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Monthly Archives: maggio 2009

Parlami, di quelle mani
di pietra e lama,
che in buio di suono
t’hanno zittito i sogni.
Piangimi ogni colpo
di carne e voglia,
che ignorante
ha rapito il soffio
di provare sorpresa.
Chiedimi abbracci
di tempo e parole,
ché solo di questo
sono capace.
Se solo …
niente, se non
il tuo male in me
e tu di nuovo
luce di respiri e veli.

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Proprio quando senti un po’ più tuo quel gesto di allargare il viso in un sorriso, realtà dopo realtà, c’è sempre un subdolo martello che colpisce e modella di nuovo quella tua bocca in un teso e informe tratto enigmatico, quanto una Monna Lisa involontaria.

Sono una persona normale e, in quanto tale, tendo ad avere un orgoglio che non riesco sempre a tenere a freno. Cerco di aggirare il problema partendo dal presupposto di essere un completo idiota, di non avere doti, talenti o velleità, di partire dal presupposto di avere ed essere sbagliato; ma puttana la vacca, c’è sempre una soglia che invalida ogni sforzo. Sono convinto che ogni cosa vada “presa dal basso”; tu ti aspetti il peggio, ti ritieni il peggio, immagini il peggio … e tutto ciò che arriva, può solo esser meglio. Così puoi affrontarlo a mente serena.

E invece no.

Invece no, perché chi ti è attorno, trova comunque il modo di farti sentire un idiota. Si sa, chi vuole aver ragione, l’avrà. Magari solo per sé e sarà solo ottusa e strenua riconferma del proprio egoistico sentirsi il migliore, ma chi vuole aver ragione, non ammetterà mai di non averla.

Se rispondi con la tua ragione, dovrai lottare strenuamente perché venga anche solo ascoltata.
Se dai ragione a qualcuno, ti verrà mossa la critica della tua scarsa spina dorsale e della tua mancanza di personalità.
Se cerchi di dimostrare che come fai, fai, sbagli comunque, verrai tacciato di coda di paglia o di manie di persecuzione.

Insomma, questa sera sono arrivato a pensare che avere la coda di paglia sia quasi un merito o un vanto: “sì, ho la coda di paglia, ma che cazzo di demerito è?!”. Intendo, nel computo della discussione, se io ti do ragione, tu rincari la dose dicendomi “non sai le cose”, avrò pure il diritto di risponderti “ok, non so le cose, chette devo dì?!” … “sì, ma hai proprio la coda di paglia!”.

Boia di quella vacca impiastricciata di guano, vuoi troncarmi delle cesoie nello stomaco per concludere la mattanza?! Se a livello di discussione ti ho dato ragione, a livello di preparazione ti ho riconfermato la tua superiorità, tu mi seghi le gambe anche a livello di personalità?! Quasi quasi, davvero, me la pettino ben bene la mia cara coda di paglia. Sembra essere abbastanza umidiccia da non prendere fuoco tanto presto. Chissà che un giorno non mi torni utile per ramazzare la stanza.

Questo è ciò che, sicuramente sbagliando, ho scritto a geometri, impiantisti e coordinatori dei lavori. Si capisce qualcosa?! Se sì, chi ha orecchie per intendere, avrà inteso?!

