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È tutto il giorno che leggo, ascolto e rimugino su ciò che è accaduto, sento i soliti che sostengono fosse evitabile, totalmente o in parte, i soliti che dicono si sia fatto il possibile. Insomma, i soliti che fanno il solito.

Io, per quanto mi riguarda chiedo scusa per aver parlato di qualcosa di mero e meramente personale quanto “ciò che faccio”, quando invece ci sono delle persone che realmente aiutano, perdono giornate e notti e forze per scavare nelle macerie.

È sempre stato un mio cruccio e spero, un giorno, di riuscire a riscattarmi. Io non so ritagliarmi forze e spazio per fare qualcosa di socialmente utile quale un’attività volontaria, che tanti fanno da tanto tempo, che prendono come qualcosa di ovvio, o di pesante quanto io prendo una mia cazzatella. Insomma, io non sono in grado di scegliere a fatti, quello che, a parole, so essere il piano giusto.

E ho voglia a dire che se facessi il volontario in croce rossa non sarei in grado di aiutare uno con un braccio spezzato perché gli vomiterei addosso (questa è per smorzare il magone, ma è anche vera, sento molto più dolore per qualcosa che succede ad altri, piuttosto che per quanto succeda a me), oppure che non sarei d’aiuto a una comunità di recupero perché vedo in quelle persone degli dei da scoprire e venerare, lasciando fare loro qualsiasi cosa vanificando ogni intento educativo oppure che non sarei abbastanza forte per intervenire in situazioni come quella di oggi nelle file di associazioni quali il CAI.

Non è vero niente. E lo so anch’io. Perché sarebbe bastato fare un passo, dire un sì, tendere una mano. E io non sarei qui, non avrei queste fisime e, soprattutto, avrei più fatto che detto (e ti starai dicendo: “che manna sarebbe!”).

E ora non sarei qui a dispiacermi sterilmente per delle persone perse, ma avrei in mano attrezzi e corpi, per cercare di tenere in piedi qualcuno e le sue speranze.

C’è un particolare triste, nella tristezza stessa: l’unica famiglia abruzzese che conosco personalmente è quella di due vicini di casa. Due fiorai, lavoratori infaticabili, che mangiano più di quanto parlino e parlano peggio di quanto guadagnino. Non so perché io abbia fatto questo collegamento, ma c’è una cosa che mi ha spento ancor di più il cuore: sapere che lui, il marito, ha un cancro diffuso in tutto il corpo, saperlo destinato a morire, ignaro della propria condizione, in quella speranza che i medici credono opportuna (e si ostinano a farlo, nonostante io non sappia decidere cosa sia meglio) e vedere che uno dei suoi ultimi ricordi sarà la beffa di una ferita alla sua terra.

Un accanimento inutile, cinico e spietato. Che lascia amaro me, che non so essere nessuno, ma che è uno stronzo scherzo del caos. Fanculo.

Ciao Antonio. Ricordati di quante partite hai vinto con le carte consumate, di quanto sole hai regalato a chi ammirava i tuoi fiori e di quanto buone fossero le tue grigliate. A questa ferita, ci penserà qualcun altro. Tu respira leggero e sorridi, quando vai.

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One Comment

  1. bella, la conclusione, quando dalla tua presunta impotenza a far l’eroe quotidiano passi a dar conto della tua quotidiana empatia… ti capisco, per esser simile (ho fatto il volontario per un breve periodo, ma niente di sporco, di vile: come te, non ci ho il fisico)

    io avevo uno zio abruzzese, morto molti anni fa, che ricordo vivdamente, una persona dolcissima; poi, ho un amico abruzzese, di recente trasferito, ma con famiglia sul posto; infine, ho un altro amico che ha la donna a Pescara… oggi ho pensato a tutti loro e mandato due messaggi ai vivi per sapere se avevano notizie brutte ed è tutto quel che ho fatto per star meglio con me stesso

    ecco, c’è chi riesce solo ad occuparsi d’una piccola cerchia, non ha energie per andar oltre, almeno non in modo eclatante, ma non per questo deve darsi la croce addosso, questo volevo dirti


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