Skip navigation

Monthly Archives: marzo 2010

A volte ho delle epifanie, come tutti. Come tutti capisco al volo qualcosa che prima mi sfuggiva, afferro una verità, anche la più piccola, e la faccio mia come avrei dovuto già tempo prima.

Nella mia mediocre ignoranza, ho tanti principi e una volontà ballerina, ma cerco in ogni modo di far prevalere raziocinio e sentimenti, quando possibile. Quando non ci riesco, mi incazzo. Con me, ovviamente, è possibile arrabbiarsi con qualcuno all’infuori dell’incapace sé?!

Io mi infarino di un sacco di cose, perché mi interessano tutte. Ne approfondisco poche, di scienze, ma non appena acquisto una qualsiasi nozione, la spalmo in giro per cercar somiglianze nelle altre discipline che conosco sommariamente. La sociologia e la psicologia m’attraggono da sempre, sempre.

Oggi ho capito che i miei genitori sono malati. Non che l’abbia capito solo e proprio oggi, solo che oggi ho capito un po’ meglio quanto sia “grave” e come cercare di prenderla. I miei genitori sono depressi, come un sacco di mondo “occidentale”. Sono depressi per paura, forse, per noia, magari. Rimane che son depressi.

Hanno un sincero bisogno di sentirsi utili, hanno una necessità smodata di sentirsi apprezzati oltre ogni limite (e questo limite lo decidono loro, quindi raggiunge vette inimmaginabili) e non vedono più quella naturale e migliore via di mezzo che potrebbe portarli ad apprezzarsi di più e vivere più tranquilli.

Tutto questo non lo scrivo da un “punto più alto” (il solito discorso del: “guarda che brutto, quello” – “sarai bello tu” – “CHE CAZZO C’ENTRA?!?!?!”), lo scrivo come dato di fatto, come appunto per migliorare il rapporto e imparare a incanalarlo in un verso vivibile. Ci mancherebbe il credermi migliore, sono qui che sono un ginepraio di pensieri contrastanti e instabilità, come potrei ritenermi più assennato di chiunque.

Il fatto è che oggi NON c’è stata alcuna discussione. Mentre nel periodo più infuocato (e spero vivamente non ne vengano altri, di così intensi) dei lavori, l’essere tesi e insofferenti, mi sembrava più “naturale” e ci portava a litigare pesantemente su fatti pregni e significativi; su discorsi più profondi o di principio; con idee uguali o opposte, ma con realizzazioni migliori o peggiori; oggi NON s’è discusso, sono andato dal mio babbo e gli ho chiesto un qualcosa, non ricordo nemmeno cosa, lui mi ha risposto quel che doveva, poi ha aggiunto la sua sequela di ordini e raccomandazioni. Oggi non l’ho presa con nessun tono, non l’ho presa felice, perché che c’è da essere felici quando si parla normalmente e si risponde pratico?! E non l’ho presa triste o incazzata, perché non sono nello spirito di farlo e non c’era né bisogno, né motivo. Al suo: “poi usa lo svitatore per lo zoccolino” ho risposto: “Sì, beh, vedrò poi” o qualcosa del genere, con il tono di chi prevede di fare mille lavori, prima di dover arrivare a quello di cui si sta parlando.

Bene: QUESTO è stato il problema di oggi. Come fosse un problema. Mi è stato rinfacciato di non essere mai d’accordo, di contestare su tutto e di fare il cazzo che mi pare, ingrato. Che in realtà son tutte cose verissime e sacrosante, ma che c’è da risentirsi tanto?! M’è stato rinfacciato di non saper fare i lavori che ho già fatto e finito; mi è stato detto di non ascoltare i consigli e protestare sempre, quando non ricordo d’aver mai protestato sull’utilizzo del flessibile, così è, così si usa, che devo protestà?! Anzi, il disco del flessibile s’è consumato (come è naturale che sia, visto che leviga) e, appena raggiunta la soglia dell’inutilizzabilità, s’è sfaldato in più pezzi, lanciandone alcuni in giro per il mondo. Nel suddetto mondo è considerato anche il mio braccio sinistro, che ne ha accolto di striscio un pezzettino.