Buongiorno,
probabilmente è la presunzione di chi è ignorante come me, a portarmi a un nuovo sfogo (forse poco) giustificato; oppure sono le assurdità della burocrazia e di questo strano lassismo imperante, a rendermi così noioso con Voi.
Mi trovo a chiedermi, ma soprattutto a chiederVi, come ci si debba comportare in situazioni come queste, visto che per me è la prima volta (e visti i risultati, spero anche l’ultima), ma penso che per Voi non lo sia. Tralasciando le lungaggini legate a impossibilità dei singoli soggetti coinvolti in questa situazione, convenendo con Voi che il lavoro sia lavoro e lo si debba cogliere quando presente; alcune domande e piccoli paradossi, non possono che saltare palesi alla mente.
Nella mia utopistica visione meritocratica della società, mi aspetterei di constatare che ad un’azione segua una reazione; che ad una domanda, una risposta; e tante altre cose che, purtroppo, non posso accanirmi a ritenere plausibili in questa realtà.
Sarà forse la mia condizione di precario, sarà forse la mia educazione ipocrita, sarà anche una mia tendenza all’egoismo, ma se mi si presenta la possibilità di seguire un lavoro, che mi piaccia o meno, commissionato dal più viscido e bieco o dal più santo personaggio, che “valga la candela” o mano, io tendo ad accettarlo. Una volta accettato, tendo a portarlo a termine. Non solo per uno stupido e anacronistico senso del dovere, ma anche perché, sia il viscido che il santo, se non dovessero vedermi dare il massimo o anche solo impegnarmi a concludere il lavoro, non ci penserebbero due volte a lasciarmi a casa, con tutte le ragioni di questa terra. Probabilmente la mia poca preparazione su argomenti pregni, mi porta a sopravvalutare le poche abilità che possiedo, innescando un meccanismo di fiducia e soddisfazione tra il datore di lavoro e me.
Nel Vostro caso, la situazione può essere differente, visto che questo tipo di lavoro è composto da una fase lunga e tortuosa che riguarda la preparazione, e da una più attiva, ma breve, di vera e propria azione sul campo. Ci sono trattative e misurazioni, alternative e attese, insomma, un sacco di fattori che allungano i tempi di realizzazione.
Il fulcro della questione, però, rimane: se una persona lavora bene, merita di lavorare.
Pur concordando anche sul fatto che non sia possibile assecondare tutti i capricci di tutti i committenti, spero di poter affermare di non essere troppo schizzinoso o tanto querulo, come cliente. Magari questi sfoghi sono esagerati e rientrano nel querulo, appunto, ma essendo diluiti nel tempo, oso sperare non risultino eccessivi.
Non sono il tipo da infrangere regole e leggi per approfittarne o trarre alcun vantaggio, ma riesce ancora a stupirmi che per ritirare un modulo in comune, dopo aver pagato una marca da bollo e atteso un giorno che il servizio postale tornasse funzionante e mi consentisse di portare a termine il saldo di un bollettino, dopo essermi sincerato che l’ennesimo errore del tecnico comunale non inficiasse l’operazione, mi venga rivolto un simpatico: “stavo per morderla, io oggi non ricevo” al mio apparire davanti alla porta del suddetto tecnico comunale. Essendo mia abitudine e mio intento rispondere sempre, quando possibile, con un sorriso, anche alle avversità, ho rassicurato l’indaffarata lavoratrice con un: “sono qui per fissare un appuntamento”, la risposta allarmata mi ha confermato ulteriormente che questa mia tecnica è poco efficace, d’altronde non c’è peggior sordo di chi non voglia sentire: “perché?! C’è qualche problema?!”. Insomma, se è così ostico e impegnativo consegnarmi un foglio (o un fascicolo), sottostò volentieri ai metodi: “no – sorriso – solo per ritirare l’autorizzazione”; ma che, almeno, ci si accorga di quanto sia assurdo creare questioni inesistenti per il puro giustificare il proprio ruolo.
Oltre al lato puramente burocratico, questo lavoro “infinito” deve assecondare anche dei lati pratici. Mi sembra strano che un committente si debba rivolgere più volte alle persone che ingaggia; mi risulta difficile accettare il fatto che debba sollecitare più volte l’intervento (visto che chi commissiona a me un determinato lavoro, non si sente in dovere di nulla e, nemmeno al primo sollecito, mi ha già sostituito con qualcun altro); che, una volta scelta un’impresa perché assicura una squadra di idraulici, elettricisti e muratori, pronta e coordinata, si ritrovi a scoprire che l’idraulico non consideri il lavoro sufficientemente degno della propria attenzione (dopo quattro chiamate dirette all’idraulico in questione, ho dovuto chiamare io per venire a conoscenza di questa considerazione, non viceversa, come reputo naturale: “non posso fare quel lavoro, ti chiamo e te lo dico”); che se una persona ha un lavoro che lo occupa per settimane, senza lasciare il tempo per curare un lavoro che sperava fosse avviato, nessuno consideri doveroso interessarsi in prima persona alla cura del cliente.
Ripeto, forse la mia è una visione troppo utopistica della società e del mondo, e forse sbaglio nel considerare fondamentalmente buone le persone; ma mi auguro che prima o poi il mondo del lavoro e del commercio (che, in fondo sono la stessa cosa) saranno governati da leggi di buon senso: “se una persona lavora bene, la consiglio a chi conosco e ne ha bisogno”; se il denaro fosse un mezzo e non un fine, forse tutto si sistemerebbe.
Chiedo scusa per la prolissità dello sfogo, ho cercato di usare il maggior tatto possibile per non urtare la sensibilità di nessuno. Dato che, materialmente, non ho ancora visto alcun risultato del Vostro lavoro, non posso certo ritenermi insoddisfatto o criticare il Vostro operato, ma mi ritengo autorizzato a rivolgermi nuovamente a Voi richiedendo un piccolo sforzo e un maggiore impegno, anche solo per evitarVi ulteriori comunicazioni quali la presente.
Mi sto rivolgendo a persone amiche, in qualità di idraulici, che possano portare a termine il lavoro al di fuori dell’orario di lavoro, per questo motivo non potranno molto coordinarsi con elettricista e muratori, ma mi auguro che una soluzione sia possibile. Rinnovo i ringraziamenti all’elettricista che è stato solerte e preciso nella preparazione del lavoro. Domattina dovrei chiudere la questione “smaltimento eternit”, ultimo “ostacolo” per un qualsiasi successivo intervento.
Di nuovo ringrazio per la disponibilità e confermo la mia disponibilità per un qualsiasi chiarimento.
A presto
Simone Savogin

