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Monthly Archives: luglio 2009

Contro il DDL Alfano

Contro il DDL Alfano

Penso sia doveroso utilizzare il mio post numero 100 per aderire a una causa sacrosanta. Libertà e rispetto sono ingredienti indispensabili per la vita di ogni individuo, qualsiasi limitazione a esse è un crimine contro l’umanità intera.

Son giorni che questiono con il mio babbo sul fatto che non sia possibile in natura avere sempre ragione, esserne convinti e negare l’evidenza del contrario. Lui rimane sicuro che il mondo ce l’abbia con lui, che anche quando gli si dà ragione, noi gli si sia contro e, soprattutto, che anche se lui si sente “messo sempre in discussione” perché noi si cerca di ragionare sulle sue presunte verità, sia sacrosanto che noi non ci si senta che onorati quando ad ogni nostra frase ci si senta dire: “NO”.

Purtroppo il mio babbo ha sviluppato questa abitudine: dire NO prima ancora di aver sentito finire la frase, prima ancora di averne capito il senso e prima ancora di aver sviluppato una reale e concreata tesi avversa. Per sua fortuna ha una mente lucida e una spigliata praticità che lo portano ad arrampicarsi egregiamente sui vetri. Purtroppo per lui, questa pratica ha portato la sua prole a esser molto cagacazzo, e quindi ora ne sconta le conseguenze.

Se a una mia domanda semplice: “perché questa vernice fissante fa i grumi?!” lui mi risponde: “perché fa caldo”, io l’accetto e non discuto, ma lui non si limita mai alla risposta piana, diretta e semplice, NO, lui deve argomentare con nozioni pescate qui e là nella sua mente, siano esse attinenti o meno, poco importa. Quindi aggiunge alla risposta corretta, una serie d’orpelli poco adatti: “visto che fa caldo, la vernice che hai steso sotto viene tirata su da questa che stendi ora”. Essendo l’acquirente della suddetta vernice ed avendo letto le istruzioni, prima di stenderla, mi accorgo di aver correttamente atteso più di 4 ore prima di passarla, avendo notato, poi, che le caccoline provengono dal pennello e non dal legno trattato, oso controbattere: “ehm, ma le palline si formano tra le setole del pennello e poi si appiccicano sul legno”.

L’ovvia e pronta risposta è stata: “NO”, poi una pletora di cose che non ricordo, fino al momento in cui mi stupisce dicendomi: “ma comunque devi lavare il pennello perché quella vernice lì non va bene con un pennello sporco di vernice, fa su le palline”.

Basito esclamo: “Ah, ma allora avevo ragione io”. Ammetto, mea culpa, avrei dovuto fustigarmi con qualcosa di assai doloroso e formulare diversamente la frase, del tipo “grazie mille di avermi confermato l’ipotesi totalmente irrispettosa che ho sollevato pocanzi”, o qualcosa di altrettanto soffice da non presentare spigoli o appigli. “ECCO!! Ogni volta che parlo mi si mette sempre in discussione, non posso mai dire una cosa, che bisogna contraddirmi, solo perché l’ho detta io” e tutta una sfilza di dischi rotti che martellano.

Ho anche provato a dire: “ho solo detto che prima mi hai detto no al mio affermare la stessa cosa che hai affermato tu”, ma i dischi mica hanno smesso. Anzi.

In questi giorni, invece, ho cercato di spiegargli che nella vita non si possa farsi sangue cattivo per il gusto di farselo, soprattutto se si vive in una famiglia e si scarica il proprio sangue cattivo sul primo che capita. Insomma, se tu, il primo e il secondo giorno di lavori, non ti limiti a fare il vecchino che assiste ai lavori e li dirige brontolando dalla distanza, ma elevi quest’arte assai comune e godibile ad un livello mai raggiunto in passato, INCAZZANDOTI se ad una tua richiesta più o meno irrealizzabile, ti si risponda picche e INCAZZANDOTI perché il mondo ce l’ha con te e tu lo sapevi che sarebbe finita così.

La storia in breve (che già ti sarai rotto il cazzo di leggere, mi spiace, grazie d’essere arrivato sin qui) è che la sua idea sarebbe stata anche ottima: recuperiamo le assi del tetto per fare una tettoia in giardino, servono assi lunghe tot, i muratori non dovranno tagliarle più corte di questo tot.

I muratori tolgono le tegole il primo giorno e la sera, al ritorno dal lavoro, trovo il mio babbo sul tetto, senza protezioni, senza nulla, che schioda le assi. Lo dissuado dal proseguire dicendo che “li paghiamo per questo”, perché rischiare la vita per il solo pensiero che SICURAMENTE loro non lo faranno?! (mi pare d’aver già raccontato questo fatto, salto quindi alle conclusioni di oggi).

