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Monthly Archives: aprile 2009

Dolci, che piegate il testone per capire cosa sia la novità che vi si para davanti. Teneri, che avete il pelo più morbido di qualsiasi altra cosa, anche dei pulcini che la vostra mamma sbrana senza sosta. Vivi, che non smettete un attimo di giocare, di correre, di arrampicarvi, di scoprire e di distruggere.

Stavo cucinando e ridevo per il solletico delle vostre unghiette, mentre affrontavate i miei pantaloni, fino a quando siete arrivati all’altezza della cintura e vi siete spaventati per la mia risata.

Stavo chiudendo una porta e voi continuavate a sedervici davanti, un passo e giù, un passo e giù, che vi facevate spingere, perché di muovervi da lì, nemmeno l’ombra di un dubbio.

Stavo lavando i piatti e mi divertivo a guardarvi giocare con le gocciole che vi facevano impazzire e correre e saltare e incastrarvi, mentre vi prendevate le code e cacciavate le vostre stesse ombre.

Siete ipnotici, iperattivi, instancabili, irresistibili e, per le botte in testa che pigliate, indistruttibili. Tutti vi adorano, vi cercano, vi raccolgono con la maggior cura possibile. Intanto voi, tremate di paura per quei dieci secondi, prima di dimenticare tutto e tornare ad arrampicarvi su qualsiasi tessuto o pendenza.

Vi perdono anche il primo volo del mio nuovo telefono. Non s’è fatto nulla, quindi vi perdono. Perché, in fondo, in fondo, è stato quasi divertente vedervi saltare sulla sedia a mò di “percorso vita”, annusare lo zaino fino al minimo acaro, salire, salire salire e fermarvi a scrutare il nemico. Che io pensavo fosse il tavolo. E invece.

Balzo
zampata
volo
tonfo.
(madonna del sottoscritto)

Vabbeh, niente di rotto. Scemi che non siete altro.

Siete troppo dei batuffoli, imbevuti di fragile splendore.

Ma cazzo, quanto cagate.

Lady Colante

Che ci faccio qui in pigiama, in piedi su una sedia in cucina?! Perché indosso ancora le ciabatte?! A cosa potrebbe servirmi quell’arnese lungo lungo che toglie le ragnatele?!

A vedermi dall’esterno, senza sapere l’ora in cui la scena si svolge, potrebbe sembrare una mattina di pulizie per uno svogliato maleducato.

E invece è mezzanotte.

Stavo per mettermi a dormire, poco fa, quando sento un trambusto crescente, venire dal piano di sotto. La gatta soffia e brontola per difendere i piccoli. Tonfi. Altri tonfi. Di nuovo guaiti della gatta all’attacco.

Scendo piano le scale e, per sciogliere la tensione, parlo. Dev’essere una cosa inconscia, come il pestare i piedi per scacciare i serpenti: “cosa c’è?!” rivolto alla gatta, come se lei potesse capire la domanda e addirittura il tono sotteso: “ma di cosa hai paura, gattina, ci sono qui io che ti difendo, io, grande, grosso e impavido”.

Altri due gradini e penso: “oggetto contundente … ho bisogno di un’arma … lunga possibilmente”.

Quando penso di essere nei soliti film dell’orrore, in cui non succede mai quello che dovrebbe, mi accorgo che la luce son riuscito ad accenderla … quindi non sono in un film dell’orrore.

Trovo l’attrezzo che si usa per togliere le ragnatele, quello lungo lungo, con l’asta telescopica. Ottimo. Prima di aprire la porta che da sul corridoio al piano terreno, accendo la luce anche lì.

Apro lentamente e scorgo la gatta che torna sicura verso la cucina, leccandosi i baffi e con la coda più grossa del mio fegato (che, figurativamente parlando, non dev’essere poi così difficile).

