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Monthly Archives: febbraio 2009

Ieri sera sono andato “in associazione“, come la chiamiamo, perché non ne potevamo più di stare fermi. Un gruppo che è nato in una settimana, che ogni prova ha sfornato una canzone nuova, che ha vissuto intensissimamente la sua breve vita, ora “campa” di un concerto all’anno, o forse più, VOLUTAMENTE. Ci sono quelle coppie che stanno meglio separate. Bene, noi altrettanto.

Ma quando ci troviamo, non ce n’è per nessuno. Le canzoni ce le ricordiamo a spizzichi e bocconi, uno richiama alla memoria un pezzo che l’altro non sapeva come fare, tutto ricalca orme ormai coperte da altri ricordi. Soffiamo via la ruggine, come fosse vapore che appanna gli occhi e i sorrisi … non ho mai visto quattro pazzi così felici. Eravamo bambini che scoprono ciò che già sanno: di essere liberi.

Il pensiero che ho avuto tornando a casa è stato: “non auguro a nessuno di non riuscire più a provare emozioni”.

Oggi è un giorno diverso. E diverse sono le persone. Le coincidenze della vita fanno sempre sorridere, ma proprio stamattina una persona che, purtroppo, ho conosciuto poco, mi sveglia dal torpore di un viaggio in treno solitario e sonnecchioso, con una frase che butta lì: “ci sono libri che non son di quel momento” o qualcosa del genere. E io, riemergo dalle profondità delle occhiaie pensando che questa frase, stia bene con tutto.

Infatti questa sera ci sta con un’altra situazione: viene chiesto al mio gruppo storico di suonare a Milano (avremo suonato a Milano non più di 5 volte in 11 anni, non è New York, ma è pur sempre Milano), per la prima volta tutti tranne uno rispondono in frettissima affermativamente. Attendo l’ultimo.

Attendo …

L’ultimo …

Chiamo poco fa per sapere se, per caso, non mi fosse arrivata la sua risposta per messaggio. “no, non ti ho risposto” ah “e quindi?!” … “per me no” … “ah … come mai?!” … “per me è la solita inculata” (NdR. che si suoni davanti a poche persone e “lo sbattimento” non valga la candela) … “ah … gli altri han detto sì” … “ah … beh … cosa vuoi che ti dica?!”.

Mi sono arrabbiato (al solito tra me e me … a lui non ho detto nulla, perché ognuno ha le proprie buone ragioni, sempre), perché non capisco una semplice questione: cosa conta per te?!

Posso capire se tu avessi ad aspettarti un party con conigliette di Playboy e un match truccato di roulette russa, ma come può essere “un’inculata” una sera in cui fai ciò che, per i miei parametri, ti piace?! Concordo sul fatto che sia “uno sbattimento” andare fino a Milano (son 40 chilometri da qui, i parametri sono labili e soggettivi, li comprendo senza condividerli), ma se l’alternativa è stare davanti alla tv come tutte le altre sere, non so … a me la bilancia è inchiodata a terra dalla parte di Milano.

Come sempre mi incazzo nel privato, perché so che è passeggera e leggera la mia incazzatura. Mi basta pensare che per lui, magari, un concerto “non è di quel momento” e subito lo giustifico. Ma sarà poi così?!

E ci metterei pure un link, se solo ricordassi di cosa io stia pensando. Rimane il fatto che Nik, un po’ di tempo fa, parlava di qualcosa del tipo “essere capaci di porsi dei limiti agli interessi”, che suona quasi bruttino (perché porsi limiti è pur sempre porsi limiti), ma in fondo non lo era, perché è la corretta interpretazione di una necessità fondamentale di ogni essere umano.

Ecco, io non ne sono capace.

Mi pare d’averlo detto anche allora, ma ora lo ribadisco semplicemente perché ho fatto di nuovo qualcosa che so di poter fare, ma che se anche smettessi di accanirmi a cercare, magari i vortici in testa si placherebbero un pochino lasciando il tempo alle persone attorno a me di respirare tranquille, sapendo che il sottoscritto non sta per esplodere da un momento all’altro con un’altra fragorosa minchiata delle sue.

Ora che vado a esporre il trambusto di questi giorni, sicuro che qualcosa di brutterrimo coglie l’occasione per piombarmi alle spalle e decollarmi.

