbiancamento dei denti di un pesce falla; un giocatore di bocce professionista, li supera nel mezzo convinto che il fotografo sia un talent scout della “Lega germanica bocce e curling” e che sappia apprezzare slancio, precisione ed estensione del suo movimento
– Una coppia afro americana partita da Washington sulle punte dei piedi, giunge finalmente alla sua meta dopo 4756 giorni e senza forze (lei anche senza reggiseno), battendo due record: 1 – avere i vestiti più apprezzabili dal sottoscritto in una foto lunga cento metri, 2 – essere più sbiaditi di Michael Jackson
– Una versione sfocata di ciò che eravamo e ciò che saremo, in realtà al di sotto di tutti i cento metri di foto, brulicavano degli esseri fatati molto interessanti, totalmente ignorati dall’unico testimone oculare munito di macchina fotografica
– Un degente fuggito da un gerontocomio cerca di tenersi su i calzoni, non essendosi ricordato di agganciare le bretelle, che sono schizzate velocissime a colpire l’uomo con la giacca di pelle che si sta per accasciare a terra; in realtà non si è fatto alcun male, ma vuole solo che la tipa con il bel culo in primo piano si premuri di fargli un massaggio cardiaco e una respirazione bocca a bocca.

Insomma, ecco cosa faccio quasi sempre. Se mi si vede pensieroso, non sto quasi mai pensando a qualcosa di serio o concreto. La mia ragazza dice che son pettegolo … ma non è il pettegolezzo che mi piace, è proprio la fantasia del possibile e dell’impossibile ad affascinarmi.

Mi sento un po’ come Snoopy alla scacchiera, che pondera, pondera e pondera, intanto Charlie Brown si domanda “chissà quali tattiche starà macchinando nella sua mente diabolica” e il bracco si domanda “ma io sono i bianchi o i neri?!”

Non che abbia qualcosa da dire, volevo solo scrivere il titolo.

Ma già che ci sono, perché non ammorbarti nuovamente con delle minchiate assortite made in Savoland?!

Ho sempre pensato che la realtà sia differente dalla verità (e mica l’ho pensato solo io, lo so; e mica lo so spiegare meglio degli altri, lo so; ma dovrò pur cominciare da qualche parte il discorso … .. . .. … ehm … in effetti potrei anche stare zitto … touché) e che queste due possano incontrarsi sempre e solamente nel presente. Non c’è mai un passato reale e vero. La verità di ciascuno sul passato non potrà mai essere la realtà. Sempre per il solito discorso delle interpretazioni e della comunicazione.

Ora, ho anche sempre pensato che il modo di risolvere le questioni sia di ridurle a quesiti semplici, proprio come ti insegnano a fare a scuola con le operazioni matematiche. Tutto è composto da semplici operazioni che si incastrano semplicemente in altre operazioni che si incastrano. Rendendo il tutto un gran groviglio di groppi.

E quando qualcosa accade o una frase mi giunge, spesso io complico il tutto con grovigli inutili che mi portano a broxismo e mal di testa. Geniale, no?!

L’altro giorno una persona si è avvicinata alla conversazione che intrattenevo con un amico dicendo: “Savo, cosa fai adesso?!” e poi, rivolta all’interlocutore: “è bello perché ogni volta che lo vedo fa qualcosa di diverso”. Questa frase m’ha, ovviamente, imbarazzato. Ormai non so più nemmeno il perché di questo imbarazzo istantaneo, lo accetto e basta: quando qualcuno parla di me in mia presenza, le orecchie vanno a fuoco e il collo sparisce. Comunque. Questo ha trovato nel mio primo interlocutore un moto di assenso che mi ha riempito di piacere, perché non l’ho visto come un: “sì, è divertente sentire le cazzate di questo che si inventa mille cose pur di non lavorare seriamente” (che ci sarebbe pure stato … eheh), ma l’ho letto per quello che era, accompagnato da un sorriso e due occhi grandi come stabilo boss.

E ripensandoci, la mia verità mi è apparsa come un puntino a cui allacciare mille altri episodi e frasi che ho fatto mie nel tempo. E le due più significative che mi continuano a tornare ora sono:
“Non sei fregato del tutto finché hai una buona storia e qualcuno a cui raccontarla” (Alessandro Baricco, Novecento);
“Tienilo da conto, una persona cui piace leggere, avrà sempre qualcosa di interessante” (Sconosciuto sul treno Milano-Asso in una sera piovosa).

Leggo molto, sì. Quando lavoro da casa, meno, perché ho sempre qualcosa da fare che non mi lascia il tempo di scappare. C’è da stirare, chiamare geometra ed elettricista per la casa (ecco qualcosa che giustifichi il titolo), tradurre, scrivere per Roma, scrivere per il Viaggiatore, stare dietro all’editore, chiamare l’officina per il tagliando dell’auto, scrivere ad amici e avvocati per capire come funzioni una società e cosa poter fare. E poi bisogna mescolare il tutto casualmente tenendo ben presente in testa che TUTTI, immancabilmente TUTTI, avrebbero la precedenza.