Ho sempre avuto un rapporto altalenante con il sesso. Non che ne abbia fatto tanto, l’essere troppo aitanti, a volte, è un deterrente, si sa :).

Penso che, con tutta la buona volontà che riconosco loro, la colpa sia del mio rapporto con i miei genitori.

Sono arrivato a pensare che i genitori siano spesso creati per scovare ogni minimo pretesto per metterti in imbarazzo. Probabilmente loro non notano i limiti che ognuno si crea, che la società e la comunità, tacitamente, sanciscono. Probabilmente sono così rivoluzionari che io non riesco a capirli.

Il fatto è che non è sempre detto che la tattica migliore per “sdoganare” il sesso, sia evidenziarlo ogni santo momento possibile. Esistono momenti, al di fuori di camere da letto, auto appartate, spiagge deserte e chi più ne ha più ne ometta, durante i quali fare battute a sfondo sessuale rivolte a tuo figlio, in presenza della ragazza conosciuta da due giorni, non è proprio consigliato. Considerare che possa essere normale che quel ragazzetto che ti gira per casa non si vanti della propria vita sessuale, non significa venire meno a nessun dogma. Vagliare l’ipotesi che uno si possa anche ingozzare seriamente se, tornato tardi la sera, stia deglutendo del fresco thé alla pesca e gli si domandi “avete già fatto sesso?! No, perché è importante conoscersi” [silenzio imbarazzato] “daaai, insomma! Non c’è nulla da vergognarsi, ma piuttosto, se l’avete appena fatto, non è un buon segno, sai come si dice: Se fotter fa fame, fotti, se fotter fa sete, smetti!” COUGH-COUGH!! “MAMMAAAA!!”

Io non ho problemi con il sesso, mi lamento il giusto, quando non lo faccio, me lo godo, quando mi è possibile. Il fatto è che lo reputo una cosa troppo privata perché il resto del mondo snoccioli pareri sul mio praticarlo, ma lo reputo anche una cosa così bella e naturale, che mi farebbe piacere se nessuno ci costruisse attorno alcun tabù.

Rimane il fatto dei profilattici. I profilattici hanno sempre concentrato questo mio duplice approccio, in un tempo troppo breve per riuscire ad analizzarlo, quindi li ho sempre visti un po’ sublimi (che fan paura e affascinano). Insomma: andare a prenderli mi mette timore, mi figuro sempre la scena di un amico di vecchia data che mi incontra a quello scaffale e mi schiaffa una pacca sulla spalla giusto dopo il mio afferrare un pacchetto
– Ciaaaaao, quanto teeeeempo, come va?!
– … … beh … bene, tu?!
– Beh, bene, ma mai quanto te, vedo!
Insomma, una cosa un poco imbarazzante, ma mai quanto scontrarsi con un’amica e lasciar cadere il pacchetto:
– Oh, ciao, scusa, non ti avevo visto … lascia, ti aiuto …
Ecco. Lo so, sono catastrofico e pessimista, ma non riesco a togliermi le migliaia di esercizi di stile su questo tema.

Dall’altra parte c’è quel becero e bieco orgoglio che mi fa dire: “Ma che cacchio, io sto facendo una cosa che mi piace, sto facendo una cosa giusta, che mi importa degli altri?! Mica faccio loro del male!”. E mi vien da camminare a testa alta, finché non mi accorgo di sembrare uno di quei tamarri anni ottanta che facevano mostra di sé e di quanta “ginnastica” facessero. Allora mi ri-ingobbisco.

