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Monthly Archives: giugno 2010

(il titolo è un’ironica canzone dei Ramones … almeno, io l’ho sempre letta ironica)

A costo di suonare compiaciuto, di quel compiacimento delle donne incinte compiaciute, mi sono accorto ieri sera, d’aver raggiunto il limite. Mi sono accorto di qualcosa di già successo, non ho capito quale sia stata la famosa goccia del famoso vaso, non saprei collegare a nessun episodio l’epifania avuta sul sedile passeggero di una yaris blu, ieri sera.

Mi son rotto il cazzo dell’ansia. Punto.

Di tutti i miei lati, buoni e non buoni, l’ansia è sempre stata una costante. Ieri sera ho semplicemente collegato i puntini:
– quando ho provato dell’ansia, ho vissuto dei momenti brutti
– quando ho saputo evitarla, gestirla o quando non l’ho provata del tutto, ho vissuto i migliori momenti
eh?! Che arguto osservatore!! Diavolo, se c’ho messo una trentina d’anni a capire sta cosa, chissà quando mi si chiarirà il funzionamento del pollice opponibile. Il mio prossimo obiettivo è scoprire la funzione del cotone nell’ombelico. Prevedo che in una quindicina d’anni, arriverò a una soluzione.

Tornando semi-seri, ieri mi si è parata davanti una sorta di infografica (come piace tanto dire ai guru di internet (ovvero chiunque passi più di 2 giorni davanti a uno schermo)) avente come soggetto l’ansia. Piano piano mi si è costruito un disegnino semplice: quando c’è ansia, perdon tutti.

La spiega è semplice: se si prende una qualsiasi situazione sociale (per semplicità, tra due persone) e se ne cerca la soluzione, in assenza di ansia, la soluzione potrà essere vittoria-sconfitta, sconfitta-vittoria, vittoria-vittoria, sconfitta-sconfitta; in presenza di ansia, le possibilità si riducono a una sola, l’ultima (magari anche solo per poco, magari l’ansia svanisce e la situazione torna aperta ad altre possibilità, ma finché c’è un briciolo d’ansia, non c’è altra soluzione).

L’ansia è un rumore per chi la prova, non permette di pensare chiaramente, non permette di agire con la semplicità dovuta alle situazioni, non aiuta e non serve; è un rumore anche per chi la riceve (o forse meglio “subisce”), che si ritrova oppresso inutilmente da un caos che non si aspettava, che non lo aiuta e non gli serve, appunto.

Qualche anno fa, c’ero già arrivato vicino, a questo pensiero, ma, visti i risultati, non devo averlo fatto completamente mio. Da ieri sera, vorrei riuscire a inglobarlo e portarlo a essere uno dei passi fondamentali da compiere, davanti a ogni minima cosa.

Prima di dire, fare, baciare, lettera o testamento: rispetto e assenza d’ansia.*

* i link sono per chiarire il modo che vorrei adottare, per prendere un po’ tutto ciò che viene

In ritardo, ma comunque… grazie d’essere l’anima che sei.

Il post precedente non è stato un errore, non mi è scappata la mano, è stato il piccolo segno di protesta contro l’inconcepibile idea di poter porre limiti alla libertà d’informazione, qui in Italia. Cosa si finirà per poter dire?!

Il tutto si collega a un altro pensiero che m’è sovvenuto ieri.

Ieri era l’ultimo giorno di scuola, nell’istituto in cui ho lavorato per qualche tempo. Sono andato a salutare i ragazzi e dar loro un “in bocca al lupo” per gli esami (e per proseguire con i piccoli passi che spero faccian piacere, ma che in fondo cosa portano?!). Mentre pensavo a quanto valore io abbia dato a una semplice visita in casa altrui, mi son detto: “son ben altri gli sforzi che servono, sono un pochino più grandi gli impegni che contano”.

Ascoltando la radio, non c’è un giorno in cui non ci sia una protesta di un qualche gruppo cui vorrei portare sostegno: domenica c’è una manifestazione contro il progetto di un eliporto in uno dei pochi parchi di Milano e provincia (si pensa il problema sia “come raggiungere Malpensa”, un hub che va sempre peggio e che lavora sempre meno, mentre ci sarebbe da pensare come conservare il poco verde che c’è (qualcuno ha detto “bosco di Gioia“?!)); ci sono operai lasciati a casa, operai con tanto lavoro, cui vengono tolte le commesse, per portarle dove costa meno realizzarle (troppi link, per questo); scuole pubbliche senza più soldi e istituti privati che raccolgono migliaia di euro l’anno per “iscritti” di cui importa solo l’esistenza (testimonianza diretta).

