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Come tutti, ho sempre avuto degli eroi. E non parlo solo di personaggi come il cantante degli Weezer, quello strano nerd allegro e tormentato cui vorrei somigliare e che ho ritrovato nel mio migliore amico. Ecco, parlo del mio migliore amico. Lui, per me, è un eroe.

Parlo di quelle figure che non c’è burrasca o terremoto emozionale che tenga, ti rimangono nell’anima. Punto. E moriresti per loro.

Da piccolo una delle prime parole che ho imparato a scrivere è stato il nome e il cognome del mio eroe. Era una parola sola, per me, carlochiesi. Avevo già scritto papà e mamma, penso. Ma quelli son gli eroi di tutti i bambini.

Carlo è stato una figura enigmatica, che m’ha segnato più di quanto io stesso riesca ad ammettere. Era un solitario, un amico sorridente dei miei genitori, profumava di lana e di un dopobarba che riconoscerei ancora, se lo abbracciassi. Era un cacciatore e mi ha insegnato a sparare, ma è stata una delle poche persone con le quali non ho mai avuto problemi a parlare (questo me l’ha reso ancora più “mitico” nei ricordi) e quando si trattava di sparare alle scatole di mangime per uccelli, imbracciavo il suo Flobert e centravo il cerchio, quando ha portato mio fratello e me nel bosco, io gli ho detto: “no”, semplicemente e ho pianto quando li ho sentiti sparare. Mi si è accovacciato vicino, al ritorno, e m’ha detto qualcosa che non ricordo, ma doveva essere la giustificazione della propria passione. Ha pensato al suo errore, ha pensato a me e mi ha dato ragione, a modo suo.

Era un uomo taciturno, molto spesso arrivava dopo cena, prendeva la sedia vicina alla porta, la girava e si appoggiava allo schienale, con le braccia e il mento, sorrideva, annuiva al caffè, ogni tanto faceva compagnia per qualche brindisi e solo raramente, raccontava qualcosa o dava pareri. Mi ha sempre affascinato l’onda che era, arrivava e se ne andava con la cura che ha l’universo, la pazienza che ha il tempo e la calma che hanno le grandi anime.

Il mio eroe c’ha messo decenni a finire medicina, nonostante io ricordi anche una “gita” a Pavia, durante la quale mia mamma e io l’abbiamo accompagnato a riprendere i corsi e sbrigare le pratiche per tenere validi gli esami. Più tardi ha conosciuto una donna che c’ha messo poco a controllarlo, farlo allontanare dagli amici (questa casa compresa), prosciugargli il patrimonio e lasciarlo con due figli, tenendosi la casa. L’ho visto invecchiare in un soffio, adesso gli fischia la “s”, come non aveva mai fatto, simbolo di sconfitta, nella sua gara contro montagne invisibili.

Mi ricordo di una sera in cui sono entrato in sala, ho cercato l’interruttore e mi son sentito ordinare piano e calmo: “no” … era seduto sul divano ad ascoltare non so quale sinfonia di non so quale compositore. Quando i miei occhi si sono abituati alla penombra, mi sono seduto al suo fianco e l’ho guardato dirigere un’orchestra immaginaria, l’ho guardato volare dove si sentiva suo. Gli ho guardato così dentro, che mi sono innamorato di quella bontà infinita che aveva la sua grazia.

Non mi ricordo se fu lì che pensai che avrei voluto essere così, come lui, ma forse fu un altro giorno, quando ci ricamai sopra.

Gli eroi si scelgono per affinità, per ammirazione, per complicità o per caso (come tante altre cose, del resto). Ci sono scrittori e musicisti, o il semplice Mahatma cui tributo tante azioni. Tutti gli eroi non sono che uomini. Tutti gli uomini sono fallibili.

Oggi mi è crollato un altro eroe, crollato per quanto possa, un eroe.