Una soluzione possibile sarebbero i distributori automatici, ma da una parte, costano il doppio del supermercato e, dall’altra, non escludono la possibilità che, mentre decido se quelli anatomici da 5 siano più indicati di quelli fruttati da 4, ma possano essere più pericolosi di quei sicuri scafandri standard da 6, non mi incroci la mia professoressa di matematica delle medie, che abita proprio lì sopra.

Insomma, quando devo comprare i preservativi, io son nervoso. Non ho problemi, ma sono nervoso.

Spero che quel che mi è successo oggi, possa aiutarmi in futuro, sciogliendo ogni mia riserva:
c’è bisogno di far la spesa, giusto pane e latte per la famiglia, la sabbietta per i gatti e qualcos’altro; ne approfitto per fare scorta di questi miei “antagonisti”. Mi munisco di cestello, lo riempio di un po’ di tutto, passo davanti al reparto farmacia, c’è una coppia di ragazzi che mi guarda, decido di passare oltre e prendere la sabbia. Ritorno e noto delle ragazzine che si scambiano pareri sui trucchi più “in” del momento, nonostante io sia notoriamente lento, mi passa una sequenza di immagini nella testa che passa dal: “ehi, le impressiono scegliendo il pacchetto king-size”e subito”se poi ridono?!”ma anche”lo giuro, signor giudice, mi han detto di avere 16 anni!!”. Passo oltre.

Finisco la spesa, non ho altre scuse. Ripasso senza guardare e dritto e sicuro, mi approprio di un pacco familiare (li ho già presi, vanno bene, non stiamo a questionare!).

Tutto liscio, non è suonato nessun allarme e non sono il milionesimo cliente.

Nel tragitto che va dal reparto farmacia alla cassa, pianifico una precisa strategia:
– cassa automatica, così nessuna cassiera prenderà in mano la scatola;
– impossibile passare i profilattici insieme con pane e latte, lo scontrino potrebbe saltare fuori in un qualsiasi momento, soprattutto durante la benedizione del prevosto;
– ok, passo prima la scatola. Pago. E poi faccio un altro conto con il resto.

Con noncuranza mi accodo. Con noncuranza passo la scatola. Con noncuranza rimuovo la scatola dalla plancia della cassa automatica. Con noncuranza infilo in un sacchetto quella bomba a orologeria. Con noncuranza mi appresto a passare sullo scanner il resto della spesa.

L’addetta al controllo delle casse automatiche, nota questo mio strano modo di fare la spesa: “come mai ha pagato una cosa e poi fa un altro conto con altra roba?! Non è che sta cercando di fregarmi?! Ennnò, ammè non mi freghi, bricconcello!”. E con noncuranza si appropria dello scontrino espulso dalla cassa.

Tutto accade in quei secondi che paion secoli: lei si accorge della situazione, io mi impegno più a fondo con il resto della spesa, lei azzarda un: “questo scontrino glielo lascio qui” e io evito di piangere con un “grazie”, lei torna alla sua postazione di controllo, io termino di pagare e le passo a pochi centimetri per raggiungere l’uscita, lei non mi degna di uno sguardo e si asciuga una stilla di sudore, proprio nel momento in cui io tossisco imbarazzato perché la gola non mi ha permesso di ripetere il “grazie”.

Insomma, s’esso fosse da tutti considerato la cosa naturale che è, queste situazioni non si ripeterebbero.

Ma forse, un po’, mi dispiacerebbe.

Lavorando un poco lontano da casa; lavorando più ore chiusi in uno studio, senza l’accesso alla rete che si è abituati ad avere; affrontando gli umori e la stupidità di molte persone che, una volta preso in mano il volante, si trasformano in furibondi godzilla sicuri d’aver ragione anche quando si ritrovano in un’auto in fiamme sul ciglio di un’autostrada deserta; non avendo più le forze necessarie per resistere e sacrificare qualche ora di anelato sonno per leggere tutto quel flusso incessante di interessanti novità; si riscoprono piaceri e si soppesano nuovi crucci.

Mi spiace non poter essere al passo con ricorrenze (surripedia ha compiuto un anno (solo?! Pensavo di seguirla da molto più tempo e di aver azzardato qualche lemma assai tardivamente, rispetto al focolaio)) da festeggiare; mi spiace condividere in ritardo cose che avrei apprezzato subito e distribuito istantaneamente, quando ancora calde; mi spiace non poter commentare in tempo certi avvenimenti, così che la lista di parole altrui, mi porti a quel picco d’indignazione che precede uno sfogo, ma che si allunga abbastanza da far sbollire gli istinti e, anzi, tramutarli in una sana agnizione di inutilità.

