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Monthly Archives: agosto 2009

Ha la barba spaziale!

(per i miei amici surripediani (o surripendenti?!))

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Ieri è stata una di quelle strane giornate, in cui tutto accade e non sai andarci insieme. Tutto il ritmo del mondo è disassato e tu che corri, non sai mai quando allungare le braccia e quando chiudere le mani per afferrarlo.

Ho avuto l’onore (e l’ardire) di stare dall’altra parte del vetro. Ho doppiato per la prima volta in vita mia.

Lo so, tutti dicono che è questione di fortuna e non di bravura, questione di conoscenze e non di merito, questione di abbassarsi a tutto e non di arte. Avranno anche ragione tutti, io mi terrò stretto questo ricordo, dovesse anche rimanere unico nel suo genere. Dopo la delusione del fatto di essere stato l’unico a cui è stato chiesto di ri-fare la propria parte per più di tre volte, dopo l’ansia, dopo il groppo in gola, dopo la paura di sentirmi dire “esci di lì, per favore, vai a studiare e torna quando avrai imparato”. Dopo tutto quanto, ora mi rimane solo il bel pensiero di potermi sedere, chiudere gli occhi e sorridere nel vedere lo stupido me che non sa fare il ragazzino stronzo che perpetra angherie su un altro ragazzino. Mi rimane l’odore dello studio, della sala, dei capelli degli altri attori che recitavano nella folla insieme a me, dei fogli, della moquette …

Insomma, è stato bello.

Che magari io non sia stato bravo, ok … ma è stato bello.

Penso che per un po’ mi serva ancora stare dall’altra parte del vetro, imparare ancora qualche segreto, fare tanta pratica da solo (del tipo “noleggiare” da internet i film in lingua originale e provare a doppiarli) e poi riprovare. Dovesse chiamarmi qualcuno, nel frattempo, non dirò di no, ma dubito che questo accada. Non so quanto faccia curriculum aver fatto “fegatelli” (ovvero particine piccole qui e là) nella prossima serie dei Pokemon. So quanto mi sia piaciuto. E mi basta.

No, non sto per partire per il mar nero, era solo che è una bella frase, se la pensi come il dono felice di qualcuno.

Mentre tutto va dove deve andare, mi fermo spesso a pensare a quello che ho perduto, in tempi che sembrano lontanissimi e invece son qui, ancora accanto al respiro che ho appena lasciato andare. Mi ricordo di quando pensavo di non vedere il giorno successivo, solo perché un altro bacio era stato regalato da chi adoravo, ad altre labbra, non mie. Mi ricordo di quante curve con il motorino, per scandire il tempo di “Holiday” degli Weezer, una delle canzoni più splendide da urlare a squarciagola, quando il fremito che ti scuote il petto, proprio non riesci a trattenerlo:

… let’s go away for a while, you and i, to a strange and distant land, where they don’t speak a word of truth, but we won’t understand anyway …

Oppure quei pianti carichi, pesanti, pieni di quel sapore che di sicuro legherai a quei corridoi, a quelle mani che non sanno consolarti, a quelle parole di circostanza che non riesci ad afferrare. Per poi accorgerti che non è crollato il mondo anche se tutto è andato storto e, forse, chi ti è rimasto vicino anche in quel momento, merita mille volte di più di chi ti ha pugnalato al cuore.

Mi accorgo di aver perso tante di queste gioie e ferite, profonde, vitali e che speravo di poter provare ancora e ancora. Le ho perse per quella stupida abitudine che la nostra pelle continua ad assimilare, le ho perse perché ormai viviamo per aspettare qualcosa di più e non per capire che tutto è più di quanto meritiamo. Le ho perse perché non c’è più bisogno di averle, quando ci sono gli impegni, quando non si ha tempo di pensarci, quando non si è più quelli speciali. Punto.

E ora cos’ho?! Cosa provo?! Cosa posso offrire?!

