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È come se in una bolla d’inverno, io galleggi nel mio tempo. Come se su di una corda, io traballi nel correre. Nel buio.

Sembra quasi che non possa sperare. Quello che a volte mi rischiara la strada, non fa che creare miraggi e farmi rischiare un volo verso una rete che conosco sin troppo bene.

Perché in fondo è questo che fanno le persone, ti regalano un briciolo di quella sicurezza che ti fa alzare lo sguardo e vedere che c’è un po’ più di luce, rispetto a prima. È solo che quando l’alzo io, lo sguardo, saranno quei cazzo di occhi che mi ritrovo, vedo illuminarsi la strada sbagliata.

Penso che il motivo sia la mia stupida testa. Come Sherlock, non mi si ferma mai, ma non è un bene o un vanto, anzi. Io, di solito, la lascio pascolare per valli e valli di campi aperti, innocua. Ma quando c’è qualcuno o qualcosa che mi sorride, io non resisto. Io, proprio, non ce la faccio a non lasciarmi andare a costruir castelli di carte, non ce la faccio a perdermici a peso morto. Io non ce la faccio a trattenere quella fantasia che mi mostra presenti e futuri possibili, senza un minimo piede per terra.

E non è mica colpa delle persone, se poi rimango deluso. Loro mica lo sanno che io le ho sognate mentre facevano qualcosa di splendido. Come possono capire i miei occhi, quando poi sono solo loro stesse?!

Oggi ho visto Skin, quella bellissima e bravissima cantante che è un po’ come tanti: una che fa e ha fatto tante cose, un po’ volute e un po’ dovute. Ma che ha aiutato più di quanto pensi, tante anime in giro per il mondo. E io, che non ho ancora imparato a smettere di sognare, me la sono immaginata che firmava autografi, seduta nel tendone che le avevano allestito a Milano. Così ho sognato che potesse anche solo guardarmi. Poi che potessi stringerle la mano. Poi che sarebbe stato bello abbracciarla. Oppure toccarle quella testa rasata. O sentire l’odore della sua pelle. Oppure chiederle di firmare le copertine dei CD. O chiederle una dedica. Magari in video. Magari non per me, ma per una persona che sarebbe svenuta ai miei piedi, vedendola. “Tciao, Èlis. Questi è po tciè”.

E poi è arrivata più bella di quanto immaginassi e più sorridente e più di fretta e più tirata di qui e di là, seguita da cinque energumeni rasati e da un dj idiota che pensa d’esser figo solo lui, ma che, in fondo, è stato quasi più simpatico di quanto gli avrei concesso.

Non so perché io lo sperassi o lo sperino ancora i fan: le apparizioni e gli eventi mondani, sono uno dei momenti meno opportuni per realizzare un qualsiasi momento idilliaco (e sono certo che non dirà altrettanto la ragazza che l’ha abbracciata proprio oggi, ma voglio proprio arrivare lì, con il discorso).

Continuo a dimenticarmi che il segreto, in ogni situazione, è il dimenticarmi la speranza, il lasciar perdere i sogni. Non bisogna aspettarsi nulla da niente e nessuno, solo così, tutto ciò che arriverà, sarà guadagnato.

Ma sono ancora malato di speranza. Ed è una delle armi che mi ferisce di più.

Vorrei poter non sognare più, ma poi … chi sarei?!

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One Comment

  1. in lento recupero del reader, col poco tempo che ho per la rete, arrivo finalmente agli ultimi tuoi post

    hai ragione sul non coltivare aspettative, assolutamente ragione, ma non la girerei tragica al punto di chiamarlo “dimenticare la speranza” o non sognare; io credo di aver imparato col tempo ad esercitare questa sospensione come semplice esercizio di disciplina, così come bisogna imparare a respirare col diaframma per cantare, ecco: nessuna rinuncia, solo una sospensione volontaria e controllata del flusso immaginativo, un prendere per i fondelli le proprie speranze fingendo d’ignorarle


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