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Monthly Archives: giugno 2009

Dove diavolocazzo corriamo tutti?!

Quando abbiamo perso di vista il fatto che i soldi siano un mezzo e non un fine?!

Quando abbiamo perso il senso di sentire il valore di essere qui?!

Quando abbiamo perso?!

Sono giorni sfocati, traballanti e di corsa. Non riesco a concentrarmi troppo su nulla. E mi manca il potermi concentrare (ma visto che sono lento, sono conscio del fatto che non tutti possano aspettare tutto il tempo che mi ci serve, per attendere una mia risposta).

Ma mi sento ancora uno di quei bambini testardi che si impuntano sul fatto che un gioco debba andare come dicono loro, altrimenti “non è giusto!!”. E io mi ostino a credere che la gente non si accorga di essere viva per godersi anche solo un po’ dei propri secondi. Ci sono sciami di ragazzine tutte uguali che sono ancora, giustamente, convinte che “sempre” e “mai” abbiano ancora valore, ma in fondo, in fondo non aspettano altro che crescere e poter trovare una scusa per lamentarsi che gli altri siano cambiati e che loro, uniche e inimitabili meritino molto di più. Finendo poi per essere uguali alle proprie madri e sposarsi in chiesa per far loro piacere.

Ci sono sciami di ragazzini tutti uguali, decerebrati, che ripetono quello che ascoltano ma non sentono, che fanno di tutto per essere accettati dal gruppo, ma in fondo, in fondo odiano tutti perché si credono di molto superiori. Non studiano perché è una roba da sfigati, ma quando conviene si iscrivono all’università perché almeno non devono lavorare, poi tanto ci mettono quel che ci mettono, la laurea la danno a cani e porci. Poi che cazzo gliene frega, il loro futuro appartiene già da tempo alla fabbrichètta di papà.

Ci sono milioni di sfumature in mezzo a questi stereotipi, che ora come ora vedo solo in negativo. In questo periodo non ho molta fiducia nelle persone. E me ne dispiaccio, perché so che in fondo sono una persona che non nega mai la propria fiducia a nessuno, rimanendo spesso e (poco) volentieri deluso. Sono anche uno che delude, ma di questo non smetto mai di dispiacermi.

Il fatto è che corro in mezzo a quegli uomini grigi di Momo, e non son capace di fermarmi per andare più veloce di loro. Mi ostino a credere che impegnarsi nella corsa sia il miglior modo di andare lontano. Mentre sciami e sciami di fermi, mi superano. Quello che mi fa più male, però, è che la loro consapevolezza che la corsa sia la “via giusta”, non li smuove di un millimetro.

Un po’ come quella dannata frase di tutti i fumatori:
– Hai una sigaretta?!
– No, non fumo – rispondo io
– Bravo, fai bene! – e si girano a chiederla a qualcun altro.

Ci intingi le dita e dipingi la vita in vita,
eviti invitanti ventri devianti,
vai avanti e ti avvicini ai voluttuosi risvolti del velo,
con cerchi e archi,
cerchi volti voraci e rivolti al cielo,
che veloci scivolano vicini
e ci volano con voleri ai tuoi identici,
i denti ci regalan sapori su pori
e in gola lei ingoia
la gioia in crema di nocciola
che sgocciola in bocca
e sboccia in faville
su papille.
Supplizio dolce
in levare, le pupille sazie
s’alzano e grazie a
movimenti peristaltici
in momenti per istanti
ci stanchiamo a gustarci
l’un l’altra in mantra di ansiti
su anse di vestiti.
E titilli idilli di veli penduli
inseguendo in segni di sogni
i sani seni sodi,
s’ode ogni suono di respiro asincrono,
si incrocian incontri di incastri incerti.
Resti, in certi corti scorci, ad osservare
il mare di aroma d’amor amaro
e il rumore di remore che tremano
in membra in ombra.
La pelle d’ambra
d’ambrosia imbratti
e i brutti pensieri di ieri
sono andati perduti.
Per due minuti,
muniti di minuti vasetti
versate flutti di vellutata
passione, in versione marrone,
con meno mani di quante vagliate,
ché non è vaniglia, ma voglia
a svegliare i virgulti che siete.
La sete che in voi si sente
è il sunto di un mondo
tanto vario che in fondo
si riduce a un unico antico
atto, un tratto indolore,
anzi stupendo:
il sapore.

