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A volte ho delle epifanie, come tutti. Come tutti capisco al volo qualcosa che prima mi sfuggiva, afferro una verità, anche la più piccola, e la faccio mia come avrei dovuto già tempo prima.

Nella mia mediocre ignoranza, ho tanti principi e una volontà ballerina, ma cerco in ogni modo di far prevalere raziocinio e sentimenti, quando possibile. Quando non ci riesco, mi incazzo. Con me, ovviamente, è possibile arrabbiarsi con qualcuno all’infuori dell’incapace sé?!

Io mi infarino di un sacco di cose, perché mi interessano tutte. Ne approfondisco poche, di scienze, ma non appena acquisto una qualsiasi nozione, la spalmo in giro per cercar somiglianze nelle altre discipline che conosco sommariamente. La sociologia e la psicologia m’attraggono da sempre, sempre.

Oggi ho capito che i miei genitori sono malati. Non che l’abbia capito solo e proprio oggi, solo che oggi ho capito un po’ meglio quanto sia “grave” e come cercare di prenderla. I miei genitori sono depressi, come un sacco di mondo “occidentale”. Sono depressi per paura, forse, per noia, magari. Rimane che son depressi.

Hanno un sincero bisogno di sentirsi utili, hanno una necessità smodata di sentirsi apprezzati oltre ogni limite (e questo limite lo decidono loro, quindi raggiunge vette inimmaginabili) e non vedono più quella naturale e migliore via di mezzo che potrebbe portarli ad apprezzarsi di più e vivere più tranquilli.

Tutto questo non lo scrivo da un “punto più alto” (il solito discorso del: “guarda che brutto, quello” – “sarai bello tu” – “CHE CAZZO C’ENTRA?!?!?!”), lo scrivo come dato di fatto, come appunto per migliorare il rapporto e imparare a incanalarlo in un verso vivibile. Ci mancherebbe il credermi migliore, sono qui che sono un ginepraio di pensieri contrastanti e instabilità, come potrei ritenermi più assennato di chiunque.

Il fatto è che oggi NON c’è stata alcuna discussione. Mentre nel periodo più infuocato (e spero vivamente non ne vengano altri, di così intensi) dei lavori, l’essere tesi e insofferenti, mi sembrava più “naturale” e ci portava a litigare pesantemente su fatti pregni e significativi; su discorsi più profondi o di principio; con idee uguali o opposte, ma con realizzazioni migliori o peggiori; oggi NON s’è discusso, sono andato dal mio babbo e gli ho chiesto un qualcosa, non ricordo nemmeno cosa, lui mi ha risposto quel che doveva, poi ha aggiunto la sua sequela di ordini e raccomandazioni. Oggi non l’ho presa con nessun tono, non l’ho presa felice, perché che c’è da essere felici quando si parla normalmente e si risponde pratico?! E non l’ho presa triste o incazzata, perché non sono nello spirito di farlo e non c’era né bisogno, né motivo. Al suo: “poi usa lo svitatore per lo zoccolino” ho risposto: “Sì, beh, vedrò poi” o qualcosa del genere, con il tono di chi prevede di fare mille lavori, prima di dover arrivare a quello di cui si sta parlando.

Bene: QUESTO è stato il problema di oggi. Come fosse un problema. Mi è stato rinfacciato di non essere mai d’accordo, di contestare su tutto e di fare il cazzo che mi pare, ingrato. Che in realtà son tutte cose verissime e sacrosante, ma che c’è da risentirsi tanto?! M’è stato rinfacciato di non saper fare i lavori che ho già fatto e finito; mi è stato detto di non ascoltare i consigli e protestare sempre, quando non ricordo d’aver mai protestato sull’utilizzo del flessibile, così è, così si usa, che devo protestà?! Anzi, il disco del flessibile s’è consumato (come è naturale che sia, visto che leviga) e, appena raggiunta la soglia dell’inutilizzabilità, s’è sfaldato in più pezzi, lanciandone alcuni in giro per il mondo. Nel suddetto mondo è considerato anche il mio braccio sinistro, che ne ha accolto di striscio un pezzettino.