Bene. Oggi s’è fatta una questione su due cose inesistenti e io ho capito. Ho capito che non c’è bisogno di impuntarsi su idee, non c’è bisogno di avere principi, non importa quanto si possa essere decisi o eloquenti; davanti a una malattia, non c’è accanimento che funzioni, se non la cura. La cura, nei casi di depressione, è quasi sempre l’agnizione da parte del paziente stesso di avere un problema e di poterlo risolvere solo da sé.

La depressione dei miei genitori è comune a tante persone, me compreso. La componente egoistica di sentirsi importanti, intelligenti e unici è preponderante, ma sfociare nel bisogno di risentirsi per ribadire la propria superiorità è un limite che mi sembra allarmante.

Questa non è un’accusa, non è nemmeno una sicurezza (l’ho postulata io, vuoi che sia plausibile?!), è semplicemente un’analisi dei fatti e delle forze. Non ho soluzione a questo “problema”, volevo solamente mettere una puntina e fissarlo al muro della memoria, per ricordarmene la prossima volta che l’astio monterà. Per ricordarmi che non ci si può e non ci si deve arrabbiare con un malato perché è malato, bisogna fare in modo che si senta a proprio agio e sicuro, per quanto possibile. Il contagio è sempre in agguato, e io non voglio diventare così.

* AGGIORNAMENTO

Avrei voluto chiudere il tutto con una chiusa comica, l’ho rimuginata per tutto lo zoccolino:
– La cosa bella è che sono andato a prendere lo svitatore ed entrambe le batterie sono durate, in tutto, quattro viti.

Ma come nelle più blande definizioni di depressione:
la depressione è quella cosa  che ti fa vedere il bicchiere mezzo vuoto
Quindi, per traslato, non ti fa vedere l’ironia della cosa. Quindi, quando vedi tuo figlio che svita uno zoccolino con il cacciavite perché ti dice che la tua soluzione s’è dimostrata fallimentare, non lasci cadere la cosa, trovi uno specchio e ti ci arrampichi (testuali parole):
– se fossi andato a prendere lo svitatore stamattina, ora sarebbe carico

Beh, dai, in fondo in fondo è comica anche questa come chiusa.

Annunci

E nonostante sia sempre critico verso ciò che mi capita di realizzare, la mia prima volta come presentatore di slam, non mi è sembrata malaccio. Faccio questa premessa, perché so che proseguirò infarcendo il racconto imparziale con tutte le cose che sono andate storte :).

Come per tante “novità” che si organizzano in paesi che non contano una popolazione di milioni, la risposta del pubblico non era per nulla certa, anzi, si temeva proprio di ritrovarsi in quattro gatti a raccontarsela e votarsela tra di noi. Ma non bisogna mai sottovalutare la potenza del mettersi in mostra. Non c’è essere umano che scriva, che non voglia essere ascoltato (rare eccezioni previste).

Quindi il pubblico c’è stato e tutti i dubbi e le perplessità sulla riuscita della serata, sono stati sciolti da quella ondata di presenze che ha obbligato una buona parte a sostare sulle scale, in piedi o seduta a terra. In più, nonostante fosse un pubblico disciplinato, la prerogativa che ha prevalso in tutti è stata la curiosità. “Che diavolo è uno slam?!”

Le iscrizioni sono state tantissime e per la buona riuscita di uno spettacolo come questo, sono la manna dal cielo. A volte, in eventi a iscrizione aperta come questo, ci si trova a faticare a raggiungere gli otto partecipanti. S’è deciso, quindi, di optare per una manche sola più una finale, per non andare troppo lunghi con i tempi.

Nello scrivere male i nomi sulla lavagna, ho cominciato a sentirmi un po’ teso. Ho passato i giorni di preparazione nella calma più totale. Ogni problema legato a quello che avrei dovuto dire, mi sembrava un nulla, al confronto dell’organizzazione vera e propria. Quindi ho continuato a pensare che il presentare fosse assai meno terrificante del parteciparvi.

