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Monthly Archives: settembre 2009

È difficile continuare a sorridere, sempre.

Perché poi ti fermi un attimo e ti accorgi d’esser sano, così ti senti stronzo anche solo per aver pensato di “avere un problema”.

E scopri d’avere tanti amici insperati, e di esserti perso per strada troppe cose, per quel tuo credere di essere al centro di un qualche mondo.

E quando manchi a qualche impegno, deludi qualche speranza e non raggiungi quanto dovresti, non hai più voce a difesa e devi ammettere di essere mediocre.

Non vale nemmeno più il fatto che chi abbia vita facile a questo mondo, sia la persona che lo meriti di meno. Incassi e basta.

Finché non riesci a ritrovare un equilibrio instabile, ma che ti permette di non far troppi danni, non deludere o semplicemente credere.

O forse è solo che nelle onde delle vite altrui, c’è una coincidente salita che ti trasporta con sé.

Ma finisce che non sei quasi mai il solo a costruire la tua felicità. E non è quasi mai senza una vittima questo processo.

È difficile continuare a sorridere sempre.

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È una sensazione strana, perché non è normale, non è ben chiara nel cuoreanimacervello, come sarebbe possibile spiegarla a parole?!

È una di quelle sensazioni che sai che ti piace, sai che ti pervade ogni minima parte del corpo, tanto che quel corpo, non lo senti nemmeno più. Sei leggero e pesante insieme, sei caldo e fresco, ferito e sereno.

E forse è “tiepidolce”, la parola che userei per spiegarlo, perché mi suona di culla, mi suona di canto e mi suona di giusto.

Mi suona perfetta per quei momenti in cui qualcosa si rompe, qualcosa esplode, qualcosa ferisce e due persone non riescono a fare altro che stringersi di più. Sono infiniti gli esempi simili, ma viverli è, ovviamente, diverso.

Che non sai se essere triste per il dolore, non sai se essere forte dell’unione e non sai se sarai mai capace di aiutare. Ma quasi non ti importa, quel che ti riempie dentro è la bellezza del sentirti qualcosa di più di te stesso.

Non ricordo se l’ho già scritta qui, c’è un’espressione splendida, nel dialetto di qui, che sta a significare lo stupore, la meraviglia e l’inaspettata gioia che una persona prova, di fronte a una sorprendente realtà che lo accoglie:
“ta shlarga ul fiaa”
e il mio respiro … ora … è più immenso di ciò che provo per chi amo abbracciare.

È un semplice gioco di società, ne parlava Rousseau (quanto mi manca lo studiare queste cose teoriche che ti riempiono la bocca e fanno dire a tutti: “cacchio, questo sì che ne sa”, ma che in realtà mica l’hai capita tutta nemmeno tu, la cosa che stai dicendo):
– io faccio quello che faccio, perché mi aspetto che tu faccia quello che fai

La società è così, se si vuole prosperare, se si vogliono raggiungere i meno peggiori risultati possibili insieme, andando ad abbracciare il maggior numero di individui, bisogna pensare cooperativamente. E non è una questione di comunismo o individualismo. È matematica, è fisica, è chimica.

E dato che non siamo a questo mondo perché siamo i preferiti di qualcuno, non siamo qui perché ci ha costruiti un orologiaio sadico, non abbiamo altro scopo se non il non averne alcuno, non possiamo raggiungere ciò che non è nelle nostre fisiche possibilità naturali; smettiamola di ritenerci così importanti. Non lo siamo. Punto.

Perché non ci vuole un genio per capire che l’unico motivo al mondo per il quale l’uomo potrebbe davvero fare la guerra, è l’amore. Non ci vuole un genio per capire che le guerre che davvero sono nate per questo motivo non si contano sulle dita di una mano. E biblioteche e biblioteche di gialli e thriller e legal-fiction si basano su tre soli moventi, dei quali uno solo è quello che reputo naturale. Gli altri due, sono invenzioni dell’uomo.

E allora perché dobbiamo continuare nell’errore?! Perché dobbiamo accanirci a vivere male?! A farci sangue cattivo?!

Perché se vivo nel massimo rispetto di ogni essere umano, il più attento possibile ai problemi sociali, a quanto è nelle mie possibilità per dare e non rubare, perché nessuno si fa scrupoli a buttarmelo al culo?! (chiedo scusa, ma è così che accade, dovessi fare un compendio della tesi, un giorno, ci metterò “abusare di me”)

Insomma, non sono un fricchettone che predica la pace, solo perché è troppo sballato per andare oltre il “non fate rumore attorno a me”, non sono uno di quelli che ha raggiunto la pace interiore e risplende di luce propria, ma se gliela rovini è capace di spezzarti le gambe senza disassare i propri chackra … no, sono uno che non sa fare altro che operazioni semplici e non riesce a vedere il perché del male in eccesso.