E io cosa faccio?!

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Mi capita, a volte, di avere momenti in cui so di stare seguendo l’onda giusta. Mi ricordo di pomeriggi in cui ho fatto i mestieri fluido come non mai: prendi lo straccio e sposta gli oggetti, passa i mobili e mentre posi lo straccio snoda il filo dell’aspirapolvere, inserisci la spina con la sinistra, mentre con la destra prendi il cesto dei giornali, accendi e spegni le luci senza fermarti o sbagliare “mira”, passa l’aspirapolvere sollevando le sedie con i piedi e posandole sui tavoli con la mano libera. Cose del genere, un denso scorrere di azioni non calcolate, ma giuste, in battere. Abbracciare qualcuno e sollevarlo da terra, sentire le gambe che scivolano vicino a un divano, un letto o un prato, sdraiarsi profumati nei baci e non essere lì. Cose così.

A volte, ma molto più raramente, mi capita di seguire l’onda giusta, anche per cose importanti (anche se non so cosa ci sia di più importante di un abbraccio).

Oggi ho riempito il mio sorriso di un regalo calcolato. Sicuro dell’assenza della ragazza che pensavo m’avesse ucciso e che, invece, m’ha dato nuova vita, dopo avermene regalati 4 anni; sono andato a trovare la sua famiglia. Sicuro di portare minuti e respiri a chi mi ha dimostrato rispetto e bontà.

Ho salutato dal finestrino una mamma indaffarata sul balcone, ho accostato e son salito ad abbracciare, parlare, ridere e piangere (che sono splendidi se contemporanei). Il babbo abbronzato ha guardato fuori dalla finestra per tre quarti della conversazione, è fatto così, vorrebbe sorridere come gli riesce quando mi guarda, ma il nodo in gola gli fa lucidi gli occhi. E guai se lo si vede piangere. È un uomo, lui.

Ma si è pianto poco, anzi, s’è trattenuto solo due volte quel magone collettivo. Per il resto dell’ora abbondante, durante la quale i convenevoli sono stati calciati via in due secondi, s’è parlato di cosa sia accaduto, come lo si sia affrontato e come prosegua. Il gesto è stato compreso e preso per quello che speravo: una conferma di amore. Un regalo. Come ogni secondo è, se lo si rende tale.

È stato un piacere, un passo grande e un peso posato. Rinsaldare legami è il cibo migliore per l’anima. Quando tasti con mano l’effettivo risultato di un gesto, ti rendi conto di quanto importante sia e di quante volte non hai fatto questo piccolo sforzo.

Ho saputo anche dire qualcosa di giusto, mentre gesticolavo e cercavo le parole. Ma questo conta meno dell’essere stato là. C’è stato anche un momento in cui mi sono perso a pensare a quanti salti si sian susseguiti in questi pochi mesi: ho imparato un sacco di cose e ne ho recuperate di sopite. Un esempio è stato quell’avvicinarsi lento del discorso, un lavorarmi ai fianchi, un non dirmi per dirmi: “poi è naturale, esce con altri ragazzi”. Lì mi son impazzite davanti mille immagini: giusto, ci mancherebbe, brava, l’ho fatto anch’io, chi non l’avrebbe?!, è innaturale pensare il contrario, sembrano anni … non mi sono ancora chiesto “chi è il merda?!”.

L’ultimo pensiero m’è venuto dopo mille. E mi sono perso a meta-pensare: “ho ripreso possesso del mio pensiero, mentre stavo con lei ero diventato geloso, quello sarebbe stato il mio primo pensiero … ora non è nemmeno l’ultimo, arrivo a chiedermi come sia che non mi son posto la domanda”. Pensa, son partito per fare un regalo a qualcuno e mi ritrovo con un regalo più grande. Una maggiore coscienza di me.

Sono contento d’aver preso quest’onda, e non solo per quanto mi ha dato indietro; sono contento perché mi ha aiutato a capire di poterlo (volerlo e doverlo) fare più spesso, quanto più possibile, sempre senza disturbare. M’ha aiutato a capire di essere ancora in grado di lasciare sorrisi al mio passaggio. Questo conta, solo e sempre.

Ah … un particolare è stato strappacuore … in famiglia è nato un nipotino … l’han chiamato Simone.

