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No, non sto per partire per il mar nero, era solo che è una bella frase, se la pensi come il dono felice di qualcuno.

Mentre tutto va dove deve andare, mi fermo spesso a pensare a quello che ho perduto, in tempi che sembrano lontanissimi e invece son qui, ancora accanto al respiro che ho appena lasciato andare. Mi ricordo di quando pensavo di non vedere il giorno successivo, solo perché un altro bacio era stato regalato da chi adoravo, ad altre labbra, non mie. Mi ricordo di quante curve con il motorino, per scandire il tempo di “Holiday” degli Weezer, una delle canzoni più splendide da urlare a squarciagola, quando il fremito che ti scuote il petto, proprio non riesci a trattenerlo:

… let’s go away for a while, you and i, to a strange and distant land, where they don’t speak a word of truth, but we won’t understand anyway …

Oppure quei pianti carichi, pesanti, pieni di quel sapore che di sicuro legherai a quei corridoi, a quelle mani che non sanno consolarti, a quelle parole di circostanza che non riesci ad afferrare. Per poi accorgerti che non è crollato il mondo anche se tutto è andato storto e, forse, chi ti è rimasto vicino anche in quel momento, merita mille volte di più di chi ti ha pugnalato al cuore.

Mi accorgo di aver perso tante di queste gioie e ferite, profonde, vitali e che speravo di poter provare ancora e ancora. Le ho perse per quella stupida abitudine che la nostra pelle continua ad assimilare, le ho perse perché ormai viviamo per aspettare qualcosa di più e non per capire che tutto è più di quanto meritiamo. Le ho perse perché non c’è più bisogno di averle, quando ci sono gli impegni, quando non si ha tempo di pensarci, quando non si è più quelli speciali. Punto.

E ora cos’ho?! Cosa provo?! Cosa posso offrire?!

Non ho ancora capito se sia un bene o un male, ma ho questa continua incertezza di non essere all’altezza, che mi porta a spingere più forte, per raggiungere altre cime. La reputo più sana di una certezza di piacere, più valida di un interesse al solo sé, più vera di un do ut des. Ma non riesco a darle un valore. Per questo continuo a spingere.

Sono sempre stato un teorico, forse per sfuggire alle affermazioni, che sanno di domani, quando tutti le ascoltano, ma non sono altro che ieri, quando tutti ci riflettono. E forse è per questo che non so scrivere, perché il mio è solo un gioco, il fingere di essere abbastanza sicuro, da volerlo esprimere. In realtà traballo anche qui.

Io vorrei tanto essere come chi sa donare lacrime a chi ama.

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2 Comments

  1. dici di sfuggir le affermazioni, rasentando l’aforisma; di non saper scrivere, subito dopo… mi fa infinita tenerezza il tuo contradditorio dibatterti perché devi crescere intorno ed a custodia d’un cuore che non avrà mai età

    • savohead
    • Posted agosto 22, 2009 at 12:30
    • Permalink

    -inchino- grazie mille … non so che dire …


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