Qualche anno fa avevo fatto uno di quei calcoli immediati, di quelle connessioni automatiche per le quali non puoi sostenere un reale lavoro cerebrale. Ti vengono. Poi devi pensare se sia un bene o un male l’averle pensate, o il loro significato. Avevano dato due notizie vicine e io ne avevo solo calcolato la somma:
– l’età media in Italia si allunga (l’ho sentita come un proclama da una finestra al quale tutti reagiscono con un “olè!” festante)
– il tasso di natalità aumenta (annunciato con la medesima gioia della precedente, ma con una postilla), ma la crescita è zero.

Sono quelle notizie riempitive, che escono ogni tot, giusto per far vedere agli spettatori che si tiene alla varietà e alla completezza d’informazione.

In realtà, il significato di quelle due notizie è che i vecchi invecchiano, i bambini continuano a nascere e che a morire sono sempre più le persone che non dovrebbero. Quelli “nel pieno degli anni”.

Oggi ci ho ripensato perché stavo rassettando la camera da letto dei miei genitori e sul letto ho trovato una coperta di pile che, in questi giorni, mi è sembrata un po’ eccessiva; e poi ho trovato la “macchinetta” del mio babbo. Mia mamma è in cura per l’epatite, perde i capelli, non ha forze, ha un’eruzione cutanea da farmaci, si sta rimpicciolendo (questa è una mia supposizione, ma mi è sembrata più piccola, l’altro giorni in ascensore) ed è sempre nervosa-arrabbiata-delusa-sull’orlo del pianto-e così via.

Il mio babbo, invece, ha una simpatica macchinetta che lo aiuta a respirare la notte. La deve indossare prima di addormentarsi, per regolarizzare il respiro ed evitare le apnee notturne che non gli permettevano un’ossigenazione costante al cervello per un terzo delle ore di sonno.

Sarò anche nichilista, cinico e ingrato, ma è vita?!

Intendo, sommando il risultato di quel ricordo a questa constatazione, si può arrivare a pensare che si muore giovani, in un mondo affollato e quando si è fortunati e si vive a lungo, si patiscono le pene dell’inferno.

La solita semplicistica(zzi) generalizzazione, lo so, ma è il primo pensiero che viene quando si è in pieno pessimismo cosmico. E non aiuta certo ad uscirne. Un circolo vizioso che conosco bene e che allevo da tanto tempo. Sono anche convinto sia sbagliato condividerlo, potrebbe ferire qualcuno, ma spero solo che possa aiutare a evitarlo, possa generare discussione o approfondimento. Chissà, lo spero.

Intanto cerco di architettare un modo per non essere solo di passaggio, qui, ma per aiutare, anche solo una persona, a vivere tutto un po’ più tranquillo e indolore.

Questi ti incantano. Il massimo del piacere fisico tattile è il sesso?! Bene, questi fanno sesso con le tue orecchie.

Anzi no, ci fanno l’amore.

Mi è stato criticato il fatto di non porre domande, di non saper chiedere, ovvero di non essere abbastanza umile da “abbassarmi” ad accettare risposte o consigli da altri. Ovviamente concordo, non posso certo negare ciò che in piccolo, riesco a notare anche io (e per tutti è difficile vedere i propri errori, vuol dire che è proprio enorme, questo mio).

Il fatto è che in questo periodo, cado in quella sfiducia depressa in cui tendo a generalizzare, a troncare le situazioni con conclusioni piccolo-eclatanti. Nel senso che non sono convinto che sforzarsi di cambiare le cose porti miglioramenti, che questi miglioramenti possano durare quanto durano le situazioni peggiori e non sono poi tanto convinto che la gente meriti dei miglioramenti.

