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Monthly Archives: novembre 2010

Che non andrebbe fatta su nessuno, ormai lo ripeto tanto da passare per buonista; ma soprattutto non contro le donne.

Io che se non fosse che penso ognuno possa e debba amare qualsiasi essere, sia esso uomo, donna, etero, omo, trans e tutte quelle sottigliezze di etichette che ci si inventa per uscire dal ghetto, senza accorgersi che aiutano gli altri a rinchiudercisi; dicevo, io che se non fosse che son per la libertà d’amore, sarei tutto il giorno con la testa storta a guardare, ascoltare, sentire, toccare, abbracciare e scaldare una donna, non riesco a sopportare che la mentalità umana possa credere normale il concetto di “possesso” o di “subordinazione”, per quanto riguarda le donne (estendibile a tutti gli esseri, di nuovo, ma io son femminista).

Io so di sbagliare, ma sono di parte; fino a prova contraria, sto dalla parte di una donna. Poi ci rimango di merda, quando si rivela peggiore di quanto io sogni, ma questi son dettagli.

E anche le generalizzazioni non son mai la risposta o la base per costruire una buona tesi, ma ogni volta che penso a un ambiente famigliare, in cui un uomo arriva a usare violenza (fisica, verbale, mentale o qualsiasi forma riesca a vagliare la mente umana), mi ritrovo a pensare, d’istinto, che dovrebbe subirla lui, doppia. Perché doppia la sta infliggendo.

Spiego:
una persona che muove violenza verso un’altra persona, già è deprecabile; ma se muove violenza verso una donna e nello specifico una famigliare (ed è incredibile il divario che c’è tra le violenze al interno della famiglia, rispetto a quelle all’esterno di essa … diavolo, te la sei anche scelta, sei un coglione ancora più grande!), ferisce una volta con le mani e una volta pensando di poter disporre di un'”essere inferiore”.

Quando l’essere infimo è lui.

È una concezione che mi fa rabbia, giuro. È l’unico motivo per il quale ho provato la voglia di rispondere con la violenza.

Sono uno che si butta nelle risse, per dividere le persone. Una volta, a Mentone, i nostri vicini di tenda hanno litigato. Nessuno è intervenuto, per paura che quel drogato (lo si vedeva e ho ricevuto conferma) potesse ferire anche altri, con i cocci di bottiglia che aveva in mano. Io non so come ho fatto a trattenermi. Non so nemmeno come sia andata, non me lo ricordo. Mi ricordo solo che l’ho guardata dormire nel letto, mentre io stavo seduto a tremare, poco lontano. Tutta la notte.

Non è un gesto eroico, non mi aspetto nessun plauso. È una cosa che ricordo con piacere. E questo mi basta e avanza. Ricordo che il mattino dopo, lei s’è alzata serena. Tornando in spiaggia, mi ha detto: “tranquillo, ogni tanto gli capita … ma è buono, in fondo”. Lui mi ha guardato con sfida, ma nascosta in una vergogna che avrei sperato maggiore.

Io non le ho creduto allora, come non ci credo ora. Ma davanti all’amore di cui è capace una donna, non puoi che rimanere affascinato.

Penso che in fondo, l’istinto maschile di sopraffazione della donna, nasca anche dalla paura di ammettere che siamo inferiori, noi che ci definiamo uomini. Come quando si sopperisce alla disparità d’affetto con regali costosi. In fondo si ammette la propria incapacità.

E magari, le donne, lo sanno anche; e pensare che non ce lo fanno nemmeno pesare, aiuta ad amarle ancora di più.

Non sto facendo un discorso: “loro fanno meglio le cose”; dico solo che un mondo senza uomini, magari sarebbe migliore, uno senza donne, di certo, sarebbe peggiore. Non basta?!

Spesso è totalmente inutile, a volte ti lascia un sorriso di pace qui, dove si sente il prurito al cuoreanimacervello, in alcuni casi, poi, ti pigli certi spaventi. Ma ormai rimango convinto che soffiar sulle montagne sia il mio modo di provare a cambiar le cose.

