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Monthly Archives: marzo 2009

Che la gente abbia un ego spesso ipertrofico è cosa risaputa, già il solo fatto di scrivere qui, ti dà idea di quanto anch’io tenga a essere seguito, apprezzato o anche semplicemente considerato. Concordando sul fatto che ciò che qui scrivo è di interesse realmente marginale per qualsiasi persona (diciamocelo, i blog personali, se utilizzati come fanno i quindicenni (non cercarne uno, ci sei già) hanno il solo scopo di affermare “ehi, questo sono io, in yo face!”) con un briciolo di cervello, mi son trovato (e mi trovo tuttora) a chiedermi il perché di tanto chiacchiericcio in rete.

Ovviamente la mia “lamentela” non ha un reale fondamento, se solo sapessi scegliere meglio le mie fonti, se in testa avessi preciso l’ambito di interesse principale e se solo dedicassi il giusto tempo alla lettura e il giusto tempo al lavoro, non avrei di che lamentarmi. Ma a volte, non basta nemmeno seguire una sola fonte, o dare credito a pochi esperti (anche perché ascoltare una sola campana non è mai corretto). Ci sarà sempre qualcuno che verrà a rovinarti la festa.

Una volta tornato da un lungo week-end offline e già crucciato dal fatto di avere i soliti arretrati da leggere con l’aggiunta di un carico da mille, accumulato nelle giornate di venerdì e sabato, mi sono imbattuto nella querelle qui sopra e ho “perso” un bel po’ di tempo a leggermi quel battibecco infiammato (apposta?! Chissà) sull’inutile (o almeno, avrebbe dovuto essere tale) parere di uno che spesso offre questo livello di discussioni.

Insomma, io avrò la necessità di sfoltire le mie fonti, perché altrimenti non galleggerò mai in un aggiornamento costante e bilanciato, ma, almeno tra chi si impegna per fornire un certo livello di informazione, non dovrebbe esserci motivo di sterile polemica. Non dico che nessuno debba mai controbattere a tesi o pensieri, anzi, la discussione è l’anima della conoscenza, ma che lo si faccia con cognizione di causa e intento costruttivo, ma soprattutto che non porti chi realmente è degno di rispetto e portatore di saggezza a rinunciare ad alcunché (una restrizione della libertà, diretta o indiretta, è pur sempre un aggressione ai danni di qualcuno). Si potrà controbattere che, come chi liberamente parla e vive alcune esperienze, non può sapere di ricevere trattamenti ingiusti da parte di un magnate dell’aria fritta, il suddetto magnate non abbia colpa se il libero pensatore decida di smettere di parlare.

La sto facendo lunga su di un’inezia, lo so, sto parlando di cose che, a qualcuno possono interessare come la politica, o la fissione nucleare (e conosco orde di gggggiovani che pensano che la vita sarebbe migliore se solo questi due argomenti non ci fossero, ché impediscono il loro divertimento … eccheccazzo), ma è solo perché anche questo, è un esempio del fatto che la gente (ovviamente me compreso) che popola internet attivamente, ha lo stracazzosanto bisogno di parlare. Niente da obiettare, semplicemente ci vorrebbe uno strumento neurale che, in base allo stato d’animo del lettore, fornisca il giusto tipo di informazioni e discussioni che il cervello, in quel momento, è in grado di accettare, sopportare e assimilare; così da stimolarlo, sì, ma senza affollarlo di inutilità che passano e se ne vanno lasciando soltanto rumore di fondo.

Concordo sul fatto che se ci fosse solo “roba di qualità”, in rete come nella vita, tutto potrebbe diventare una palla immonda; dall’altra parte, se fossero in pochi a dover fornire un alto standard di infotainment (uno dei pochi termini anglofoni che mi sento di utilizzare con cognizione di causa), non sarebbe garantita né la pluralità di informazione né un agio al produttore stesso (nel senso che se uno deve fornire sempre e solo informazione di qualità, la gente tenderà a criticarlo non appena abbasserà lo standard o cesserà di informare). Ma mi piacerebbe che chi già fornisce un servizio di informazione ed intrattenimento, non venisse castrato da inutili battibecchi che rubano tempo (ok, scemo io che li seguo fino in fondo e non so fregarmene, ma se influiscono sulla libertà espressiva di qualcuno che apprezzo, mi piace andare a fondo sul perché) alla già enorme mole di informazioni da affrontare.

Così affronterò presto (appena avrò tempo) un nuovo riassestamento dei feed che mi permettono di seguire le fonti che ritengo degne, e aggiornerò anche la colonnina qui accanto, in modo che chiunque passi di qui, possa scoprire, per caso o meno, nuove vie per l’apprendimento. Ché non si finisce mai di imparare, per fortuna.

