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E nonostante sia sempre critico verso ciò che mi capita di realizzare, la mia prima volta come presentatore di slam, non mi è sembrata malaccio. Faccio questa premessa, perché so che proseguirò infarcendo il racconto imparziale con tutte le cose che sono andate storte :).

Come per tante “novità” che si organizzano in paesi che non contano una popolazione di milioni, la risposta del pubblico non era per nulla certa, anzi, si temeva proprio di ritrovarsi in quattro gatti a raccontarsela e votarsela tra di noi. Ma non bisogna mai sottovalutare la potenza del mettersi in mostra. Non c’è essere umano che scriva, che non voglia essere ascoltato (rare eccezioni previste).

Quindi il pubblico c’è stato e tutti i dubbi e le perplessità sulla riuscita della serata, sono stati sciolti da quella ondata di presenze che ha obbligato una buona parte a sostare sulle scale, in piedi o seduta a terra. In più, nonostante fosse un pubblico disciplinato, la prerogativa che ha prevalso in tutti è stata la curiosità. “Che diavolo è uno slam?!”

Le iscrizioni sono state tantissime e per la buona riuscita di uno spettacolo come questo, sono la manna dal cielo. A volte, in eventi a iscrizione aperta come questo, ci si trova a faticare a raggiungere gli otto partecipanti. S’è deciso, quindi, di optare per una manche sola più una finale, per non andare troppo lunghi con i tempi.

Nello scrivere male i nomi sulla lavagna, ho cominciato a sentirmi un po’ teso. Ho passato i giorni di preparazione nella calma più totale. Ogni problema legato a quello che avrei dovuto dire, mi sembrava un nulla, al confronto dell’organizzazione vera e propria. Quindi ho continuato a pensare che il presentare fosse assai meno terrificante del parteciparvi.

Ho rimandato troppo a lungo il: “cosa dico?!” e mi sono ritrovato a pensare: “l’ho spiegato mille volte, cosa sia un poetry slam, vuoi che non lo riesca a dire una volta in più?!”. Ecco, memento a me stesso: “SMETTILA di fare sti cacchio di pensieri!”. Penso d’aver ripetuto la parola “manche” dodici volte, che la giuria fosse estratta a sorte quindici, che avrebbe dovuto votare sessantadue e poi devo aver aperto più parentesi di quanti centri commerciali siano sorti in Italia nell’ultimo decennio.

Stranamente il pubblico ha capito, c’è stato qualche problema con i decimali, nel senso che i votanti sembravano restii a utilizzarli e si finiva ad avere voti troppo simili l’uno all’altro. Tranne i finalisti, c’era un limbo di parimerito infinito. Il pubblico non votante, pian piano, ha capito di poter dissentire e, tranne qualche piccolo momento di sonnolenza, ogni tanto partivano delle proteste o degli apprezzamenti. Al primo 30 pieno, per esempio, c’è stato un boato d’approvazione che ho condiviso pienamente. Fabio Fusi ha riscosso il successo che meritava, con la sua prima poesiatuttadunfiato. Altri hanno apprezzato voti alti e sottolineato gli errori di valutazione troppo standard.

In tutto questo son riuscito a non farmi capire, tanto da suscitare una piccola protesta. Nel presentare uno slammer, ho calcato la mano sul fatto che lui avesse partecipato a tanti slam, mentre altri erano del tutto neofiti. Devo averlo fatto con troppe parole, sicuramente confuse, conoscendomi; ma questo è stato visto da qualcuno come una forma di parzialità: “non l’hai certo presentato come gli altri” … e datemi 18 vite e vi seguirò un po’ tutti per presentarvi come si deve. Uno era mio compagno delle medie, l’ho presentato: “è stato assurdo ritrovarmi come iscritto un mio compagno delle medie”, mica è un vanto-merito-onore … anzi. Vabbeh, dovrò studiarmi un po’ più le tecniche presentatorie.