Forse è perché parto dal presupposto che la mia ragione sia tale anche se il mondo non se ne accorge o fa il contrario, anche se poi, non penso quasi mai d’aver ragione :). Se uno butta una carta in terra e io la raccolgo per lui, a quanto pare, sono un cagacazzo. Se faccio notare che superare tutti in corsia d’emergenza è meschino e ingiusto, sono “forse un cazzo di vigile urbano?!”. Se, invece, “punisco” un negozio non acquistando un prodotto lì, perché i commessi non mi cagano per venti minuti in cui cerco d’attirare la loro attenzione (nel limite della decenza), chi ci smena, dopotutto, sono io che non ho ancora quel bene.

Come per il mio recente rifiuto dell’ansia (mi ci impegno e sembra sortire qualche risultato … sembro essere un porto di quiete anche per persone a me vicine, quando serve … ne sorrido, grazie), sento montare sempre di più un rifiuto per alcune manifestazioni dell’egoismo: la noncuranza, la supponenza, l’avidita e un sacco di piccole deviazioni dell’essere, che portano soddisfazioni istantanee, ma brevi.

Ecco, forse è la miopia che mi sta sul cazzo.

Mi sembra che le persone si siano sedute sempre più a proprio agio, nel solco del “devo goderne finché posso”, forse figlie di quell’assurda interpretazione miope, appunto, della frase che campeggia in quasi tutte le agende di scuola: “meglio bruciare in fretta, che spegnersi lentamente” attribuita alla bisogna all’idolo della teen che la scrive. Il povero Kurdt ha fatto scuola, solo che i suoi studenti non l’hanno proprio capito giusto.

Un po’ tutti pensano di perseguire la prima parte, senza capire di stare vivendo la seconda.

Sembra che abbiano il culo troppo grosso per spostarsi dal solco caldo che han lasciato sul divano, per fare spazio a qualcun altro. E non è solo questione d’altruismo, è una cosa ancora più piccola, più semplice, ma tanto enorme e difficile (è sempre quello): il rispetto.

Stamattina, in auto, pensavo che se fossi un politico cercherei di inculcare nella mente di chiunque una frase: “se foste vostro figlio, sareste orgogliosi di quello che vi state lasciando?!”. Io sono certo che esista un sacco di gente buona, che esistano pesi e misure per tutto, ma sono anche convinto che alcune convinzioni si fondino su principi sbagliati e da estirpare.

Noi siamo del mondo, non viceversa.

Le azioni e i pensieri determinano il valore di una persona, non viceversa.

I soldi sono un mezzo, non un fine.

Se le leggi rispettano l’etica, è etico rispettarle, aggirarle porta a un danno superiore al guadagno che se ne ricava; se le leggi non sono etiche, è etico modificarle.

Io, in fondo, non valgo più di te, finché non provo o non provi il contrario.

E un’altra sfilza di frasi buoniste che lasciano il tempo che trovano. Torno a soffiar sulle montagne, và … che almeno mi sento bene … io … di te chissene.

Uno ne ha una, di adolescenza, e dovrebbe viversela al meglio. Qualcuno dice l’infanzia, ma io mica me la ricordo l’infanzia, quindi che scopo ci sarebbe a fare le cose in libertà, se poi non te le ricordi?!

Io sono per l’adolescenza, anche se un po’ me la sono rovinata da solo. Quella sorella d’egoismo che chiaman depressione, m’ha fregato un bel po’ di momenti, durante i quali avrei potuto alzare un po’ più la testa, tirare un po’ più indietro i capelli, abbagliare qualche persona in più con il mio splendente apparecchio per i denti. Insomma, avrei potuto e non ho … capita. Piangersi addosso serve come un asciugacapelli a Collina.

Tutta quest’introduzione, per dire che c’è una cosa che mi è rimasta in sospeso, da allora: i buonisti. Non so se nell’età della pietra ci fossero ugualmente delle serie correnti di pensiero (a legger “L’ultimo uomo scimmia del pleistocene”, parrebbe … eheh), ma sono convinto che la bontà delle persone sia un miscuglio di tanti fattori. Un po’ come il carattere … anzi, è proprio una cosa che permea il carattere.

Per me ci sono i cattivi, che sono quelli che nella possibilità, volontariamente o spontaneamente, compiono azioni egoistiche; e poi ci sono i buoni, che nella possibilità, volontariamente o spontaneamente, compiono azioni sinceramente positive. E tra i buoni, la categoria che mi ha sempre un po’ lasciato tentennante è quella dei buonisti.

