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Monthly Archives: maggio 2010

Ho sempre avuto problemi a parlare, è una cosa più forte di me. Nello scrivere trovo il tempo per ponderare meglio le parole, le frasi e i concetti. Non che i risultati mi diano alcuna ragione. Comunque. Magari mi viene una frase giusta, quando parlo, ma è solo perché l’ho già pensata in doccia, oppure l’ho già usata, oppure l’ho presa bellamente dalla mente di qualcun altro.

E ci sono un sacco di cose che non son mai riuscito a spiegare, un sacco di piccoli tasselli del mosaico, dei quali non so descrivere perfettamente il colore, figuriamoci i loro accostamenti.

Oggi ho provato a pensare a come spiegare una delle cose che più mi sta a cuore: la mia accettazione dei momenti. Sono una pallosissima piangina, ma nei pochi momenti di lucidita, so perfettamente che ogni secondo che vivo, è guadagnato. Sia questo un momento bello o uno da dimenticare; l’immenso grazie per l’esser vivo, eclissa ogni possibile tentennamento.

E mentre spolveravo, la mia gatta s’è accoccolata sul cuscino di una sedia, s’è stiracchiata, s’è coperta il muso con la zampa, è scivolata un po’ in giù, s’è leccata e s’è ricoperta di nuovo gli occhi con la zampa, poi s’è ribalatata un po’ di più e s’è stiracchiata di nuovo. Non ho resistito. L’ho dovuta accarezzare.

Lì ho capito come spiegare un mio pensiero, o parte di esso.

Se c’è una cosa che amo più di tante altre, è carezzare qualcuno, abbracciare qualcuno, far sentire tutto ciò che posso, con le mani. Mi sembra un modo calmo e sincero, diretto e pieno di segreti profumati, per far sentire quanto io ringrazi la pelle altrui. È la metafora di quello che non riesco sempre a dire, a chiedere o a passare.

Ho pensato che non a tutte le persone che amo, piacciono i gatti.

Da qui il mio teorema del gatto entropico:
i gatti possono anche non piacerti, ma se senti anche solo un piccolo brivido, mentre ti carezzo, ti abbraccio o ti prendo la mano, devi ringraziarli per avermi fatto scoprire la magia che può esistere nelle mani.

La spiega è che, di ritorno, non mi piace tutto quello che hanno vissuto le persone che mi circondano, non mi piace tutto il loro essere e non mi piacciono, a volte, le loro decisioni; ma anche i momenti di cruccio, anche i momenti di lontananza, anche i momenti un po’ grigi, io li accetto senza sforzo, senza problemi o grosse lacrime; perché sono decisioni o situazioni che mi permettono di apprezzare maggiormente i successi, le carezze e la luce, sono pagine che vanno scritte soli, per camminare più decisi e sinceri, quando si scrive a quattro, otto o dodici mani.

Per questo le persone che hanno condiviso con me qualcosa di diamante e poi hanno deciso d’allontanarmi, io le amo ancora. In fondo devo solo ringraziarli, questi momenti di lontananza, perché mi permettono di respirare più a fondo i ricordi o le speranze.

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Giornate di parole, queste. Perché le parole sono importanti.

Mi capita una coincidenza più forte della realtà che ho cercato, ci lego aspetti e significati tutti miei, che aiutano a dipanare matasse e creare altri gomitoli; tengo per me alcuni indizi e arrogo colpe a chi non ne ha, prima di capire di non essere un granché come detective, essendo l’assassino.

Alla conferenza con Coe, sono arrivato presto. Questa coincidenza m’ha permesso di ascoltare le sagge parole di Valérie Tasso, che ha parlato di sesso e donne e uomini e Freud e tanto altro. Ne ha parlato con la disinvoltura che ammiro sempre, ne ha parlato con cognizione e saggezza. Ne ha parlato con la schietta tranquillità di chi non fa mistero della propria debolezza. La debolezza dei puri: la curiosità.

Sto leggendo il suo libro, lo sto leggendo in un modo differente da quello in cui l’avrei letto senza averla conosciuta, anche se per poco e anche se filtrata dalla situazione. Lo sto leggendo carico di quel che ha spiegato, che ha lasciato intendere e quel che ha saputo trasmettere. Lo sto leggendo per imparare quel che vuole e, come sempre, per imparare ciò di cui ho bisogno, ciò che voglio e ciò che cerco.

Tralasciando la coincidenza più leggera di averla sentita dire: “pensate, c’è una parola che definisce una donna che prova desiderio: ninfomane; ma non esiste una corrispondente maschile, e se esiste non ha più l’accezione primaria, oppure nessuno la conosce: satiro” e di aver visto “E morì con un felafel in mano” il giorno seguente, notando una battuta tra le tante:
lei – pensa, ci sono tanti modi per definire una donna che non prova desiderio: frigida, fredda (e altri che non ricordo); ma esiste una parola che definisca un’uomo che non provi desiderio?!
lui – “morto”!