Rimane il fatto che, nell’ordine:
– sono stato chiamato di nuovo a dirigere il doppiaggio di un gioco per play-station, ho potuto lavorare con persone squisite (tali anche, forse,  per il fatto di poterle conoscere in “dosi monouso”);
– avendo compiuto gli ennesimi anni ho ricevuto il nulla (A)osta da chi mi accompagna a richiedere il telefono che più mi piacesse e visto che il suo prezzo è calato drasticamente, ho ordinato quel gioiellino di concetto che si chiama FreeRunner;
– i lavori alla futura casa sembra che quasi-forse-insomma-siamo lìlì-da un momento all’altro potrebbero incominciare a cominciare;
– (e ultimo ma non ultimo, quello che mi porta a scrivere questo stupido post) mi hanno appena accettato a una competizione piccola (niente di nazionale o altisonante), ma che mi manca da infinito tempo (chissà come sarà non farla con i soliti amici). Giovedì 5 marzo parteciperò al Poetry Slam della Scighera di Milano (diavolo, una serie di dati così irrilevanti non si vedeva dall’ultima ansa sui Rom, ok, non è passato poi così tanto tempo).

Insomma, insieme al fatto che sabato ci sarà il primo concerto di chi mi ha voluto con sé di recente, direi che questo periodo è più unico che raro nella mia esistenza. Ma non è vero nemmeno questo, perché in fondo in fondo, possono anche capitare le peggio cose, ma è come le si prendono che le rende diamanti o sassi. Sono contento di essere ancora in grado di vederci dei luccicori in ciò che raccolgo. Spero solo di poterli trasformare in sorrisi in chi li riceve in dono.

[…]Devo stare calmo perché il peggio è ormai passato,
perché tutto scorra liscio, un meccanismo ben oliato,
la gente tutta intorno deve credersi protetta,
perché c’è chi la guida come un cane alla salvezza.
Sorridere, nascondere il male più intimo,
soffocare disagi e lacrime inutili.
Nessun timore mina la tua tranquillità,
il sole splende puntuale. Oh, che voglia ho di vivere.
E quello che sento, allora, che cos’è, se non è paura?
Bisogna ammetterlo, sembra tutto inutile,
bisogna arrendersi o no, al panico?

Nevrastena – Panico

Molto spesso sembra che il mondo vada all’incontrario. Molto spesso accadono cose che ti fan pensare che la maggioranza delle persone non abbia un cervello.

E invece è tutto normale. E in fondo lo sappiamo tutti, ma non vogliamo ammetterlo. Basta pensare al campo sportivo in un paesello, oppure ai quartieri delle grandi città e trasportare quel microcosmo al macrocosmo statale. Per quanto mi riguarda sono sempre stato uno poco abile negli sport (ma non è questo il momento di divagare sui motivi), poco veloce nelle risposte e poco influenzabile dalle mode. Insomma, quello che tanti chiamerebbero (magari anche a ragione): uno sfigato.

E se penso al perché di questo epiteto negativo, mi vengono in mente un po’ di ragioni per cui un paese intero funzioni (?!) così. Al gruppo piace la violenza, piace il potere, piace essere superiori e spacconi, sono tutte cose intrinseche e istintuali che le persone hanno dentro. Se poi si va in giro per una regione a denigrare gli sfigati (dipingendoli come tali), non si può che stimolare quel piacere fondamentale che ognuno ha dentro di sé. Ovvio, poi, che il gruppo faccia gruppo: “ehi, quello dice così! Vuol dire che è vero” e la pancia si unisce ad altra pancia.

(riprendo in mano questo post vecchio di una settimana, giusto per concluderlo, non certo per aggiungere una voce utile al dibattito, che ormai è passato attraverso mille altri eventi)

Il fatto è che accade così in quasi tutto, l’imprinting che da bambini si vive e subisce o crea nelle situazioni sociali, lo si tende a vivere più in grande per le situazioni socio-politiche grandi quanto uno stato o il mondo. Per questo motivo è difficile che al mondo le cose cambino, l’educazione (qualsiasi educazione: sociale, sentimentale … tutte) infantile e adolescenziale condiziona la maggior parte delle scelte future, perché le persone non cambiano, al massimo imparano.