* Titolo di un album dei Propagandhi (gruppo che seguivo in tempi non sospetti, non avrei mai pensato lustri fa di, un giorno, aprire un blog con ‘sto titolo) carico carico di informazioni, ironia delle ironie.

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Sono uno di quei pavidi che si piangono addosso quando non ce n’è motivo, nonostante io abbia imparato che “piangersi addosso non ha mai cavato un ragno dal buco” (Il ragazzo sbagliato – Willy Russell), ma sono anche uno strano aggeggio.

Nelle risse che non mi riguardano, non so perché, non riesco a trattenermi dall’andare a dividere i litiganti. Non è stata una volta, che ho preso delle botte per essermi immischiato, a volte, addirittura, i contendenti erano così ubriachi da dimenticarsi motivi e avversari, e prendersela direttamente con me che li trattenevo. Una volta ho vegliato su di una ragazza che stava con amici in una tenda in campeggio, io, dall’ostello vicino, ho sentito le grida della rissa a notte fonda e mi sono fiondato alla cieca, per staccare quelle manacce dai capelli di lei.

Non so perché, ma la vedo come una difesa naturale dei miei principi di base, inconsci. Io DEVO fare qualcosa in situazioni di crisi. E non mi importa quanto pesanti, stupide o enormi siano.

Oggi la caldaia ha deciso di ammalarsi ancora di più. Mentre mia madre faceva la doccia, l’acqua è tornata ghiacciata senza soluzione. Non c’è stato metodo o verso. Non sono un idraulico, ma immagino che una caldaia funzioni come un pc, entrano l’acqua e il gas (dati), la caldaia macina (processore e quant’altro) ed esce l’acqua calda (risultato). Quindi, finché posso intervenire (dati), se qualcosa non funziona, intervengo.

Appena ceduto alle forze superiori (mia madre s’è sciacquata a pezzi scaldando l’acqua in mano per poi utilizzarla addosso), la caldaia ha fatto uno strano rumore. Per fortuna ero nei paraggi e sono intervenuto quasi in tempo.

Noncurante del pericoloso rumore prodotto, noncurante della quantità d’acqua sparata fuori a gran velocità da un tubo monco, mi son fiondato a posizionare un catino nel punto incriminato, spegnere la caldaia e chiudere ogni tubo che vi entrasse (dati).

Ora, se anche tu hai una caldaia non a condensazione, saprai che dei tubi entrano e dei tubi escono (quelle a condensazione so che ne hanno di più, per questo ho precisato, convinto che una caldaia più semplice, necessitasse di cose più semplici). Bene. Scordati questa teoria. TUTTI i tubi sembrano entrare e TUTTI i tubi sembrano uscire. O forse il mio babbo s’è divertito con ridondanze inutili.

Io ho due tubi dell’acqua che entrano dall’esterno della casa. Non so perché. Ho un tubo del gas. Ho chiuso tutti i rubinetti, tutti. Ho lasciato che la minzione calasse un po’, ho riacceso la caldaia e ho riaperto i rubinetti. Tutti. Anche quello che, una volta riaperto ha fatto tremare i tubi, fischiarne altri e decomprimere altri ancora. Lì ho temuto il peggio. Io, abituato a quei fantastici cartoni animati in cui l’acqua, se trova un’interruzione, tende a far esplodere qualsiasi cosa la contenga.

Risultato: mia mamma tossisce da mezz’ora, io ho mani e piedi macerati, il pavimento della lavanderia è quasi asciutto e il mio babbo continua a essere irraggiungibile al telefono.

Chiosa: “Vedi, noi continuiamo a criticare tuo papà, ma se fosse stato qui lui, avrebbe saputo cosa fare”.

Beffa: mentre a gambe divaricate poggiavo piedi su pareti e calcinacci (ricordo che la mia casa è quasi in costruzione), un messaggio di mio fratello annunciava la comunicazione che, da domani, anche lui sarà in cassa integrazione (contratto a tempo indeterminato in un ufficio che, al momento dei licenziamenti il mese scorso, era stato dato per sicuro e tranquillo).

So che il vostro presidente del consiglio non ha tutte-tutte le colpe di questa crisi mondiale, ma che la smetta di sorridere insulso e dire che tutto va bene. (Questo non per la mia caldaia, cazzi miei, quelli, ma perché non so come la riparerò, visto che il mio contratto scade il mese prossimo).

