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Monthly Archives: luglio 2010

Una volta lessi un Harmony. Di tutto il libro non ricordo null’altro che una frase, che più o meno recitava così: “…si tolse la camicia, sicuro di piacere…”.

“Uno come fa?!”, mi son sempre chiesto, un po’ perché fatico a esser sicuro di ciò che pensi io, figuriamoci del parere altrui; un po’ perché è una cosa che distrugge il tutto. Se sei sicuro di piacere, come fai a goderti la conquista, la sfida, il corteggiamento e tutto quello che, a volte, è un ricordo più splendido di ciò che accade o non accade in seguito?! (e non sono i ricordi, l’unità di misura del valore di una vita?!)

Mi spiace aver rotto le palle ad amici, amiche, semplici conoscenti, passanti, animali, entità astratte e personalità multiple nella mia testa, con il lagnarmi per il mio scarso appeal sulle donne; non lo faccio più da tempo e non lo farò mai più per ovvi motivi: ho conosciuto e avuto vicine donne che non avrei mai sperato di respirare, piangersi addosso non ha mai cavato un ragno dal buco ed è molto più salutare farsi una risata, piuttosto che un piagnucolio. Ma c’è una cosa che non ho ancora imparato, con le donne: capire quando piaccio.

Questa cosa, invece, mi riesce benissimo con gli uomini.

Non per vantarmi, ma ho una discreta serie di spasimanti tra il meno-gentilsesso. E mi capita sempre più spesso. All’inizio furono semplici toccatine in locali affollati, poi diventarono discorsi preoccupanti in luoghi preoccupanti, ultimamente sono palesi pareri buttati là con nonchalance, o dichiarazioni esplicite. Mani di persone conosciute da poco, che mi stringono le braccia un po’ più a lungo del necessario, al momento del commiato; atteggiamenti tranquilli e ben disposti, nei miei confronti, da parte di persone che altri bollano come intrattabili; fino a una tra le più divertenti conversazioni degli ultimi tempi:
– Molto carina quella ragazza – dico io
– Già, l’altra sera ero a cena con lei e quel mio amico che hai conosciuto la scorsa settimana… si parlava proprio di te… ha detto che sei molto carino…
– …
– Lui, l’ha detto…

Il fatto è che non faccio nulla per invogliarli.

Ieri tornavo dal lavoro, mi sono fermato a fare un po’ di spesa e ho comprato un mobiletto per il bagno nuovo. Esco dal supermercato con una borsa nella sinistra, la mia tracolla penzolante sul fianco e un enoooorme scatolone sotto il braccio destro. Avevo messo telefono e portafogli nelle tasche dei miei pantaloni estivi, di stoffa leggera, sostenuti da un elastico altrettanto leggero. A ogni passo, sentivo questa linea di demarcazione, scivolare sulle chiappe sino ad altezze imbarazzanti. Alla terza sosta per recuperare decenza, ho posato la borsa, ho travasato le zavorre dai pantaloni alla tracolla e ho proseguito la mia sudante passeggiata verso l’auto.

Insomma, non dovevo essere un bello spettacolo.

Hai presente quelle pubblicità ignobili nelle quali un uomo si gira per svestire con gli occhi una donna e casca, oppure finisce contro un palo, cade dalla bicicletta e tutto quanto?! Ecco… non ho visto lo scontro, ma ho sentito le proteste del facchino (penso): “Oh, guarda dove cazzo vai!” … “Mi scusi…” ha risposto la voce fine dell’aitante giovanotto che mi ha incrociato poco prima e non mi ha tolto gli occhi di dosso.

Insomma, penso proprio sia tutto da attribuire all’inferiorità palese del maschio: cose che uno lento come me riesce a notare negli uomini, sono difficili da cogliere negli atteggiamenti e nei ragionamenti femminili. Non siete difficili, non siete complicate… siete solo più brave (non so se a migliorarvi o complicarvi la vita… ma siete più brave).

E poi, stamattina, ho avuto la conferma concreta. In coda, il mio didietro ha attratto anche il muso di un camionista. Ma è stata solo una toccatina.

Giusto di questo parlavo l’altro giorno, di quella sensazione buona e tiepida, che provi quando sorridi abbassando le spalle ed espirando.

Anche oggi ero in coda, anche oggi s’è protratta più del dovuto, forse più dell’umanamente sopportabile: 1 ora e 30 per 7,1 chilometri. Ma oggi è stato uno di quei giorni belli di cui narravo.

Una coppia di vecchini mi si affianca, loro con l’aria condizionata, io con i finestrini giù. Loro parlottano… e io canto.

