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Monthly Archives: gennaio 2010

Saltella come il cuore, giornata di maree.

Ho letto molto, condiviso qualcosa, lavorato poco. La testa non c’era e, forse, è meglio non abbia prodotto nulla. Avrei potuto peggiorare situazioni o deludere qualcuno.

Son quelle giornate in cui da piccolo scrivevo. E quando scrivevo, io scrivevo … intendo pagine e pagine. Un po’ mi manca, un po’ mi viene ancora la smania nelle mani. Un po’ lo faccio qui, ma per tua fortuna è realmente un milionesimo di quanto male ho fatto alle pagine che poi ho bruciato.

Capisci tante cose, quando questi secondi ti scorrono dentro. Senti nei polpastrelli un ruvido, una vibrazione infinitesimale, che ti sembra ti manchi il sangue, l’ossigeno, la forza … la vita. E invece sei tutt’altro che morto. Sei più vivo che mai. Forse non è la felicità, quel che ci dà la stima della vita. Forse è il dolore.

Sarà forse la brevità e l’intensità di quei momenti lassù, nei quali voli e ti senti invincibile. Sarà il loro facile dissolversi, il veloce scomparire. Mentre quelle cacchio di ferite, te le porti dietro per non sai quanto. Le prognosi, in fondo, si fanno per le malattie. È raro si faccian per gli amori.

E invece si dovrebbe imparare a prender tutto com’è, imperfetto, finito, piccolo, sbagliato … qualsiasi cosa sia, bisognerebbe prenderlo col giusto peso. Forte quando è intenso, giusto quando è poco. Metterselo nei ricordi, sentirlo ogni tanto nelle vene, ma viverne un altro e un altro ancora. Senza aggrapparsi a ieri, solo per sentire quanto manchi.

C’è un pensiero, però, che sta per prevalere. Spero non rimanga sensazione, spero non rimanga senza azione. È un costruire qualcosa, di mio, ma non mio, che potrebbe essere regalo, sorpresa, quindi gioia. Ed è sempre stato questo il mio pensiero ultimo: il sorriso riflesso, vale molto di più.

Il progetto “Diventare Gandhi” partirà, qualsiasi cosa succeda. Prima o poi partirà. Per ora apro la pagina con la spiega, poi la riempirò. Anzi, aiutami, ché è tua.

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E visto che son “cagadübi” (come direbbe il mio zio dialettofono), io le faccio le cose, con lo slancio dell’impavido (o incosciente, dipende), ma poi traballo, tremo e qualche cavolata la faccio.

Ieri ho partecipato a un altro slam, una cosa diversa dal solito, però, una cosa bella. Uno slam radiofonico, uno slam a votazione telefonica o telematica, una di quelle cose alle quali dovrei rimandarti per farmi votare (NON LO FARÒ MAI). Mi sono divertito moltissimo, perché ho conosciuto gente nuova e ho ascoltato, discusso, assorbito e riso. Anche sorriso, un po’.

Poi oggi, visto che l’avevo riletto tre volte, visto che è un periodo che son traballante e tutto quel che riesco a fare è ondeggiare pericolosamente sul filo che ho davanti, ho deciso di fare un’altra mossa ardita. Ho risposto a un annuncio di lavoro. Ma non a un annuncio normale, sia mai. Ho risposto a Wittgenstein.

E forse sarà anche stato il commento che ho letto di sfuggita (“Avessi trent’anni”) che mi ha fatto pensare “Ehi, io fra poco ho trent’anni!” (poi mi sono arrovellato sul fatto che nemmeno troppo tempo fa si era usi dire “Avessi vent’anni” e tutto il conseguente arrovellarmi sull’allungamento del famoso periodo di fannullonismo). Così oggi ho scritto:

Buonasera,
dopo aver vagliato l’ipotesi di spedire il “solito” curriculum in formato europeo (che raccoglie mille particolari inutili, per far sembrare che chiunque abbia fatto chissà cosa nella vita), dopo aver cassato la pessima idea di “rimandarvi al mio profilo di linkedIn” (che fa molto cafone “volete sapere chi io sia?! Sbattetevi a cercare informazioni”) e dopo aver constatato di saper rispondere fumoso a metà delle domande contenute nell’offerta (l’unica cui avrei risposto con certezza sarebbe stata l’ultima), mi sono detto che l’unica carta che avrei potuto giocare, sarebbe stata la voglia. Ho una gran voglia di imparare, impegnarmi e aiutare, se possibile, con quello che posso.
Diavolo, ho sforato le sei righe (anche se dipende dal client di posta)!
Buona fortuna per tutto e speriamo troviate chi meritate.
A presto
Simone Savogin
Ps. il mio pseudo blog è qui , così si possono conoscere idee e modi di esprimerle
Pps. il ps è ancora più cafone del succitato rimandarvi al profilo linkedIn  o dell’invio di un curriculum vitae standard

Con i due link spocchiosi nel secondo post scriptum.