Ci sono batuffoli di qualcosa. Sembrano piume, ma non lo sembrano. La porta della sala è accostata al limite (ricordavo d’averla chiusa), un paio di questi batuffoli sembrano appiccicati proprio lì, sulla porta. La gatta torna per un giro d’ispezione, guarda attenta l’ingresso, poi la porta della cantina.

Io continuo nel mio battere a terra, ogni tanto, quell’arnese senza nome. Poi mi sporgo verso l’ingresso, ché la gatta ha esitato, guardando lì. Niente … niente … oddiodiodio … ah no, son le mie scarpe … niente … niente … bah … non c’è niente, o meglio, io non vedo niente.

Non so per quale motivo ho paura, ma ce l’ho. Se quella cosa è stata “sconfitta” o anche solo affrontata dalla mia gatta, non può farmi certo del male. Non sono mai stato bravo a convincermi. Ho paura.

Ho così paura che non voglio superare una stupida linea immaginaria che “sento” tra me e la porta della sala; vorrei andare a chiuderla, ma non ce la faccio. Allora uso il lungarnese. Dannazione, la cima del “coso” non è abbastanza rigida o pesante da inclinare la maniglia quanto basti per chiudere. Uff … beh … bah … che importa, scorrazzi pure per la sala, la mia gatta lo/la sconfiggerà … .. . .. … gatta?! … gattina?! … amore mio, vieni a sconfiggere quello/a che stavi cacciando … dai.

Decido di accendere le luci della cucina, sempre meglio avere una buona visuale, mica ho visto tutti quei film dell’orrore per masochismo … o forse sì?!

Nulla, si sentono solo dei tonfettini provenienti dal lavandino. Ma non è niente, i piccoli si nascondono lì, non appena succede qualcosa, li ho già visti farlo altre volte, non c’è da preocc… gatta?! Perché soffi e mugugni contro il lavandino?! Non sono mica i tuoi piccoli quelli?! Vero che sono loro?! Lo fanno sempre … li ho visti io!

Sì, son loro, se n’era solo dimenticata … SOLO.

I miei piedi dicono alla mia testa che: “qualsiasi cosa sia, noi siamo nudi … potrebbe morderci, beccarci (se son piume, quelle), succhiarci il sangue, strapparci le unghie … o addirittura sporcarci” sia mai! Bisogna fare qualcosa. Le sedie della cucina sono così invitanti, ma il solo pensiero di togliere quelle rassicuranti ciabatte mi fa svenire. Al diavolo l’educazione, tanto li faccio io i mestieri. Sono un uomo, mi so prendere le mie responsabilità. Io.

Su.

Ora?!

Beh, prima o poi qualcosa succederà.

Ci hanno girato fior fior di film su trame così. Non succede nulla per ore e poi ZAC! E tutto scivola nel delirio rutilante di mannaje e sangue e cervella e arti mozzati. Lo so, io.

Ma perché cazzo penso a ste cose?!

Devo stare all’erta.

Vigile.

Prima che quella cosa esca e mi sbrani.

Se guardo il corridoio illuminato, potrei non vedere quella cosa spuntare dal lavandino, se guardo il lavandino potrei perdermi l’agguato dal corridoio illum… ecco! Se spengo la luce in corridoio, la cosa potrebbe pensare che io me ne sia andato … sì! Così potrei vedere cosa sia e aggredirlo/a, sfoggiare le mie doti predatorie e gongolarmi davanti al mio pubblico felino.

Scendere da qui per spegnere la luce?! Naaaa … abbiamo un lungarnese, sfruttiamolo. Come un ubriaco con la toppa del portone di casa, manco il bersaglio parecchie volte, ma alla fine ci riesco. E subito penso: “ma che cazzo spengo la luce?! Se poi esce, io mica lo/la vedo”.

Non ne imbrocco una … tipico, tipico dei film dell’orrore.