Ci sono isole felici, momenti in cui ti accorgi di essere fortunato ad avere intorno a te persone con un cervello, che condividono con te pensieri e situazioni, concordano o criticano ciò che accade o che si fa, ma che ti aiutano a vivere e respirare. Ma anche questi sono momenti che, a volte, sembrano pennellati apposta per farti sentire più profonde le delusioni cadenzate che la vita riserva.

Non è accaduto nulla di importante (forse è anche per questo che il tedio si manifesta in “depressione”), non ci sono svolte in meglio o in peggio, all’orizzonte. Niente, son solo pensieri che il retino dell’attenzione coglie in questo periodo.

E penso anche a quanto conti il caso e quanto l’impegno. C’è chi merita e riesce, ma anche chi non merita e perdura, ma anche a quanto possa essere stupido pensare di potere.

Ho deciso di scrivere un pensiero (dopo tanto tempo, spero non ti dispiaccia (che sia tornato, intendo)), perché sto guardando “True Blood”, la serie sui vampiri. Ho visto Twilight, quindi non mi esprimo sui libri, magari un giorno li leggerò, ma volevo giusto esprimere un mio parere su questo riscoperto amore per i vampiri.

Sappiamo bene, ormai, che la moda è spesso incomprensibile; sappiamo che, ormai, per vendere qualcosa, basta renderla accattivante per una grande quantità di adolescenti che si credono unici o emarginati, senza accorgersi di essere, comunque, una grande maggioranza. Sappiamo tante cose, ma poco ce ne importa. Se fossimo anche un po’ seri, sapremmo anche che esistono tradizioni. E nonostante io sia per l’innovazione, sono per rispettare o almeno onorare queste tradizioni.

Non mi reputo il più grande esperto mondiale di vampiri, ma ci sono discrepanze assai grossolane e gravi in entrambe le produzioni citate. Non le elenco perché non sono né tante, né così fondamentali da meritare una disquisizione; il punto, qui, è che l’immagine, purtroppo, conta sempre più del contenuto. Quindi se tocchi a un fanatico di Twilight alcune sue convinzioni, non ti ascolterà e ti bollerà quale blasfemo; se dirai ai patiti di True blood che anche lì ci son cose un po’ tirate per i capelli (senza parlare di qualche piccola pecca in recitazione e sceneggiatura), ti diranno che non sei abbastanza colto in materia di vampiri e di essere uno che si merita quella cacata di Twilight.

Insomma, dove ti giri hai torto. Quindi che cazzo stai lì a lambiccarti?! Il nichilismo è una fase per la quale passo, ogni tanto, non mi piace poi tanto, ma mi è indispensabile. Mista al cinismo è un’arma letale e godibilissima, ma tendo a trattenermi, perché ho paura mi possa piacere troppo e che poi io non riesca a tornare indietro.

da Giorgio
a
data 8 giugno 2009 1.08
oggetto Canzone della nuova era
proveniente da gmail.com
nascondi dettagli 1.08 (9 ore fa)
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A ogni nottata elettorale mi tornano in mente questi versi… non resisto al desiderio di condividerli.
La poesia è del 2002, se non erro, ma sempre lucidamente attuale.

Canzone della nuova era

Bisognerà riabituarsi
a contarli per numeri romani
(di sicuro qualcuno
si ricorda ancora come si fa)
gli anni che son passati
e quelli ahinoi che passeranno
in questa nuova era
della nostra tragicomica storia.
Il problema è da dove, esattamente,
far partire il conteggio:
dalla discesa in campo
o dall’ascesa al trono,
dalla prima vittoria elettorale
o dall’ultima, quella
che ha segnato di sé il nuovo millennio?
O sarà invece il caso
d’andare più indietro, molto più indietro,
per esempio all’ingresso nella loggia
o a quando la coscienza del paese
ha cominciato a modellarsi
sui palinsesti di canale cinque?
Sarebbe già più d’un ventennio, allora,
più d’un ventennio…

da Giovanni Raboni, Ultimi versi, Garzanti 2006

[ancor prima di Saramago] Sarebbe dovuto uscire per Einaudi, ma “dopo una lunga presa di tempo da parte dei responsabili editorialisti: il rifiuto alla pubblicazione”.