In questi ultimi giorni la caldaia di casa mia ha deciso di fare le bizze. Non solo la contingenza con i lavori (speriamo imminenti) per la conclusione del mio appartamento, rendono la cosa ancora più irritante, ma è proprio che io, con l’acqua, ho sempre avuto un qualche problema.

Quando un signore è venuto a scuola, alle medie, a dirci che l’acqua è un bene prezioso e che io fossi la più grande causa di carestie per milioni di altri bambini, ho capito che io e l’acqua avremmo avuto parecchi problemi in futuro. Non che non mi lavi, anzi, penso di essere al limite del compulsivo (non cambio sapone a ogni lavaggio, ma preferisco di molto alternare qualsiasi attività con ALMENO una bella sciacquatina).

Questo mi porta spesso a pensare a un mucchio di cose. Sotto la doccia ho sostituito il cantare con una serie di riflessioni che mi portano spesso a incipit del genere, in conversazioni colloquiali: “giusto l’altro giorno, in doccia, pensavo …”, “m’è venuto in mente, in doccia, che …” e via discorrendo, lasciando perplesso chi non mi conosce bene, che si vede, suo malgrado, di fronte agli occhi un’immagine non proprio splendida del proprio interlocutore (già poco splendido con indosso dei vestiti).

Comunque. Ieri la caldaia ha deciso di non fornirmi acqua calda per dei buoni venti minuti (a intermittenza, non sono poi così un mostro e un pirla da tenere aperta una doccia venti minuti, andavo e venivo dal bagno alla sala caldaia per dei match di boxe e snocciolamento santi) e tutti i pensieri sull’acqua son tornati insistenti a bussarmi alla testa.

Sprecare l’acqua – da piccoli ti insegnano che l’acqua non va sprecata. Concordo, ne abbiamo poca (sia poi così vero, non è dato sapere). Ma quello che mi è rimasto in testa della presentazione scolastica è quel filmatino stupido in cui un bambino si lavava i denti lasciando aperto il rubinetto durante tutto il processo. Il serbatoio d’acqua che si nascondeva sotto quel temibile buco nero (dal quale ho sempre sognato potessero uscire i più terrificanti esseri, pronti a cibarsi delle mie dita, occhi e tutto quanto), raccoglieva qualcosa come dieci volte il volume del bambino in acqua, per ogni volta che ci si lavassero i denti. Ora, se da una parte tutto questo non giovava all’insegnamento di combattere tartaro e carie che i genitori faticavano a inculcare nelle menti bambine, dall’altro lato, rendeva benissimo l’idea dello spreco. Ma non so quando mi venne in mente di porre in dubbio questa affermazione, fatto sta che un giorno mi chiesi: “ma che cazzo di fine farà l’acqua dopo il rubinetto?!”. Intendo, c’hanno appena insegnato il ciclo dell’acqua e poi ci spiegano che siamo dei demoni capaci di arrestarlo e far morire dei nostri simili?!

Non dico che ricostruire acquedotti e case con un migliore utilizzo dell’acqua (tipo che quella che scende dal lavabo possa essere filtrata e buttata nel serbatoio del WC) sia fondamentale o risolutore, ma anche solo presentare la cosa come è a dei bambini nel pieno dell’imprinting, non sarebbe un male. E visto che in qualsiasi città d’italia ci sono SEMPRE dei lavori alla rete fognaria, non sarebbe il caso di prendere in considerazione una qualche soluzione sostenibile?!

Tu chi sei?! – Spesso mi vanto di fare docce brevi, perché mi accorgo immancabilmente di stare sprecando troppa acqua per una pratica pratica, che dovrebbe limitarsi al tecnico sgrassamento dermo-pilifero, punto e stop. Ma ieri mi sono perso via a incazzarmi con la caldaia perché il freddo mi annientava il respiro. Ovviamente il primo commento di mia madre è stato: “non hai fatto il militare”. Nonostante mi affascinino i collegamenti cerebrali, la cosa mi ha fatto non poco riflettere (nei 4 minuti e 37 della seguente doccia tiepida). Non ho fatto il militare per disturbi, congeniti e non, a un bel po’ di parti del corpo. Ma se anche fossi stato sano come un pesce, non sarei stato in grado di respirare sotto un getto d’acqua ghiacciata. Non so per quale motivo, ma i miei polmoni non resistono, sembro il suddetto pesce al contrario, boccheggio sott’acqua senza che della vera aria mi entri dalla bocca, solo lame ghiacciate e tanto mal di testa. E subito il pensiero va al mio giornaliero omicidio. Quanti bambini come me io sto uccidendo rifiutandomi di fare una doccia perché fredda?! Quanti di loro adorerebbero e ringrazierebbero la vita intera per avere una misera quantità d’acqua fresca?!