E quello che può fare un “leader” della sinistra in Italia, finché non ci sarà un uomo capace, in questo periodo di “apparenza” più che “sostanza”, sarà mangiucchiare sul divario rosicchiabile, non certo surclassare l’immagine di una coalizione capitanata da uno spaccone che è un po’ quel bullo di paese che i genitori e le coscienze non approvano, ma che gli animi di tutti gli altri bambini adorano; composta da urlatori e agitatori di folle che non risultano capaci perché CONOSCONO i pulstanti da premere per smuovere gli animi e sfruttano soltanto quelli, ma perché non ne conoscono altri, arrivano a capire e assecondare soltanto i livelli istintuali dei moti di sopravvivenza.

Perché non ci vuole molto a immaginare il paese come un’isola e il signore delle mosche o tutti gli altri racconti affollano la mente di chi li ha letti. Mentre la più semplice verità dell’egoismo, è un brutto sputo su di una tela, mescola e sbiadisce i colori, rendendo peggiore qualsiasi quadro.

Tutti abbiamo i nostri sogni nel cassetto, ci piace fantasticare, ci piace sperare e non ci stanchiamo mai di rimanere delusi. Quando giocavo a basket in cortile, nonostante sapessi di non essere mai scelto in squadra perché non ne cacciavo uno, nonostante non fossi alto due metri e nonostante tirassi con le gambe a X, a ogni macchina che passava, sognavo che il conducente buttasse l’occhio alla parabola del mio tiro, alla postura a fenicottero delle mie mani e sentisse quel “ciuff” che fa la palla quando azzecchi solo la rete. Sognavo che si fermasse, scendesse e mi chiedesse di entrare in una squadra di A, o B o anche solo in promozione.

E invece abito in una zona in cui passano tre macchine al giorno (e non mi lamento affatto di tutto ciò), il fenicottero delle mie mani era affetto da valgismo e il “ciuff” diventava quasi sembre “sdeeeng”. Così i miei sogni di cestista sono rimasti a pezzettini in campetti estivi affollati e sudosi.

Poi però avevo anche i sogni di musica. Ho studiato pianoforte, convinto di riuscire a trasportare un po’ di quel flusso di cose insensate che ho in testa su dei tasti splendidi da pigiare. E mi affascina ancora quel mondo in bianco e nero, mi ricordo la sensazione splendida di chiudermi in sala di musica prima che arrivassero i compagni, lì a suonare il niente e il tutto che mi veniva, senza capo ne coda. Convinto che un giorno avrei avuto un pianoforte intelligente che avrebbe registrato tutto quello che fluiva dalle mie dita e l’avrebbe stampato su spartiti apprezzati da tutti. E poi quei tutti arrivavano … e con una semplicità imbarazzante facevano volare il pianoforte dove le mie dita non avrebbero mai saputo arrivare.

Quando poi ho capito che tutti gli altri sogni (tradurre, doppiare, programmare, recitare, cantare e qualsiasi altra cosa mi venisse di fare) non sapevano che seguire l’esempio dei fratelli maggiori, ho riscoperto il mio vero e sincero sogno, scrivere.
Che bello pensare: “Ho scritto un libro”. Che bello mettere il punto a un racconto e, nonostante tutto, dirsi: “aaah, che bello”, giusto prima di leggerlo e non pensarlo mai più. Che bello credere “io sono diverso dai milioni di altri che millantano di avere il nuovo best-seller nel cassetto e poi non hanno uno straccio di idea originale” e ritrovarsi di fronte capolavori puri e semplici che ti tagliano le gambe e il fiato e ti lasciano a terra a chiedere perdono per la tua immodestia.

Ma questo, di sogno, è più duro di altri a morire, non perché io ci creda di più, non perché abbia più speranze, non perché sia l’unico rimasto … ma perché non è più un sogno e, nonostante tutto, non è andato perduto. Io ho bisogno di scrivere, me ne accorgo sempre più (mi spiace per te). E scrivere racconti, libri o qualsiasi altra cosa, mi fa stare bene, mi fa pensare di poter regalare qualcosa di veramente mio. Per questo ho cominciato un altro “coso” (così li chiamo quegli pseudo libri/racconti che intasano i miei pc), e non so se e come continuerà. Per ora lo porto avanti, chissà che non diventi qualcosa di cui essere più orgogliosi degli altri tentativi.

Una volta scrissi così … e ci credo ancora:
“Ho cercato di trattenerli, ma son sogni, e son fatti per non avere peso; ho cercato di disilludermi, ma son sogni, e son fatti per esser seguiti.”
Che altro abbiamo?!