Ci credo, poi, che sia divertente sentire i miei racconti di “cosa faccio”.

Una delle cose che faccio, è il fonico per un locale. L’ho fatto per qualche anno, ormai, e mi ci trovo bene, nonostante tutto (fa freddo, i gruppi non sono sempre simpaticissimi (anche se la media è buona), fa freddo). Spesso mi confronto con i miei limiti di sopportazione e di capacità. Quindi è un’ottima palestra. Se poi capitano gruppi divertenti, la palestra è anche più leggera da frequentare.

Ieri, come altre volte è capitato, sono arrivati due gruppi di quel metal proprio metal che più thrash/black/death non si può. Con uno stuolo di fan con il proprio pittoresco essere normali. Sono abituato a vedere stramberie, quindi non mi volto più a vedere “che capelli ha quel tipo?!” o “che stivali ha quella?!”. La cosa che mi sciocca ora è l’aggressività mentale … no, aspetta … l’aggressività di questi branchi.

Si sa, quando si è in compagnia, si fanno cazzate, senza troppo pensarci, forti del supporto collettivo, si abbassano le difese immunitarie contro l’idiozia. Ma a me fa paura quella aperta manifestazione di appartenenza a gruppi politici o ideologie religiose che stanno delineando questi stormi.

L’anno scorso sono arrivati dei convintissimi cattivoni che a parlarci prima del concerto, erano persone con le quali avresti diviso qualsiasi cosa, amicali, espansivi, di quelli che durante l’adolescenza si sono avvicinati al metal come unico appiglio per non impazzire. Quindi simili a te, che pensano, che conversano, che hanno cose da dire e da dare (chi più chi meno). Poi son saliti tutti pittati sul palco e hanno incitato la folla.

L’anno scorso ho riso incredibilmente per un’assonanza stupida, che solo io ho colto e che è frutto di un misto tra poca dimestichezza con la pronuncia inglese e con la foga di trovare un ritmo per lo slogan. Tutti, ma proprio tutti, a ogni intermezzo tra due canzoni urlavano:
“SA-TAN SA-TAN”
perché è più figo e da slogan urlarlo in inglese, ma la pronuncia che hanno usato mi ha fatto pisciare sotto a immaginarmeli come dei vegetariani convinti che, davanti a un supermercato, urlassero per rivendicare il diritto al proprio companatico quotidiano:
“SEI-TAN SEI-TAN”

Ieri, invece, gli slogan son cambiati, mi han fatto molta più paura. Non per la sola distanza tra le mie idee politiche e le loro, non solo per il poco o tanto rimuginarci prima di dire qualcosa in quell’ambito, ma mi ha fatto paura la rabbia. La rabbia inutile, immotivata e fine a se stessa che ingigantiva quelle braccia tese che andavano avanti e indietro al grido di:
“SIEG-HEIL SIEG-HEIL”

Durante il sound check hanno appeso un tricolore (e mille pensieri mi hanno affollato, non voglio ammorbare voi, quindi li evito), hanno fatto battute sciatte e da bambini sui neri (ma per loro hanno la “g”) e hanno saputo farmi suonare sbagliati alcuni atteggiamenti che su altre persone avrei accettato (questo è un problema mio, quindi non ne faccio una colpa a loro). Durante il concerto, poi, hanno aumentato la dose di tutto: cattiveria, rabbia e massa acritica (oltre che massa acrilica, dev’essere un’equazione fondamentale trash metal sta a deodorante come giorno sta a notte, mai che si incontrino ma guai se si sommano!!).

Ho visto almeno una ventina di persone emulare un gesto che speravo del passato e confinato a nostalgici convinti; l’hanno utilizzato come bandiera, come sfogo, come inno e come tanto altro. Ma dietro non ci ho visto un pensiero … uno che fosse uno. E questo mi ha atterrito.

E non è bastato il fatto che mi facesse ridere la pronuncia di questo nuovo feticcio:
“SEA-GUL SEA-GUL”

Difficile, difficilissimo, ma penso che per diventare Gandhi si debba riuscire a raggiungere quello stato di tranquilla sicurezza di essere inutili.

Sono sempre stato uno che crede nel non aspettarsi nulla da niente e nessuno, così che tutto ciò che viene, sia un guadagno, un bene, un meglio. Ma spesso mi accorgo di quanto sia faticoso, di quanto sia oneroso e frustrante. E spesso non riesco a non accrescere speranze.

C’è come un martello che si alza alle nostre spalle, e quando vede che alziamo un po’ la testa, ci colpisce sempre uguale, sempre forte, preciso e intenso. Ogni colpo cerca di farti entrare in quella zucca che “si vive per deludere”, ma siamo tartarughe, e prima o poi, torniamo fuori dal guscio.

