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Monthly Archives: ottobre 2009

Ieri son morto
oggi vuoto
domani importa?!

È come se in una bolla d’inverno, io galleggi nel mio tempo. Come se su di una corda, io traballi nel correre. Nel buio.

Sembra quasi che non possa sperare. Quello che a volte mi rischiara la strada, non fa che creare miraggi e farmi rischiare un volo verso una rete che conosco sin troppo bene.

Perché in fondo è questo che fanno le persone, ti regalano un briciolo di quella sicurezza che ti fa alzare lo sguardo e vedere che c’è un po’ più di luce, rispetto a prima. È solo che quando l’alzo io, lo sguardo, saranno quei cazzo di occhi che mi ritrovo, vedo illuminarsi la strada sbagliata.

Penso che il motivo sia la mia stupida testa. Come Sherlock, non mi si ferma mai, ma non è un bene o un vanto, anzi. Io, di solito, la lascio pascolare per valli e valli di campi aperti, innocua. Ma quando c’è qualcuno o qualcosa che mi sorride, io non resisto. Io, proprio, non ce la faccio a non lasciarmi andare a costruir castelli di carte, non ce la faccio a perdermici a peso morto. Io non ce la faccio a trattenere quella fantasia che mi mostra presenti e futuri possibili, senza un minimo piede per terra.

E non è mica colpa delle persone, se poi rimango deluso. Loro mica lo sanno che io le ho sognate mentre facevano qualcosa di splendido. Come possono capire i miei occhi, quando poi sono solo loro stesse?!

Oggi ho visto Skin, quella bellissima e bravissima cantante che è un po’ come tanti: una che fa e ha fatto tante cose, un po’ volute e un po’ dovute. Ma che ha aiutato più di quanto pensi, tante anime in giro per il mondo. E io, che non ho ancora imparato a smettere di sognare, me la sono immaginata che firmava autografi, seduta nel tendone che le avevano allestito a Milano. Così ho sognato che potesse anche solo guardarmi. Poi che potessi stringerle la mano. Poi che sarebbe stato bello abbracciarla. Oppure toccarle quella testa rasata. O sentire l’odore della sua pelle. Oppure chiederle di firmare le copertine dei CD. O chiederle una dedica. Magari in video. Magari non per me, ma per una persona che sarebbe svenuta ai miei piedi, vedendola. “Tciao, Èlis. Questi è po tciè”.

E poi è arrivata più bella di quanto immaginassi e più sorridente e più di fretta e più tirata di qui e di là, seguita da cinque energumeni rasati e da un dj idiota che pensa d’esser figo solo lui, ma che, in fondo, è stato quasi più simpatico di quanto gli avrei concesso.

Non so perché io lo sperassi o lo sperino ancora i fan: le apparizioni e gli eventi mondani, sono uno dei momenti meno opportuni per realizzare un qualsiasi momento idilliaco (e sono certo che non dirà altrettanto la ragazza che l’ha abbracciata proprio oggi, ma voglio proprio arrivare lì, con il discorso).

Continuo a dimenticarmi che il segreto, in ogni situazione, è il dimenticarmi la speranza, il lasciar perdere i sogni. Non bisogna aspettarsi nulla da niente e nessuno, solo così, tutto ciò che arriverà, sarà guadagnato.

Ma sono ancora malato di speranza. Ed è una delle armi che mi ferisce di più.

Vorrei poter non sognare più, ma poi … chi sarei?!

Come tutti, sono ipocrita. Come pochi, mi incazzo per il mio esserlo.

C’è una scelta un po’ audace, davanti a me: nonostante mi si dica che scendere a compromessi non infici il mio vissuto, io non riesco troppo ad accettarlo. Quindi mi invento spiegazioni soltanto per me, per permettermi di accettarmi. Ma non è che sia mai stato così capace di farlo.

Insomma, predicare bene e razzolare male è di tutti, ma spero di doverlo accettare solamente in questi casi di necessità. E visto che il giudizio su di una persona lo danno gli altri, spero che tutto questo possa esser visto per quello che è, appunto, una necessità.

Si possono accettare compromessi sui propri principi morali?! Lo si può fare per soldi?! Lo si può fare per avere un momento di quiete, almeno sul lato lavorativo?!

Per giustificarmi l’accettare compromessi, mi invento che sia “per studiare il nemico dall’interno”, ma poi penso che io un nemico non lo voglio; mi invento che “conoscere è sempre la via migliore”, ma sarebbe meglio imparare liberamente, non per soldi; mi invento che “è addirittura uno smacco per loro, darmi dei soldi senza sapere di prendersi in seno una serpe”, ma so per certo che non sarò mai serpe e asseconderò ogni loro volere …

Insomma, sembra una cosa enorme, ma in realtà è solamente un passaggio nella vita di una vite dell’ingranaggio. A chi importa?!

L’ultima alla quale mi appendo, nella quale credo di più e nella quale ripongo tutte le speranze è che “lo faccio perché almeno posso assicurare qualcosa a chi davvero tengo” … ma son sicuro che puoi disegnare il più bel sogno dell’universo, ma se chi vuoi che lo guardi e lo viva, è di spalle, non sarà servito a nulla più di un rumore nella foresta.

