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Una volta ho immaginato una storia bellissima (e qui bisogna puntualizzare che non sono gli scrittori a creare grandi storie, ma sono le storie a fare grandi gli autori, non è merito di chi racconta, quindi, avere vissuto qualcosa che gli permetta l’intreccio, il merito dell’autore sta nella capacità di metterlo nelle parole e nei ritmi migliori, personalmente sono lungi dal saper affabulare), una storia in cui tutto ciò che esisteva, viveva delle parole che conteneva, delle parole in grado di esprimere la sua essenza. Ovviamente, all’inizio, solo una persona era in grado di vedere queste parole vorticare nella silohuette di tutto ciò che la circondava; ovviamente questa persona non si scopriva unica o rara; ovviamente finiva male, essendo una mia storia :).

Quel che portava avanti la trama era la continua ricerca di un significato in questa “capacità”, che poi sfociava nella ricerca della parola prima, della parola generativa e generata, nella parola fondamentale, in quella costante che vorticava sul viso di tutte le persone, nel fiume e nei fiori.

Ovviamente non sono mai arrivato a concludere quella storia. Io e le mie missioni impossibili. Sempre pronto a cominciare qualsiasi impresa mi intrighi (e ogni cosa è un’impresa che mi intriga), ma quasi mai in grado di portarla a termine da solo.

Come tante altre, l’ho piantata lì, ma diversamente da tante altre, a volte mi torna in mente, perché mi ha lasciato una domanda: ha soluzione?! Esiste una parola universale e che permei ogni cosa?!

Io non la conosco e sono un patetico omuncolo che pensa ancora possa essere: amore; ma non mi ha mai convinto del tutto. Più per quella cosa dei tormentoni, che per il significato che le attribuisco. Il fatto è che la parola “amore” è abusata, tanto da toglierle un po’ di quel sano significato che la contraddistingue. Ci sono, per capirci, canzoni stupende, che le radio mandano a noia, svuotandole del loro intrinseco significato. Questo è l’effetto “tormentone”.

Bisogna stare anche attenti a chi li “crea” i tormentoni. Perché c’è chi lo fa apposta. Usare la parola amore, per vendere, è l’esempio lampante di non averne rispetto.

Ci ho provato, però, a farmi andar bene altre parole, a incastrare in ognuna, qualcosa che valesse abbastanza. E son finito in quel vicolo cieco che quel genio di Queneau ha stigmatizzato: gli esercizi di stile.

Penso che la mia storia delle parole visibili non verrà mai scritta (da me, almeno), perché a un’infinita quantità di parole, italiane o straniere, vive o morte, corte o composte, si può attribuire il potere fondamentale della vita. Infiniti finali sono possibili:
– il blando amore:
– l’universale vita;
– il labile tempo;
– l’appagante essere;
giù… giù… fino a
– l’egoistico quiete (summa delle tre essenziali necessità umane).

E pur essendo convinto che in ogni storia, il finale sia la parte fondamentale, penso che a volte, alcune storie, non andrebbero mai concluse.

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