Il tutto si conclude con i muratori che tagliano le assi più corte del previsto, il mio babbo incazzato come un pornoattore evirato, io che cerco di capire le ragioni di tutti e gli domando: “come hai chiesto questo favore ai muratori?!”, risposta: “avete intenzione di recuperare la legna?! Altrimenti vado su io a farlo” … .. . .. … purtroppo sono una persona incauta e tendo a scegliere la risposta sbagliata o la considerazione meno consona: “e ti sembra il modo giusto?! Le alternative che avevano erano “fare un lavoro in più” (e qui c’entra la meschinità di fondo che dicevo pochi giorni fa) oppure “guardare un intero giorno, con le braccia conserte, un vecchino superuomo che stacca le assi da un tetto che in mezz’ora sarebbe venuto giù” (perché non ho un sensore per le cazzate che mi dia una scossa alle palle quando sto per cacciarmi in un ginepraio senza fine?!).

Urla e strepiti, di nuovo il disco rotto del mondo che ce l’ha con lui, io concludo la mia parte dicendo qualche frase, tra cui: “O chiedi loro un favore in modo chiaro, così che siano loro nel torto, oppure non ti incazzi se poi non ottieni quello che vuoi”. Ovviamente il disco non s’è fermato, ha proseguito la corsa ballerina della puntina per un altro po’, finché esausto non ho chiesto: “scusa, ok?! Scusa” chiudendo il discorso.

La cosa più bella è stata la mia serenità del resto della giornata, il mio farmi un sacco di male con martelli, schegge e chiodi, il non dire una parola nemmeno quando usciva il sangue, mentre il livore e le bestemmie aumentavano a dismisura nell’individuo a me tanto caro.

La comicità ha raggiunto il suo acme quando nello staccare assi, il mio babbo ne ha lanciato una nella mia direzione, ripetendo un gesto normale, visto che ero io l’addetto allo schiodamento. Purtroppo la gravità, l’inerzia e una lunga lista di leggi della termodinamica hanno fatto sì che l’asse rotolasse sino al preciso punto in cui si trovavano le mie mani, causandomi un leggero dolore (non sono ironico, è stato proprio leggero, è passato subito, ma un “ahi” m’è uscito).

Io, che di natura son stronzo, visto che all'”ahi” non ho sentito risposta, alzo lo sguardo per vedere se il lanciatore si sia accorto del danno, ma sempre io, che oltre ad esser stronzo, non son capace di scegliere le parole giuste, affermo: “va che me l’hai tirata addosso”. Avrei potuto dire “m’ha fatto male”, “ho detto ahi” o “cotal guisa di adducere legname in prossimitate di me medesimo e delle mia estremità superiori, arrecommi lieve dolor”. Ma non l’ho fatto.

Non mi aspettavo nemmeno uno “scusa”, perché sono stupido, ma non così masochista, ma almeno un “non l’ho fatto apposta”, anche incazzato-stizzito, un “non rompere”, un “ti sta bene, taci e lavora”; di tutto … ma ormai ho capito che la realtà batte quasi sempre la mia pur fervida immaginazione.

“No, non te l’ho tirato addosso, è rotolato”

Non voglio essere un esterofilo, più che altro perché odio il far di tutta l’erba un fascio (e soprattutto odio l’ultima parte dell’espressione), ma vivo in Italia e quindi porto gli esempi di ciò che vivo sulla mia pelle.

Come ormai ho già scritto, devo vedermela spesso con muratori, geometri, impiegati del comune e, soprattutto, famigliari. L’aggiornamento è che la casa di mio fratello è da demolire e da ri-costruire (a un prezzo esorbitante), mentre i lavori nella mia, non sono ancora iniziati.

La situazione attuale, invece, vede una gru di 16 metri nel mio giardino (che impedisce il parcheggio di un’auto qualsiasi per tutta la durata dei lavori – previsione un anno), piazzata due settimane fa, dopo che per una settimana il gruista s’è dato malato. Quindi, per riassumere: i lavori avrebbero dovuto iniziare un mese fa, giorno in cui si è versato l’acconto, ma per una settimana s’è atteso il piazzamento della gru e dei cessi chimici (obbligatori per legge e per buongusto), una volta piazzata la gru (ma non i cessi), s’è atteso per altre due settimane l’arrivo dei muratori che, come nulla fosse, si son presentati ieri per la prima volta.

