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Non penso di avere una famiglia strana. Anzi, sono convinto di avere dei bravi genitori. Non avrei mai potuto sperare di poter contare su tanta intelligenza e saggezza. Conosco amici con in casa persone con le quali non si può parlare d’altro che di calcio, del tempo e di poco altro, accaduto al di fuori di un teleschermo.

I miei genitori non hanno mai preso le parti di uno dei propri figli. Sono imparziali. Pure troppo.

Nel senso che sono equamente imparziali, cosa che gioverebbe in un mondo perfetto.

Forse i miei genitori sono TROPPO comunisti. Un po’ come lo sono anch’io. E forse è per questo che ogni tanto non andiamo d’accordo, si sa: non vorrei mai far parte di un club che tra i membri accettasse uno come me. Rimane il fatto che i miei genitori stanno così tanto ad arrovellarsi sul “come” fare le cose, sul “perché” fare le cose, sul “quando” fare le cose … che si dimenticano delle cose stesse.

Capita un giorno che, in una delle tante discussioni costruttive in cui si espongono le proprie idee e, chi più chi meno, si ascoltano quelle altrui, la mia mammina se ne esca con un: “tu non chiedi mai”, portato come rimprovero. Ovviamente concordo. Sono molto semplice da rimproverare, sono sempre d’accordo con chi lo fa. A volte faccio addirittura la parte del poliziotto cattivo, e l’interlocutore si trova a dover mitigare la sua stessa critica.

Io non faccio domande, perché voglio imparare. E sono certo che anche senza chiedere, al mondo ci sia abbastanza gente disposta a darti il proprio parere, a importi la propria verità, a predicare e comandare, che se anche non ti sforzi a cercare, ti ritrovi con verità opinabili e hai solo l’imbarazzo della scelta. Un po’, io non faccio domande, perché mi sento anche molto un pirla e, prima di dimostrarlo palesemente anche agli altri, cerco di essere sicuro che la mia domanda non sia troppo idiota.

E io non chiedo, perché se posso, cerco di affidarmi a me. E basta. Chiedere aiuto, nella mia mente bacata, mi porta a vedere il mio interlocutore, come il destinatario di mille futuri favori dovuti. Sarà che sono sbilanciato, o poco obiettivo, o più semplicemente, come detto, pirla. Io mi senti in debito già di base, rimanere in difetto, mi pesa ancor di più.

Così capita che il mio fratello, che invece è una persona normale, debba traslocare. Finché si traslocano scatole, vestiti e cagatine, mica c’è bisogno di nessuno. Il bisogno arriva quando le cose van portate in due. Mi pare ovvio che la sua ragazza, esile e magrolina, non possa aiutarlo con divani, armadi, televisori e frigoriferi (perché al plurale, mica hanno una reggia … mah). Il mio babbo ha i suoi bei problemi di gambe, schiena e tempo. Quindi sono io il primo a dire di non fargli fare alcunché, perché mi piacerebbe (nonostante tutto) averlo intorno ancora per un po’ (maschia e virile ammissione di affetto, non penso riuscirò mai ad andare oltre).

Il problema è il modo.

Che se io sono un pirla perché non domando, almeno mi si dia la possibilità di rispondere. No. Sono a fare un lavoro e mi viene lo scrupolo di chiamare casa per avvisare che arriverò tardi per cena: “Ah, sì, ok … va bene … e poi devi aiutare tuo fratello a traslocare”. E la domanda?! Dove sta?!

Che in fondo, in fondo, la cosa non sarebbe cambiata. Io sarei tornato ugualmente a casa a quell’ora, avrei ugualmente caricato un’autotreno fatto televisore e un frigorifero, avrei ugualmente fatto tutto; ma l’avrei fatto convinto di essere dall’altra parte, dalla parte di chi ai grazie risponde “tranquillo, nessun problema”. Non da quella in cui ci si sente a disagio anche a riceverli, quei dannati grazie. Che dovrebbero essere il carburante del mondo, ma scarseggiano più di quello che si ostinano a spacciare per il migliore.

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