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Scorrono, a volte, tra le dita e i pensieri, delle giornate o dei periodi, in cui ti vien voglia di far ciò che pensi ti riesca meno peggio. E mi verrebbe voglia di scrivere, ma scrivere tanto.

Scrivere una di quelle storie che mi inventavo da piccolo, di quelle che non avevano coda, ma che da un capo scappavano di corsa, in roccamboleschi salti e ritrovamenti, abbracci e spinte e cascate e sbuffi. Io da piccolo avevo quella sbruffona capacità degli scrittori, quella sufficiente sicurezza di aver ragione, che ti permette di liberarti in parole.

Un po’ mi manca, ma ci sto lavorando. Sto cercando un’altra strada per raggiungere quella meta. Sto cercando la strada che passa dalla libertà.

Si può scrivere per mille motivi, come per mille motivi si vive. Io vorrei tornare a scrivere per far piegar la testa.

C’è una persona, a casa dei miei, che non ha smesso di parlare dal momento in cui ha messo un piede fuori dall’auto, una persona tonda, con tante palline in faccia e i capelli brizzolati. La ricordo uguale a sempre. Ricordo il suo sguardo.

Lo sguardo dei pazzi è una domanda. Lo sguardo dei pazzi ha più risposte di quante tu voglia sentire.

I pazzi fanno paura e affascinano, sono quell’umanità sublime che non sai se riusciresti a sopportare, se ti ci mettessi con la testa. C’è il fratello della donna tonda, che le parla ad alta voce, per abitudine, per necessità, per esperienza. Lei risponde cambiando discorso e parlando dei suoi parenti che hanno spalle larghe e sono alti altezze inesistenti.

Sto piangendo da due minuti per la semplicità della bellezza. La bellezza dell’esser perfetti, nella propria libertà. La bellezza di aver capito di esser soli, unici e inutili; la bellezza di farselo bastare.

Ho sempre amato i pazzi, li ho amati da stare male. Che li rivedo ancora e sempre in John, il mio pazzo preferito. Un bambino che saluto ancora, quando passo davanti all’ospedale che abbiamo condiviso. John era (è?!) autistico e diceva solo “a”, ma quando qualcosa non gli faceva male (quanta poesia c’è nel saper apprezzare una mancanza?!), lui, l’avvicinava al viso.

Io me lo ricordo ancora, ancora dopo quattordici anni. Me lo ricordo ancora il respiro di John sulla mia fronte.

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2 Comments

  1. io, questo post, da quando l’hai scritto, l’ho letto quattro volte, rimettendolo da leggere nel reader: mi va dentro, così scombiccherato, incollato male, e mi piace ripassare da certe piccole folgori di cui hai seminato il percorso

    a tutt’ora non trovo parole adatte a un commento sensato, il che, capirai, è un successo: m’ha lasciato senza parole, pensa te

    ora mi leggo anche quel paio di mattoni che hai usciti nel mentre: era un periodo un po’ indaffarato, nel bene (tanto) e nello scazzo (poco), sicché sono indietro… mavà?

    • savohead
    • Posted febbraio 14, 2010 at 13:49
    • Permalink

    grazie … come sempre … sempre …
    rileggendo (cosa che non faccio quando scrivo, che evito quando so d’aver scritto cacchiate e che mi serve, visto che non ricordo mai ciò che scrivo) noto anch’io quanto dovessi essere confuso, quando ho scritto …
    grazie


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