Ieri mattina li invito ad entrare (visto che il cancello d’ingresso per le due case è comune), questi cominciano e smantellano delle tegole il tetto. Il mio babbo ha la brillante idea di riutilizzare la legna del tetto per costruire una tettoia in giardino e, visto che è l’uomo che non deve chiedere mai, in quanto ha sempre ragione, si mette di buona lena a staccare le assi dallo scheletro del tetto. Una a una, con un piede di porco. Senza protezione e con tutti i problemi di peso, articolazioni e tutto quanto.

Diplomaticamente, una volta tornato dal lavoro, gli faccio notare che la cifra esorbitante richiesta da questa impresa, potrebbe prevedere una richiesta qualsiasi, del tipo “potreste non sfasciare tutto, ma recuperare le assi?!”. Il mio babbo, a malincuore scende dal tetto (notare, non ho detto “mi dà ragione”, sia mai: io non l’ho chiesta, lui non me l’ha concessa).

Questa mattina sento i muratori tentare di accendere una motosega e, per evitare errori, incito mio padre a inoltrare correttamente la propria richiesta. Mentre faccio colazione questa (non so in che termini) viene inoltrata, schernita e ignorata, a detta del babbo incazzato che ritorna dopo dieci minuti. Ci si arrovella sull’eticità della questione e io, carico del fastidio del torto, una volta ingurgitato tutto, mi presto a farmi portavoce del disagio. Incrocio di nuovo il mio babbo di ritorno dal “luogo del delitto” e mi sento dire: “lascia perdere, visto come fanno i lavori, non serve parlare” (detto battendo i piedi e sbuffando e senza guardarmi in faccia).

Motivo in più per gonfiare il petto e chiedere al primo omino che trovo: “salve, con chi posso parlare?!”
– dica, dica pure a me
– bene, volevo solo sapere come mai non fosse stato possibile recuperare il materiale
– perché è un lavoro lungo
già ero pronto a ribattere con un qualcosa di fulminante e sapido, quando ecco che mi arriva una bella sorpresa
– ma guardi che se deve recuperare le assi per fare una tettoia di 3-4 metri, come ha chiesto suo padre, si può … guardi lì …

Farfuglio qualcosa, giustifico la rabbia del mio genitore dicendo che è legato sentimentalmente all’edificio che ha personalmente costruito. Torno in casa e cerco di capire il perché di cotanta indignazione. Mi viene detto che NO (la parola preferita dal mio babbo), le assi, così, non servono a nulla. E parte tutto un discorso sul fatto che lui viene sempre contraddetto quando in realtà ha sempre ragione, che lui sa come funzionino le cose e molto altro, condivisibile in parte, ma fondamentalmente obnubilato dalla stizza.

Dopo aver cercato inutilmente, per l’ennesima volta, di far capire che nessuno ce l’ha con lui, ma che non si possono accettare sempre i soprusi di chi fa i comodi propri e, addirittura, pretende; mi ritrovo a chiarirmi in testa che c’è un denominatore comune in un sacco di cose, un fondo di “rumore” nella pace che mi auspico per la vita: le persone sono meschine. Ovviamente me compreso, ma non è nemmeno in dubbio, visto che sono una persona.

Non dico che all’estero non lo siano, ma c’è una forte componente di meschinità negli italiani e in chi, straniero, entra a far parte del “modo di fare italiano”. Intendo: ci sono varie leggi che governano la vita lavorativa (e non solo) delle persone qui da noi, una tra quelle prevalenti è “faccio il minimo possibile, cazzi tuoi se c’è qualche problema”, o anche solo “chi me lo fa fare”. E tutto questo è anche un modo basilare per la sopravvivenza umana, comprensibile … ma di difficile accettazione.

Intendo, se tu non mi assecondi in una richiesta del genere (perché non vuoi lavorarci un giorno di più, mentre io ti ho aspettato due settimane), perché io dovrei accettare di non essere pagato per un qualsiasi scrupolo che esuli dalle mie competenze?! Sarà pure una stupida rivalsa, ma a questo punto, dovessi lavorare nell’informatica, direi che ti meriti pienamente Windows e tutte le cagate che contiene o fa. Io che lavoro nel doppiaggio, dico che ti meriti pienamente una voce di mmmmerda sul cavaliere oscuro!

Il fatto è che tu batman lo vedi e non capisci nemmeno che quella non è la sua voce, e la mia rivalsa va a farsi fottere, invece io mi ritrovo a dover spendere soldi per un lavoro fatto a cazzo e ci dovrò vivere dentro per tutta la vita. Ti sembra che la responsabilità e il compenso siano livellati, adeguati e consoni?! Ma se io non mi accorgo che un attore dice “racet” al posto di “recet” mi sento le sfuriate e mi sorbisco i messaggi di posta ammonitori (entrambe le cose pienamente giustificate) dai miei superiori, che ne terranno conto il giorno in cui avranno bisogno ancora di qualcuno come me; mentre tu, fai il cazzo che vuoi e pretendi di avere pure il coltello dalla parte del manico.