C’è una cosa che Catriona fa ogni tanto, che pensavo fosse dovuta al grosso seguito, o alla visibilità del sito. Invece scopro che capita a tutti, capita pure a me.

Penso di dovere questo post a tutti coloro i quali capitino qui per errore. Mi spiace davvero non riusciate a trovare le risposte alle vostre domande, ma … permettetemi di dire … che diavolo di domande vi fate?!

L’elenco è incompleto perché mi sono accorto troppo tardi che wordpress dopo un po’ elimina i dati antichi e non li mostra più, ma se la memoria non mi inganna, quelle che seguono sono le “migliori” chiavi di ricerca che hanno portato qualcuno qui:

Slogan vegetariani [che ti aspettavi “Tofu sul comò immobile, dato il seitan a Pino, stette la soia in pentole …”]
Metal vegetariano [ora ho capito, i Sepultura non intendevano l’Amazzonia, ma le rape e le patate “Roots, blody roooooots!”]
Slogan sui gabbiani [“Più gabbiani, meno babbani!”]
Cheratocono che speranza ho [capita spesso di vedere queste domande, io me le immagino le persone che “aprono internet” perché qualcuno ha detto loro che “dentro c’è tutto”, quindi s’aspettano di trovare una pagina dalla quale esca un macchinario che faccia loro una mappa corneale al volo. Rimane il fatto che se riesci a vedere l’area di ricerca, farci click con il cursore, scrivere in dieci ore tutte quelle lettere e cercare una pagina che ti ispiri … vuol dire che hai speranze. I dubbi vengono quando fai click sulla mia, di pagina]
Nomi di persona che finiscono in aggio [non voglio sondare i motivi per cui uno debba domandarsi questa cosa, ma penso proprio che i più plausibili siano: – caccia al tesoro; – penitenza; – grave lesione fisica o mentale (probabilmente è quello della richiesta precedente e sta peggiorando dibbbrutto)]
Proteste sottotitoli [bisogna capire se questo stesse cercando chi s’accapiglia sui sottotitoli, dei sottotitoli ai video di protesta oppure dei sottotitoli contenenti delle proteste, tipo “Io ne ho viste cose [“DI cose”, non “cose” porca merda!], che voi umani…”]
gandhi un giudizio espresso [buono!]
Quanti metri ha l’intestino [io me lo vedo che se lo chiede pure lui: “ero sicuro di averne un altro, dunque, il pieghevole l’ho appoggiato sopra il pancreas, quello che si arrotola è lì sulla vescica… ecco, mi manca la bindella!!]
no remorse no repent [ho decisamente un pubblico metallaro, involontario, ma metallaro]
“ragazza” “bocca a bocca” [le virgolette servono di brutto, ma serve anche una visitina da qualcuno, bravo anche]

Poi c’è quella che più ha portato qui persone (e spero tanto sia la medesima persona che ha l’autocompletamento delle ricerche, perché altrimenti c’è un’epidemia di cheratocono…):
Divntare Gandhi [spero tanto sia qualcuno che conosce il titolo del blog, seriamente]

Infine c’è questa frase che mi dà da pensare. Intendo, anch’io, a volte, ho delle domande strane che mi frullano per la testa; ricordo una sera in cui stavamo di fronte al mare e c’era una ragazza che mi piaceva, allora io ero lì che mi incasinavo a scandagliare tutte le cose possibili da dire, qualcosa di arguto e speciale, tenero, ma che potesse far capire il mio interesse per la natura, l’universo, le lingue, la comunicazione e tutto quanto e me ne sono uscito con: “perché in italiano non esiste un verbo che significhi “cadere verso l’alto”?”. Come direbbe qualcuno che leggo sempre “Just don’t ask”. Rimane il fatto che arrivare qui avendo chiesto a Google un parere su:
caparezza non mi piace ma il batterista
è seriamente preoccupante.

Mi ci sono perso, in questo mondo, tante di quelle volte che, se mi fermo, posso vedere garbugli d’intrecci che sfumano in seppia. Ci ho trovato tante stelle che nemmeno gli occhi sanno abbracciarle tutte… e per intero.