Oggi pensavo a un lavoro che mi sono lasciato sfuggire dalle mani per una mia stupida paura di chiedere (sicuramente la causa ultima non è questa, non mi avrebbero scelto comunque, ma si sa che nei film non funziona tutto come dovrebbe). E nel pensare a tutta questa struttura del non aspettarsi nulla e del vivere tutto come fosse un dono e un guadagno, io non riesca a fare a meno di avere qualche rimorso o qualche rimpianto. Non ci riesco proprio. So che è sbagliato, per quello che vorrei essere e fare, ma non posso trattenermi. Posso solo sperare che in momenti migliori, queste catene che legano al passato, possano sembrare più leggere. E leggere aiuta (in tutti gli accenti).

C’è una cosa che rende tutto questo degno di essere vissuto: la speranza. La speranza è un tipo di possibilità diverso da quello che tanto denigro, è una possibilità sdraiata sull’asse del tempo, una possibilità attiva, in cui uno crede e per la quale spende tempo, o anche solo nervi.

La speranza è quel motore che dentro ha due sequenze:
– l’accettazione di un altro momento
– la ricerca di un altro momento
Un po come fossero marce, questi due “stati” della speranza, permettono alle persone di continuare a vivere. La prima marcia è fondamentale, se non si ingrana quella, non si vive e si decide di spegnere il motore. Se invece non si vuole ingranare la seconda, c’è pur sempre la prima che ci porta avanti. Magari non veloce e spedita, magari non regalandoci salti e curve mozzafiato (in tutti i sensi), ma pur sempre costante e sicura.

Come tutti i motori, poi, le vite delle persone hanno una cilindrata, hanno un qualcosa che le differenzia in possibilità e capacità, in prospettive di durata e in stabilità. Un motore sottodimensionato, non scalerà mai la faticosa montagna dell’impegno, un supercontorto e compresso motore a reazione può bruciarsi in fretta se ci si mette il carburante improprio. L’importante è comprendere di “poter essere” qualcosa di migliore, di avere una marcia superiore e di che cilindrata sia il motore a nostra disposizione.

Io che sono nato spompo, ringrazio i mille motori che viaggiano con me e mi spronano a sfruttare questo gran motore (una dote), ma non ho ancora imparato a cambiare.

Ma c’è una cosa che mi scoraggia più di tutte, il vedere la massa di rombanti idioti che sgasa all’orizzonte con carrozzerie luccicanti e ingranaggi di cartone, fissa in prima e con un adesivo offensivo sul paraurti posteriore. Tutti più avanti di me, convinti di aver diritto al podio, per il solo fatto di essere in pista.

Io non voglio essere un numero, vorrei poter essere una potenza.

Sono qui per molti motivi: perché ho bisogno di scrivere, perché ho bisogno di capire, perché vorrei sapere se qualcuno la pensi come me o se io debba imparare ancora tutto daccapo, condividere il possibile e il bello (visto sinora ho condiviso il peggio e l’impossibile, eheh), e così via …

Ma c’è un motivo per cui ho deciso di intitolare così questo posto: voglio imparare a stigmatizzare cosa serva per essere Gandhi al meglio.

Uno degli insegnamenti da ricordare è avere pazienza (“capirai che novità!” ti starai ripetendo), la maggior parte delle volte. Ma bisogna anche odiare, incazzarsi, sfogare ogni nervosismo e livore.

Serve incredibilmente, l’importante è la scelta dell’obiettivo. E questo, per un’ottima riuscita dell’esperimento, non deve quasi mai essere esterno al proprio corpo o al proprio ambiente.

Essendo l’unica regola fondamentale l'”avere rispetto”, questo porta di conseguenza a bilanciare ogni slancio di nervosismo con un’azione verso qualcosa su cui si ha potere, e l’unica cosa al mondo su cui si ha potere (e di cui ci si può fidare (ma non ci giurerei)) siamo noi stessi. E con questo non sto inneggiando al tagliarsi come gli Emo, sto solo dicendo che è naturale avere un certo carattere, è naturale incazzarsi, non si può vivere di sola beatitudine (per farlo bisogna essere menomati o totalmente imbecilli), perciò bisogna trovare il proprio equilibrio con delle azioni soppesate e sopportabili, rivolte al proprio mondo.

Per questo motivo sto imparando ad ammettere un sacco dei miei errori, perché quei nodi che ho dentro, possano sciogliersi di sincerità davanti agli occhi di chi ho ferito. Per questo motivo sto imparando ad assorbire i nodi degli altri, perché se è questo ciò di cui hanno bisogno, voglio imparare a farlo. E questo non mi rende certo migliore, anzi, spesso è un errore non arrabbiarsi con qualcuno. Ma non sono mai stato uno intelligente, io.