Dopo l’acqua il mondo! – Nei miei soliti deliri, penso a cosa si potrebbe fare per portare l’acqua a chi ne ha bisogno e toglierla a chi la spreca. In uno dei milioni di scenari socialisti che mi ritrovo a vivere, penso a quanto sarebbe naturale e naturalmente gestito (seppur assurdo) un mondo senza soldi. In cui ognuno non abbia altro interesse e bisogno, che non sia il sopravvivere. Per forza di cose la propria sopravvivenza comporterebbe la sopravvivenza della specie in sé, naturalmente selezionando chi è maggiormente in grado di fornire soluzioni comuni e segregando chi cerca di accaparrarsi risorse o beni più del necessario o dovuto. Nonostante il gran trambusto sul preservativo di questi ultimi giorni (sempre confermata la regola che “anche una cattiva pubblicità è PUR SEMPRE pubblicità”), sono convinto che se solo un controllo maggiore delle nascite fosse semplicemente e strutturalmente insegnato a chi non ha accesso a risorse e conoscenze, un passo avanti verso una migliore gestione del globo sarebbe possibile. Insomma, l’AIDS sarà pure uno dei fattori principali, ma focalizzarsi su quello, porta a dimenticare altre implicazioni che gioverebbero dall’utilizzo sensato di un contraccettivo (quasi) sicuro.

Sto generalizzando e abbracciando troppi argomenti, concordo, ma i solipsismi son quasi sempre deprecabili, quando rimangono chiusi in se stessi, per questo, chiedo scusa, utilizzo questo mezzo, per esprimerli, condividerli e comprendere meglio i problemi. In effetti, non andando a fondo con alcun dato e sbocconcellando qui e là in aree economico-sanitario-politiche, non faccio altro che stuzzicare curiosità futili ed effimere, ma penso non si debba mai lasciar assopire quella parte di mente caratteristica dell’adolescenza che fa passare dal porre domande ai genitori, al porle a se stessi, alla ricerca di ulteriori domande che, come scalpelli, sappiano forgiarci unici e distinti.

Spero che la TV (visto che non la guardo) stia parlando del forum internazionale in corso, che cerca di parlare di soluzioni e problemi riguardanti l’acqua e tutto ciò che a essa è correlato. Senza troppo dare voce a papi, pupi e pippe.

Ieri ho esternato ciò che pensavo di chi inquina (nel piccolo, pensando al grande (ché a tre chilometri c’ho un bel cementificio che si finge inceneritore e ringrazia i residenti con un sacco di aria buona)) e subito ho pensato fosse facile suscitare un moto (negli unici lettori) di consenso o dissenso con una forte caratterizzazione o, semplicemente, con l’affermazione d’appartenenza.

In fondo, chiunque, ama i “flame”, ovvero quei lunghi polveroni che si abbassano il giorno seguente (ad andar bene), nei quali ognuno sfoga quell’azione tensionale che è il leggere, con un moto distensionale che è lo scrivere. Chi infiamma la miccia è lì che guarda contento di aver scatenato qualcosa, sicuro di aver aggiunto un po’ d’informazione nelle menti altrui e, perché no, convinto d’aver ragione, nonostante ci si dimeni come lucertole a dargli addosso (ovviamente, ieri, da me non è successo nulla di tutto questo e non penso succederà mai, non ho l’acume e la saggezza per dire alcunché di infiammabile).

Il fatto, però, che mi è venuto alla mente ieri, mentre scrivevo, è anche che il mio amato Gandhi non è visto (forse, non lo so, non ho troppa gente attorno che parli di Gandhi come si fa di Facebook (no, vabbeh, quest’argomento è pure troppo, facciamo di “pasta al sugo”)) come uno che si sarebbe mai incazzato. Il suo idilliaco affresco che giunge alla gente è quello di uno buono, sì, ma forse troppo buono per essere preso sul serio in un’era come quella attuale.

Sono convinto anch’io che con tutti i cambiamenti in atto e passati, il suo ruolo avrebbe potuto essere molto più influente, potente e fondamentale, ma avrebbe anche potuto passare sotto silenzio ed essere totalmente infruttuoso (tutto corre troppo veloce e per vie sghembe, chissà se sarebbe stato in grado di essere al passo con i tempi).

