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Manco da un po’, lo so, non che a te manchi, immagino … ma lasciami pensare che almeno un cicciputtolo io ti sia mancato.

È che sto finendo le cose fattibili in casa, presto arriverà l’omino del parquet a levigare al piano esistente e posare in quello inesistente. Lavoro non ne ho, per ora, ma intravedo già un’estate piena. Meglio così.
Chiudo la parentesi di servizio e passo a quel che volevo scrivere.

Ho ricominciato a scrivere, stavolta mi sento che andrò avanti (ora che l’ho detto, m’arenerò presto in un letamaio), non come gli ultimi tentativi che si perdono in una decina di pagine e in una decina di milioni di soluzioni inutili o deprecabili. Questa volta non ho pretese. Forse è questo che mi aiuta a pensare di poter proseguire.

Non è una di quelle assurde storie che scrivevo solitamente (per ora, chissà, magari arrivo in qualche digressione assurda),  di quelle strane tangenti di mondi irreali o paralleli. Per ora è “solo” una storia semplice. Una storia mia. Molto mia.

Non ho la pretesa che possa interessare, probabilmente non uscirà dal mio pc e me la dimenticherò presto come tutte le altre, ma mi potrebbe aiutare a capire se io sia ancora in grado, o meno, di scrivere qualcosa di strutturato e lineare e continuo e pregno.

È una storia basata sui limiti, basata su come le persone prendano la realtà, come l’affrontino e la facciano propria. Parla di errori, di errori su errori e di catastrofi annunciate. È un semplice riassunto di tutto ciò che potrebbe andare storto in un rapporto, dal punto di vista di uno (sto alzando la mano!!) che è troppo lento per accorgersi che tutto stia andando a rotoli.

Non è una storia vittimistica, tutt’altro, non ci si piange quasi mai addosso, non ci sono momenti disperati o intrighi mocciosi (non ho dimenticato una preposizione); è il tentativo di spiegare come io veda l’altra persona, senza accorgermi degli errori o delle incomprensioni (e visto che mi capita spesso, ne parlo con cognizione di causa).

E tutto gira sui labili limiti del perdersi e dell’accettarsi. Perdersi in quel che si vuole sognare, in quel che si spera; accettarsi nel ritrovarsi piccoli atomi.

Per ora è tutto molto fumoso e (a mio avviso) troppo aggettivato (l’ho scritto in un momento in cui l’affastellare aggettivi mi suonava migliore), ma quando metterò a posto le idee, capirò come dargli un ritmo, un peso minore e una scorrevolezza maggiore.

Come per gli aggettivi, però, la storia corre tutta su pesi e misure, sulla capacità di comprendere quando sia possibile abbondarsi e quando invece sia necessario e saggio trattenersi, quanto sia facile lasciarsi andare e quanto, spesso, non sia la cosa migliore.

Insomma, sto scrivendo di vita e d’amore, come sempre. Che pppalle che sssono.

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2 Comments

    • ezechiele
    • Posted marzo 18, 2010 at 08:12
    • Permalink

    ma poi lo scritto lo darai a catriona? 🙂

    • savohead
    • Posted marzo 18, 2010 at 09:09
    • Permalink

    Ciao Ezechiele, sai che un giorno, in un eccesso d’egoismo, ho pensato che una delle storie che ho nel cassetto (esiste ancora qualcuno che abbia qualcosa nel cassetto?! io ho tutto in cartelle volatili fatte di bit), avrei potuto spedirla a qualcuno?! E ho anche pensato di scrivere a Catriona e chiederle di darmi tre o quattro nomi di CE, tra i quali la sua, così da non svelare nessun mistero. Se poi il caso (perché il merito lo tralascio da subito … eheh) avesse voluto lei fosse interessata, sarebbe stato un bellissimo epilogo.
    Grazie del commento. A presto.


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