La coincidenza è, come spesso accade, tirata per i capelli, ma ci sta. La storia che vorrei riuscire a scrivere in questo periodo, parla di coincidenze e del peso che le persone danno loro. La coincidenza reale, che ho sentito in questi due accadimenti (la conferenza e il film), uniti a ciò che sto vivendo in questo periodo, è stata che tutto, spesso e volentieri, ruota intorno all’essere se stessi. Il resto lo fa il caso.

Quel che mi fa tremare, spesso e volentieri, è la mia poca sicurezza in ciò che sono, in ciò che vorrei essere e in ciò che i centomila si aspettano da me. E se il caos incontra altro caos, di certo non crea troppe sicurezze.

Di certo so che queste strane coincidenze mi rassicurano, mi aprono gli occhi e mi aiutano a scoprire cose sempre nuove, sempre diverse. E imparare è il modo migliore per riempirsi di qualcosa, magari anche solo di storie. E si sa quel che si è, finché si hanno storie da raccontare: vivi.

I balzi che la vita si ostina a danzare son proprio strani. Passi giornate indistinguibili a cercare particolari che te le possano rendere speciali, ti leghi a qualcosa o qualcuno per sentire un po’ di quel sapore di “senso” che ti manca, ti riempi di impegni e corse, solo per non sentire quel silenzio vuoto. E poi ci son secondi in cui succede tutto. E tutto il resto si ridimensiona in un fiato.

Io non so quale sia il modo migliore di affrontare le realtà, mi piacerebbe saperlo, campeggerebbe calmo nell’archivio del vero Diventare Gandhi, ma mi accorgo di avere sempre bisogno di un qualche tempo, prima di assimilare, di raccogliere e analizzare ciò che accade. Finché lo vivo, mi sento come uno che corre: senza fiato, concentrato su quel momento e pieno istinto. Solo dopo mi accorgo di quel che avrei potuto dire, di come avrei potuto esprimerlo meglio e di quel che avrebbe fatto meglio a chi l’ha vissuto con me.

Oggi ho stretto la mano a Jonathan Coe. Questo è uno di quegli avvenimenti che ti lascian senza fiato già di loro, pensa a quante dita io mi sia snodato nel tentativo, ovviamente vanificato dalla tensione medesima, di non risultare stupido o di trovare le parole giuste per esprimere il grazie che gli devo.

Ecco. Oggi è stato Jonathan Coe. Gli altri giorni sono tutte le altre persone.

E il fatto è che il mio non è un problema, o meglio, non dovrebbe essere un problema. Lo diventa in mezzo a questa realtà stretta e vorticosa. Io non ho la testa e la forza per dare quel che vorrei a tutte le persone cui vorrei dedicare quel che posso. Vorrei poter aprire di più gli occhi, quando qualcuno mi piace, per fargli capire che lo sto “bevendo”; vorrei spegnere il resto del rumore, quando chi ha un’anima, mi parla; vorrei fermare tutto e vivermi ogni abbraccio. Ma quel che posso è soggetto al tempo.

Forse è per questo che quando trovo una grande anima, non mi accorgo di correre e respirare e parlare e scrivere e vivere tutto più veloce; questo, a volte, è controproducente:
primo – non permette di vedere realmente come io sia, creando aspettative oppure deludendo;
secondo – non corrisponde sempre alla velocità con la quale una persona “prende” me (io stesso non mi sopporterei, a volte (quasi sempre, dai 🙂 )), il che porta a un allontanamento o a un attaccamento a questi ritmi, che io stesso non so mantenere sempre.

E se tutto questo lo metti in dieci minuti, puoi capire quanto brillante io possa essere sembrato a uno scrittore che firma libri in giro per il mondo e vede mille visi e milioni di fan con borse piene di sue parole.

E, ugualmente, se tutto questo lo metti in una discussione, puoi capire quante cazzate io riesca a sparare, non riuscendo a spiegarmi e, a volte, suscitando l’ira di chi, come è giusto sia, è abituato a parlare DOPO aver pensato.

Quel che, però, grazie a questo modo di essere, mi fa apprezzare alcune persone, mentre mi permette di scremarne altre, è la capacità di poche, di riuscire a pensare prima E dopo, un qualsiasi avvenimento, una qualsiasi discussione o anche solo un qualsiasi momento. Uscendo dalla conferenza, ho attraversato la strada dopo una golf-giostra, con dentro degli enormi occhiali da sole, che indossavano uno smascellante ragazzino cotto dalle lampade. Lì, mi sono accorto che forse sì, il mio modo di affrontare le cose non è il migliore, ma, per fortuna, sta a metà tra quello perfetto di chi ha il cuoreanimacervello di ragionare e chi non ce l’ha.