Passo e passano, si muove la loro fila, si muove la mia. Cambiano fila e mi passano a destra. Cambiano di nuovo e mi passano a sinistra. Tutte le volte mi guardano fisso… e io canto.

Quando comincio a pensare di avere qualcosa come un’enorme montagna di cacca piccionesca sulla fiancata, oppure un enorme corno mutante, che mi spunta dal centro della fronte; mi viene l’idea di provare a leggere il labiale… mentre canto.

Ovviamente non so cosa si siano detti, ma penso proprio di averlo capito comunque.

L’ultima volta che mi si affiancano, la signora al posto del passeggero abbassa il finestrino e tende l’orecchio… sente finire Big me dei Foo fighters, ascolta l’inizio di Tones of home dei Blind melon e sorride.

Come me mentre canto.

Ho imparato a guidare un po’ tardi, ho pure fatto un incidente durante il quale l’auto s’è ribaltata in avanti e poi di lato (il tutto, forse, a 60 all’ora), sono convinto che l’auto sia un mezzo di locomozione fallimentare (in quanto guidato dai fallibili (e molto spesso idioti) esseri umani), ma stamattina sono comunque rimasto stupito, per i limiti che si sanno raggiungere. Che bella l’umana natura (e più nello specifico, l’italiana natura).

Per raggiungere il posto di lavoro, ho un qualche chilometro da percorrere. Una buona dose la passo liscia e scorrevole, poi mi ingorgo in un imbuto a due corsie con semafori, che mi ruba più tempo di quanto non facciano i 30 chilometri che l’hanno preceduto.

Durante i primi mesi ho studiato la situazione, i movimenti delle colonne, chi scivola meglio, chi si intoppa, quanti camion e quanta fauna ci vivano. Spesso sono rimasto stupito positivamente da non poche persone che mi hanno parlato: è una cosa bellissima, ti fa sentire ancora parte di una comunità e, all’interno di essa, un privilegiato (perché mi dico, m’avessero visto imbronciato o poco incline o poco socievole, non m’avrebbero detto: “ehi, il mio collega qui, dice che se avessi quell’auto lì (indicando una maserati), mi ci piscerebbe sopra!” … dai, mi basta poco per rallegrare la giornata).

Dopo qualche mese di assestamento (ci metto un po’, che son lento), mi è venuta a noia la solita italianità de “la mia merda è più profumata della tua”. A Milano è quasi una legge: “se, in coda, ci stanno due auto, ce ne stanno tre”.

In quell’imbuto a due corsie, c’è quella d’emergenza. Forse il problema degli italiani è l’analfabetismo, oppure la crisi è più forte di quanto non dicano. Rimane che sono più i giorni durante i quali non ti entra il sole dal finestrino del passeggero, rispetto a quelli in cui noti il prato alla tua destra.

E, ormai l’avrai capito, io sono un cacacazzo sulle regole.

Dopo qualche tempo, ho cominciato la mia personale lotta non violenta contro i soprusi. Arrivato al collo di bottiglia, mi posiziono nella corsia più a destra, calmo, inerme, mimetizzato nella coda, un po’ distante da chi mi precede. Non appena una pallina non lampeggiante o in fiamme, più grossa di una moto, appare nel mio retrovisore di destra, io ingrano la prima, sterzo un pochino e avvicino i miei pneumatici al guardrail.

Sono bellissime le reazioni, giuro, il 99% delle persone non è nemmeno sfiorato dall’idea di non avere il diritto naturale a quel sorpasso. Per tutti è pienamente ovvio che tutti gli altri siano coglioni degni di una coda di mezz’ora, mentre loro meritino un tappeto rosso sul quale fare passerella e salutare con la mano a paletta, come le miss.

Oggi, il solito, si avvicina un macchinone, la mia ahimsa si risveglia e partono gli insulti e i gestacci.

Stavolta, però, c’è un’evoluzione. Oltre ai gesti innominabili e di spiegazione (ogni uomo si crede un videogiocatore, convinto che le proprie mani possano spostare edifici o cambiare le stagioni … ah, no, non un videogiocatore … dio), il tizio enorme quanto il suo macchinone, si piazza la sigaretta in bocca, si muove sul sedile, prende il portafogli, armeggia con qualcosa e poi piazza un qualcosa sul parabrezza e suona. Mi riporto sulla mia corsia, pronto ad accogliere qualsiasi ragione mi venga esposta.

“Coglione” mi saluta “se dico che ti devi spostare, tu ti devi spostare … rincoglionito”, urla con le vene che gli tratteggiano gola e fronte.

Diavolo, che sbadato, non l’avevo riconosciuto.

E visto che non era nessuno, ho paura non lo riconoscerò nemmeno la prossima volta.

Vedo cose, faccio gente