Non è poi così difficile:
gli umani uccidono, rubano e compiono del male per tre motivi: amore, denaro e religione. Uno solo è irrinunciabile. Ora che il benessere acquisito da buona parte dell’umanità, potrebbe permettere di fare a meno dei due artificiali, perché non si riesce a rinunciarvi?!

Io voglio farlo. Forse per questo ho chiamato così questo posto.

E forse, un giorno, riuscirò anche a spiegarmi meglio 🙂

Io, questo blog, un giorno lo tengo davvero, te lo giuro. Non arrabbiarti se ti prometto cose che poi sembrano non arrivare mai a un dunque.

Prima o poi mi farò una bella lista delle cose che servono alla mia vita, perché si possa diventare Gandhi. E magari aprirò davvero un posto che si chiami solo così e parli solo di quello, così che io possa usare questo spazio per ciò che già contiene … un’accozzaglia di cose a caso.

Lo giuro, arriverà il momento in cui avrò la quiete e la prontezza di approntare un movimento armonico di valutazioni ed esperienze, per poter tracciare linee, guide e paletti che richiudano libertà. Perché, come sempre, arriva il giorno in cui ti accorgi di aver sbagliato, ti accorgi di esserti accanito contro un muro indistruttibile, che basta aggirare. Ti accorgi di non aver accettato un insegnamento. E impari.

Impari che non puoi avere certezze, impari che non dai mai abbastanza, impari che prendi sempre troppo, impari che non sai ascoltare, impari che non fai sorridere, impari che non sei abbastanza presente, quando servi.

Ma la lotta è impari. Perché non siamo fatti per cambiare, mentre speriamo sempre di poterlo fare; non siamo fatti per accettare, mentre ostentiamo apertura mentale; non siamo fatti per essere buoni o cattivi, mentre crediamo sempre di scegliere correttamente.

In fondo sarebbe così semplice: impari a scegliere tra bene e male.
Ma la scelta non è semplice perché la lotta tra bene e male è impari.

Spiace non aggiornare troppo spesso, non perché pensi possa servire a qualcuno, visto che ‘sto blog è tanto personale che non c’è bisogno di scriverlo, so già abbastanza di me, che mi sto un po’ sulle balle.

Rimane il fatto che accadono molte cose, troppe, se si pensa a quanto tempo mi avanzi per fare mente locale (mi son sempre chiesto da dove venga st’espressione, San Google mi aiuterà fra poco) e strutturare un pensiero che sia uno, per questo posticino qui.

Ma, in fondo, qui non è che abbia sempre strutturato quello che ho scritto, quindi tanto vale scrivere questo, giusto per dire a chi mi pensasse, metti caso sia soffiato in mente, che va tutto avanti (notare: non ho detto “bene”, non ho detto “tranquillo” … eheh).

Sono nel pieno dei lavori muratorici, sono in mezzo a saltuari lavori di adattamento e sala, ho iniziato le lezioni di canto perché ne ho bisogno, ho qualche slam in giro, ho qualche concerto sempre più in giro, conosco gente nuova (sì, proprio tu), che mi rende un po’ più interessante l’essere sereno e sociale e tanto altro. Ma mi accorgo sempre più spesso di pensare alla frase del titolo.

Insomma, c’è chi lavora per soldi (tutti) e chi per passione (alcuni), c’è chi si crede dio (troppi) e chi non sopporta che gli altri lo facciano (di nuovo tutti). Insomma, un girone infernale di cani che gonfiano il petto per poi rincorrersi la coda.

Non mi reputo unico e inimitabile, ma lento sì, quindi io mi ci fermo su ste cose, le guardo dall’esterno e penso: “m’hai fatto fare sto lavoro perché era da fare per oggi, anzi subito, anzi ieri”, “m’hai fatto distruggere un pavimento e spalare terra per giorni, per poi farmi aspettare tre settimane prima che qualcuno se ne servisse”, “mi hai dato contro perché sei l’unico depositario della ragione, per poi fare come ho proposto all’inizio dei due giorni di discussione” … e dopo tutte queste cose mi fai notare che sono “nervoso”, “ostile” o “intrattabile”?! < vedi titolo >

L’ho già detto e lo ripeto: quando tutti gli attacchi ai miei nervi cesseranno, diventerò serial killer o buddha.