I buonisti, al mondo, servono. Non c’è dubbio. Insomma, servono anche le peggio cose, così almeno capiamo che non vanno fatte e miglioriamo. Ma come bisogna capire che si può e si DEVE cambiare una regola che non funziona, così i buonismi andrebbero limitati (la più calzante definizione che ho trovato per buonismo è questa).

Io i buonisti ho cominciato a detestarli mentre avevo i capelli lunghi, davanti al viso imbronciato e la bocca chiusa; io me li vedevo questi saccentoni “inconcludenti” (quanto è perfetta questa parola in quella definizione), che scrivevano libri e libri di ovvietà, convinti di postulare chissà quali verità, ma che non sapevano colpire il nocciolo del problema. Che poi, io, il nocciolo del problema, mica lo so. So solo che quando io sono un pugno chiuso, refrattario a qualsiasi tentativo di ammorbidirmi da parte di chi mi conosce, i tentativi di chi non sa nemmeno chi io sia, proprio nun c’azzeccano. Se uno è convinto di avere dei problemi enormi (quando invece non li ha o non sono enormi), reputo molto improbabile che la soluzione possa venire da uno sconosciuto che dice o scrive flebili moralismi.

Se non si fosse capito, la cosa mi tocca perché son stato chiamato “buonista” più volte, ultimamente. E io buonista non lo voglio essere.

Questo m’ha fatto capire che dall’esterno il limite è labile, sfumato, poco netto e poco comprensibile. Io, nelle cose che scrivo, ci credo. Io, nelle cose che faccio e che voglio, mi impegno. Io voglio essere buono, non buonista.

E se una fila di gente usa la rete (twitter/facebook/tumblr e tutto quanto) per lamentarsi di qualcosa, per ricevere consensi o frasi di sostegno-conforto-consolazione; a me viene di lamentarmi ma riderne, o lamentarmi con soluzioni. Se i più belli di tutti mi superano a destra, io impedisco loro di farlo, quando poi si incazzano, io saluto con la manina e sorrido (è tutt’altro che buonismo, questo, ti sto proprio pigliando per il culo, amico mio), pronto a ricevere insulti e sberle. Se in un ufficio han tutti ragione, io preferisco chiarire la mia idea, senza imporla, tanto se il tempo dovesse darmi ragione, avrò la pace interiore d’essere nel giusto, se la cosa non dovesse essere così importante, non mi sarò fatto sangue cattivo a sostenerla.

E tutte queste cose, che provo a fare e tento di scrivere, non riesco sempre a sostenerle, non sono in grado di seguirle a puntino, come tutti, per questo motivo tento di non addossare alcuna colpa a nessuno, per qualcosa che non riesce o non può fare o capire. Ma non sono buonista, forse non sono nemmeno buono, magari prendo tutto troppo alla leggera, che ne so (eheh). Per me è tutto troppo breve e difficile, per perder tempo a tirare verso il basso. Quando si può, è più bello essere sé, semplici, tranquilli. Se poi si riescono a cambiar le cose, tanto meglio.

Scrivere post lunghissimi per lamentarsi di come sono le persone, di come ti vedono, di quel che fanno è sterile.

oh cazzo …

L’essere seduti in un abitacolo d’automobile è condizione sufficiente, ma non necessaria, perché si sprigioni la più alta necessità di infilarsi le dita nel naso.

L’urgenza di tossire, a teatro, è direttamente proporzionale alla topicità del momento e inversamente proporzionale al volume dei suoni provenienti dal palcoscenico

L’esistenza di un elemento interno all’insieme A, ma esterno al sottoinsieme S, non implica che gli elementi di S siano ipso facto annoverabili nel sottoinsieme N; dove A sta per Assurdo, S per Strano e N per Normale.

Il valore di un’opera d’arte non dovrebbe essere determinato dalla differenza simmetrica degli insiemi Comprensibile, Innovativa e Piacevole, ma dalla loro intersezione.

La compatibilità di un essere umano con un altro, non è quasi mai commutativa.

La probabilità che qualcosa funzioni, che un oggetto si ritrovi o che un desiderio s’avveri, non aumenta all’innalzarsi di numero e intensità delle imprecazioni, ma solo all’approssimarsi a zero della loro necessità o utilità.