Rimane che, nonostante si sentano pesanti le sfaccettature negative, io mi ritrovi con in mano un lenzuolo, mentre rassetto la camera, a pensare quanto confortante e splendido possa essere sentirsi parte di qualcosa. Ci sono persone che ho conosciuto per caso, che, senza la minima pretesa, senza uno di quei soliti filtri che ci sono nella comunicazione, mi ha accolto, mi ha aiutato e mi ha sorriso. Ci sono altre persone che, senza sapere chi io sia, senza sapere che quella parola l’abbia scritta io, arrivino ad apprezzarla.

Ed è un’esplosione di piacere che è impossibile trattenere, mi ritrovo a respirare corto, con il volto rosso e sorridente da farmi male, che ringrazio mentalmente chiunque mi abbracci virtualmente con il lambire di un occhio. Speciali e forti, sono questi legami inesistenti. E mi piacerebbe ve ne fossero di più, nella vita reale.

Che quell’attore che non mi ha visto e, anzi, mi ha girato le spalle nemmeno un anno fa, ora mi consideri da ascoltare solo perché lì, davanti a un microfono, sono io che lo dirigo; mi riempie ovviamente d’orgoglio, mi porta a chiedermi se davvero io meriti il suo orecchio, ma porta a galla una semplice domanda: perché non da subito?!

Io sono uno che sorride. Quando ti stringo la mano, è raro che anche il mio cuore non sia lì, sul mio volto. Chiunque tu sia, qualunque sia il tuo passato.
Io sono anche uno che è triste. Quando mi pongo le mie stupide domande, mi lascio andare a delusioni cariche ed evitabili.

Ma sono convinto che sorridere sia la migliore risposta, comunque. Perché è una di quelle splendide asce bipenne. Se chi ti vede splendere è un amico, ha bisogno di te, non ti conosce ma vorrebbe o chissà che altro, non potrà che sentirsi a casa, sapendoti lì. Se, invece, chi riceve il tuo sorriso è quello stronzo che ti ha tagliato la strada, è quel ladro che hai colto con le mani nella marmellata o, semplicemente, è quell’inetto che ti rimanda in testa la domanda: “se faccio una cazzata io, mi licenziano, com’è che questo è così coglione e sta ancora lì?!”; bene, per questa persona, il tuo sorriso sarà molto, infinitamente, incredibilmente più tagliente di una sfuriata, di un cazziatone, di uno sbotto d’ira o anche solo di un sottile cinismo.

Quindi sorrido e ringrazio chi mi ha accettato sin da subito per quello che sono. E, quando mi si ferisce, sorrido a chiunque, quando posso e riesco, per ribadirgli la sua pochezza in materia di vita.

Quando non avevo un blog, mi ripetevo spesso di non disturbare, di non esagerare nei commenti su spazi altrui, di non annoiare con messaggi di posta (così nessuno avrebbe ricevuto il mio combustibile) controcorrente. Mi dicevo sempre che avrei preferito saper discutere per imparare, piuttosto che esternare per far vedere quanto la mia cacca profumasse più della altrui.

E mi dicevo sempre che avrei aperto un blog, un giorno, solo se avessi avuto qualcosa da dire, solo quando un tema mi avrebbe appassionato a tal punto da prendermi buona parte della giornata, delle giornate. Della vita. E che su quel blog avrei scritto solo cose perfette, solo cose degne di essere rese pubbliche, degne di ammirazione da parte di chi, amico o no, le avesse anche solo scorse velocemente. Di quelle cose che stanno nei libri e dici: “ehi, come ha fatto a condensare tutto quello che pensavo anch’io in una frase?!”

E invece eccomi a riempire colonne di molta aria, molto fritta, poco compatta e pregna, spesso blanda, inconcludente o instabile. Penso sia anche giusto, questo compromesso, visto che a perseguir perfezione, a ‘st ora sarei ancora muto e chiuso in un silenzio ignorante. Il fatto è che mi spiace, di far perder tempo a chi si aspettasse da me un qualcosa di buono e si sorbisse soltanto parole in cadenza, con guizzi o analisi profonde o meno, ma in fondo, in fondo, parole. Tutt’altro che perfette e per niente illuminanti.

Cosa posso donare allora?!

In realtà non ho risposte, penso solo di poter utilizzare il mantra che uso per quasi tutto: aiutare, per quanto possibile, a migliorare.