Ormai dormi diorami d’orme,
origami di forme d’ombre,
rami d’oro e odori d’edera.
Ed era mio ardire dir t’amo,
ma ora tremo e temo
tu tiri i remi a bordo,
perda interesse in me,
un essere che sa solo
tessere intere tessere
intrise di te (tenera essenza),
e senza remore te ne tenga a distanza,
danzando da sola
e lasciandomi dinnanzi al fatto compiuto.
Aiuto,
hai tutto intatto
stretto in un pugno,
trattami con tatto,
se tutto è distrutto
dal contatto con il lato brutto di me.
Dimenticami se vuoi,
io non farò mai altrettanto.

Io il mio babbo lo rispetto, perché s’è fatto un culo enorme per tutta la vita.
Il mio babbo lo ammiro, perché ha un’intelligenza notevole e un’abilità impressionante in tante cose.
Lo invidio, perché ha una grande memoria per tanti particolari interessanti.

Ma oggi, senza pensarci e senza pianificare la frase, sono arrivato davanti a mia madre e le parole mi sono uscite da sole, come la risata che le ha precedute:

– Mamma, mi spiace, sono ateo

La cripticità e la curiosità hanno fatto sortire la prevedibile domanda:

– Perché?!

E le mie dita hanno aiutato la mia spiegazione indicando la porta dalla quale era appena uscito il mio babbo:

– Perché non riesco a parlare con dio

Che io non sono un consumista, non sono mai stato uno di quei bambini odiosi che al supermercato “voglioquellovoglioquellovoglioquello!!”. Mi sono sempre accontentato, mi sono sempre adagiato e adattato.

Ma sono anche sempre stato uno di quelli pragmatici, se una cosa non mi viene facile o non mi si adatta bene, io non mi sento in ordine, finché non l’ho portata a termine, non l’ho sistemata o non ho chiesto aiuto per appianarla.

Che c’entra tutto questo con il titolo?!

Beh, che io possegga un fantastico NEO FreeRunner della Openmoko (grazie al generosissimo dono della mia ragazza), l’ho sbandierato a destra e a manca, ma che io sia così pirla da preferirgli un cacchio di telefono patacco di fascia bassa, magari può sembrare uno slancio di spocchia che annienterebbe in blocco tutti i miei buoni propositi e il mio predicare bene.

Ma è che io ho bisogno di una tastiera. Una qualsiasi. Sarà forse la mia cecità incipiente, sarà forse la mia abitudine a voler fare più cose contemporaneamente. Ma pur amando le possibilità offerte e le sorprese splendide che la mia saponetta ha in serbo per me, io ho bisogno di sentire di premere materialmente qualcosa, ogni volta che devo scrivere.

Dev’essere un po’ come una di quelle ricompense inutili di cui hanno bisogno i fedeli, quando vanno a confessarsi:
– ho ucciso il trans ebreo che avevo appena stuprato
– dieci pater ave gloria e lasciami in sagrestia il numero di chi te l’ha procurato …
Una di quelle sensazioni appaganti basate su poco. Perché in fondo, io mi trovo bene anche a scrivere su uno schermo più grande, mi trovo bene a cercare la tastiera che più mi aggrada, mi piace poter fare il copia-incolla, ma è proprio che mi devo sentir dire dalla tastiera “ego te absolvo, polpastrellum”.

C’è una sola cosa che mi consola, il fatto che una buona dose delle persone che possiedono il FreeRunner, lo tengano come giocattolo di sviluppo, mentre utilizzino un altro strumento come telefono di tutti i giorni. Sino ad oggi ho potuto constatare che la distribuzione QT Extended (come l’attuale QT moko) sono stabilissime e pienamente utilizzabili (pochi “crash” in 4 mesi e pochi problemi dovuti al fatto di non aver avuto il tempo di applicare alcune modifiche consigliate e già pienamente documentate).

Insomma, è giusto uno sfizio, quando devo scrivere, telefonare e gestire i contatti, ho bisogno di farlo con una tastiera solida, per tutto il resto, mi trovo lussuosamente bene con il mio schermo toccabile (che adesso è diventato la panacea universale, fra poco installeranno degli schermi touch anche sulle mammelle delle mucche, altrimenti i contadini ggggiovani non saprebbero da che parte cominciare).

Quindi mi sento un po’ traditore, ma spero non troppo.