Mio nonno è morto nel 2000, aveva una pancia enorme e due gambette sottili. Aveva smesso di fumare il giorno in cui il medico gli aveva detto: “una sigaretta ancora e perdi una gamba”. Adorava ballare, adorava guidare, adorava andare dalle sue donne, dai suoi baristi e in tutte le feste nel giro di chilometri. Se non poteva guidare, annaspava. Una volta persa la patente, dopo qualche mese d’agonia, ha preso una delle prime macchinette a tre ruote. Una volta distrutto totalmente anche il Sulky, ha assoldato il suo “attendente” (così lo chiamava, prima di vantarsi: “uè, l’è n’ingegneer!”) per farsi scarrozzare.

L’ingegnere è, ora, un arzillo ottantenne, armato di intelligenza superiore alla media, memoria ancora più salda e uno spirito invidiabile. Conosce il greco, il latino, la matematica e un sacco di aneddoti e canzoncine, che non smette un secondo di declamare con voce sempre più alta. L’età avanza per tutti.

È un amico di casa e spesso è qui a mangiare o chiama o passa a salutare. Una sera, mentre aiutava mia mamma, sfogliando un catalogo di intimo femminile ha esclamato: “che begli occhi, signorina” indicando un corpo senza testa “e che bella lumachina”. “Lumachina?!” ha chiesto mio zio. “Certo, questa è la lumachina … se la tocchi, sbava; se non lo fai, ti fa le corna!”. Come si fa a non voler essere come lui?! Almeno un po’.

Oggi lo si è obbligato a far visita al figlio. Oggi ha superato il limite.

Suo figlio è stato colpito da un virus molto raro, quasi letale. Ha rischiato la vita a gennaio, da allora è in ospedale. Oggi suo padre è andato a trovarlo per la seconda volta. Oggi la nuora c’ha raccontato tutto e l’ha affrontato per quanto fosse nelle proprie forze.

Da quando la moglie dell’ingegnere è morta, la pensione di 2000 euro finisce chissà dove. Il funerale è stato pagato dal figlio, mentre il padre chiedeva un contributo alla propria sorella. Un prestito di 10 mila euro, aperto per lui sempre dal figlio, è ancora da saldare. La nuora (divorziata anni fa, ma pur sempre legata alla famiglia) accudisce l’ex-marito, tutti i giorni, pagando anche il suo affitto.

Alla richiesta di pagamento della rata del prestito, l’ingegnere ha risposto secco: “NO, io non voglio essere amministrato da nessuno, so gestirmi da solo. Ho le mie spese, io”. Non ha ascoltato domande o risposte, non ha ascoltato il figlio, ha voluto essere portato a casa. Ha ricominciato la sua logorrea su di giri e non ha più toccato argomenti terreni.

Io non so quali siano i fattori che compongono e costituiscono la personalità, non conosco la genesi di un’indole, ma la prima cosa che ho pensato è che quest’uomo deve provare una paura terrificante. Poi ho pensato che la paura non giustifica l’essere irrazionali ed egoisti. Poi ho pensato che è una persona.

Perché siamo tutti eroi, per qualcuno, ma siamo pur sempre persone. Le persone vanno accettate, ammirate, aiutate e abbracciate. Quando scopri un lato splendido di qualcuno, abbraccialo e ammiralo; quando scopri una sua debolezza, abbracciala e aiutala; quando scopri un errore, abbraccialo e accettalo. Io ho imparato questo dai miei eroi. Questo e tante altre cose.

Quel che mi chiedo è: sono meno eroi, se hanno questi buchi?!
La prima risposta è no, perché quello che li rende degni d’essere amati, non crolla, non svanisce. Ma poi penso che sì, forse il guardarli senza l’ammirazione che si concede agli eroi, non può che aiutare a imparare, a esser diversi, a essere migliori. Quindi sono eroi e non lo sono.

Quel che insegnano, grazie a questo esser bifronti, è quel che Shakespeare mi ha cantato nella testa da quando l’ho letto:
This above all:
To thine own self be true,
for it must follow as dost the night the day,
that canst not then be false to any man.

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