Buon anno, ragazze e ragazzi.
Buon anno.

G.

Non penso di avere una famiglia strana. Anzi, sono convinto di avere dei bravi genitori. Non avrei mai potuto sperare di poter contare su tanta intelligenza e saggezza. Conosco amici con in casa persone con le quali non si può parlare d’altro che di calcio, del tempo e di poco altro, accaduto al di fuori di un teleschermo.

I miei genitori non hanno mai preso le parti di uno dei propri figli. Sono imparziali. Pure troppo.

Nel senso che sono equamente imparziali, cosa che gioverebbe in un mondo perfetto.

Forse i miei genitori sono TROPPO comunisti. Un po’ come lo sono anch’io. E forse è per questo che ogni tanto non andiamo d’accordo, si sa: non vorrei mai far parte di un club che tra i membri accettasse uno come me. Rimane il fatto che i miei genitori stanno così tanto ad arrovellarsi sul “come” fare le cose, sul “perché” fare le cose, sul “quando” fare le cose … che si dimenticano delle cose stesse.

Capita un giorno che, in una delle tante discussioni costruttive in cui si espongono le proprie idee e, chi più chi meno, si ascoltano quelle altrui, la mia mammina se ne esca con un: “tu non chiedi mai”, portato come rimprovero. Ovviamente concordo. Sono molto semplice da rimproverare, sono sempre d’accordo con chi lo fa. A volte faccio addirittura la parte del poliziotto cattivo, e l’interlocutore si trova a dover mitigare la sua stessa critica.

Io non faccio domande, perché voglio imparare. E sono certo che anche senza chiedere, al mondo ci sia abbastanza gente disposta a darti il proprio parere, a importi la propria verità, a predicare e comandare, che se anche non ti sforzi a cercare, ti ritrovi con verità opinabili e hai solo l’imbarazzo della scelta. Un po’, io non faccio domande, perché mi sento anche molto un pirla e, prima di dimostrarlo palesemente anche agli altri, cerco di essere sicuro che la mia domanda non sia troppo idiota.

E io non chiedo, perché se posso, cerco di affidarmi a me. E basta. Chiedere aiuto, nella mia mente bacata, mi porta a vedere il mio interlocutore, come il destinatario di mille futuri favori dovuti. Sarà che sono sbilanciato, o poco obiettivo, o più semplicemente, come detto, pirla. Io mi senti in debito già di base, rimanere in difetto, mi pesa ancor di più.

Così capita che il mio fratello, che invece è una persona normale, debba traslocare. Finché si traslocano scatole, vestiti e cagatine, mica c’è bisogno di nessuno. Il bisogno arriva quando le cose van portate in due. Mi pare ovvio che la sua ragazza, esile e magrolina, non possa aiutarlo con divani, armadi, televisori e frigoriferi (perché al plurale, mica hanno una reggia … mah). Il mio babbo ha i suoi bei problemi di gambe, schiena e tempo. Quindi sono io il primo a dire di non fargli fare alcunché, perché mi piacerebbe (nonostante tutto) averlo intorno ancora per un po’ (maschia e virile ammissione di affetto, non penso riuscirò mai ad andare oltre).

Il problema è il modo.

Che se io sono un pirla perché non domando, almeno mi si dia la possibilità di rispondere. No. Sono a fare un lavoro e mi viene lo scrupolo di chiamare casa per avvisare che arriverò tardi per cena: “Ah, sì, ok … va bene … e poi devi aiutare tuo fratello a traslocare”. E la domanda?! Dove sta?!

Che in fondo, in fondo, la cosa non sarebbe cambiata. Io sarei tornato ugualmente a casa a quell’ora, avrei ugualmente caricato un’autotreno fatto televisore e un frigorifero, avrei ugualmente fatto tutto; ma l’avrei fatto convinto di essere dall’altra parte, dalla parte di chi ai grazie risponde “tranquillo, nessun problema”. Non da quella in cui ci si sente a disagio anche a riceverli, quei dannati grazie. Che dovrebbero essere il carburante del mondo, ma scarseggiano più di quello che si ostinano a spacciare per il migliore.