Ma siccome son, appunto, “cagadübi”, mi spedisco il messaggio, per controllare che tutto funzioni, prima di inoltrarlo a chi di dovere (furbo io!), perché “metti che qualcosa non funzioni, metti che scrivo per far vedere come scrivo e poi ci piazzo uno strafalcione”. Allora rileggo, provo, faccio click, riassetto e annuisco: “sì, vai, ora o mai più”

Invia

NOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO

Diavolo! Non ho tolto “Fwd:” dall’oggetto. Ora penseranno pure io abbia riciclato la domanda di un amico, oppure che abbia chiesto a qualcuno di stilarmela. Evvai! Cià, apriamo infojobs.

niente parole

La “fretta” di traslocare era data dal ritorno dei miei genitori. Ma se la speranza che la vacanza portasse calma e serenità è svanita al quarto minuto di “ma” e “però” e “non” e “avresti”, pronunciati da mia madre con ancora indosso il cappotto, il sentimento di disarmo è tornato con un ritardo di qualche ora in più.

Non mi importa non abbiano ancora visto il risultato del trasloco (non sono saliti in “casa mia” a guardare, lo faranno nei prossimi giorni), ma mi fa scuotere il capo e cadere le braccia quel particolare che mi si rinfaccia, per screditare ogni minima indipendenza (vera o presunta o pretesa).

Capita che loro siano invitati a cena fuori, per il loro ritorno. Benissimo.
Capita che io debba uscire di casa per un’oretta, prima che loro partano.
Mi preparo ed esco dalla MIA porta (finalmente ho una porta d’ingresso!), prima di uscire accendo la luce che pende rozza fuori dal portone. Il mio babbo azzarda un: “perché esci da lì?!”, ma si accorge subito della vuotezza della richiesta e la mia risposta viene troncata da un “no, intendo, perché accendi la luce di lì?!” e io rispondo: “beh, perché quando torno, almeno vedo dove sia la toppa e riesco ad aprire. L’abbiam sempre fatto anche con l’altra porta” … “NO (quanto gli piace a lui quel “no”) … noi la teniamo accesa quando SIAMO in casa”.

Me ne vado dubbioso e con quel latente senso di colpa che son sempre abilissimi a mettermi, anche quando postulo di non averla. Una volta finita la commissione, ritorno. I miei stanno uscendo. Salgo in casa mia e sento da fuori il babbo che chiama.

“Dimmi!” chiedo dalla finestra, “Adesso che sei tornato, spegnila!”

..
.
..

“Ma l’hai detto tu che la tenete accesa quando SIETE in casa”
“Scuuuusa, non parlo più” alzando le mani come puntassi un arma.

Ora … io capisco d’esser l’ultimo arrivato e di essere spocchioso nel dire che mi piacerebbe aver ragione qualche volta (c’è chi mi conosce meglio di me che presume io la voglia avere sempre … ma sto cercando di smettere 🙂 ), ma com’è che come faccio sbaglio?! Com’è che mentre il mio babbo faceva manovra, io son sceso a spegnerla, quella cazzo di luce?!

E nel sedermi qui, dopo, ho sorriso, perché il portone dei miei è bello illuminato.

Pur conscio del fatto che a fare un poco alla volta, ci si stanchi meno e la si viva con più calma (sono un sostenitore proattivo del “no hurry, never hurry”, che non esiste, ma io lo sostengo uguale), tra ieri e oggi (mezza giornata) sono riuscito a traslocare l’80% della roba che campeggiava su di un piano, a quello superiore.