Intanto l’istinto mi fa capire dove guardare. Si sa, i gatti sentono meglio degli umani, i gatti sono più reattivi, i gatti sono nati per predare. Io mi fido della mia gatta. Lei sa come comportarsi, lei guarda il corridoio. Io … .. . .. … guardo la gatta. Il perfetto compromesso, non il fronte sud, non quello nord, ma la sirena. Appena scatta l’allarme, lo seguo.

Devo solo aspettare …

attendere pronto …

nervi saldi …

la gatta si muove … ah no, si sta leccando …

io scruto il buio: “ti copro io le spalle, tranquilla, finisci pure”

la gatta finisce … torna a scrutare lei il corridoio … io torno alla gatta.

Di nuovo si muove … si sdraia più comoda. Quanto lo so, amica mia, l’attesa è snervante, meglio stare comodi. In fondo siamo noi in posizione dominante. Io sono pure in sopraelevata, come i castelli migliori.

Gatta …

perché cambi espressione?!

No, no … rimani … stai …

Diavolo … s’è addormentata.

E io che cazzo ci faccio qui?!

Meglio tornare a letto, che fa un diavolo di freddo. Al nostro nemico ci penserò domani. Sempre io mi ricordi di tutto questo.

“And I’ll walk the plank
and I’ll jump with a smile
if I’m gonna go down
I’m gonna do it with style
And you won’t see me surrender
you won’t hear me confess
‘cause you’ve left me with nothing
but I’ve worked with less …”

Ani Difranco – Dilate

In realtà la citazione voleva essere un’altra, ma visto che quest’album è da citare in toto, ho preferito mettere questa chiosa che sta bene uguale.

Quel che mi porta a scrivere ora è un lato strano degli incontri che si fanno, delle persone che si frequentano e del proprio modo di rapportarsi alle persone.

Ho sempre dato molto peso al “parere altrui” o a “cosa penserà/penseranno se io …”, tanto che ultimamente (non so da quando) mi viene naturale. Dev’essere uno di quegli automatismi che vengono a tutti, ci sono le persone brillanti che sanno rispondere a tono in ogni occasione, ci sono persone pratiche che sanno gestire le difficoltà con precisa sicurezza, ci sono persone tanto abituate a vendersi, che riescono a convincere chiunque della propria superiorità. Insomma, di nuovo un’abitudine che gestisce, governa e inclina le vite.

Non so se la mia sia timidezza, ma so che è sincerità. Non riesco a non essere sinceramente grato e onorato di quanto la gente mi dia. Sia anche solo una pacca sulla spalla di un ubriaco che non conosce nemmeno il mio nome.

Ieri sera ho di nuovo sentito male davanti alle orecchie, per il troppo sorridere imbarazzato davanti a gente contenta di essere lì, anche con me. Ieri sera ho di nuovo sentito di trattenere il mio istinto di abbracciare chiunque, anche se poi, in realtà, ho esagerato comunque.
Ieri sera ho di nuovo sentito di non inchinarmi mai abbastanza.

E non è per sciocco sentirsi inferiori, ma è per ponderato sentirsi in debito (anche inferiori, ma questo, ormai, è assodato e preso come sprone, non come flagello).

Insomma, in realtà ho citato quella canzone perché poco prima lei diceva: “when i need to wipe my face, i use the back of my hand, and i like to take up space, just because i can. And i use my dress to wipe up my drink, you know i care less and less what people think …” che è un modo zoticonissimo di dire ciò che vorrei saper dire prima di interagire in qualsiasi modo con qualsiasi persona. Perché è verissimo che non mi importi di ciò che la gente pensi di me, ma non per il motivo negativo che potrebbe sentirsi in quella medesima frase, ma è perché ciò che faccio, lo faccio sinceramente, ciò che dico, lo dico nel più piano modo possibile, ciò che cerco di costruire, lo faccio nel modo più altruista possibile, perché si ha troppo poco tempo per perderlo con crucci. E non voglio esser causa d’alcun cruccio. Mai.