E non con frasi celebri, non con concetti esemplari. Ma con parole. L’unica cosa che, ancora, mi sembra abbastanza mia, da essere “donata” a chi voglia riceverla.

Il fatto è che, spesso, non sono poi così comprensibile, quando scrivo. Quindi magari mi arrovello giorni, oppure non ho il tempo per farlo, e finisco con lo scrivere di getto, oppure con il costruire carta su carta castelli leggeri come soffio, accartocciando lettere e spazi in incomprensibili arzigogoli. Non che io lo debba a molti, ma volevo solo puntualizzare a chiunque passasse di qui, che mi piacerebbe solo riuscire a stimolare una qualsiasi discussione (anche due o tre, un giorno), pur di riuscire a sostituire le carte con delle gambe salde e forti.

Perfette non potranno mai essere, le cose che scriverò, per questo vorrei mille Nik, mille Chiara, mille Giorgio e tutti quanti, per imparare dalle vostre perfezioni. Grazie. Ancora.

A me, in realtà, i blog personali non piacciono. Perché?! Perché in fondo, a chi potrebbe interessare ciò che scrivo, ciò che vivo o ciò che penso?! Oppure chi mai potrebbe rispondere a quesiti insulsi che, se confinati alla mia sola testa, si sfalderebbero come neve di polline?!

Logica domanda: ma allora perché lo tieni?!

Perché sono convinto che ogni persona che si reputi degna di scrivere e “pubblicare” (nel vero senso di rendere pubblico un qualsiasi pensiero vergato, sia questo mostrarlo a una persona o a mille), sia abbastanza stronza da sentirsi sicura di ciò che pensa. Questo “nuovo” stile del blog non riporta più il “motto”; beh, lo riporto qui, così da ricordarlo, ogni tanto:  “Sono convinto che ogni affermazione umana sia discutibile, ma non ci giurerei”.

In fondo, però, ognuno si sente unico, e perché fare eccezione?! E quindi penso solo di essere un poco differente dal bambino quindicenne che tappezza emmesseenne di frasi finto-auliche per far vedere quante ne sappia; mi reputo un poco diverso dal rimatore che “non per dire, ma vuoi mettere con quello che ho scritto io?!”. E non certo mi sento migliore, forse peggiore, ma di certo diverso. Compreso in quella macchia di persone curiose, attente ai particolari che non si vogliono accettare per principio, o perché qualcuno ha detto di farlo.

Il mio è semplice equilibrio. Ho bisogno di scrivere, lo faccio qui perché vorrei riuscire ad avverare un altro equilibrio: riuscire a essere me stesso con chiunque.

E qui libero le domande, oppure le piccole risposte che raggiungo, salendo la scala che spero non finisca mai, quella dell’imparare e dello stupirsi. Qui cerco di aiutarmi a mantenere quella calma e lucida visuale che mi permetta di accettare le sconfitte e puntare alle vittorie, con il medesimo spirito: con lo spirito di chi accetta chiunque per ciò che è, ma che cerca ovunque una mente luminosa da seguire, da avvicinare e da indicare a chi ama.

Il mio equilibrio è sempre a un passo da me. E forse mi piace così.

Spero solo possa essere d’aiuto per qualcuno.

In realtà il post precedente ha preso una tangente che non avevo previsto, volevo solo parlare di qualcosa che noto e che non capisco, come spessissimo accade. L’incompatibilità di pensiero e azione che porta molti a veder normalità in ragionamenti assurdi.

Ero in un momento di relax (ormai raro) insieme con amici, al lago. Passano due gemelli, di quelli che anche infangati e luridi e pesti e sgualciti, non puoi che ammirare e dire “chebeeeeeeeeeelli”. Passano insieme alla zia e alla mamma. Passano e vanno verso il lago.

Passano un po’ di minuti e la zia torna.

“Corriiii, corri corri che arrivi primo!”

E io, un po’ per scherzare e un po’ perché m’ero rotto di prendere il sole (mi rompo presto se non riesco a dormire e ho finito il libro da leggere), dico “ecco! Si comincia così … fomentando la rivalità sin da piccoli … poi crescono e scoppian le guerre”.

Tra tutte le cazzate che dico, questa avrebbe potuto passare inosservata, se solo non mi fosse stato ribattuto: “Cos’è, da piccolo non vincevi mai?!”