Ho rimandato troppo a lungo il: “cosa dico?!” e mi sono ritrovato a pensare: “l’ho spiegato mille volte, cosa sia un poetry slam, vuoi che non lo riesca a dire una volta in più?!”. Ecco, memento a me stesso: “SMETTILA di fare sti cacchio di pensieri!”. Penso d’aver ripetuto la parola “manche” dodici volte, che la giuria fosse estratta a sorte quindici, che avrebbe dovuto votare sessantadue e poi devo aver aperto più parentesi di quanti centri commerciali siano sorti in Italia nell’ultimo decennio.

Stranamente il pubblico ha capito, c’è stato qualche problema con i decimali, nel senso che i votanti sembravano restii a utilizzarli e si finiva ad avere voti troppo simili l’uno all’altro. Tranne i finalisti, c’era un limbo di parimerito infinito. Il pubblico non votante, pian piano, ha capito di poter dissentire e, tranne qualche piccolo momento di sonnolenza, ogni tanto partivano delle proteste o degli apprezzamenti. Al primo 30 pieno, per esempio, c’è stato un boato d’approvazione che ho condiviso pienamente. Fabio Fusi ha riscosso il successo che meritava, con la sua prima poesiatuttadunfiato. Altri hanno apprezzato voti alti e sottolineato gli errori di valutazione troppo standard.

In tutto questo son riuscito a non farmi capire, tanto da suscitare una piccola protesta. Nel presentare uno slammer, ho calcato la mano sul fatto che lui avesse partecipato a tanti slam, mentre altri erano del tutto neofiti. Devo averlo fatto con troppe parole, sicuramente confuse, conoscendomi; ma questo è stato visto da qualcuno come una forma di parzialità: “non l’hai certo presentato come gli altri” … e datemi 18 vite e vi seguirò un po’ tutti per presentarvi come si deve. Uno era mio compagno delle medie, l’ho presentato: “è stato assurdo ritrovarmi come iscritto un mio compagno delle medie”, mica è un vanto-merito-onore … anzi. Vabbeh, dovrò studiarmi un po’ più le tecniche presentatorie.

L’altra cosa che ha suscitato non poco fervore è stato il mio intervento in merito alla linearità della maggioranza delle poesie presentate. Quel che avrei dovuto dire era: “la forza dello slam sta anche nella presenza di poeti lineari e di performer, questa sera stiamo assistendo a una grande quantità di poeti lineari, mentre sembra più raro notare una dose di interpretazione “teatrale” dello scritto; ma è anche naturale, visto che è la prima volta, per la maggioranza dei partecipanti”. Forse avrei dovuto dire così, forse così sarei stato più chiaro. Invece penso d’aver detto così: “negli slam … insomma … vabbeh … poeti lineari sono quelli che … < mimica facciale e movimenti convulsi delle mani > leggono e ci mettono contenuti … insomma, le poesie sono poesie e tutto quanto … poi ci sono i performer, quelli che magari non è che abbiano tanto da dire, però lo fanno passare … beh … magari hanno anche qualcosa da dire, ma non è quello l’importante … cioè, sì, quello è l’importante, però quel poco che dicono, lo fanno sembrare più grande con un’interpretazione … non con la sola lettura” e poi devo essere svenuto per il mio stesso odore, visto che se mi ingarbuglio in qualche discorso che non mi son preparato prima, comincio a sudare che neanche gli Gnu in piena estate.

Ecco, questo sì che ha suscitato polemiche. C’è chi l’ha presa sul personale (“‘zzo vuole sto qui, la mia poesia non era da leggere, ma da interpretare?! Che se la interpreti nel culo!” robe così, insomma, piccolezze), chi non ha capito (e come dar loro torto 🙂 ) e chi, già sapendo cosa intendessi, ha tirato un po’ la bocca pensando: “ahia, torna a fare le punte ai bamboo, lascia il presentare a chi lo sa fare, che se non hai chiare le idee tu, è difficile le possa chiarire a chi non sa di cosa tu stia parlando”.

E infatti proteste, mani alzate, risate. La mia sudorazione ha cominciato a raggiungere DEFCON 2. Ho preferito troncare di netto la discussione e proseguire con la prima manche, fiducioso di poter chiarire tutto nella pausa prima della finale.