Per questo motivo l’uno o il nessuno che sono nei centomila occhi di tutti, vorrei fosse come un respiro buono, un abbraccio e niente più, per non disturbare, ma per esser d’aiuto o conforto, quando possibile.

Ne siamo proprio sicuri?!

Io, intanto, non lo scordo. E spero si torni presto a lottare per diritti e ideali.

Grazie a Mitì, leggo questo articolo, ora non ho tempo di leggere i milioni di commenti e, quindi, non so se già sia stata declamata questa citazione; una persona a me cara mi ha raccontato che alla prima lezione di chimica in università, il professore appena entrato chiese: “cos’è la chimica?!” e si rispose tosto “la chimica è tutto … quando sento dire in televisione: “Incidente sull’autostrada, coinvolto un tir che trasportava sostanze chimiche” mi chiedo “e cosa avrebbe dovuto trasportare degli uno?!””

Oggi ho scritto a una persona che ho ritrovato dopo tanto tempo. Uguale a sempre, forse perché non legata a nulla di concreto, ma solo di postulato o “sentito” col cuore-anima-cervello, senza quella abitudine giornaliera che “abitua” con quella paccottiglia pratica.

Perché, in fondo, è tutta una questione di punti di vista e di abitudine. Se non avessi mai conosciuto i Nirvana, probabilmente adesso non troverei “mosci” i Black Sabbath. Se non avessi imparato a pormi domande, probabilmente avrei perso persone, distrutto strutture e tanto altro.

E forse è giusto così, vedersi ogni cinque anni, senza pretese o rivalse, senza nemmeno il pensiero di “perché non m’hai chiamato?!”, ché tanto anche l’altro avrebbe potuto dire uguale; rivedersi uguali e parlare meglio che con persone che si assaggiano tutti i giorni, come se il lustro fosse stato solo un respiro trattenuto, senza sforzo, con la speranza e la candida beatitudine di poter riabbracciare quella voce amica.

Oggi le ho scritto perché vorrei sapesse che spesso mi capita di pensarla, tutto qui. E non sapevo che altro scrivere oltre a “grazie”. Allora son partito per la tangente, ma spero abbia capito ciò che intendevo.

Le ho scritto: “la curiosità è il motore che fa crescere la conoscenza, la conoscenza è, insieme con la sorpresa, la fonte prima di gioia … splendido poter dire “ti conosco””

Sto leggendo Dawkins che cerca di convincermi di cose di cui già son convinto, ma ciò che mi piace e interessa sono le tesi che propone, i modi di risolverle e le risposte agli altri tentativi di soluzione. Mi aiuta, sempre per quella storia delle addizioni, a comprendere e affrontare molti altri problemi.

Partiamo dal principio (che poi non è principio di niente, in mezzo a tutto). Voglio mettere i pannelli solari. Decido di chiedere e mi informo, scopro tante cose e mi instillo tanti dubbi. Il tempo trascorre, causa mia o altrui, poco importa. Ciò che, ultimamente, mi porta a riflettere sono, di nuovo e ancora e sempre, le persone.

Comprendo benissimo di non conoscere tutte le competenze necessarie e tutte le mansioni di un tecnico comunale (come di tutti gli attori di questa tragicommedia), ma quando le cose mi vengono spiegate, mi sforzo di accettarle, quando accettabili; e mi pongo domande, quando non accettabili.

La scena che mi ha stupito l’altra mattina è stata:
il tecnico comunale ci accoglie nel proprio studio e, riconoscendoci, ci parla molto specifico e tranquillo di ciò che serva e ciò che non sia necessario; sorgono domande e si delineano soluzioni. Finché una domanda specifica suona un po’ così: “ma questa richiesta dobbiamo presentarla o meno?!” (la richiesta in questione ritarderebbe di altri 30 giorni il lavoro, ma questo sembra preoccupare solo me, decido di tralasciare). Il tecnico si pencola indietro sullo schienale della sedia e incrocia le dita dietro la testa: “beh, ho sentito parlare di una legge europea che permetterebbe di NON presentare la domanda …” il mio capo fa cenno fiducioso e gli occhi sorridono dilatati “… ma non è detto che qui sia stata percepita”.