Quello che, però, volevo dire, è che pure lui, nel suo piccolo, si doveva incazzare di brutto. Insomma, lo devono proprio aver portato a quel picco in cui uno si ferma, bolle, sbrocca e poi si calma, guarda tutto con i colori più vivi (come in questi giorni di vento) e si fa una gran risata. Poi respira e passa il resto della vita (o della giornata) a sorridere quieto, splendendo tutto quello che riesce a comprendere verso chi è abbastanza intelligente da sentirlo.

Insomma, azione-reazione, come sempre. L’importante è la capacità di gestire e direzionare la giusta intensità di quella forza che tutti abbiamo, ma che ci dimentichiamo di poter utilizzare. Per comodità, lassismo o semplice noncuranza.

Oggi son tornato (grazie mille) a mangiare da Giorgio. E, come sempre, è stato interessante, stimolante e un po’ perfetto, perché ogni cosa che si vive, quando la si vive, se ti lascia più su di quando l’hai cominciata, vuol dire che ci stava perfetta.

Ci son tornato a piedi, che tanto non ci vuole poi molto. Il fatto è che con la lentezza dell’andare a piedi, più che vedere meglio quanto schifo la gente getti per strada, te lo godi di più. Ho sempre notato, e mi son sempre chiesto quale modo idiota di pensare debba starci dietro, cosa porti una persona a farsi chilometri e miglia per arrivare in un posto, in piena strada di passaggio (perché la strada sopra casa mia è larga meno della mia camera da letto) e lanciare fuori dal finestrino (perché non penso si degnino di scendere) un sacchetto rigonfio di chissà cosa.

C’è un simpaticone che da qualche tempo gioca al gratta e vinci. Ho immaginato che giochi dopo essere stato a prendere un caffè, al bar in centro, poi sale in macchina con il collega di lavoro, passano per le viuzze e qui, davanti al cancello di casa mia, immancabilmente, anche un po’ tristemente, perde. Ma deve avere una grande sfiga, perché ne perde un bel po’ di questi tentativi di cambiar vita. Non lo biasimo per il tentativo, lo odio alquanto per la beffa che scarica a chi non ha colpa per il danno.

Più per l’ambiente, quindi, che per la loro chance di diventar nababbi, auguro loro di vincere. Con tutto il cuore.

Quello che, però, mi fa saltare il medesimo cuore, è l’assurdità di alcuni particolari. Ora, non dico che il mio paese sia il più bello del mondo, che vada difeso perché è mio e voi stronzi non avete il diritto di venire a rompere … insomma, le idee ombelicali e assurde di un appartenenza inversa a quella naturale tra luogo e abitante, non sono proprio mie; ma c’è un cacchio di meccanismo basilare che mi si muove dentro e che, come spesso accade per i pensieri, non riesco a capire come mai non lambisca le menti altrui: se fosse il mondo a buttarci dello schifo nel corpo, ogni volta che ne avesse voglia o motivo, saremmo estinti da parecchio.

Se solo quell’infimo essere che s’è preso la briga di parcheggiare l’auto in mezzo alla via, scendere, scaricare una sdraio rotta, arrampicarsi su di una rete (perché deve averlo fatto così, dall’altra parte c’è un dirupo e un torrente, non penso abbia risalito la corrente del fiume per venire a far pic nic) e gettarla al di là del ciglio della strada (che se proprio vuoi fare una cosa così, falla dove la rete diventa muro, così non ti vede nessuno e puoi negare di averlo fatto) perché: cuore non vede, occhio non duole (perché se ti avessi visto farlo, non pensare saresti ancora in possesso dei bulbi oculari), vuol dire che sei consapevole di essere stronzo. Giusto stronzo, che sarà mai, una di quelle cacche galleggianti in mezzo ad altre cacche in una cloaca di cacche, quindi nemmeno degna di nota. Ecco, se solo quell’essere si potesse pigliare il corrispondente di una sdraio per terra, in cellule tumorali purulente ad altezza colon-retto, io sarei già più sereno.

Ma no, il mondo è apparentemente ingiusto, dico apparentemente perché a occhio umano ti arrivano quasi solo ingiustizie, le cose giuste le noti (e non le notano tutti) anche perché son rare. E quindi pensi che questo s’è pure impegnato per fare una cosa stronza, ma quello che gli ritorna, magari, è un’influenza ogni 4 anni e niente più.

Una mattina, delle tante mattine, in cui prendevo il treno, sempre nello stesso punto della stessa stazione, ho visto la stessa persona che riesce a fumarsi due sigarette prima che arrivi il vermone di carrozze. Questo, davanti a sé, aveva una cappella sistina di mozziconi, un dedalo intricatissimo di cilindretti schiacciati e spenti, un affresco al triste vizio. Un flash mi ha fatto sorridere. Un giorno, quando sarò morto, mi baloccherò con l’andare a scovare questa persona, citofonargli, sorridergli e sommergerlo di tutti i minchia di mozziconi che ha gettato in tuuuuutta la sua vita. Che li mangi, che se ne strafoghi, che li prenda nel naso, nelle orecchie e in tutti gli orifizi del caso, che li ingoi senza masticarli, che non riesca a digerirli e che il suo sudore, a imperitura memoria, puzzi di egoismo viziato.