Punto sul vivo (in effetti da piccolo ero uno di quelli), ribatto con un principio che reputo valido: “Che c’entra?! Dico solo che se insegni ai bambini che l’importante è arrivare primi e non “correre perché è bello”, per loro la normalità rimarrà sempre “far qualcosa per vincere” e non “farla per il piacere o l’utilità di farla””.

A quel punto non mi stavo ascoltando nemmeno più io, visto l’alto interesse e il tono brillante con il quale sostenevo la mia causa. Il discorso è scemato e le scemate sono cessate.

Non so che morale dare a questa morale, ma so che probabilmente non sarei un bravo babbo, per questo mondo:
primo – perché non insegnerei le difese fondamentali, proprie di questa realtà al povero pargolo;
secondo – perché mi perderei a pensare a come e cosa insegnarle/gli e lei/lui crescerebbe senza una figura paterna presente, quanto serve;
terzo – vorrei essere sicuro di aver fatto qualcosa di buono per regalarle/gli la possibilità di stare meglio (e sinora, nisba).

Insomma, sono troppo lento, per questo mondo. Lo dico sempre, ma è vero. Se io ho un principio, mi viene difficile astrarmi per seguire leggi sbagliate che governano la società. Se uno mi supera con la doppia continua, prima di un dosso, in curvia cieca, io accelero. Non mi reputo senza macchia, tutt’altro, ma la mia mente fatica ad accettare che la comunità di persone che popola questo mondo, persegua il “primato” e non il “bene comune”. Tutto qui.

Che ho scritto?! Non mi sono ascoltato da “incompatibilità di pensiero e azione” … bah, che ppppalle sto qui.

Nonostante i mille problemi che l’essere umano ha, ci sono tantissimi piccoli accorgimenti che renderebbero più vivibile questo minuscolo e, a parte tutto, splendido mondo.

Molto spesso mi accorgo che le risposte che paiono giuste sono figlie di domande sbagliate. Quindi, si finisce per forza di cose a pensare, agire e credere in specchi deformi ma mai in idee fuori dalla caverna.

L’esempio che più mi torna agli occhi e alla mente sono le auto. Si considera l’auto il mezzo di locomozione “migliore” al mondo. Con tutto ciò che ne consegue, forze che tirano e spingono per mantenere il potere sul mercato, ricchi sporchi di nero che non vogliono pulirsi e che non conoscono la storia del dodo. Davvero, a volte mi stupisco di quanto i soldi ottundano la mente. Che cacchio te ne fai di ciucciare petrolio per qualche soldo, se poi il petrolio finisce e con lui anche la tua ricchezza?! Che gusto c’è nell’uccidere migliaia di foche per la pelliccia, se poi non ce ne sono più e tu non guadagni un cazzo (perché non sai fare un cazzo).

In più: le auto hanno un piccolo ma immenso problema. Sono guidate dagli uomini. Gli uomini hanno un enorme problema. Sono fallibili (per non dire coglioni … a volte ci sta, ma “tutte le generalizzazioni sono sbagliate!!” 🙂 ). Come puoi, quindi, credere che una macchina più sicura, dei limiti di velocità assurdi, delle regole ferree per nulla rispettate o controllate, possano annullare il rischio, evitare problemi?!

Abbiamo la tecnologia, la tecnologia esiste per aiutare l’uomo, sfruttiamola. Non dico il controllo totale sugli spostamenti di ognuno, ma anche solo un sensore con un campo di qualche chilometro che segnali la presenza del veicolo e mantenga una distanza di sicurezza da tutti i veicoli (se proprio non vuoi un pilota automatico); un navigatore che segnali in tempo reale la velocità attuale di scorrimento su di un’autostrada, così che quelli che partono da casa selezionando quel percorso si vedano scritto “NON PARTIRE, STARESTI ORE A FRIGGERE SULL ASFALTO!”; un sistema di noleggio o condivisione del mezzo che permetta di evitare i due chilometri di auto con un solo passeggero a bordo all’ingresso di ogni città negli orari di punta. E mille altri. Lo so, sono utopie di un bambino che sogna, ma a che altro servono le utopie se non a esser perseguite?!

Ma anche solo il fatto che ci si stupisca della “crisi dell’auto”, ora: la popolazione mondiale è in aumento (forse), lo sviluppo economico dei paesi arretrati procede (forse), ma come cacchio si pretende che il numero di persone che cambi l’auto oggi, grazie al prezzo buono per la rottamazione, aumenti o rimanga uguale l’anno seguente?! Non sono un economista, non so queste cose, quindi taccio sulle risposte, ma le domande le potrò porre, no?!