Quando penso di aver perso tutti quei secondi e quei ricordi, mi accorgo di essere vivo per riacciuffarli. Ma quel corridore infaticabile che ci sfreccia contro, si porta via il momento e ti lascia solo l’ombra.

E scendo in un tre quarti che è contento di accogliermi col suo andar strano, sospeso due volte per battere in una. Lui sorride, io non so.

Poi mi fermo. E mi accorgo che tutto è ancora lì, perché lì ci sono anch’io. E non voglio perderne nemmeno un granello. E forse non è vero che son sceso dalla parte sbagliata del davanzale.

C’è qualcosa che non capisco (una tra le mille mila cose che non capisco, ovviamente) in ciò che capita nelle discussioni generali sulla società. Oggi Scalfaro ha incendiato la folla esclamando dei principi e delle idee che hanno fatto applaudire la folla, tacere i diretti interessati e alzare le sopracciglia di quasi tutti “per l’ardore e lo spirito”.

Concordando con l’invidia di avere ancora così tanta tenacia ad un’età come la sua, mi torna il chiedermi (come dopo aver letto Gomorra, Q e tanti altri libri): “Come mai la normalità fa tanto scalpore?!”. Cosa porta una massa incredibile di gente a spostare il proprio centro, la propria idea di normale così tanto lontano da esso per sorprendersi del fatto che qualcuno lo ribadisca?! Si ritorna sempre ai giochi di società di Rousseau in cui si cerca di stabilire che una società raggiunge una convenzione, che prova a permettere la sopravvivenza della maggior parte delle persone, con una sequenza di conseguenze. Tutto questo equilibrio di “io faccio perché tu possa”, viene stravolto da un continuo martellare di “pubblicità” a valori non-valori, a necessità non-necessarie.

Sembra fare scalpore che su di una rete non interrompano un programma per dare l’annuncio della morte di una povera ragazza, travagliata da viva, da incosciente e da morta per dei valori e delle necessità di pochi, pubblicizzate come comuni a tutti. In realtà, finché quel preciso problema non tocca lo spettatore, lui e tutta la sua famiglia son ben contenti di sollazzarsi con dei “sorvegliati speciali” che li fanno sentire un po’ migliori (o forse meno mediocri (vedi sotto)). In fondo è l’equilibrio attuale delle cose: non mi importa di nulla che esuli dal mio piacere e dal mio bisogno; una volta che mi si presenta un problema, non mi importa chi mi ci abbia cacciato, è sicuramente colpa di qualcun altro.

Forse è disattenzione, forse lassismo o forse è semplice istinto di sopravvivenza. Ma spero di avere sempre la forza per lottare contro questi paraocchi e questi scarti dalla normalità.

Se dovessi mai accontentarmi di ciò che ho, staccatemi la spina, vorrà dire che non sarò più in grado di saper lottare per ciò che potrei essere.

Nonostante io sia un bugiardo patologico, sia un bel po’ lento e tanto tanto altro (passando da problemi fisici a mentali … chi lo metterebbe in dubbio leggendo ‘sto blog?!), sono anch’io affetto da quella smania di dimostrarmi migliore di quanto, in realtà, io sia. Quindi mi affretto a rispondere ad affermazioni con quel “ah, sì, l’ho visto anch’io”, oppure “oh, è già da tempo che lo uso” e mille altri “a me è successo così…” seguito da aneddoti con basi reali e conclusioni un po’ più ipertrofiche del vero, oppure con esperienze altrui che, in quel frangente, fanno più effetto se riportate in prima persona.

Sono convinto, però, che il mondo intero sia affetto da questa istintuale malattia, indotta da una società che non permette di accettare l’unicità di una persona normale. Chi non è speciale, non è interessante, chi non si rende particolare in qualche modo, non è degno di tempo. Sembra quasi che come il lavoro nobiliti l’uomo, l’esser migliori, diversi o primi, nobiliti la persona.

In realtà che io abbia scoperto ieri che una parola si scriva in un certo modo, dopo averla pronunciata per anni sbagliata, non mi rende meno intelligente, interessante o unico; che io abbia avuto sino ad oggi una vita piatta e senza fronzoli, non mi rende un incapace di provare, vivere e sentire qualcosa di diverso. Che io non sappia nulla di calcio, non mi rende una persona senza interessi, come non avere un account su facebook non mi rende un paramecio (senza offesa per quei teneri organismi).