L’altra cosa che ha suscitato non poco fervore è stato il mio intervento in merito alla linearità della maggioranza delle poesie presentate. Quel che avrei dovuto dire era: “la forza dello slam sta anche nella presenza di poeti lineari e di performer, questa sera stiamo assistendo a una grande quantità di poeti lineari, mentre sembra più raro notare una dose di interpretazione “teatrale” dello scritto; ma è anche naturale, visto che è la prima volta, per la maggioranza dei partecipanti”. Forse avrei dovuto dire così, forse così sarei stato più chiaro. Invece penso d’aver detto così: “negli slam … insomma … vabbeh … poeti lineari sono quelli che … < mimica facciale e movimenti convulsi delle mani > leggono e ci mettono contenuti … insomma, le poesie sono poesie e tutto quanto … poi ci sono i performer, quelli che magari non è che abbiano tanto da dire, però lo fanno passare … beh … magari hanno anche qualcosa da dire, ma non è quello l’importante … cioè, sì, quello è l’importante, però quel poco che dicono, lo fanno sembrare più grande con un’interpretazione … non con la sola lettura” e poi devo essere svenuto per il mio stesso odore, visto che se mi ingarbuglio in qualche discorso che non mi son preparato prima, comincio a sudare che neanche gli Gnu in piena estate.

Ecco, questo sì che ha suscitato polemiche. C’è chi l’ha presa sul personale (“‘zzo vuole sto qui, la mia poesia non era da leggere, ma da interpretare?! Che se la interpreti nel culo!” robe così, insomma, piccolezze), chi non ha capito (e come dar loro torto 🙂 ) e chi, già sapendo cosa intendessi, ha tirato un po’ la bocca pensando: “ahia, torna a fare le punte ai bamboo, lascia il presentare a chi lo sa fare, che se non hai chiare le idee tu, è difficile le possa chiarire a chi non sa di cosa tu stia parlando”.

E infatti proteste, mani alzate, risate. La mia sudorazione ha cominciato a raggiungere DEFCON 2. Ho preferito troncare di netto la discussione e proseguire con la prima manche, fiducioso di poter chiarire tutto nella pausa prima della finale.

Così è stato. Dopo aver riso, cum-patito e apprezzato la lunga serie di partecipanti, l’eterogenea proposta di stili, di profondità e di metafore, dopo aver constatato che la poesia tocca tutti, dalla scolara al pensionato tremante che non puoi trattenerti dal sentirti il cuore stringere, dopo aver espunto i finalisti dalla lista dei partecipanti, ho avuto i miei tre minuti per spiegare cosa differenziasse un poeta lineare da un performer, in uno slam. Penso si sia capito.

La finale è andata più scorrevole, i cinque partecipanti erano rodati, la nuova giuria è stata rapida e secca, il vincitore ha meritato in pieno il premio e si è di nuovo presentato il problema delle gare: i secondi non meritano d’esser secondi.

Dopo la conclusione è stato affascinante l’effetto elastico: dopo la compressione, la tensione e tutto quell’inspirare durante la serata, s’è espanso, rilasciato ed è esploso un qualcosa che compensasse. Chi ha sorriso, m’ha regalato i grazie più sentiti, chi è rimasto deluso dal fatto che “non fosse poesia”, m’ha aiutato a capire che esistono sempre più punti di vista e non bisogna mai smettere di confrontarsi per imparare a capire gli altri.

È stata una serata rara e speriamo rimanga tale, ché l’abitudine e la ripetizione, in questi casi, portano spesso a non apprezzare abbastanza la pura bellezza che sta nel caso. Speriamo si ripeta, certo, ma speriamo rimanga tale il candore, non il contenuto; speriamo rimanga tale o aumenti la sorpresa e non i partecipanti (non per altro, ma per il giusto ricambio che serve allo spettacolo); speriamo non diminuisca la bontà di pubblico e partecipanti.

Un grazie a chi ha permesso la serata e chi l’ha resa tale. A presto.

* citazione poco dotta, modificata solo per richiamare il luogo in cui s’è svolto lo slam, la Libreria di via Volta, a Erba.

Ps. e onore al merito ad Alfonso Maria Petrosino, vincitore della serata

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