Son ben conscio di fare stronzate assai più grandi, gravi e grevi, ma quando qualcuno non capisce che l’unico gesto possibile verso un mondo che quieto, buono e tranquillo, ci permette di provare anche solo per un poco il piacere d’esser vivi, è la gratitudine, mi sale una rabbia che se avessi una dinamo alle palle, illuminerei NewYork.

Quindi, buona fortuna cari miei, spero che almeno un po’, il tumore che verrà a me e non a voi, sulla coscienza vi pesi (ovviamente fino al momento in cui, da morti, verrò a citofonarvi).

Penso che spesso i problemi generazionali che insorgono nelle famiglie siano causati dal fatto che:
i genitori hanno i figli che si meritano, mentre i figli hanno i genitori che si ritrovano.

Non sempre è così e a volte nemmeno quando è così, è SEMPRE così. Quindi l’affermazione è precaria quanto me e tutti quelli della mia generazione (quanto odio questo termine, come tutte le generalizzazioni (quanto odio questo termine … (ad lib))).

Io ho avuto e ho tutt’ora dei genitori stupendi, non avrei mai potuto sperare di meglio, non è, per esempio, possibile dire l’opposto, non penso di essere stato (ed essere) un gran figliolo: sono strano e poco comunicativo, sono lento a capire, rispondere e assimilare, son poco socievole e un disastro per quanto riguarda manifestazioni d’affetto famigliare. Ho mille altri difetti che riconosco, ma che tento di risolvere, quando posso, come posso, più che posso.

Ma sono lento, lo ripeto.

E quindi non sono in grado di far altro che analizzare le cose, le persone e le situazioni. Succedono cose e io mi ci perdo senza sapere come reagire, poi, nella calma della solitudine, ci ripenso, le capisco e pondero risposte che ormai son fuori tempo massimo.

Per questo capita spesso che io non “vada d’accordo” con i miei genitori, non perché io non condivida molte delle loro idee, capacità o azioni, ma spesso perché non sono in grado di essere come vorrebbero, come dovrei o come penso saprei.

La cosa buona è che spesso tutto questo è una palestra. Sarà forse quella cristiano-cattolica idea del dualismo pena-redenzione, tanto radicata in me, ma ogni volta che l’onda dei miei mi sovrasta, in reazione a qualcosa che non sono, io ingoio, convinto sia giusta e doverosa tutta quella energia soverchiante. Convinto io mi meriti il peggio.

I miei genitori non sono cattivi, non sono incapaci e, soprattutto, sono intelligenti. Per questo motivo condivido spesso quello che mi scaricano addosso. Giustificato o meno, corretto o meno, prendo tutto quello che scagliano in movimenti di suono, nel profondo. Sicuro di avere bisogno di tutto questo, del mio tempo e di una sana dose di pazienza, per rimettere in ordine i pezzi e ricominciare a ricostruirmi da capo.

È un’ottima palestra, perché tutto quello che verrà sarà più leggero, o simile e quindi affrontabile con cognizione di causa. Spero solo di non sbagliare a fare il callo, per poi diventare insensibile a questi e altri strattoni, perdendo così dei pezzi di vita e facendoli perdere a chi potrei regalare stelle.

Mi mancano le lezioni di semiotica edi linguistica, ma soprattutto quei giochi di parole che nascevano in università,vorrei ricordare come si chiami la figura retorica che ho utilizzato per dire una cazzata così: “Si legge bene l’avviso?! Si legge?! Bene! L’avviso.”

Ma non me lo ricordo e probabilmente rido solo io di queste mie cazzate.

Ora non ho il tempo materiale di cercare, chi dovesse saperlo, ovviamente, lo scriva qui sotto, altrimenti, prima o poi, mi ricorderò di modificare questo post con la rispost.

Ho imparato a capire che il web è un mondo tanto uguale a quello reale, che ci si ritrovano spesso le medesime delusioni. Sarà forse più adatto al mio modo di cercare, sarà forse che mi son fatto le ossa da solo in questo ambiente, sarà forse che la fruizione a-temporale mi permette di seguirlo quando posso (o voglio), ma mi ci trovo molto a mio agio.

