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Mi capita, a volte, di avere momenti in cui so di stare seguendo l’onda giusta. Mi ricordo di pomeriggi in cui ho fatto i mestieri fluido come non mai: prendi lo straccio e sposta gli oggetti, passa i mobili e mentre posi lo straccio snoda il filo dell’aspirapolvere, inserisci la spina con la sinistra, mentre con la destra prendi il cesto dei giornali, accendi e spegni le luci senza fermarti o sbagliare “mira”, passa l’aspirapolvere sollevando le sedie con i piedi e posandole sui tavoli con la mano libera. Cose del genere, un denso scorrere di azioni non calcolate, ma giuste, in battere. Abbracciare qualcuno e sollevarlo da terra, sentire le gambe che scivolano vicino a un divano, un letto o un prato, sdraiarsi profumati nei baci e non essere lì. Cose così.

A volte, ma molto più raramente, mi capita di seguire l’onda giusta, anche per cose importanti (anche se non so cosa ci sia di più importante di un abbraccio).

Oggi ho riempito il mio sorriso di un regalo calcolato. Sicuro dell’assenza della ragazza che pensavo m’avesse ucciso e che, invece, m’ha dato nuova vita, dopo avermene regalati 4 anni; sono andato a trovare la sua famiglia. Sicuro di portare minuti e respiri a chi mi ha dimostrato rispetto e bontà.

Ho salutato dal finestrino una mamma indaffarata sul balcone, ho accostato e son salito ad abbracciare, parlare, ridere e piangere (che sono splendidi se contemporanei). Il babbo abbronzato ha guardato fuori dalla finestra per tre quarti della conversazione, è fatto così, vorrebbe sorridere come gli riesce quando mi guarda, ma il nodo in gola gli fa lucidi gli occhi. E guai se lo si vede piangere. È un uomo, lui.

Ma si è pianto poco, anzi, s’è trattenuto solo due volte quel magone collettivo. Per il resto dell’ora abbondante, durante la quale i convenevoli sono stati calciati via in due secondi, s’è parlato di cosa sia accaduto, come lo si sia affrontato e come prosegua. Il gesto è stato compreso e preso per quello che speravo: una conferma di amore. Un regalo. Come ogni secondo è, se lo si rende tale.

È stato un piacere, un passo grande e un peso posato. Rinsaldare legami è il cibo migliore per l’anima. Quando tasti con mano l’effettivo risultato di un gesto, ti rendi conto di quanto importante sia e di quante volte non hai fatto questo piccolo sforzo.

Ho saputo anche dire qualcosa di giusto, mentre gesticolavo e cercavo le parole. Ma questo conta meno dell’essere stato là. C’è stato anche un momento in cui mi sono perso a pensare a quanti salti si sian susseguiti in questi pochi mesi: ho imparato un sacco di cose e ne ho recuperate di sopite. Un esempio è stato quell’avvicinarsi lento del discorso, un lavorarmi ai fianchi, un non dirmi per dirmi: “poi è naturale, esce con altri ragazzi”. Lì mi son impazzite davanti mille immagini: giusto, ci mancherebbe, brava, l’ho fatto anch’io, chi non l’avrebbe?!, è innaturale pensare il contrario, sembrano anni … non mi sono ancora chiesto “chi è il merda?!”.

L’ultimo pensiero m’è venuto dopo mille. E mi sono perso a meta-pensare: “ho ripreso possesso del mio pensiero, mentre stavo con lei ero diventato geloso, quello sarebbe stato il mio primo pensiero … ora non è nemmeno l’ultimo, arrivo a chiedermi come sia che non mi son posto la domanda”. Pensa, son partito per fare un regalo a qualcuno e mi ritrovo con un regalo più grande. Una maggiore coscienza di me.

Sono contento d’aver preso quest’onda, e non solo per quanto mi ha dato indietro; sono contento perché mi ha aiutato a capire di poterlo (volerlo e doverlo) fare più spesso, quanto più possibile, sempre senza disturbare. M’ha aiutato a capire di essere ancora in grado di lasciare sorrisi al mio passaggio. Questo conta, solo e sempre.

Ah … un particolare è stato strappacuore … in famiglia è nato un nipotino … l’han chiamato Simone.

* Nel pensare un titolo ho cercato di trovare un modo di inserire la parola amore da qualche parte, l’unica scomposizione che m’è sovvenuta è stata “Amò re”, che in dialetto svizzero-comasco-milanese significa “Di nuovo re”; ma visto che il senso di quel che spero d’aver detto, voleva essere l’importanza del rinsaldare i legami, “ancorare” mi ha portato al solito gioco surripediano. E poi l’essere di nuovo padrone di una parte di me, qualcosa c’azzecca.

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