Tutto si riconduce anche a un discorso su cosa scrivere qui e quanto andare nel personale, avvenuto qualche giorno fa. Probabilmente modificherò qualche post passato. Non per occultare la realtà, non per modificare la storia. Per paura di ferire, per paura di rovinare, per paura … punto. Sono pavido e ipocrita. Lo so. Non me ne vanto e lavoro per imparare.

Spero che l’accettazione che ho per chiunque e qualsiasi cosa, possa essere condivisa da chi mi importa mi rimanga vicino. Anche tu che, grazie, hai letto questo.

Il mio babbo si chiama Diego (ho detto tutto).

A volte l'”esser” quello che gli altri si aspettano, anche se non lo si è, contribuisce a non farci sentire il peso della scoperta di non essere ciò che vorremmo.

Ti è mai capitato di essere tanto certo di una giustificazione che ti sei sempre dato, dal ritrovarti spiazzato nello scoprire non solo che era una minchiata, ma che anche l’opposto è altrettanto plausibile?!

Spiego peggio.

Mi piace la marmellata di fragole. Mi piace anche il suono che fa il vasetto quando lo apri (ok, anche gli altri vasetti lo fanno, non solo quello di fragole, ma questo è un altro discorso feticista). Non sono un cultore tanto fedele da conoscere tutti i gusti di marmellata di fragole e preferirne una alle altre, non degusto, mangio.

Per lunghi anni, nell’aprire la marmellata di fragole coop (che è quella che mia mamma compra da sempre, per abitudine e costo), io mi sono ritrovato davanti uno di quegli ostacoli che impari a superare con la pratica: un colore un po’ più chiaro e una concentrazione di materia tanto zuccherosa da farmi esclamare già da piccolo “mi fa arrotolare le orecchie”.

Allora che ci fai con quell’insuperabile barriera di zuccherosità?! Capisci di non poterla lasciare al prossimo che aprirà il vasetto, sai perfettamente che buttarne via è da stronzi e quindi impari a passare i primi cinque minuti successivi al TLOCK d’apertura a ravanare con il cucchiaio, per amalgamare quella bomba allo zucchero con il restante contenuto.

Ora. Quel tempo “perso”, lo utilizzi per postulare ipotesi sul perché si formi quella patina solida e cristallina e, con la dovuta calma e sicumera, giungi alla conclusione che nel riempire i vasetti, l’ultimo stratino rimanga un pochino esposto all’aria e con il sottovuoto, un po’ dello zucchero che c’è sparso per il vasetto, venga risucchiato in superficie, dove ha tutto il tempo di cristallizzarsi. Insomma, sarà inevitabile che quella patina si formi. Sì, dev’essere per forza così (il tempo che passo a mescolare è mooooooooolto).

Insomma, raggiungi una certezza vuota, ma che ti appaga alquanto, tanto da darla per assodata e non pensarci più.

Poi arriva oggi (ovvero il giorno della svolta).

TLACK

E lo zucchero non c’è più …

Controlli che non ci sia scritto “senza zucchero” sull’etichetta (sarebbe l’UNICA spiegazione possibile), ma no, non c’è traccia di spocchia dimagrante. Controlli l’ancor peggiore presentimento che sia scaduta, ma la data è quasi successiva alle tue previsioni di vita. Controlli il tuo personale timore: “era già aperta?!” e testi il TLACK del tappo che tieni in mano … mmmh … no, ha proprio fatto un bel rumore.

Diavolo!

Insomma, le varie soluzioni possibili sono troppe perché la tua mente le vagli ragionevolmente e riesca a scartare le meno plausibili. Quindi ti ritrovi a colmare quel vuoto che s’è venuto a formare in un TLACK, con delle tesi altrettanto assurde, ma altrettanto appaganti.

“È avvelenata”
“Lo sono sempre state tutte le altre che ho mangiato”
“Sarei già morto, se lo fossero state, ma forse era una di quelle sostanze che non agisce subito, ma si “attiva” quando unita a un’altra (come diavolo si chiamano quei veleni?!) e ora tutte le marmellate del mondo hanno la seconda parte del cocktail velenoso!”
“Qualcuno ha protestato per quell’annoso problema della patina e questa, SOLO QUESTA marmellata era, in realtà, destinata a lui/lei”

Un bel bel dilemma, insomma, che porta a estreme conseguenze paranoiche, in cui, per un attimo, ho addirittura pensato di essere già morto e di stare semplicemente sognando di mangiarmi la mia marmellata di fragole ideale, ovvero un vasetto senza quell’odiosa patina.

Che buona, però.

Le urgenze comunicative di una madre sono direttamente proporzionali alla distanza dal figlio.

In una famiglia, la ragione che un figlio può avere è: di principio, nulla; quando totale, dubbia.

Il rumore prodotto da un lavoro è inversamente proporzionale all’ora in cui viene svolto.