Non ho ancora capito se sia un bene o un male, ma ho questa continua incertezza di non essere all’altezza, che mi porta a spingere più forte, per raggiungere altre cime. La reputo più sana di una certezza di piacere, più valida di un interesse al solo sé, più vera di un do ut des. Ma non riesco a darle un valore. Per questo continuo a spingere.

Sono sempre stato un teorico, forse per sfuggire alle affermazioni, che sanno di domani, quando tutti le ascoltano, ma non sono altro che ieri, quando tutti ci riflettono. E forse è per questo che non so scrivere, perché il mio è solo un gioco, il fingere di essere abbastanza sicuro, da volerlo esprimere. In realtà traballo anche qui.

Io vorrei tanto essere come chi sa donare lacrime a chi ama.

Mi accorgo di essere sempre più idealista, di non essere in grado di scendere troppo a compromessi, di semplificare sempre tutto ed essere intransigente solo su cose che mi riguardano marginalmente; ma c’è un principio che continuo a notare in tante cose e che nessuno sembra più seguire.

I soldi sono ancora un mezzo?!

Mi spiace dover constatare continuamente che chiunque, a qualunque livello, consideri il denaro un fine, non più un mezzo per poter vivere meglio, o per (nell’assurda ipotesi che qualcuno inciampi e cada in una rarissima pozza di altruismo) rendere migliore la vita altrui.

C’è tanto movimento attorno al “green”, questa nuova etica rivolta all’ambiente che, purtroppo, viene utilizzata come facciata, ma troppo spesso maschera per una nuova speculazione al fine arricchitorio e non ambientalistico. C’è ancora qualcuno che inneggia alla pace, ma purtroppo è osteggiato e, per esperienza personale, ho potuto constatare che per qualcuno, dare del pacifista a qualcun altro, è un insulto pieno e bello pesante (un po’ come ormai si fa con la parola “comunista”). C’è ancora qualcuno che si sbatte per aiutare i paesi in via di sviluppo, ma ci sono anche paesi in via di sviluppo che non vogliono accettare di NON poter commettere gli stessi errori di chi è “tra i grandi” (intendo, la Cina e l’India, pur puntando ANCHE sul solare e sulle energie rinnovabili, non vogliono rinunciare ad una maggiore percentuale di nucleare e quant’altro, per l’assurda legge dei bambini: “lo fa lui, perché non posso anch’io?!”).

E da questi macro ordini, si arriva ai microcosmi di aziende in cui ognuno pompa il proprio curriculum in base al proprio pelo sullo stomaco, dà dimostrazione di saper usare il mouse e viene prontamente incaricato di sobbarcarsi compiti per i quali non è assolutamente tagliato, mettendo in cattiva luce anche chi, attorno a lui, si sbatte il triplo per salvargli le chiappe.

Sarò anche categorico e semplificatore, ma non sarebbe un gran bello se tutti ce la prendessimo con un po’ più di calma (che tanto siamo esseri umani che lavorano insieme ad altri esseri umani, domani, forse, non finisce il mondo, i soldi che hai fatto oggi, domani te li assicura la tua bravura, non la sola velocità), con una maggiore consapevolezza delle nostre capacità e, soprattutto, con il rispetto per chiunque, che porterebbe a un ridimensionamento drastico dell’ego, in favore di una valanga di respiri e sorrisi per tutti (lo so, sembra una di quelle favole irreali, ma io ci spero sempre e comunque).

Forse è davvero questo il punto: chi è in una qualsiasi posizione di comando (alta o infima), ha una paura fottuta che si scopra che non è in grado di fare ciò per cui è chiamato. Così sbraita, delega, si arrampica, non ammette, insulta, subappalta e spergiura. Senza mai chiedere scusa o dire grazie.

Di sicuro non è più un mezzo, il denaro. Ma forse non è nemmeno più un fine. Che peccato. Si starebbe così bene, se solo accettassimo di non essere altro che persone normali.

Manco da un po’, lo so, ma si sa benissimo che quando le cose accadono, non accadono quasi mai sole: lavoro concentrato, fulmini che fanno saltare router, interventi lenti di ISP, vacanzina di qualche giorno senza accesso alla rete … insomma, non c’ero e non so in quanti l’abbiano notato. Poco importa al mio scopo.