O anche solo i soldi. Non dico di togliere le valute, sarebbe il caos: gente che smetterebbe di lavorare per rubare a chi continuerebbe a farlo (sarebbe forse anche peggio di ora, che già non siam messi bene). Intendo dire che l’umanità ha deciso di utilizzare i soldi come “alternativa” al baratto, dando un valore alle cose e al lavoro. Ora, la risposta, magari, è anche giusta; ma è la domanda che è sbagliata. Chi decide il valore di un capo di vestiario?! Il capo (non di vestiario, l’uomo che possiede la fabbrica). Se il discorso fosse logico, il valore del lavoro dovrebbe essere deciso da chi lo esegue, non da chi lo richiede. So benissimo dell’esistenza di sindacati, di contratti nazionali, di leggi e decreti. Ma nella realtà, si possono benissimo vedere quanti poveri stagisti lavorano gratis, con la scusa di “dover imparare”, di “fare esperienza” (Il solito serpente del “non ti prendo se non hai esperienza”, che morde la coda del “se non mi prende nessuno, che cazzo d’esperienza posso farmi?!”). Intanto chi richiede gli stagisti, comunque, il prodotto lo vende, ci guadagna, giusto?!

E come si può pretendere che i lavoratori siano più bravi se si abbassano gli standard di istruzione?! Insomma, è da millenni che capre e cavoli non si riescono a salvare, se li metti insieme. C’è una frase che m’ha sempre colpito da quando la scuola è stata riformata (qualche anno fa), è una frase che molti professori, maestri e, in seguito, anche genitori, dicono in merito ai più cani della classe: “beh, non lo bocciano, lo fanno passare, così esce prima e va a lavorare”. Ineccepibile come ragionamento, forse anche giusta come risposta. Ma la domanda non è “che ne facciamo di questo qui?”, ma deve essere “quanto vale questo qui?”. Ma anche qui, sogno. La meritocrazia è soltanto una parola. Anzi, ormai è assurta a parolaccia, brutta, un quasi insulto.

Probabilmente non ho la visione di insieme, probabilmente non ho studiato abbastanza per comprendere i meccanismi, ma mi accorgo di essere uno tra pochi che già solo si pone delle domande. I vincenti non hanno che punti esclamativi, nella testa. E questo mondo, purtroppo, è loro.

Oggi ho “cominciato” il mio “nuovo” lavoro.

In realtà le virgolette sono perché: ho mantenuto contatti con questo studio per un po’ di tempo, ho già lavorato lì altre volte e non è da oggi che metto piede lì dentro.

Ho lavorato anche il primo maggio, per loro, ma con la dovuta calma e il dovuto sorriso, pur conscio di stare andando contro ai miei principi. Ho adattato (malissimo) un gioco che oggi, in studio, abbiamo cominciato a registrare.

Ho visto mille volti, nuovi, vecchi, conosciuti ma impossibili da collegare a nomi e ruoli. Ho sentito voci, nuove, vecchie e nascoste in qualche angolo di memoria che non riesco a dipanare. Insomma, una giostra di rumori e sfumature che non s’è ancora fermata in testa.

Si respira differente a ogni nuova esperienza (anche se non COMPLETAMENTE nuova). E mi piace sapermi capace di farlo e sentirlo ogni volta. Perché mi trovo sempre più spesso a pormi poche domande, ma che reputo importanti:
– perché la gente s’incazza?!
… e mi rispondo che sono fortunato ad avere un temperamento mite e a limitare (quando possibile) le incazzature ai soli momenti in cui non capisco qualcosa; e sorrido ancora di più, di fronte alla altrui rabbia inutile per un qualsiasi motivo di cui non sono causa;
– di cosa sono capace?!
… e mi rispondo che son mediocre in mille cose mediocri, quindi, più che l’amore per lo scoprire e imparare qualcosa di nuovo, ho poco altro, me lo faccio bastare;
– cosa cerco?!
cerco sorprese in ogni spirale di tempo, segno o suono; e cerco di muovere le persone che amo ad aprire occhi e cuore al piacere di quel che si è, che si può avere e che si dona e donerà (che, in fondo, sono la stessa cosa).

E poi le domande si sommano, si moltiplicano, si perdono, si rafforzano … ed è bello poter contare su giornate, o anche solo momenti, in cui si abbia la mente abbastanza serena da passarle in rassegna, sorriderne e rimescolare le priorità.

Senza mai smettere di ricordare che il mio valore è quanto riesca a farti star bene il pensiero di me.