Il vedere quel ragazzino, però, mi riporta alla mente la solita domanda:
chi non pensa, sta bene nel suo apparire; chi pensa, s’accorge di tutte le ingiustizie, di quanto male ci sia e di quanto bene; è giusto tutto questo?!
E ogni volta giungo alla conclusione che il passo successivo non ha paragoni:
chi non pensa si può godere tutto l’apparire che vuole, ma non meriterà mai il piacere che un cuoreanimacervello, nonostante tutto il male che vive, prova nel regalare un sorriso.

Ps. ah, e m’ha detto che ha appena aperto un blog

Tutta una questione di comunicazione, come sempre.

Una delle cose che mi son sempre suonate strane e insolvibili, nelle finte conversazioni che si fanno negli incontri sporadici, o meno, con amici o anche solo conoscenti, è il: “come stai?!”, “come va?!” o anche “com’è?!”.
Io ho sempre oscillato tra l’aver milioni di cose da dire e il vuoto pneumatico. Ma non perché a qualcuno io senta il bisogno di dir tanto, mentre odi visceralmente altri; è proprio una questione di momento: ora mi vien di dirti tutto, ora non mi sovvien nulla di interessante.

C’è stato un lungo periodo, durante il quale ho usato la formula: “esisto”. La mia accezione e il mio tono son sempre stati leggeri, con il sorriso, per quanto possibile. L’interpretazione è quasi sempre stata: “oh, dai, cos’è successo?!”. Sarò sbagliato, ma che cacchio c’è di brutto o triste o deprimente nell’esistere?! Intendo, io non ce l’ho mai messa quella punta di pessimismo che mi colpisce spesso; ciò significa che ce la mettono gli altri, nell’ascoltare quella formula. Ciò significa che, tendenzialmente, la gente prende l’esistere come un peso, anche lieve, ma pur sempre un peso.

Ho smesso di usare quella formula. Un po’ perché mi son rotto il cazzo di sentirmi porre la seconda domanda, un po’ perché mi son rotto il cazzo di essere frainteso. Il mio “esistere” è una cosa che mi piace, mi sorprende, mi stimola e che spero di poter condividere. Quel che mi ritrovavo a fare, era correre in salita, recuperare e spiegare il perché del mio “esisto”. Ho smesso di usare quella formula, perché implicava uno sforzo troppo grande per chi mi stava di fronte; la maggior parte delle volte, infatti, chi hai davanti, non vuole sapere come tu stia, vuole un qualcosa di masticabile e digeribile facilmente, vuole un flusso di parole che lo stimoli e invogli a dire come stia lei/lui, che è la cosa che interessa chiunque.

Ho smesso di usare quella formula perché, appunto, è una formula, e le formule perdono di significato, con il troppo utilizzo.

Come in ogni situazione, quando possibile, preferisco far piacere a chi condivide il mio tempo; quindi, ora, rispondo “bene e tu?!”, il più in fretta possibile. In questo modo ho riscoperto il piacere di fare piacere. C’è un qualcosa di taumaturgico nel lasciar scorrere le parole. I volti delle persone cambiano e la disponibilità con loro; compatire, partecipare delle gioie e dei crucci, il più semplice ascoltare, sono tutti strumenti che adoro fare miei. Son l’unica cosa che ho nella mia cassetta degli attrezzi e voglio imparare i modi di utilizzarli al meglio.

Quando m’incontri, quindi, non ti preoccupare di come io stia, nell’incontrarti io sto già meglio; parlami dei tuoi secondi, parlami delle tue onde e liberati. Sarà un “grazie” più grande di tutto il (finto) interesse convenzionale.

Non ricordo d’averlo scritto nei progetti di qualche post fa, ma c’è un’idea che mi porto dietro da tempo immemore (almeno 5 anni, se non di più):
– un portale sociale all’interno del quale CHIUNQUE possa cercare CHIUNQUE

E tu ti dirai: c’è Facebook, che bella scoperta!
Lo so, purtroppo, che esiste Facebook, ma la mia idea ha una base diversa, non troppo innovativa, certo, ma pur sempre utile e sincera:
– in questo portale, gli iscritti hanno lo scopo precipuo di ritrovare qualcuno che NON conoscono.

Per questa patologia bisogna risalire a tanti fattori essenziali della mia esistenza :).

Prova a pensare a quanto bene ti faccia innamorarti. Ecco, moltiplicalo per la sorpresa di riuscire a vedere qualcosa nella nebbia. Ecco, moltiplicalo per la rara bellezza di un incrocio di sguardi.