Mi sono accorto (mentre camminavo con borsa frigo pesantissima sulle spalle) che il mio utilizzare questo spazio è andato perdendosi per mancanza di un giusto bilanciamento di scopi. Concordo sul fatto che un blog personale debba parlare di “cose” personali, ma sono più che convinto che se le “cose” sono poco condivisibili o poco utili, sarebbe meglio scriversele di per sé, sfogarsi con un punchin’ball e vivere sereni e tranquilli senza rompere i maroni a nessuno.

Un po’ come per le sigarette: ok, sei libero di viziarti e goderti tutta la nicotina che vuoi, ma che cacchio mi sbuffi il tuo odore maligno sulla mia pizza doppia mozzarella e crudo?!

Quindi ho deciso che il primo post dopo la pausa sarebbe stato di utilità pubblica (anche se questa stupida premessa lo rende meno credibile di un cane che risolve equazioni di terzo grado, sorseggiando un white russian in una gabbia contenente una fiala di veleno letale – Schrödinger mi fa un baffo!).

HO ACQUISTATO UN ROUTER LA FONERA 2.0!

Sono pochi minuti che lo sto utilizzando, ma visto che il suddetto fulmine m’ha tranciato il router wireless 3com (consigliato per stabilità e semplicità d’utilizzo) che avevo in precedenza, ho colto l’occasione per fare qualcosa di buono: rendere più wireless questo mondo.

Per saperne di più su questo attrezzo, vi rimando al sito, ma ve ne riassumo in breve le particolarità:
– un router wireless (purtroppo solo router, non modem/router, cosa che permetterebbe di connettersi direttamente alla linea telefonica, senza la necessità di acquistare/alimentare/configurare/mantenere anche un altro aggeggio)
– un doppio router wireless (nel senso che appena lo si attacca, lui crea due reti wireless, una pubblica e una privata: quella privata è accessibile solamente da chi conosca un certo codice univoco e lo utilizzi come chiave di crittografia; quella pubblica è accessibile a tutti, nell’arco di tot metri (quantità variabile che devo ancora testare bene))
– un doppio router wireless truccato (un po’ come i motorini, questo La Fonera 2.0 permette di attaccarvicisi una chiavetta usb, un hard disk esterno o qualsiasi cosa possa contenere dei dati e abbia una connessione usb, in modo che, una volta lanciato lo scaricamento di un determinato file, si possa spegnere il pc e lo scaricamento proseguirà automaticamente coinvolgendo il solo router)

Essendo che nell’offerta veniva proposta anche la Fontenna a un costo ragionevole, ho deciso di prendere anche quella. Non l’ho ancora attaccata, ma a vederla così sembra una gran saponettona con un filo lungo lungo; in realtà dovrebbe sparare il segnale del punto d’accesso sino a 50 metri di distanza, in modo da permettere a più persone di godersi una copertura di rete (anche questo test manca di spunta a lato).

Chi dovesse vivere in città affollate si chiederà: a che serve?! Io mi connetto alla rete del mio vicino aggratis!!
Chi dovesse avere fastweb si chiederà: a che serve?! Ormai ho scaricato lo scaricabile, pure la mia ragazza!!
Ma chi vivesse in un buco sperduto in mezzo ai boschi, potrebbe capire quanto possa essere appagante avere la necessità di consultare un sito, la posta, comunicare con il mondo, inoltrare dati importantissimi o mille altre impellenze, grazie al primo pirla che ci pensa e ti dà questa possibilità senza chiederti un grazie.

Pur comprendendo che questa è una goccia in un mare, pur non illudendomi che nemmeno milioni di gocce possano formare un mare abbastanza grande da permettere la navigazione ovunque e sempre, mi piace pensare che ogni gesto, se compiuto con rispetto e con la volontà di fare del bene, possa essere importante. Anche solo per il mio respiro.