Beh, la chiusa comica avrebbe voluto essere batman, ma:
I° non faceva poi così tanto ridere
II° è stata battuta dalla realtà
Dopo il discorso sui massimi sistemi e su quanto sia assurdo che le cose siano una corsa all’incularsi a vicenda, saluto il mio babbo per andare al lavoro, apro la porta di casa e mi vedo il mio interlocutore di poc’anzi chiedermi: “mi scusi, non c’è un bagno di servizio?!”

In effetti il discorso ampio del post precedente e di tanti altri si riduce alquanto alla percezione.

Come spesso mi accade, mi accorgo di avere fantasia. Ok, è una cosa bella, lo ammetto, è bello io non l’abbia persa da quando ero piccolo, è una dote, non un talento, quindi non ne posso trarre merito; ma a volte è anche un peso. Lo è quando mi perdo in gelosie irreali, inesistenti o troppo lente per la mia mente sempre in movimento. Mi sento un po’ come uno Sherlock Holmes degli sfigati, che ha la mente sempre in subbuglio per qualche arrovellato caso (nel mio caso inutile), tanto che quando è in ozio, deve sostituire l’arrovellarsi con la cocaina.

È un peso anche quando devo parlare: visto che sono lento e nei discorsi fatico a stare al passo, ho abituato il mio corpo a reagire d’istinto, un po’ come si fa quando qualcosa scotta; alla situazione reagisco con qualcosa di libero e semplice, veloce e leggero, in modo che non cadano silenzi imbarazzati, in modo che la conversazione non si smolli come gli elastici delle vecchie mutande. Molto spesso, però, mi accorgo di non aver detto nulla, di non aver fatto altro che reagire, di non aver arricchito né il mio interlocutore né me stesso di una qualche solida roccia sulla quale far proliferare concetti.

È un peso perché ogni tanto, le discussioni che veicolo, mi scappano di mano, dico qualcosa di comprensibile alla mia sola immaginazione, dico qualcosa di incomprensibile anche a lei stessa, non dico nulla o infine non riesco a giustificarmi l’aver detto qualsiasi cosa. Finisco con l’arrampicarmi sugli specchi, creandomi un imbarazzo inutile, evitabile e più profondo del dovuto.

Detta così, sembra che la mia immaginazione mi crei più danni che piaceri. In realtà l’ultimo problema che mi crea è che mi mantiene nel cuoreanimacervello una costante immagine migliore della realtà che vivo, lasciandomi sempre un fondo di delusione quando mi scontro con l’imperfezione che perdura lì fuori. Per il resto è una manna dal cielo.

Perché in fondo è bellissimo poter rispondere con un qualcosa di spiazzante, o con una citazione stupida/finto-dotta/comica o infine una meccanica risposta preparata, salva le chiappe in un sacco di situazioni; è bellissimo scoprire che la ragazza che ti concede il privilegio di sentirti sicuro, non abbia nemmeno pensato alla remota possibilità che tutto ciò che hai “sentito” potesse essere plausibile; è bellissimo avere una realtà in testa e passare il tempo a costruirla, abbellirla, migliorarla, scolpirla e scoprirla. Aiuta anche perché, come ogni utopia, è un traguardo auspicabile da perseguire.

In fondo mi piace la mia immaginazione, perché mi fa compagnia. A volte non la augurerei nemmeno al mio peggior nemico, ma questo è il bello delle realtà più belle: hanno due facce come le medaglie e bisogna saperle soppesare in modo che prevalga quella più bella.

In fondo mi piace la mia immaginazione, perché anche nella sigla dell’unione costruttori italiani macchine utensili, mi fa leggere una massima stupenda: vedi che io sono te?! (se non si capisce, ho ragione di scrivere questo post 🙂 )

Non sono mai stato un tipo mattutino. Quando andavo a scuola, per i miei genitori era un problema il parlarmi nei pochi momenti in cui, tra il lasciare il letto e il prendere la porta, non davo altri segni di vita. Semplicemente non rispondevo. Anche la mia voce si rifiuta di funzionare bene, sembro un orso che rutta mentre il dinosauro che lo divora entra in una caverna.