* Nel pensare un titolo ho cercato di trovare un modo di inserire la parola amore da qualche parte, l’unica scomposizione che m’è sovvenuta è stata “Amò re”, che in dialetto svizzero-comasco-milanese significa “Di nuovo re”; ma visto che il senso di quel che spero d’aver detto, voleva essere l’importanza del rinsaldare i legami, “ancorare” mi ha portato al solito gioco surripediano. E poi l’essere di nuovo padrone di una parte di me, qualcosa c’azzecca.

Come tutti, ho sempre avuto degli eroi. E non parlo solo di personaggi come il cantante degli Weezer, quello strano nerd allegro e tormentato cui vorrei somigliare e che ho ritrovato nel mio migliore amico. Ecco, parlo del mio migliore amico. Lui, per me, è un eroe.

Parlo di quelle figure che non c’è burrasca o terremoto emozionale che tenga, ti rimangono nell’anima. Punto. E moriresti per loro.

Da piccolo una delle prime parole che ho imparato a scrivere è stato il nome e il cognome del mio eroe. Era una parola sola, per me, carlochiesi. Avevo già scritto papà e mamma, penso. Ma quelli son gli eroi di tutti i bambini.

Carlo è stato una figura enigmatica, che m’ha segnato più di quanto io stesso riesca ad ammettere. Era un solitario, un amico sorridente dei miei genitori, profumava di lana e di un dopobarba che riconoscerei ancora, se lo abbracciassi. Era un cacciatore e mi ha insegnato a sparare, ma è stata una delle poche persone con le quali non ho mai avuto problemi a parlare (questo me l’ha reso ancora più “mitico” nei ricordi) e quando si trattava di sparare alle scatole di mangime per uccelli, imbracciavo il suo Flobert e centravo il cerchio, quando ha portato mio fratello e me nel bosco, io gli ho detto: “no”, semplicemente e ho pianto quando li ho sentiti sparare. Mi si è accovacciato vicino, al ritorno, e m’ha detto qualcosa che non ricordo, ma doveva essere la giustificazione della propria passione. Ha pensato al suo errore, ha pensato a me e mi ha dato ragione, a modo suo.

Era un uomo taciturno, molto spesso arrivava dopo cena, prendeva la sedia vicina alla porta, la girava e si appoggiava allo schienale, con le braccia e il mento, sorrideva, annuiva al caffè, ogni tanto faceva compagnia per qualche brindisi e solo raramente, raccontava qualcosa o dava pareri. Mi ha sempre affascinato l’onda che era, arrivava e se ne andava con la cura che ha l’universo, la pazienza che ha il tempo e la calma che hanno le grandi anime.

Il mio eroe c’ha messo decenni a finire medicina, nonostante io ricordi anche una “gita” a Pavia, durante la quale mia mamma e io l’abbiamo accompagnato a riprendere i corsi e sbrigare le pratiche per tenere validi gli esami. Più tardi ha conosciuto una donna che c’ha messo poco a controllarlo, farlo allontanare dagli amici (questa casa compresa), prosciugargli il patrimonio e lasciarlo con due figli, tenendosi la casa. L’ho visto invecchiare in un soffio, adesso gli fischia la “s”, come non aveva mai fatto, simbolo di sconfitta, nella sua gara contro montagne invisibili.

Mi ricordo di una sera in cui sono entrato in sala, ho cercato l’interruttore e mi son sentito ordinare piano e calmo: “no” … era seduto sul divano ad ascoltare non so quale sinfonia di non so quale compositore. Quando i miei occhi si sono abituati alla penombra, mi sono seduto al suo fianco e l’ho guardato dirigere un’orchestra immaginaria, l’ho guardato volare dove si sentiva suo. Gli ho guardato così dentro, che mi sono innamorato di quella bontà infinita che aveva la sua grazia.

Non mi ricordo se fu lì che pensai che avrei voluto essere così, come lui, ma forse fu un altro giorno, quando ci ricamai sopra.

Gli eroi si scelgono per affinità, per ammirazione, per complicità o per caso (come tante altre cose, del resto). Ci sono scrittori e musicisti, o il semplice Mahatma cui tributo tante azioni. Tutti gli eroi non sono che uomini. Tutti gli uomini sono fallibili.

Oggi mi è crollato un altro eroe, crollato per quanto possa, un eroe.