C’è una patologia universale, comunemente accettata, che porta tutti a sentirsi in dovere di mostrarsi migliori. E non è quella spinta che porta gli scienziati a risolvere i problemi, ma è una forza più subdola, effimera, brevissima, che porta le discussioni a somigliare a serie di balzi: “m’è successo che questoquestaltroemillealtrecose che poi scemano in nulla” … “e allora a me che questoquestaltroemillealtrecosesonoandatepeggio prima di scemare in nulla“.

E nonostante nessuno vinca un premio per la vita più interessante, per il miglior aneddoto riguardo il grasso di balena utilizzato come fissante per dentiere di titanio da alieni bisessuali con una dieta a base di kebap dolci; tutti continuano a raccontarsi meglio del resto del mondo. Sono sfide “uno contro tutti” che si spengono nel tempo di qualche parola, ma che sembrano fondamentali per costruire una reputazione di sé che non sia mediocre come tutte le altre.

Purtroppo, tutto questo, porta a essere più mediocri di tutti.

Ma l’illusione di quel momento di gloria è l’unico appiglio che quasi tutti hanno, per non cadere in un nichilistico “beh, nulla serve a niente”.

E non penso proprio che il mondo intero, una volta tornato nella propria stanza, sul proprio letto, faccia il resoconto della giornata e pianga la propria inferiorità, anzi, penso proprio che con il ripetere e mostrare le proprie inesistenti qualità, la gente finisca per crederci e illudere gli amici e i vicini.

Per questo motivo, nel cammino per diventare Gandhi, penso si debba imparare ad accettarsi per il mediocre che si è, cercare di non farlo pesare sugli altri e aiutarli ad accettare il fatto di non essere migliori, ma ugualmente speciali. Lo siamo tutti ed è più che stupendo.

This is only a possibility in a world of possibilities.
There are, obviously there are many possibilities,
ranging from small to large, before long there will be short,
before short there was nothing.
When there was nothing there was always the possibility of something, becoming what it is

Questa canzone non ha molto a che fare con il pensiero che mi frulla in testa, ma queste sono le prime parole che mi sovvengono non appena penso alla parola possibilità. Poi arriva tutto il casino.

Perché è un po’ la decadenza che tutti lamentano, i nostri genitori lamentano il declino che ci vede protagonisti, i loro genitori hanno fatto altrettanto. Insomma, è tutto un andare verso il peggio. Non so se ci sia da stupirsi, quindi, se ci si ritrovi governati dal peggio e se i nostri soldi siano nelle peggiori mani possibili (visto che si è arrivati a questa crisi, qualcuno ci avrà pur portato lì, no?!).

Sta tutto nella possibilità. Dal piccolo al grande, nel piccolo mondo umano, sta tutto nella possibilità. Dalla depressione al bullismo, dall’informazione al malgoverno, è tutta una questione di possibilità. In fondo l’uomo, nonostante tutto, lavora per migliorarsi la vita, per permettere a sé e agli altri di “fare meno fatica” nel vivere, pensare e agire. La tecnologia ha questo scopo, la medicina ha questo scopo, la politica dovrebbe avere questo scopo; insomma, l’istinto di sopravvivenza, molto spesso è soppiantato da questa necessità e tendenza alla semplificazione.

L’abitudine è la conseguenza della possibilità, la generazione successiva (odio questa generalizzazione, ma è solo per semplificare (mica mi esimo dall’essere uomo pure io)) sarà sicuramente più abituata della precedente ai traguardi che quest’ultima ha raggiunto. Per questo motivo l’arte cambia, per questo motivo la politica cambia, per questo motivo lo fa anche la tecnologia. In fondo è il medesimo procedimento dell’apprendere: una volta assodato un procedimento o un principio, si può basarsi su quella pratica per sperimentare e postulare altro. Senza gli scritti dei predecessori, la scienza e tanto altro non avrebbero avuto un’evoluzione tanto vasta.

Possibilità e abitudine, però, sono spesso causa di un declino inesorabile, perché sono nelle mani dell’uomo. Quindi è perché posso, che sono depresso, mi crogiolo nella compassione altrui e piazzo sulle spalle di chi mi presta orecchio problemi inesistenti ma insormontabili; è perché posso che rubo, mento e non rispetto, per poi additare chiunque faccia altrettanto. E purtroppo ci si abitua (sempre più velocemente) a questi giochi. Ci si abitua a credere che esista un Dio, ma soprattutto che ci possa essere qualche uomo che possa permettersi di esserne il portavoce. Ci si abitua a credere che sia giusto ingoiare ingiustizie o razzismi, quando razionalmente, a volte, non si arriverebbe nemmeno a concepirli.