Il fatto è che non sono mattutino per nulla. Anche la mente è un po’ annebbiata, nel senso che non riesce a prendere ciò che accade, nel giusto modo. Penso di essere scorbutico, anche, ma non ne ho mai avuto riprova, per fortuna. Penso che tutto sia dovuto alla quantità di sonno. E come sempre, si finisce a dar ragione alle mamme.

Io, personalmente, odio alquanto il telefono, non per altro, ma per l’uso che ne fa la gente (come per quasi tutto il resto tra cose e situazioni). Durante i primi anni in cui i telefonini cominciarono a diffondersi, una delle domande che mi ponevo era: “ma che cazzo c’avranno da dirsi alle 7:15 della mattina le persone?!”. E visto che questo pensiero lo formulavo a quell’ora, è anche comprensibile fosse così negativo. La rielaborazione più comprensiva, però, non mi soddisfaceva: “ci sarà una necessità impellente, non avranno altri momenti”.

Quello che sto imparando adesso, invece, è che la mia lentezza non s’adatta per nulla agli ingranaggi di questo mondo. E non è una frase d’addio, è un digrignare i denti per perseguire una spiegazione, è un incazzarsi per vedere quale delle due velocità sia la più sana per chiunque. Perché comprendo le priorità di ognuno, comprendo l’impossibilità a fare altrimenti, ma mi sembra assurdo che l’umanità riesca ad ammalarsi di stress. Non è una cosa che dall’alto viene imposta, non è una calamità naturale, non è nemmeno una conseguenza di variabili incontrollabili. L’essere stressati è un’autoflagellazione riconosciuta e accettata (a volte addirittura apprezzata).

Io il telefono lo lascio acceso sul comodino, perché un giorno un amico m’ha insegnato che chiunque potrebbe avere un urgente bisogno, e io non vorrei mai non riuscire a essere d’aiuto. Quindi il telefono lo lascio acceso. Il problema, di nuovo, sono le priorità della gente, il modo in cui è abituata a sfruttare tempo e cose. Perché l’esempio lampante di ciò che cerco di capire anch’io (non sto cercando di spiegarmi, sto cercando di assecondarmi come con i matti) è accaduto stanotte:
messaggio all’una: il mio bassista mi chiede se possa passare durante la mattinata per portarmi l’amplificatore;
ero sveglio: rispondo che non c’è problema, di passare pure;
messaggio delle sette e tredici: il mio batterista mi ricorda di portargli dei soldi … QUESTA SERA.

Dunque. Il mio bassista fa il giornalista, comincia a lavorare a mezzogiorno e stacca alle otto della sera, poi, ovviamente si vive la sua vita. Il mio batterista fa l’imbianchino, attacca alle sette e mezza e stacca alle cinque, poi, ovviamente si vive la sua vita. Io sono un fancazzista, ho i miei orari strambi, che mi posso gestire io e tutto quanto, ma perché santamerda devo sottostare ai capricci altrui?! Ovviamente la cosa non diventa un problema, perché ci sono troppe variabili deboli: potrei spegnere il telefono e leggere i messaggi con calma una volta sveglio (ma ho già spiegato il perché del telefono sempre acceso), potrei trovarmi un lavoro “normale” (così ha definito mia madre un qualsiasi altro lavoro che non sia quello mio attuale) e avere degli orari e delle priorità anch’io, potrei smettere di farmi queste seghe mentali perché non capita tutti i giorni (quasi, visto che oggi è il bassista, ieri l’idraulico, l’altro ieri i muratori …), oppure potrei lasciare perdere le MIE priorità e accettare il fatto che il mondo gira in base alle priorità altrui.

Qui il discorso s’incastra. Sì, perché com’è che gli altri possono avere priorità e io dovrei assecondarle?! Questa domanda non è cattiva e rancorosa, è più una questione logica. Se tutti facessero come me, per assurdo il mondo potrebbe essere popolato da persone ferme che attendono che altri facciano qualcosa, per rispetto (e ciò non è auspicabile); ma se tutti facessero come gli altri, il mondo sarebbe popolato da persone che si schiacciano per dimostrare la propria ragione e la propria superiorità … per niente.

E forse ci viviamo già in un mondo così.

E non mi piace per nulla.

A cosa serviamo se non a tentare di migliorare la società, noi stessi, il futuro. Sarò uno stupido sognatore, uno di quegli illusi bambinoni che finiscono per ammattire, ma prima di andar via, vorrei poter aver cambiato qualcosa, o anche solo aver lasciato questa pulce nell’orecchio di un’altra persona … così che non muoia la speranza di poter migliorare.

Ovviamente non mi reputo così importante da essere unico o migliore di qualcuno, penso solo di essere ugualmente diverso, o diversamente egoista.