Così è stato. Dopo aver riso, cum-patito e apprezzato la lunga serie di partecipanti, l’eterogenea proposta di stili, di profondità e di metafore, dopo aver constatato che la poesia tocca tutti, dalla scolara al pensionato tremante che non puoi trattenerti dal sentirti il cuore stringere, dopo aver espunto i finalisti dalla lista dei partecipanti, ho avuto i miei tre minuti per spiegare cosa differenziasse un poeta lineare da un performer, in uno slam. Penso si sia capito.

La finale è andata più scorrevole, i cinque partecipanti erano rodati, la nuova giuria è stata rapida e secca, il vincitore ha meritato in pieno il premio e si è di nuovo presentato il problema delle gare: i secondi non meritano d’esser secondi.

Dopo la conclusione è stato affascinante l’effetto elastico: dopo la compressione, la tensione e tutto quell’inspirare durante la serata, s’è espanso, rilasciato ed è esploso un qualcosa che compensasse. Chi ha sorriso, m’ha regalato i grazie più sentiti, chi è rimasto deluso dal fatto che “non fosse poesia”, m’ha aiutato a capire che esistono sempre più punti di vista e non bisogna mai smettere di confrontarsi per imparare a capire gli altri.

È stata una serata rara e speriamo rimanga tale, ché l’abitudine e la ripetizione, in questi casi, portano spesso a non apprezzare abbastanza la pura bellezza che sta nel caso. Speriamo si ripeta, certo, ma speriamo rimanga tale il candore, non il contenuto; speriamo rimanga tale o aumenti la sorpresa e non i partecipanti (non per altro, ma per il giusto ricambio che serve allo spettacolo); speriamo non diminuisca la bontà di pubblico e partecipanti.

Un grazie a chi ha permesso la serata e chi l’ha resa tale. A presto.

* citazione poco dotta, modificata solo per richiamare il luogo in cui s’è svolto lo slam, la Libreria di via Volta, a Erba.

Ps. e onore al merito ad Alfonso Maria Petrosino, vincitore della serata

Manco da un po’, lo so, non che a te manchi, immagino … ma lasciami pensare che almeno un cicciputtolo io ti sia mancato.

È che sto finendo le cose fattibili in casa, presto arriverà l’omino del parquet a levigare al piano esistente e posare in quello inesistente. Lavoro non ne ho, per ora, ma intravedo già un’estate piena. Meglio così.
Chiudo la parentesi di servizio e passo a quel che volevo scrivere.

Ho ricominciato a scrivere, stavolta mi sento che andrò avanti (ora che l’ho detto, m’arenerò presto in un letamaio), non come gli ultimi tentativi che si perdono in una decina di pagine e in una decina di milioni di soluzioni inutili o deprecabili. Questa volta non ho pretese. Forse è questo che mi aiuta a pensare di poter proseguire.

Non è una di quelle assurde storie che scrivevo solitamente (per ora, chissà, magari arrivo in qualche digressione assurda),  di quelle strane tangenti di mondi irreali o paralleli. Per ora è “solo” una storia semplice. Una storia mia. Molto mia.

Non ho la pretesa che possa interessare, probabilmente non uscirà dal mio pc e me la dimenticherò presto come tutte le altre, ma mi potrebbe aiutare a capire se io sia ancora in grado, o meno, di scrivere qualcosa di strutturato e lineare e continuo e pregno.

È una storia basata sui limiti, basata su come le persone prendano la realtà, come l’affrontino e la facciano propria. Parla di errori, di errori su errori e di catastrofi annunciate. È un semplice riassunto di tutto ciò che potrebbe andare storto in un rapporto, dal punto di vista di uno (sto alzando la mano!!) che è troppo lento per accorgersi che tutto stia andando a rotoli.

Non è una storia vittimistica, tutt’altro, non ci si piange quasi mai addosso, non ci sono momenti disperati o intrighi mocciosi (non ho dimenticato una preposizione); è il tentativo di spiegare come io veda l’altra persona, senza accorgermi degli errori o delle incomprensioni (e visto che mi capita spesso, ne parlo con cognizione di causa).

