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Monthly Archives: febbraio 2011

Noto le cose, quando capitano, ma non sempre riesco a costruire qualcosa che si possa chiamar pensiero, una struttura che mi si sollevi in volo, volteggi, plani, sorrida e poi scenda. Non sempre. Ma a volte passi sopra qualche città, un po’ di paesi, delle montagne e un sacco di laghi, che un pochino ci pensi a unirli in una mappa, a farli somigliare, a tenerne traccia e portarli con te.

In questi giorni ho notato sempre di più un qualcosa che avevo già visto, sentito, provato. Una costante necessità di attaccarsi al tempo. Le persone hanno una tale paura del tempo, che non riescono a fare a meno di dargli un peso che non ha.

Senti alla radio che ogni santa cosa “non è mai stata così [aggettivo a piacere] dal [anno a piacere]”. Ciò significa che quel “mai” è una cagata, ma soprattutto che in quell’anno era uguale a oggi. E allora mi chiedo: se non fa così freddo dal 198*, io son morto allora?! No. Vabbeh, allora magari sopravvivo anche adesso. La benzina costava così anche nel 200*, guido uguale ad allora, il mio stipendio è uguale, ma in più ho un telefono nuovo, una casa, più libri e più amici; mi importa così tanto?!

Poi c’è l’assuefazione dei più, a quella corsa contro il tempo (ma non perché ti viene in direzione opposta, ma perché tu vuoi esser più veloce di lui a tornare indietro). La critica che si destina a chi fa le cose con calma, precise e magari meglio, è: “NON HA FRETTA”…
..
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Ora.
Analizziamo la cosa.
La parola fretta è associata quasi sempre a qualcosa di negativo: “non mettermi fretta, che poi faccio male le cose”, “ha fatto in fretta e furia, è venuto male”, “ho dato un’occhiata di fretta, non ho guardato bene”… com’è che improvvisamente passa dall’altra parte?!

Posso capire l’idea che del “doman non v’è certezza”, quindi se hai da fare qualcosa, magari è meglio tu la faccia quando puoi o devi, così che gli altri la possano sfruttare in futuro; ma siamo proprio così tanto certi di esser così fondamentali, al mondo?! Siamo così dannatamente unici e inimitabili e indispensabili?!

Non è che perché io son lento, ora voglia costruirmi alibi o giustificazioni, è proprio che mi sembra tutti corrano sulle scale mobili contrarie. E poi io non sono giustificabile, sono uno scansafatiche e lo ammetto. Sulla lentezza, poi, non ci posso fare molto, così son nato e questo mi tengo: le cose le capisco quando ormai non serve più, le battute mi vengono una volta inutili.

Ma un esempio fra tutti è quel che capita dopo il racconto di un aneddoto del passato, oppure davanti alle foto. Io son così lento, che alle donne piaccio in ritardo.

Perché Chewbacca, insieme a tutti i suoi simili, latra di dolore?!

Perché è un Wookie

Ogni tanto non riesco a riempirmi la vita. E non è come l’annoiarsi, ché io non mi annoio quasi mai (ho questa fortuna); è proprio che tentenno nel prender la decisione di dove nuotare. A volte.

E ci sono periodi in cui mi sento che aspetto solo che qualcosa mi accada per forza, così che io sia costretto a recuperare correndo, impegnandomi, concentrandomi, recuperare quella strada che c’è tra me e ciò che mi accorgo esista. Forse è come in amore, che la corsa è spesso meglio del traguardo (e non lo dico come un peccato del traguardo, son sbagliate le mie aspettative).

E mi accorgo di esser vuoto, cinico e cattivo. Nel vedere un bambino che si dispera perché un calciatore sbaglia a porta vuota, mi viene da staccarmi e dire: “come fai a tener tanto a una cosa così?!” e poi mi accorgo di essere io a non farlo più (la bastardaggine innocua del babbo, però, è incredibile).

Il timore d’esser inaridito è un sapore secco che conosco già, in molti casi ho bevuto dagli occhi altrui, quel che serve per dissetare la voglia di sentirsi utile (non è questo quel che si vorrebbe esser certi di splendere?!), quando son riuscito a costruirmi da me i sostegni per fare qualche passo, non è passato molto tempo, prima che un’anima più bella mi girasse le carte del castello e mi accogliesse tra le braccia, per un po’.

Vivo a onde, io. E chiedo scusa a chi trituro in discesa. Ma ringrazio chi, tra le maree, mi segue e continua a sperare io risalga sempre.

Io so che esistono isole che amo, mi è piaciuto riposare sulle loro rive. Non è triste pensare di essere in pace per quel che si è stati per un secondo, è bello sapere di esservi riusciti, è forte provare a risalire le onde, è pace prendere ciò che trovi come solo guadagno. Forse son solo in attesa di riprender le forze, forse sto navigando in mare aperto e non sento “terra!!” da troppo tempo.

Quel che ho imparato, però, è che lamentarsi è come far pipì in mare, non solo non innalzi il livello dell’acqua, ma rischi anche di bere.

Quindi aspetto e nuoto, ringrazio e mi scuso, accetto e subisco; ché tanto è quasi tutto un elastico: devi solo essere sveglio, quando prima o poi arriva un approdo, e abbracciarlo quanto puoi, per raccontargli ciò che hai visto durante il viaggio.