Oggi nikink ha condiviso questo, che è un po’ un aspetto dell’abitudine. In fondo chi viene dopo di noi ha la pappa più pronta, così perde la voglia, la capacità e l’interesse di crearne una migliore, di farne una propria, di sognarne mille più gustose. In fondo lo dice anche DeBiase (in uno dei rari post in cui non utilizza la detestabile e inutile formula in cui ribadisce l’umiltà della propria opinione) oggi e tante altre volte. Il lato peggiore di questa faccenda è che quando ci si trova la pappa pronta, viene più facile utilizzarla per scopi personali, piuttosto che condividerla o sfruttarla per migliorare quella altrui.

Questo mi fa molto arrabbiare di ciò che mi succede intorno, la possibilità e l’abitudine. Ci sono milioni di esempi ai quali sia applicabile questo metodo di analisi, ormai quasi tutto viene compiuto per possibilità e abitudine. Ciò che andrebbe cambiato è il punto di vista: se c’è la possibilità di migliorare, bisogna abituarsi a provarci; non abituarsi al peggio perché si può.

Altrimenti si arriva in posizioni influenti e si ritiene di poter disporre della vita di qualcuno a proprio piacimento perché si è abituati a potere.

Non voglio abituarmi a questo peggio, posso?!

…questo discorso non vuole denigrare l’uso che la gente fa di internet, ma vorrebbe far capire che anche internet potrebbe essere un’occasione, uno strumento o un’opportunità per migliorare; ma se non lo si utilizza o sfrutta nel modo corretto, non si farà altro che guardarsi il cotone che popola il buchino nella propria pancia e compiacersene.

Perché?! Perché è sufficiente pensare che ci sono più tipi di persone, con diversi livelli di intelligenza e mille interessi differenti. Purtroppo, per quel gioco di autostima che porta a bramare d’esser accettati dalla massa, pretendendo di mantenere un alone di unicità, questi aspetti delle persone, vengono inglobati e sminuiti in sempre più occasioni. Chi studia è un secchione, chi si interessa di politica è palloso, chi fa questo è uno sfigato, chi fa quest’altro è un fighetto. Ci si difende ghettizzando gli altri, fingendo sino all’ultimo di non accorgersi che le barriere che si mettono per contenerli, non fanno altro che chiuderci dentro.

Così, come nella realtà vissuta si va dall’uomo deciso con bocca semi aperta che mangia pasta e risse, all’occhialuto spettinato che saprebbe trarti un tostapane da una graffetta e un elastico; così anche nella realtà parallela di internet, ognuno cerca conforto o conferma per ciò in cui crede o per cui prova piacere.

E non è certo distinguendo o assimilando che si risolvono le cose: ci saranno sempre quelli che guardano i porno su internet, ci saranno sempre quelli che si iscrivono a facebook per guardar le foto delle amiche fighe mentre picchiano la fidanzata perché ha pensato di credere di aver sentito dire che un’amica è uscita con un bel tipo. Ci saranno sempre quelli che sanno scrivere, ma non hanno nulla da dire, come ci saranno sempre quelli con grandi idee, ma che non sanno esprimerle; ci saranno rari casi di brillanti personaggi apprezzabili da molti (ed è quasi certo che ci saranno sempre quelli che li odieranno)… perché in fondo, a chiunque, interessa solo una persona. Al massimo due, ma mai in egual misura.

Questo (dopo lunghe ed estenuanti tritature di palle) è il problema: che a nessuno frega nulla di nessuno. Internet potrebbe aiutare ad allentare questo limite, ma se utilizzato con l’ottica di strumento per radicare più profondamente il proprio essere onanisti, non farà altro che rinforzarlo.

Non voglio piacere a tutti, è inevitabile essere detestati, ma vorrei poter essere utile, fare qualcosa che valga la pena di fare: aiutare qualcuno a essere migliore.
Compito arduo ma possibile. L’importante è non smettere mai d’imparare.

Per diventare Gandhi bisogna imparare a capire che non vale la pena essere migliori, ma essere nel giusto.