Son disfatto e sodisfatto e come la prima condizione, anche la seconda rimarrà soltanto mia. Perché c’è sempre qualcosa che avresti potuto fare meglio, o anche solo fare … in più. Anch’io sono affetto da questa malattia dell’insoddisfazione, ma ho tutte le intenzioni di liberarmene, perché penso sia una delle cause della brevità dell’esistenza. Se continui ad arrovellarti sul fatto di non aver fatto, sulla fretta di dover consegnare un lavoro, sulla necessità di alimentare una corsa che è già assurdamente veloce di suo, non ce n’è, vivi meno e vivi peggio.

Quindi, avrei potuto benissimo farlo in una settimana, avrei potuto scaglionare pulizia, impacchettamento e trasporto, avrei potuto riflettere un po’ di più sulla disposizione (in soffitta è nato un dorso montano), ma l’ho fatto tra ieri e oggi, dimostrando assurdamente che non c’è quasi mai la fretta di doverlo fare prima possibile. Chissà quando si riusciranno a finire i lavori in modo da poter riportare tutta la roba di sotto, avrei potuto farlo anche domani, il trasloco, ma domani (un po’) lavoro.

E nelle pause ho anche finito di leggere gli arretrati dei feed, ho installato chrome e mi sono definitivamente spostato su questo strumento (visto che l’ultimo aggiornamento di firefox me lo fa chiudere a ogni apertura di wordpress), ho installato tutte le estensioni che ho trovato utili e interessanti (ho più della metà della barra superiore coperta di icone) e ho anche avuto il tempo di fare un bagno caldo.

E ho guardato una serie di video su TED (grazie Monty!) in cui si discute di genetica, longevità e altre amenità correlate. Questo, il primo che ho visto, mi ha intrigato, perché ha tanti spunti.

Ed è da quando l’ho visto, che mi chiedo se la mia attività fisica possa bastare (no), se la mia comunità di persone sia sufficientemente unita e altruista (no, io per primo non faccio abbastanza), se mi premuri di non eccedere con il cibo (no) e se io abbia un ikigai (no … non più … o non ancora).

E dunque sì, son soddisfatto di quel che ho appena fatto e me lo devo far bastare, non sono ancora soddisfatto di come sono e cosa faccio nella vita, ma devo imparare a mutare questa cosa in sprone e non in cruccio.

Tu ci riesci?!

Al solito, scrivo più per il titolo che per dir qualcosa di pregno e importante … eheh.

Intendo, è cambiato tutto, perché non si può mica morire senza cambiare. Ma in fondo è tutto sempre uguale, come dicevo ieri … ‘stardo di un Nietzsche.

Per esempio, stamattina, che uno pensa di poter dormire un po’, il sabato mattina, mica mi arrivano gli elettricisti alle 7:45 e mi suonano dicendo: “siamo qui … possiam finire il lavoro?!”, senza un previo avviso, senza un accenno … mi viene il solito: “metti che IO non fossi qui?! Vi sareste forse pure incazzati, magari”.

Vabbeh, poco male, c’è da fare e ho più tempo per farlo, prima di stramazzare a letto questa sera.

Ma in fondo sì, qualcosa è cambiato: è cambiato l’aspetto del piano superiore, è cambiato il clima (passato da decente a ghiaccio9 per qualche settimana, per poi assestarsi su un 17 gradi quasi fissi e ora di nuovo a decente), è cambiato il mio umore (più spesso del clima) e son cambiate un sacco di piccole cose, in su e in giù. D’altronde i sassi lasciano onde, mica ci vuol poco perché lo stagno si quieti di nuovo.

C’è stata questa parentesi assurda nel mio mondo, che è già finita, ma è stata intensa.

Ho fatto da tutor per un mese e mezzo, in un istituto privato, per tre classi di elettricisti. In realtà facevo da cane da guardia. Urlavo tutto il tempo (io!) di stare calmi e zitti e buoni e seduti e di non uccidersi. Ho visto l’essere più veloce dopo il ghepardo, uno che dal terzo banco è saltato al collo di uno del primo, perché quest’ultimo l’ha “guardato male” (ragione per la quale rivolve quel mondo, a quanto pare). E qualcosa è cambiato anche lì.

Essendo che ho cominciato i miei giorni da tutor un giorno prima di morire, ho affrontato tutto quanto con uno spirito strano, vuoto, nero. Quando due si azzuffavano o qualcuno faceva casino, io intervenivo, urlando arrivavo quasi al contatto fisico (nel senso che contenevo le furie, non cercavo lo scontro), ma la reazione era invariata: l’imputato spingeva in avanti la fronte e con gli occhi nei miei mi sfidava o ammoniva o minacciava di morte.

