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I balzi che la vita si ostina a danzare son proprio strani. Passi giornate indistinguibili a cercare particolari che te le possano rendere speciali, ti leghi a qualcosa o qualcuno per sentire un po’ di quel sapore di “senso” che ti manca, ti riempi di impegni e corse, solo per non sentire quel silenzio vuoto. E poi ci son secondi in cui succede tutto. E tutto il resto si ridimensiona in un fiato.

Io non so quale sia il modo migliore di affrontare le realtà, mi piacerebbe saperlo, campeggerebbe calmo nell’archivio del vero Diventare Gandhi, ma mi accorgo di avere sempre bisogno di un qualche tempo, prima di assimilare, di raccogliere e analizzare ciò che accade. Finché lo vivo, mi sento come uno che corre: senza fiato, concentrato su quel momento e pieno istinto. Solo dopo mi accorgo di quel che avrei potuto dire, di come avrei potuto esprimerlo meglio e di quel che avrebbe fatto meglio a chi l’ha vissuto con me.

Oggi ho stretto la mano a Jonathan Coe. Questo è uno di quegli avvenimenti che ti lascian senza fiato già di loro, pensa a quante dita io mi sia snodato nel tentativo, ovviamente vanificato dalla tensione medesima, di non risultare stupido o di trovare le parole giuste per esprimere il grazie che gli devo.

Ecco. Oggi è stato Jonathan Coe. Gli altri giorni sono tutte le altre persone.

E il fatto è che il mio non è un problema, o meglio, non dovrebbe essere un problema. Lo diventa in mezzo a questa realtà stretta e vorticosa. Io non ho la testa e la forza per dare quel che vorrei a tutte le persone cui vorrei dedicare quel che posso. Vorrei poter aprire di più gli occhi, quando qualcuno mi piace, per fargli capire che lo sto “bevendo”; vorrei spegnere il resto del rumore, quando chi ha un’anima, mi parla; vorrei fermare tutto e vivermi ogni abbraccio. Ma quel che posso è soggetto al tempo.

Forse è per questo che quando trovo una grande anima, non mi accorgo di correre e respirare e parlare e scrivere e vivere tutto più veloce; questo, a volte, è controproducente:
primo – non permette di vedere realmente come io sia, creando aspettative oppure deludendo;
secondo – non corrisponde sempre alla velocità con la quale una persona “prende” me (io stesso non mi sopporterei, a volte (quasi sempre, dai 🙂 )), il che porta a un allontanamento o a un attaccamento a questi ritmi, che io stesso non so mantenere sempre.

E se tutto questo lo metti in dieci minuti, puoi capire quanto brillante io possa essere sembrato a uno scrittore che firma libri in giro per il mondo e vede mille visi e milioni di fan con borse piene di sue parole.

E, ugualmente, se tutto questo lo metti in una discussione, puoi capire quante cazzate io riesca a sparare, non riuscendo a spiegarmi e, a volte, suscitando l’ira di chi, come è giusto sia, è abituato a parlare DOPO aver pensato.

Quel che, però, grazie a questo modo di essere, mi fa apprezzare alcune persone, mentre mi permette di scremarne altre, è la capacità di poche, di riuscire a pensare prima E dopo, un qualsiasi avvenimento, una qualsiasi discussione o anche solo un qualsiasi momento. Uscendo dalla conferenza, ho attraversato la strada dopo una golf-giostra, con dentro degli enormi occhiali da sole, che indossavano uno smascellante ragazzino cotto dalle lampade. Lì, mi sono accorto che forse sì, il mio modo di affrontare le cose non è il migliore, ma, per fortuna, sta a metà tra quello perfetto di chi ha il cuoreanimacervello di ragionare e chi non ce l’ha.

Il vedere quel ragazzino, però, mi riporta alla mente la solita domanda:
chi non pensa, sta bene nel suo apparire; chi pensa, s’accorge di tutte le ingiustizie, di quanto male ci sia e di quanto bene; è giusto tutto questo?!
E ogni volta giungo alla conclusione che il passo successivo non ha paragoni:
chi non pensa si può godere tutto l’apparire che vuole, ma non meriterà mai il piacere che un cuoreanimacervello, nonostante tutto il male che vive, prova nel regalare un sorriso.

Ps. ah, e m’ha detto che ha appena aperto un blog

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