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Tutti abbiamo i nostri sogni nel cassetto, ci piace fantasticare, ci piace sperare e non ci stanchiamo mai di rimanere delusi. Quando giocavo a basket in cortile, nonostante sapessi di non essere mai scelto in squadra perché non ne cacciavo uno, nonostante non fossi alto due metri e nonostante tirassi con le gambe a X, a ogni macchina che passava, sognavo che il conducente buttasse l’occhio alla parabola del mio tiro, alla postura a fenicottero delle mie mani e sentisse quel “ciuff” che fa la palla quando azzecchi solo la rete. Sognavo che si fermasse, scendesse e mi chiedesse di entrare in una squadra di A, o B o anche solo in promozione.

E invece abito in una zona in cui passano tre macchine al giorno (e non mi lamento affatto di tutto ciò), il fenicottero delle mie mani era affetto da valgismo e il “ciuff” diventava quasi sembre “sdeeeng”. Così i miei sogni di cestista sono rimasti a pezzettini in campetti estivi affollati e sudosi.

Poi però avevo anche i sogni di musica. Ho studiato pianoforte, convinto di riuscire a trasportare un po’ di quel flusso di cose insensate che ho in testa su dei tasti splendidi da pigiare. E mi affascina ancora quel mondo in bianco e nero, mi ricordo la sensazione splendida di chiudermi in sala di musica prima che arrivassero i compagni, lì a suonare il niente e il tutto che mi veniva, senza capo ne coda. Convinto che un giorno avrei avuto un pianoforte intelligente che avrebbe registrato tutto quello che fluiva dalle mie dita e l’avrebbe stampato su spartiti apprezzati da tutti. E poi quei tutti arrivavano … e con una semplicità imbarazzante facevano volare il pianoforte dove le mie dita non avrebbero mai saputo arrivare.

Quando poi ho capito che tutti gli altri sogni (tradurre, doppiare, programmare, recitare, cantare e qualsiasi altra cosa mi venisse di fare) non sapevano che seguire l’esempio dei fratelli maggiori, ho riscoperto il mio vero e sincero sogno, scrivere.
Che bello pensare: “Ho scritto un libro”. Che bello mettere il punto a un racconto e, nonostante tutto, dirsi: “aaah, che bello”, giusto prima di leggerlo e non pensarlo mai più. Che bello credere “io sono diverso dai milioni di altri che millantano di avere il nuovo best-seller nel cassetto e poi non hanno uno straccio di idea originale” e ritrovarsi di fronte capolavori puri e semplici che ti tagliano le gambe e il fiato e ti lasciano a terra a chiedere perdono per la tua immodestia.

Ma questo, di sogno, è più duro di altri a morire, non perché io ci creda di più, non perché abbia più speranze, non perché sia l’unico rimasto … ma perché non è più un sogno e, nonostante tutto, non è andato perduto. Io ho bisogno di scrivere, me ne accorgo sempre più (mi spiace per te). E scrivere racconti, libri o qualsiasi altra cosa, mi fa stare bene, mi fa pensare di poter regalare qualcosa di veramente mio. Per questo ho cominciato un altro “coso” (così li chiamo quegli pseudo libri/racconti che intasano i miei pc), e non so se e come continuerà. Per ora lo porto avanti, chissà che non diventi qualcosa di cui essere più orgogliosi degli altri tentativi.

Una volta scrissi così … e ci credo ancora:
“Ho cercato di trattenerli, ma son sogni, e son fatti per non avere peso; ho cercato di disilludermi, ma son sogni, e son fatti per esser seguiti.”
Che altro abbiamo?!

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2 Comments

  1. bello, bravo, ispirato

    • savohead
    • Posted febbraio 17, 2009 at 09:15
    • Permalink

    e pensare che ero partito per scrivere altro … eheh … c’ho pure cambiato il titolo all’ultimo perché non c’azzeccava più nulla … eheh … ‘azie


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