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Una delle cose che faccio, è il fonico per un locale. L’ho fatto per qualche anno, ormai, e mi ci trovo bene, nonostante tutto (fa freddo, i gruppi non sono sempre simpaticissimi (anche se la media è buona), fa freddo). Spesso mi confronto con i miei limiti di sopportazione e di capacità. Quindi è un’ottima palestra. Se poi capitano gruppi divertenti, la palestra è anche più leggera da frequentare.

Ieri, come altre volte è capitato, sono arrivati due gruppi di quel metal proprio metal che più thrash/black/death non si può. Con uno stuolo di fan con il proprio pittoresco essere normali. Sono abituato a vedere stramberie, quindi non mi volto più a vedere “che capelli ha quel tipo?!” o “che stivali ha quella?!”. La cosa che mi sciocca ora è l’aggressività mentale … no, aspetta … l’aggressività di questi branchi.

Si sa, quando si è in compagnia, si fanno cazzate, senza troppo pensarci, forti del supporto collettivo, si abbassano le difese immunitarie contro l’idiozia. Ma a me fa paura quella aperta manifestazione di appartenenza a gruppi politici o ideologie religiose che stanno delineando questi stormi.

L’anno scorso sono arrivati dei convintissimi cattivoni che a parlarci prima del concerto, erano persone con le quali avresti diviso qualsiasi cosa, amicali, espansivi, di quelli che durante l’adolescenza si sono avvicinati al metal come unico appiglio per non impazzire. Quindi simili a te, che pensano, che conversano, che hanno cose da dire e da dare (chi più chi meno). Poi son saliti tutti pittati sul palco e hanno incitato la folla.

L’anno scorso ho riso incredibilmente per un’assonanza stupida, che solo io ho colto e che è frutto di un misto tra poca dimestichezza con la pronuncia inglese e con la foga di trovare un ritmo per lo slogan. Tutti, ma proprio tutti, a ogni intermezzo tra due canzoni urlavano:
“SA-TAN SA-TAN”
perché è più figo e da slogan urlarlo in inglese, ma la pronuncia che hanno usato mi ha fatto pisciare sotto a immaginarmeli come dei vegetariani convinti che, davanti a un supermercato, urlassero per rivendicare il diritto al proprio companatico quotidiano:
“SEI-TAN SEI-TAN”

Ieri, invece, gli slogan son cambiati, mi han fatto molta più paura. Non per la sola distanza tra le mie idee politiche e le loro, non solo per il poco o tanto rimuginarci prima di dire qualcosa in quell’ambito, ma mi ha fatto paura la rabbia. La rabbia inutile, immotivata e fine a se stessa che ingigantiva quelle braccia tese che andavano avanti e indietro al grido di:
“SIEG-HEIL SIEG-HEIL”

Durante il sound check hanno appeso un tricolore (e mille pensieri mi hanno affollato, non voglio ammorbare voi, quindi li evito), hanno fatto battute sciatte e da bambini sui neri (ma per loro hanno la “g”) e hanno saputo farmi suonare sbagliati alcuni atteggiamenti che su altre persone avrei accettato (questo è un problema mio, quindi non ne faccio una colpa a loro). Durante il concerto, poi, hanno aumentato la dose di tutto: cattiveria, rabbia e massa acritica (oltre che massa acrilica, dev’essere un’equazione fondamentale trash metal sta a deodorante come giorno sta a notte, mai che si incontrino ma guai se si sommano!!).

Ho visto almeno una ventina di persone emulare un gesto che speravo del passato e confinato a nostalgici convinti; l’hanno utilizzato come bandiera, come sfogo, come inno e come tanto altro. Ma dietro non ci ho visto un pensiero … uno che fosse uno. E questo mi ha atterrito.

E non è bastato il fatto che mi facesse ridere la pronuncia di questo nuovo feticcio:
“SEA-GUL SEA-GUL”

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