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Difficile, difficilissimo, ma penso che per diventare Gandhi si debba riuscire a raggiungere quello stato di tranquilla sicurezza di essere inutili.

Sono sempre stato uno che crede nel non aspettarsi nulla da niente e nessuno, così che tutto ciò che viene, sia un guadagno, un bene, un meglio. Ma spesso mi accorgo di quanto sia faticoso, di quanto sia oneroso e frustrante. E spesso non riesco a non accrescere speranze.

C’è come un martello che si alza alle nostre spalle, e quando vede che alziamo un po’ la testa, ci colpisce sempre uguale, sempre forte, preciso e intenso. Ogni colpo cerca di farti entrare in quella zucca che “si vive per deludere”, ma siamo tartarughe, e prima o poi, torniamo fuori dal guscio.

Oggi pensavo a un lavoro che mi sono lasciato sfuggire dalle mani per una mia stupida paura di chiedere (sicuramente la causa ultima non è questa, non mi avrebbero scelto comunque, ma si sa che nei film non funziona tutto come dovrebbe). E nel pensare a tutta questa struttura del non aspettarsi nulla e del vivere tutto come fosse un dono e un guadagno, io non riesca a fare a meno di avere qualche rimorso o qualche rimpianto. Non ci riesco proprio. So che è sbagliato, per quello che vorrei essere e fare, ma non posso trattenermi. Posso solo sperare che in momenti migliori, queste catene che legano al passato, possano sembrare più leggere. E leggere aiuta (in tutti gli accenti).

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