Ora come ora, sono lento si sa, mi sovvengono argute argomentazioni del tipo: “vi serve un amplifon?!” o mille altre, ancora meno divertenti, ma la mia natura di bambino che impara, mi ha portato a chiedere: “scusi, forse ho capito male, ma lei mi sta dicendo che esiste una legge, ma non è detto che qui, voi, vogliate applicarla?!”

L’ho percepito solo nel geometra che mi accompagnava, quel respiro interrotto tipico delle mamme davanti ai propri figli che sfoggiano parole tipo “caccamerdastronzo” in risposta ai preti che chiedono “e parla già suo figlio?!”; ma mi ha riempito di orgoglio essere l’idiot (peu) savant della situazione.

Rimane che non posso nulla contro lo strapotere dell’assurdo.

Il tecnico ha socchiuso gli occhi, ha alzato le spalle e ha detto: “beh, sa com’è, siamo in Italia”.

Che cazzo di risposta è?!
“mamma, perché la pasta è salata?!”
“beh, sai, a 13 anni ho visto uno struzzo”

E sembrava anche sicuro che quella risposta giustificasse il tutto. Non ho ribattuto per manifesta inferiorità, non sono così brillante da riuscire a rispondere: “ah, ok allora mi dia anche due etti di barfandibellegioculiambolo” così, a canovaccio. Mi ci vogliono giorni di prove ed esercizi.

Mi sono inchinato ai maestri indiscussi e sono uscito dal comune con lo stesso dubbio con il quale ero entrato: “vale la pena penare per valere?!”

Sì, nonostante la realtà che si vive urli NO! a tutti i venti. Dawkins batte sul ferro caldo facendomi aggiungere anche altre situazioni: così come NON sono gli atei a dover portare dimostrazioni ai teisti della non esistenza di un dio, così anche le persone normali NON devono portare prove per convincere gli sciachimisti, così anche un cittadino normale NON deve chiedere che venga applicata una legge da chi sarebbe preposto a farla rispettare. O sbaglio?!

Era in terza elementare, se non sbaglio, comunque erano le frazioni. Ricordo che la maestra (allora ancora una sola) ci aveva insegnato le semplici operazioni che si possono compiere con i numeri. Ci aveva aperto quel mondo che sono i numeri “con la virgola”.

Non sono un fulmine di guerra, la matematica mi ha sempre affascinato, ma, come in tutto, la mia mediocrità mi ha frenato dall’approfondirla (tanto per dire, alla maturità, in matematica ho fatto praticamente scena muta, se non fosse che ho scritto tutto, come fosse un compito in classe e non un’interrogazione). Ma quando mi insegnavano qualcosa di nuovo, io non riuscivo a trattenermi dal tuffarmici a capofitto.

Il mio foglio a quadretti non voleva mai contenere tutti i numeri che trovavo, probabilmente la maestra ci aveva detto che quella frazione dava un numero con decimali infiniti e io la presi come una sfida (o forse è solo il mio ricordo che romanza). So solo che cedetti alla fine della mattinata, dopo ore di altre materie che, ovviamente, non ricordo. Presentai alla maestra quattro o cinque pagine intere di cifre e le chiesi “candido” se fossero giuste, o un’altra domanda stupida quanto questa.

Non ricordo la reazione, probabilmente avrà riso, o solo sorriso. Ciò che me l’ha riportato alla mente è quello che ho tentato di spiegare in un post recente: io faccio addizioni.

Mi trovo spesso a notare legami tra fatti e realtà differenti o lontane, mi ritrovo a unire situazioni a fare paragoni. E quando imparo qualcosa di nuovo, lo seguo e lo applico, lo eviscero, lo accantono e ci gioco, come un enorme gatto con il minuscolo topo. Non che questi voli portino ad altro se non ad altri voli, quasi mai a conclusioni. Ma mi accontento di questo, visto che trovo molto più adatte altre menti alla stesura di risultati.