E tutto gira sui labili limiti del perdersi e dell’accettarsi. Perdersi in quel che si vuole sognare, in quel che si spera; accettarsi nel ritrovarsi piccoli atomi.

Per ora è tutto molto fumoso e (a mio avviso) troppo aggettivato (l’ho scritto in un momento in cui l’affastellare aggettivi mi suonava migliore), ma quando metterò a posto le idee, capirò come dargli un ritmo, un peso minore e una scorrevolezza maggiore.

Come per gli aggettivi, però, la storia corre tutta su pesi e misure, sulla capacità di comprendere quando sia possibile abbondarsi e quando invece sia necessario e saggio trattenersi, quanto sia facile lasciarsi andare e quanto, spesso, non sia la cosa migliore.

Insomma, sto scrivendo di vita e d’amore, come sempre. Che pppalle che sssono.

Tutti hanno quella nostalgia della giovinezza, come età durante la quale tutto sembrava più libero, migliore, spensierato. Tutti sanno che i ricordi sono, quasi sempre, romanzi costruiti su immagini. Io non mi ricordo che la sensazione di un qualcosa, poi la unisco a delle immagini e ci caramello sopra qualcosa che, magari, non è mai stato.

E questo mi è sempre piaciuto. Le storie che si ricordano e raccontano, non sono altro che coincidenze, non sono altro che romanzi di realtà inesistenti. Non si sta mentendo, magari, ma si sta architettando, si sta rendendo artificiosa una storia vera. E non è una colpa, è la semplice necessità dettata, volontariamente o meno, dal tempo. Quello intercorso tra l’episodio e il raccontarlo, quello che incombe quando lo si sta raccontando, quello che agisce sui ricordi e sui sentimenti.

Ma poi torno a scuola, capita che io torni a scuola. Mi trovo in una stanza e sento litigare una coppia. E non sono tanto le parole o i discorsi, non è nemmeno il tono, quello che mi colpisce. Sono sempre quelli, sempre gli stessi dei miei tempi e gli stessi dei tempi dei miei genitori o dei loro nonni. Magari i modi son cambiati, sì, che ora sembra nessuno sappia dell’esistenza del congiuntivo o dell’educazione, ma facciamo che siano gli stessi.

Ecco, in queste situazioni, quando mi viene da accartocciarmi di dispiacere come facevo alla loro età (e non ho ancora smesso di fare), perché due che se anche non si amano, se anche non hanno condiviso anni insieme, si mettono a urlare e piangere, a me viene la rabbia di non essere migliore, di non essere capace di avvicinarmi silenzioso, mettere una mano calda sul collo di entrambi e far loro capire che farsi del male è inevitabile, deludere altrettanto, quindi bisogna vivere al massimo quello che si ha.

Se, però, una delle frasi che capto è che quello stronzo se ne frega e va con tutte, mentre lei chiede solo di stargli al fianco, ogni tanto, mi sale la carogna del “potere”. Perché da uno stronzo bisogna accettare che lo sia?! Perché ci si aspetta che un “figo” ti tratti di merda, mentre quei “grandi amici” o i ragazzi “tanto buoni, tanto cari” hanno pure sulle spalle l’onere di non sgarrare mai?!

Lì mi viene il moto di spezzarlo di insulti, quel collo. Segare sul nascere quella sensazione di “potere” che un ragazzo acquisisce in quell’età e si porta avanti per tutta la vita. Prevenire in qualche modo la possibilità che una volta rilevata l’azienda di papà, questi non abbiano scrupoli verso ambiente o persone, per un’abitudine, per quella stronza abitudine a fregarsene. Perché a loro gira sempre bene.

Poi ricalcolo gli equilibri e mi torna da pensare che, forse, è anche giusto che esistano gli stronzi e che, purtroppo, governino il mondo; perché un esempio da rifuggire è necessario, un peso dall’altra parte per equilibrare è auspicabile e perché, alla lunga, i “bravi ragazzi” una brava ragazza che li apprezzi, la trovano. Forse. Spero. Fanculo.