Scopro tante cose che mi piace condividere (con chi non so, anche se mi piace pensare che prima o poi qualcuno faccia click qui a fianco e dica: “diavolo! Che bello”, o qualcosa del genere), ma scopro sempe più spesso di non avere ancora imparato ad approcciarle in modo univoco. Mi spiego peggio: ci sono post informativi, del tipo tutte le soluzioni “verdi” che engadget produce, ci sono post da ridere o da sorprendersi e poi ci son post che vanno alla gola, al cuore e a tutto quanto sappia vibrare … come questo.

E io non so ancora come reagire a queste cose. Sarà la risonanza di cui parlava Gramellini (valida anche per tante altre cose – come tentavo di spiegare ieri, o quando era), ma mi trovo ad apprezzare mille cose differenti in mille differenti modi. Come faccio a far passare ciò che penso senza dare impressioni sbagliate?! Quel piccolo diamante di racconto di Sviluppina è una cosa che ti lascia senza parole (io che sono uno che piange ai funerali che toccano altri, poi, mi sento pure uno stronzo), ma ne vorresti dire così tante che non sapresti da che parte cominciare. Il fatto è che se vuoi essere coerente, non le dici, perché devi rispettare tutto quello che c’è dentro e dietro le parole.

E prima pensi che vuoi che tutti leggano quella cosa e sappiano che c’è chi è capace di sentire tutto quello, ma poi ti arriva il pensiero che l’hai condivisa senza dire una parola, proprio come una qualche vignetta stupida ma che ti è parsa simpatica. E quindi ti viene di commentarlo, quel post, ma non puoi mica aggiungere nulla, oppure non puoi rovinarlo con pensieri tuoi e nemmeno cercare di far vedere che tu sai sceglierti i feed e “splendi” di luce riflessa (questo non lo penso, ma ho notato che qualcuno lo fa).

Ma poi ti trovi lì che ancora hai gli occhi bagnati e un groppo in gola e speri solamente che le persone che scelgono di seguirti, abbiano almeno il sano tatto di comprendere il perché e il come hai condiviso ogni cosa. Speri che l’a-temporalità di questo mezzo, venga sfruttata nel modo giusto da chi capita tra le tue pagine. Sogni davvero che qualcuno venga attratto da quel link e si dimentichi di te, per lasciare le proprie corde a chi le sa pizzicare.

Credo davvero che condividere sia un insegnamento fondamentale che spesso viene sottostimato. E che i grazie non siano mai abbastanza.

Oggi sono in “citazione mode on”, o forse sto semplicemente cercando di lasciar fuori mille finti problemi che mi creo intorno, sfogandomi con ciò che leggo e mastico. In fondo siamo fatti così, se leggessimo il nostro libro preferito nel momento peggiore per esso, probabilmente lo troveremmo inutile o dimenticabile. Oggi, invece, tutto quanto mi sembra doveroso di dibattito, perché vorrei poter dibattere con chi ho intorno di quanto succede e non può cambiare nemmeno con un duello, altro che un dibattito.

Arrivo al dunque. Paul ha scritto questo. Visto che sono un “novellino” della rete attiva, non voglio estrapolare dalla sua originaria posizione una qualsiasi discussione, voglio solo prendere spunto per ribadire qualche piccolo concetto. Il suo post è tutto da leggere, si può assentire o storcere il naso, ma l’importante è provare a leggerlo (nonostante la lunghezza).

Spesso trovo divertente l’inventiva che porta PTWG a proporre idee innovative o reimpasti nuovi di vecchie cose, spesso, però, trovo le sue analisi ponderate, un po’ troppo aggressive e non sempre condivisibili. Con questo, voglio dire ciò che ho detto, senza togliere meriti o mettere sigilli. Il pensiero espresso oggi è sul filo del rasoio. Sono convinto anch’io che la compenetrazione di internet (per quello che immagino intenda parlare nel pezzo) stia “andando a rilento”, ma non ci metterei tutta questa foga nel paragonare e dare accenni di colpe.

In fondo, come giustamente detto nei commenti (da leggere e ai quali partecipare), i paragoni esposti non sono proprio corretti, alcuni “ammodernamenti” di oggetti già entrati nell’uso comune, non possono competere con l’affrontare un “nuovo mondo” che si viene a creare dall’altra parte di un dispositivo attivo quale il web. La macchina fotografica è traslata nell’era digitale, come doverosa conseguenza, il cellulare è l’estensione (oltre che dei corpi, ormai, anche) del vecchio apparecchio fisso casalingo. Le persone non hanno dovuto applicare troppi sforzi di intelletto per “fare il passaggio”. Click facevi, click fai ancora. La tua foto, ora, puoi tenerla o buttarla.