Quello che mi piace, poi, è cullarmi nel caldo di un manto chiamato agnizione. A volte leggo passaggi di libri mai visti, in cui riscopro verità che avevo sfiorato nei miei tentativi di volo da aquilotto. Ed è un nuovo sorriso, un battito in più, sentirsi vivi per aver imparato qualcosa.

Il post sul telefono che avevo dichiarato qualche giorno fa, poi, non l’ho più scritto. Non so perché.

Oggi scrivo questo che, magari non avrà lo stesso effetto o lo stesso valore, ma mi andava di chiarire anche questo aspetto di ciò che faccio, mi capita e in cui credo.

Ho un nuovo telefono, come qualcuno già sa; e mi diverto un mondo ad arrabbiarmici su. È un telefono per smanettoni, viene venduto con quest’avvertenza, ma, forse, non è sufficiente per chi lo considera un prodotto pronto all’uso. La crisi imperante e, probabilmente, l’errata gestione di troppi progetti, ha portato la casa produttrice a decidere di non proseguire nello sviluppo di un successore (il GTA03), ma di convogliare le forze in un “piano B”, di cui non si sa molto. Il post avrebbe dovuto parlare di questo e aiutare la comunità a chiarire questa questione, sorta per colpa di una disinformazione presa sottogamba da troppe testate. Questo paragrafo non sarà poi così efficace, ma io ce l’ho messo ugualmente.

Quello che, invece, vorrei chiarire qui, è un altro punto. Io questo telefono l’ho preso perché ci credo: credo nella possibilità di una concertazione di sforzi gratuitamente infusi per un bene comune; credo nella possibilità di raggiungere livelli di prodotto migliori, grazie alla semplice passione di chi è competente e capace; credo nella forza che più menti e più braccia con quella “scintilla” possono raggiungere.

Purtroppo, però, io non ho le capacità e le nozioni adatte e necessarie per far progredire questo progetto. E questo mi rode e mi dispiace. Ma non per questo demordo.

Continuerò a seguire il forum italiano dedicato al, così ribattezzato,  telefoninux; se possibile aiuterò col tenere in ordine il wiki relativo e, quando sicuro, quello ufficiale-internazionale; proporrò idee e aiuterò a incanalare nel verso giusto gli sforzi di tutti. Ciò che mi ostino a non capire è che NON potrò mai saper fare quello che fanno “loro”.

Ci sono immensi e divertenti thread nei quali mi tuffo entusiasta, che arrivano quasi sempre a un punto di caotici rimandi a “semplici” comandi, che mi ribaltano il cervello e mi lasciano lì, incapace di risolvere una situazione che mi intriga. Oggi ho deciso che dovrò imparare a censurarmi. Quando qualcosa mi interessa, ma raggiunge un livello di preparazione troppo alto per i miei livelli, mi dovrò concedere la lettura di un massimo di tre risposte contenenti parole o concetti comprensibili al solo Sheldon Cooper. Dopodiché – click! e il quadratino arancione con la crocina bianca, verrà premuto.

Mi dispiace seriamente non essere all’altezza di modificare “una semplice variabile” in un incastro di funzioni, ma sono felice di sapere che ci sono persone che lo sanno fare e che non lesinano sforzi per poterlo permettere, in un futuro imprecisato, anche ad altri come me, ai quali se non dai un solo e semplice pulsante da premere, cominciano a tremare, respirare affannato e porsi più domande che sangue al cervello.

Così dico a voi, futuri fruitori di software libero e splendido sui vostri dispositivi mobili: “io ci sono e vi terrò aggiornati. Quando quell’oggetto e il suo contenuto saranno a prova dello stupido che sono, potrete farlo vostro”