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C’è una cosa che il vostro presidente del consiglio (e non si dice premier perché non siamo in un sistema politico che contempli questa figura, ma anche questo termine aiuta a spiegare questo post) e tutta la gente attorno a lui è riuscita a fare. Grazie a molta pratica nel campo della comunicazione, quest’uomo e il suo entourage hanno saputo “parlare alle persone”.

E non dico che abbiano dato loro qualcosa in cui credere, perché quel modello di vita che hanno proposto è un mero “pensa che un giorno potresti avere tutto quello che ho io”, una carota mingherlina e irraggiungibile, mentre con il bastone perpetrava le peggiori sevizie. Non dico nemmeno che abbia calcolato tutto e modificato il proprio modo di essere, anzi, ogni tanto ci rilascia perle della propria saggezza che ci fanno capire di quale spessore siano i ragionamenti che quella crapa rinfoltita trattiene.

Quello che dico è proprio quell’asse significato-significante che, con la ripetizione, con il gioco della paura o del bisogno, sono riusciti a far pendere a proprio favore o, comunque, a smuovere e falsare.

Come, ridendo, spiegava Benigni in un passaggio riguardante la sua vicina di casa dal nome Italia, anch’io mi ritrovo a ripensarci quando devo utilizzare una parola che potrebbe rimandare a quanto detto, utilizzato o sbeffeggiato da quella parte politica (che è politica solamente a piacimento, perché quando fa comodo, si ribadisce bella mente che la sua preparazione non è per nulla politica, ma nessuno gli ha mai posto la domanda: “allora che cacchio ci fa lì?!”).

Ora, però, mi son rotto un po’, perché non è possibile che io debba fare giri di parole, saltellare sulle punte e danzar la morte del cigno per poter dire LIBERTÀ.

Cacchio, già da piccolo mi sentivo ridicolo perché mi immaginavo, negli occhi dei miei interlocutori (sempre ce ne fossero stati, potrai ben immaginare che sante palle di bambino devo essere stato), con la faccia pittata di blu e un kilt, al solo pronunciare quella parola. Ma adesso non è più la stessa cosa.

Io voglio poter declinare quel concetto in ogni sua sottile variante, voglio portarlo come vessillo, voglio sentirlo e viverlo come è giusto che sia. Non voglio essere frainteso o dover per forza specificare che “non in quella accezione”.

Se io utilizzo del software libero, mi viene da dire “open”, perché anche solo un po’, mi salta in mente un giornale fazioso e becero; se voglio esprimere un mio parere su qualsivoglia legge o regola di comportamento, mi viene da dire “libertà di scelta e opinione”, ma non posso che rivedermi quegli schieramenti di sorrisi che non fanno altro che sancire e vendere un’assurdo 1984 come grande auspicio e utopia concreta.

Insomma, in realtà, io volevo scrivere un paio di righe sul mio telefono nuovo, che è un telefono libero, che mi permette di scegliere e decidere in piena libertà. Ma quel carico di intenso valore e significato che io avrei dato a queste righe, mi sembra svuotato da quella sistematica aggressione verbale e figurativa che la massa ha imparato ad assorbire e fare propria. Senza più scandalizzarsi per attacchi o assurdità, convinta di essere davvero più libera di prima (forse è vero, lo siamo, ma in questa nuova vuota accezione!).

Mi sa che il post sul telefono lo scrivo fra poco, perché ormai sono andato fuori tema … mi scusi signora maestra.

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