Internet (il web e tutte quelle cose che ci stanno dentro) è un mezzo un po’ più “incategorizzabile”, è una sorta di calderone in cui si possono trovare evoluzioni di molti apparecchi pre-esistenti, ma ci si incastrano nuove possibilità e nuovi punti di vista. Le “cose e-qualcosa” sono state un flop per molti motivi che spesso esulano sia dai promotori, che dal mezzo, ma anche dagli utenti. L’e-learning è preferibile quando costruito bene, prodotto bene e fruito in contesti specifici, quante possibilità ci sono che tutto questo si avveri contemporaneamente?! I fattori, gli attori e i soggetti sono molto più ampi e sfaccettati di tante altre “evoluzioni” che vengono considerate.

Insomma, bisogna riflettere su come ci si approcci a questo mezzo che, se non esistesse e non fosse così evoluto, non avrebbe mai saputo dare a Paul stesso la possibilità di congetturare così liberamente. Bisogna pensare di nuovo senza la logica dello stercorario di poc’anzi, il web è un oggetto dell’evoluzione, si evolve esso stesso e con lui anche le persone. L’oggetto è differente, come differenti sono le aspettative delle persone.

Condivido appieno il titolo, perché è sempre quella che manca VERAMENTE alla maggior parte delle persone, sempre e di nuovo soppiantata dal comodo raggiungimento del piacere maggiore con il minimo sforzo.

Condivisibile anche la parte sui “rimpianti” degli obiettivi mancati (che potrebbero avverarsi con il tempo): dal fatto che la musica costi ancora come (e forse più di) prima, al fatto che gli e-book non spopolino proprio come si sperava. Condivisibile fino a un certo punto, perché poi non è più solo colpa della curiosità delle persone, il digital divide c’è e, anche lui, non è attribuibile a un solo oggetto della discussione. C’è chi ci guadagna a mantenerlo e chi non ha voglia di superarlo.

Costruire Utopia è sempre stato impossibile (oltre che difficile), bisogna sempre prenderla a paragone come sprone per tentare di raggiungerla e ogni tanto ci sta anche sfogarsi per il mancato avverarsi di qualche promessa. Ma non bisognerebbe mai affermare con troppa certezza alcune asserzioni, ché le opinioni, si sa, sono come il buco del culo, ma, nonostante l’odore, non sono mai una sola per tutti.

Capita molto spesso che io trovi in giro, in libri e pagine e siti, cose che condivido appieno, che avrei da sempre voluto esprimere, ma che non avrei mai saputo chiarire altrettanto bene. Per questo condivido qualcuna di quelle notizie lì a destra (altre le condivido perché chi voglia, possa imparare a conoscere altre fette di realtà che la comune comunicazione non lascia sempre passare), per questo non smetto di leggere, per questo mi piacciono le conversazioni.

Oggi ho letto anche questo. E come spesso accade (è più raro non accada), l’ho condiviso con chi abbia voglia di farci click sopra. Non avrei mai saputo dire meglio quelle cose che passano anche per la mia mente (e non solo mia), avrei solo aggiunto sproloqui inutili sul fatto che sia sempre quel dannato problema della possibilità. Chi è ricco e lo ostenta, lo fa per povertà intellettuale e di spirito, ma lo fa anche perché può. Trovando terreno fertile (ovvero uno stuolo di persone che l’invidi oppure che lo sostenga), continua imperterrito nella spocchiosa dimostrazione dell'”Io sò io …”.

E sarà che non ho tutti i mezzi per conoscere appieno i “movimenti” di pensiero e spirito in Italia, ma non vedo poi così tanto sommovimento. Il solo fatto che l’esempio citato sia proprio ambientato in Sardegna, mi rimanda subito alle recenti elezioni, vinte da una faccia sorridente che rammentava la tranquillità e la prosperità di un mondo fantastico, nel quale non stiamo vivendo. E così penso che questa reazione è ancora là da venire. Perché la gente continua a sentirsi sicura e protetta perseverando nella fiducia in un semplice credo:
“ok, oggi mangio la tua merda, ma domani vedrai, sarai tu a mangiar la mia”.

Senza però accorgersi che quel domani è un concetto labile, molto labile. Tanto labile che per chi lo pronuncia è quasi qui, ma per quel “tu” è, e rimarrà, così lontano da non essere nemmeno vissuto. Un po’ come le più comuni risposte ai problemi che hanno e che creano: “beh, ma allora noi non ci saremo più”. La sempre ottima logica dello stercorario.