L’essere strambi non è condizione necessaria o sufficiente per essere veri artisti.

Il lavoro altrui non è mai svolto meglio di quanto pensi di poter fare; il tuo lavoro non è mai apprezzato quanto pensi meritare; gli errori che commetti non saranno mai paragonabili a quelli di un tuo superiore; se non nasci coi soldi o non esci dai preconcetti, non sarai mai il capo di nessuno.

La profondità di un’analisi sull’arte è: direttamente proporzionale all’ego di chi la compie e inversamente proporzionale al divertimento di chi la ascolta. (rare eccezioni riscontrate, se ne conoscete, commentate)

È un po’ sempre quel discorso di pisciarsi vicino ai piedi … prima o poi quella nuvola d’energia, bellezza e amore, mi manderà a cagare a quattro mani.

S’è in un periodo strano, noi. Più che altro perché lei è in un periodo strano.

Io, ovviamente, me ne accorgo con la dovuta lentezza e prontamente non so che fare e come. Mi preoccupo più di quanto far ruotare intorno a me, piuttosto che sorreggere e far domande. Stupido, stupido, stupido. Oggi, poi, il dialogo è stato alquanto assurdo, se visto dall’esterno.

Lei – scusami, sono una palla, mi odierai
Io – tutt’altro, mi spiace vederti così, più che altro non vorrei essere io la causa di tutto questo
L – macché, perché?!
I – che ne so, perché sono egoista
L – no non so perché sto così … sì, avrei voglia di stare da sola, ma so anche che non mi aiuterebbe
I – beh, se ti può far stare bene, non vedo perché no
L – ma io non sono mai stata bene da sola, credo che la voglia nasca dal fatto che non mi sento più la stessa e non mi piaccio … ma tu riusciresti a stare senza di me?!
(ok, se non avete sentito, quel boato era il mio cuore caduto nel fondo dell’abisso)
I – n-no …
> silenzio <
I – aspetta … intendo … se il legame dovesse rimanere, ma tu dovessi aver bisogno di stare sola, lontana da me e da tutti … ovvio … ce la farei, sarebbe per il tuo bene … ma se tu … se … insomma, se non ci fosse più il legame … insomma … è naturale … fosse per il tuo bene … lo accetterei … ma no … non …
> silenzio <
I – ma …
> silenzio <
I – spetta … cosa ti aspettavi rispondessi?!

Intendo, non solo non sono capace di comprendere i problemi altrui (figuriamoci il figurarmi soluzioni), ma ne instillo anche di altri, che prima non si affastellavano sul mucchio … bravo, no no, braavo … ‘mplimenti!

Insomma, io sono un po’ una chiavica a livello sentimentale-emotivo-cerebrale, ma riconosco che la persona che mi sta vicina, mi ha aiutato più di chiunque altra a superare problemi, crisi e offuscamenti; da una parte ora vedo quanto possano suonare assurdi dei pensieri che si fanno quando si traballa troppo (“mi spiace per te, che mi vedi sempre così e sono una palla e ti creo problemi e non devi e che te ne fai di una persona così”), dall’altra mi accorgo di non aver capito un cazzo di niente e di essere totalmente inutile. Quindi come posso spiegarle che:

– è la persona più importante di questo strano viaggio e vorrei potesse sorridere del meglio e sognare
– non è e non sarà mai (per quanto nelle mie possibilità e in quelle della parola “mai”) un peso o un problema per me
– non ha che da chiedere, dire o scrivere ciò che vuole da me e io, sinché ne sarò in grado, proverò a farlo
– se il suo bene comprende la mia assenza, sono pronto ad affrontare anche questo
– non so di preciso perché, ma la amo; e questa, unita a tutti i motivi che conosco perfettamente, è una delle cose più splendide che ci sia tra noi (è ancora e sempre una sorpresa, c’è qualcosa di meglio?!)

E devo smetterla di questuare colpe, altrimenti finirò per riceverle.

So benissimo di non poter pretendere nulla da nessuno al di fuori di me, quindi non basterà mai l’amore o la volontà mia, perché lei mi accetti e ricambi; ma so chi sta peggio fra i due e, in questo momento, mi sento inerme e incapace e inutile, di fronte al tremolio delle gambe che ho imparato a fare anche mie. Mi accorgo di quanto il mio chiedere aiuto, non sia stato altro che un chiedere aiuto, senza agnizione o coscienza. A quest’ora dovrei essere maestro nel sostenere qualcuno … e invece penso a instillare dubbi, a chiedere di me, a fare battute del cavolo per stemperare la situazione.

Ora lei penserà il contrario, ma so per certo che uscirà da questo periodo ruvido; e, di certo, ce la farà da sola, il mio supporto sarà insignificante. Anche questo è uno dei motivi per i quali voglio essere suo (l’amore è sopravvalutato, penso si debba riscoprire l’abbandono all’altro). In fondo siamo tutti egoisti, anche se non lo ammettiamo.

E chi non vorrebbe vicina la versione migliore di sé?!