Ecco, questa è la forza che mi smuove, ogni volta che riesco a vedere, nella mia miopia cheratoconica, e ogni volta che mi innamoro di una passante. E qui ci starebbe tutto il discorso di quanto ampia sia la parola “innamorarsi”, quanto infinita sia la parola “amore” e tutto quanto, ma non è il momento. Qui si parla di quello che tanti chiamano colpo di fulmine e a me piace pensare sian “solo” respiri.

In fondo il corpo respira aria, il cuoreanimacervello respira emozioni.

E io mi sono innamorato di mille teste girate dall’altra parte, di milioni di polsi fini o forti, di gambe veloci e silenziose, di visi incredibili e di occhi profondi. Che poi quel che NON trovavo, mi fermasse dal far pazzie, è un’altra storia, ma c’è sempre stato quel lato narrativo, nella mia mente bacata, che mi portava spesso a pensar: “e se …”?!

E quindi passavo notti a pensare che forse sì, avrei dovuto scendere dal treno; avrei dovuto scrivere quelle parole sul libro lasciato incustodito dalla compagna di viaggio; avrei dovuto salutare un po’ meglio quella portatrice di cane che ho aiutato con la spesa.

I saw you there è l’idea che ho avuto applicando questi “e se …” alla rete. Tu ti ci iscrivi e scrivi che oggi avresti proprio voluto conoscere meglio quella persona che t’ha colpito, lì, proprio lì, a quell’ora. E metti caso che quella persona non ha pensato altro che “ora torno a casa e provo a scrivere su ISYT”, perché l’hai colpita uguale. Che succede?! Magari niente, ma magari anche solo un ciao. E quanto sarebbe bello regalarti la possibilità di sentirti un “ciao” insperato?!

Che poi io creda al caso e che un qualcosa di così “spaccone” non lo userei mai, è un altro discorso, ma io ci vedo il lato dolce, nelle cose. E mi piace così.

Sono bravissimo quando non serve o non importa, sbaglio sempre quando è fondamentale io non debba o non possa.

Una volta ho immaginato una storia bellissima (e qui bisogna puntualizzare che non sono gli scrittori a creare grandi storie, ma sono le storie a fare grandi gli autori, non è merito di chi racconta, quindi, avere vissuto qualcosa che gli permetta l’intreccio, il merito dell’autore sta nella capacità di metterlo nelle parole e nei ritmi migliori, personalmente sono lungi dal saper affabulare), una storia in cui tutto ciò che esisteva, viveva delle parole che conteneva, delle parole in grado di esprimere la sua essenza. Ovviamente, all’inizio, solo una persona era in grado di vedere queste parole vorticare nella silohuette di tutto ciò che la circondava; ovviamente questa persona non si scopriva unica o rara; ovviamente finiva male, essendo una mia storia :).

Quel che portava avanti la trama era la continua ricerca di un significato in questa “capacità”, che poi sfociava nella ricerca della parola prima, della parola generativa e generata, nella parola fondamentale, in quella costante che vorticava sul viso di tutte le persone, nel fiume e nei fiori.

Ovviamente non sono mai arrivato a concludere quella storia. Io e le mie missioni impossibili. Sempre pronto a cominciare qualsiasi impresa mi intrighi (e ogni cosa è un’impresa che mi intriga), ma quasi mai in grado di portarla a termine da solo.

Come tante altre, l’ho piantata lì, ma diversamente da tante altre, a volte mi torna in mente, perché mi ha lasciato una domanda: ha soluzione?! Esiste una parola universale e che permei ogni cosa?!

Io non la conosco e sono un patetico omuncolo che pensa ancora possa essere: amore; ma non mi ha mai convinto del tutto. Più per quella cosa dei tormentoni, che per il significato che le attribuisco. Il fatto è che la parola “amore” è abusata, tanto da toglierle un po’ di quel sano significato che la contraddistingue. Ci sono, per capirci, canzoni stupende, che le radio mandano a noia, svuotandole del loro intrinseco significato. Questo è l’effetto “tormentone”.

Bisogna stare anche attenti a chi li “crea” i tormentoni. Perché c’è chi lo fa apposta. Usare la parola amore, per vendere, è l’esempio lampante di non averne rispetto.

Ci ho provato, però, a farmi andar bene altre parole, a incastrare in ognuna, qualcosa che valesse abbastanza. E son finito in quel vicolo cieco che quel genio di Queneau ha stigmatizzato: gli esercizi di stile.

Penso che la mia storia delle parole visibili non verrà mai scritta (da me, almeno), perché a un’infinita quantità di parole, italiane o straniere, vive o morte, corte o composte, si può attribuire il potere fondamentale della vita. Infiniti finali sono possibili:
– il blando amore:
– l’universale vita;
– il labile tempo;
– l’appagante essere;
giù… giù… fino a
– l’egoistico quiete (summa delle tre essenziali necessità umane).

E pur essendo convinto che in ogni storia, il finale sia la parte fondamentale, penso che a volte, alcune storie, non andrebbero mai concluse.