Il gomitolo di avvenimenti, però, mi ha regalato uno sguardo vuoto e nero, appunto, e questo ha giocato a mio favore in un sacco di occasioni. Le minacce cadevano nel fondo di quel pozzo e non trovavano appigli per proseguire. Uno ha addirittura girato la cosa sul ridere dicendo: “cazzo prof, che sguardo cattivo che ha”.

Ma poi è cambiato tutto anche lì, i ragazzi mi hanno preso in simpatia. Come ho fatto a capirlo?!
Dalle minacce di morte, sono passati a offrirmi merce rubata.

*

Sembra quasi che Nietzsche sorrida sotto i baffi e ti dica “che t’avevo detto?!”. Che ti ritrovi senza volerlo, un anno dopo, a dire le stesse cose dell’anno prima. Solo che non sei più tu a dirle, ma un altro. Quello che ha preso il tuo posto. E scrive i tuoi post.

Son morto. E non ci piove.
Oggi piove. E non nevica come un anno fa.

Ma i pensieri son gli stessi. Mica puoi fermarli quei dannati pensieri. E ti dicono che devi spiaccicarle in parole, quelle spirali che hai in testa, che non puoi rifugiarti dietro questa dannata ombra e dire che “poi faccio …” e “aspetta ancora un po’ …”. Non c’è “aspetta”, non c’è “forse”, c’è il fatto che sei morto e non sei più tu, quindi vedi di darti una sveglia e capire che cazzo sei diventato. Prendere per il collo quella massa informe che ti senti dentro e strigliarla a dovere, farle capire che “piangersi addosso non ha mai cavato un ragno dal buco”.

Quindi eccomi a intasarti ancora con parole dagli occhi tristi, con storie assurde di cose normali, con inutili voli di involuti stolti.

Lo scrivere qui è stato un gran bello, in alcuni momenti, è stato uno sfogo in tanti altri. È stato una sorpresa e una terapia. E torno a farlo perché ne ho bisogno, senza nessuna pretesa di verità, come sempre, senza nessuna pretesa di troppa considerazione (non ce l’ho io, perché dovresti averla tu?! eheh) e senza alcuna certezza, questo non è cambiato.

Torno a scrivere, come l’anno scorso, perché avevo in mente di prendermi questo spazio e utilizzarlo per le cose mie, spostare il titolo ad un blog serio, pieno di bei ragionamenti, insomma un bel bloggone intelligente, ma poi mi son detto: “se rimando ancora per fare tutto come si deve, non comincio più”.

Ed eccomi qui a salutare chi c’è ancora, chi torna, chi arriva nuovo e chi invece capisce che non son cambiato di una virgola, nonostante la morte, e se ne va definitivamente.

Ho letto tanto, ultimamente. Ho recuperato (quasi) tutti i feed arretrati (più o meno 3600) e ho letto un sacco di cose interessanti e commoventi (mi siete mancati tutti), vorrei mettere mille link a tutte le cose che McFato ha scritto e condiviso, facendomi sentire, come sempre e giustamente, un saccente e presuntuoso essere insignificante (un po’ come l’azione tonificante della sauna svedese, sei lì che ti bei del tuo comodissimo caldo sudaccioso e poi zac, il ghiaccio ti ricorda che non vali un cazzo), vorrei ringraziare, sempre e come sempre, chi mi è stato vicino, ma non sempre ho dei link e mai ho le parole, quindi … tu … grazie.

Vorrei tante cose, ma mi sono incastrato in questo, che è stata la classica “goccia”. E quindi il post è venuto così. Magari se mi fossi incastrato in una delle immagini stupide del Beggi, sarebbe stato diverso. Ma quando son morto, ho capito che è così che vanno le cose, mica sempre c’è un perché (ok, ammetto, non l’ho accettato ancora adesso e visti i miei tempi di reazione non prevedo di riuscirci prima di un decennio, ma capirlo l’ho capito). Quindi prendi quel che di buono c’è, nel mio ritorno e grazie per aver aspettato.

Ora che ho salutato e ho rotto il ghiaccio, magari riesco anche a scrivere qualcosa di sensato.