Bene. Oggi s’è fatta una questione su due cose inesistenti e io ho capito. Ho capito che non c’è bisogno di impuntarsi su idee, non c’è bisogno di avere principi, non importa quanto si possa essere decisi o eloquenti; davanti a una malattia, non c’è accanimento che funzioni, se non la cura. La cura, nei casi di depressione, è quasi sempre l’agnizione da parte del paziente stesso di avere un problema e di poterlo risolvere solo da sé.

La depressione dei miei genitori è comune a tante persone, me compreso. La componente egoistica di sentirsi importanti, intelligenti e unici è preponderante, ma sfociare nel bisogno di risentirsi per ribadire la propria superiorità è un limite che mi sembra allarmante.

Questa non è un’accusa, non è nemmeno una sicurezza (l’ho postulata io, vuoi che sia plausibile?!), è semplicemente un’analisi dei fatti e delle forze. Non ho soluzione a questo “problema”, volevo solamente mettere una puntina e fissarlo al muro della memoria, per ricordarmene la prossima volta che l’astio monterà. Per ricordarmi che non ci si può e non ci si deve arrabbiare con un malato perché è malato, bisogna fare in modo che si senta a proprio agio e sicuro, per quanto possibile. Il contagio è sempre in agguato, e io non voglio diventare così.

* AGGIORNAMENTO

Avrei voluto chiudere il tutto con una chiusa comica, l’ho rimuginata per tutto lo zoccolino:
– La cosa bella è che sono andato a prendere lo svitatore ed entrambe le batterie sono durate, in tutto, quattro viti.

Ma come nelle più blande definizioni di depressione:
la depressione è quella cosa  che ti fa vedere il bicchiere mezzo vuoto
Quindi, per traslato, non ti fa vedere l’ironia della cosa. Quindi, quando vedi tuo figlio che svita uno zoccolino con il cacciavite perché ti dice che la tua soluzione s’è dimostrata fallimentare, non lasci cadere la cosa, trovi uno specchio e ti ci arrampichi (testuali parole):
– se fossi andato a prendere lo svitatore stamattina, ora sarebbe carico

Beh, dai, in fondo in fondo è comica anche questa come chiusa.

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3 Comments

  1. Posso controbattere che quella non è depressione, ma semplice egocentrismo espanso, che è forse anche peggio, aggravato dall’età, che rende facilmente intolleranti? Io credo che a una certa età non ha più nessuna voglia di sentirti contraddire, anche se hai torto. Semplicemente perché non ce la fai più, non per altro. Me lo ripeto ogni volta che parlo con mia madre, anche se con scarsi risultati, visto che ormai sono arrivata a livello di sopportazione zero 😉

    • savohead
    • Posted marzo 23, 2010 at 00:41
    • Permalink

    Non so, potrebbe anche essere, ma penso che il fatto che sia così radicato, sia indice di mancanza di senso del limite. Questo è un tipico atteggiamento di chi non ammette uno stato di alterazione della propria personalità (questi paroloni rendono il tutto molto più grave di quanto sia, in realtà, non sono pazzi da legare, sono semplicemente fuori dal normale schema di calma sociale), o, almeno, così mi pare di ricordare.
    E non è un grave male, è un semplice stato, forse tu hai colpito nel segno con il dire che alla loro età non si ha nemmeno più voglia di sentirsi contraddire anche nel torto. Spero solo di avere davvero più costanza nel prendere la cosa nel verso giusto, ché incazzarsi e incaponirsi non fa bene a nessuno.
    Grazie del commento, as usual.

  2. Probabilmente non ammettono una alterazione perché non ammettono di essere invecchiati 😉 La vecchiaia può essere una malattia, se la si vive male. In fondo è tutto qui: la salute fisica non ci sostiene più e questo diventa un dramma, che spinge alla ricerca di conferme e al bisogno di qualcosa che non si sa cosa sia, solo per sentirsi ancora vivi e utili. Ad ogni modo, almeno un colloquio con uno psicologo in certe situazioni farebbe bene 😉


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