Mio nonno è morto nel 2000, aveva una pancia enorme e due gambette sottili. Aveva smesso di fumare il giorno in cui il medico gli aveva detto: “una sigaretta ancora e perdi una gamba”. Adorava ballare, adorava guidare, adorava andare dalle sue donne, dai suoi baristi e in tutte le feste nel giro di chilometri. Se non poteva guidare, annaspava. Una volta persa la patente, dopo qualche mese d’agonia, ha preso una delle prime macchinette a tre ruote. Una volta distrutto totalmente anche il Sulky, ha assoldato il suo “attendente” (così lo chiamava, prima di vantarsi: “uè, l’è n’ingegneer!”) per farsi scarrozzare.

L’ingegnere è, ora, un arzillo ottantenne, armato di intelligenza superiore alla media, memoria ancora più salda e uno spirito invidiabile. Conosce il greco, il latino, la matematica e un sacco di aneddoti e canzoncine, che non smette un secondo di declamare con voce sempre più alta. L’età avanza per tutti.

È un amico di casa e spesso è qui a mangiare o chiama o passa a salutare. Una sera, mentre aiutava mia mamma, sfogliando un catalogo di intimo femminile ha esclamato: “che begli occhi, signorina” indicando un corpo senza testa “e che bella lumachina”. “Lumachina?!” ha chiesto mio zio. “Certo, questa è la lumachina … se la tocchi, sbava; se non lo fai, ti fa le corna!”. Come si fa a non voler essere come lui?! Almeno un po’.

Oggi lo si è obbligato a far visita al figlio. Oggi ha superato il limite.

Suo figlio è stato colpito da un virus molto raro, quasi letale. Ha rischiato la vita a gennaio, da allora è in ospedale. Oggi suo padre è andato a trovarlo per la seconda volta. Oggi la nuora c’ha raccontato tutto e l’ha affrontato per quanto fosse nelle proprie forze.

Da quando la moglie dell’ingegnere è morta, la pensione di 2000 euro finisce chissà dove. Il funerale è stato pagato dal figlio, mentre il padre chiedeva un contributo alla propria sorella. Un prestito di 10 mila euro, aperto per lui sempre dal figlio, è ancora da saldare. La nuora (divorziata anni fa, ma pur sempre legata alla famiglia) accudisce l’ex-marito, tutti i giorni, pagando anche il suo affitto.

Alla richiesta di pagamento della rata del prestito, l’ingegnere ha risposto secco: “NO, io non voglio essere amministrato da nessuno, so gestirmi da solo. Ho le mie spese, io”. Non ha ascoltato domande o risposte, non ha ascoltato il figlio, ha voluto essere portato a casa. Ha ricominciato la sua logorrea su di giri e non ha più toccato argomenti terreni.

Io non so quali siano i fattori che compongono e costituiscono la personalità, non conosco la genesi di un’indole, ma la prima cosa che ho pensato è che quest’uomo deve provare una paura terrificante. Poi ho pensato che la paura non giustifica l’essere irrazionali ed egoisti. Poi ho pensato che è una persona.

Perché siamo tutti eroi, per qualcuno, ma siamo pur sempre persone. Le persone vanno accettate, ammirate, aiutate e abbracciate. Quando scopri un lato splendido di qualcuno, abbraccialo e ammiralo; quando scopri una sua debolezza, abbracciala e aiutala; quando scopri un errore, abbraccialo e accettalo. Io ho imparato questo dai miei eroi. Questo e tante altre cose.

Quel che mi chiedo è: sono meno eroi, se hanno questi buchi?!
La prima risposta è no, perché quello che li rende degni d’essere amati, non crolla, non svanisce. Ma poi penso che sì, forse il guardarli senza l’ammirazione che si concede agli eroi, non può che aiutare a imparare, a esser diversi, a essere migliori. Quindi sono eroi e non lo sono.

Quel che insegnano, grazie a questo esser bifronti, è quel che Shakespeare mi ha cantato nella testa da quando l’ho letto:
This above all:
To thine own self be true,
for it must follow as dost the night the day,
that canst not then be false to any man.

In un vicolo buio e piovoso, s’aggira un uomo di cui si nota solo il bagliore della sigaretta. Passeggia nervosamente davanti a un uscio, controlla continuamente le finestre al primo piano. Spente.

Dopo qualche minuto si decide. Bussa al portone.

Silenzio.

Bussa di nuovo.

Silenzio.

Sta per andarsene quando sente rumore di chiavistelli, si ferma trattenendo il respiro. Lentamente uno spiraglio si apre e una figura nell’ombra chiede:
– Parola d’ordine
– Ah, quindi ci sei!
– 15-6 è quella vecchia, pirla!
E il portone si chiude.