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Monthly Archives: marzo 2011

Probabilmente è la settorialità che la nostra società ha raggiunto, in tutto, o forse no. Con le mire espansionistiche e l’egoismo intrinseco dell’uomo, aumentavano sì conoscenza e padronanza dei mezzi, ma con esse anche necessità, “problemi” e impossibilità di conoscere l’intero spettro di soggetti e aspetti della realtà, delle persone stesse e di quel che, in effetti, non esiste (l’etica, i sogni, l’immaginazione, la fiction e i labili territori dei sentimenti). Ma magari sbaglio.

Ma, dall’infinitesimo all’infinito, penso che ciò che esiste, sia da considerarsi sferico, un pianeta. Ma proprio ogni cosa. E come tutte le medaglie, ha un lato e la faccia opposta, ma con più grigi; come ogni pianeta, ha luci e ombre che girano, che si modificano nel tempo e nello spazio. E allora tu sei così, ma anche così e poi così… e non è che puoi prescindere dall’essere tutte le cose che sei, quando magari ti concentri e cerchi di tirar fuori un aspetto in particolare.

Quindi se sei uno stronzo, magari hai tutto il merito di impegnarti, hai l’inchino di chiunque se provi a scappare… ma se lo sei, lo sei. Punto. E anche dichiararlo pubblicamente, mica ti salva il culo, puoi anche sfruttare quanto vuoi l’effetto compassione-pena che porta la reazione: “sono stronzo” “ma no, dai, non fare così”; se sei stronzo, quell’effetto, presto o tardi, svanisce. Rimane che sei stronzo, non scampi.

E lo stesso vale per quasi tutto (sottotitolo al blog docet): se sei innamorato, ti porti dietro tutto il mondo che c’è attaccato; se sei triste o giù, hai da fare i conti con tutti i crateri lunari, tutti i profumi e quel tanfo marcio di palude, che si porta dietro quell’appiccicosa sorella d’egoismo che è la depressione.

Quindi sta tutto in equilibri e forze. Appartenenza e tensione a. Con la zavorra di non esser semplici.

Ché, come in tutto, meno roba c’è, più è facile governarla, stabilizzarla, padroneggiarla e aver certezze. Così la serenità funziona in base all’apertura mentale, ad esempio: meno cose contempli nella testa, più facilmente riesci a ordinarle ed essere sereno e tranquillo; più hai cose nella testa, più difficile sarà stare in quiete, con tutto sotto controllo… la capacità di mettere tutto quieto è quella che considero intelligenza e anima, quindi se uno è chiuso, limitato, non gli servirà un grande cuoreanimacervello per raggiungere la serenità (per questo gli stupidi sono spesso più felici degli intelligenti; per questo gli egoisti, spesso, se la vivono molto meglio)… ma avere uno apertissimo di mente e sereno, significa trovarlo immensamente intelligente e saggio e buono (magari ha solo culo, ma magari gli piacciono gli 883 o peggio).

E quando provi a uscire, ti lanci e ti trovi di fronte mondi complessi, magari non ancora stabili, che ti chiedono aiuto, mentre ancora tu non hai capito da che parte si debba tenere l’ombelico, ti trovi a roteare ancora di più, traballare, ondeggiare e poi cadere in notti insonni (che sfiancano, ci mancherebbe, ma servono quanto l’aria… a volte). Senza poi avere una gran risposta da dare. Non ti costerebbe nulla allungare una mano, non ti cambierebbe giro aprirti e darti; ma tu sei attaccato a quel cazzo di mondo stronzo che sei, all’idea di poterti gestire, quindi ti reputi ancora troppo importante per capire di non esser tagliato per equilibrio, torni a te e dici “no”, che è il più miope degli “io”.

E fai anche errori tra loro opposti. Da una parte provi un sacco di cose e spremi, spremi, spremi, finché non viene il succo di quanto male faccia questo, quanto bene faccia quest’altro e allora è meglio seguire il bene, quando si può. Dall’altra cerchi di seguire quel che hai capito, dimenticandoti che chi hai di fronte ha tutti gli altri lati, tutte le altre superfici, ha un mondo, dietro. E ti ritrovi infimo, sbagliato, limitato e, di nuovo, incapace.

E scrivi mille cose criptiche, che uno poi non capisce.
Uno che non ti conosce, uno che non sa che è successo, uno che non vede il mondo per intero poi, non vuole nemmeno addossarselo. Hai ragione, tu che leggi sei quel che sei, vedi quel che vuoi, che puoi e che rifletti in me. Io, semplicemente, sono. Che non è altro che la somma di quel che vedo e che vorrei.

La più normale delle soluzioni sarebbe essere più sinceri possibili, ma a volte è il timore, a volte l’egoismo travestito da agnello e finisci sempre per mentire a qualcuno, sia esso l’altro o te stesso. E le bugie hanno sempre le spine, oltre alle gambe corte, o feriscono gli altri, o non ti permettono d’avvicinarti a qualcosa.

E visto che la sincerità non è altro che un altro pianeta con infiniti panorami: dirti impegnato a voler migliorare, si porta dietro aspettative; dirti attento agli altri, si porta dietro mancanze; dirti preciso nelle regole, si porta dietro responsabilità; dirti innamorato, si porta dietro cecità.

Facciamo che io lo ammetto ancora una volta: io non son capace, ok?!

E da qui partiamo. Se sbaglio, spero mi corigerete. Ma vaffanculo, io non smetto di impegnarmi.

Non sono certo un tipo coraggioso. Ho le vertigini che mi si sciolgono le gambe, quando da piccolo saltavo di scoglio in scoglio, col vuoto sotto, e mi tuffavo ovunque, pestavo la testa (e si capisce assai il presente) e mi sbucciavo più delle arance. Spesso sto fermo, quando dovrei fare qualcosa, agire, essere proattivo o semplicemente parlare.

Insomma, non mi definirei un eroe senza timore. Ma proprio per nulla.

Solo che oggi m’è capitata di nuovo una cosa. E allora son tornato a capire che quello è il modo giusto, o almeno, il modo mio. O meglio, il modo che dovrei fare più mio.

Fine giornata in studio di registrazione, nonostante le ore, nonostante i week-end di adattamento, nonostante gli inghippi e i piccoli problemi che si incontrano pian piano… esco, al solito, leggero. Pigio la freccina per chiamare l’ascensore, s’aprono le sue belle porticine, salgo e pigio 0.

Non è che siamo al sedicesimo, ma nemmeno al settimo… siamo al secondo. Diciamocelo, potrei farle a piedi, quelle 4 rampe di scale, ma sono pigro. Questo per dire che non è poi tanta la distanza che quella scatola deve percorrere per arrivare a terra. Beh, rimane che in quei pochi metri di dislivello, quello scatolo s’è messo a dondolare.

Ora: magari è una mia suggestione, magari m’è parso più di quanto sia stato, magari è naturale e non me ne sono mai accorto, magari non è nemmeno vero e son state le mie gambe. Fatto sta che ho riso come un fesso.

E non è stato quel riso isterico da panico, no, una bella risata di pancia.

E io questa cosa l’ho sempre avuta. Anche prima di diventare il “buonista” che sembra io sia ora. La prima volta che l’ho visto accadere (intendo la prima in cui me ne sono accorto, ma si sa che son lento, magari non è stata  la prima-prima), è stato in aereo. Il mio primo viaggio in aereo è stato fantastico.

Saliamo a Orio al Serio e atterriamo di fortuna a Ginevra. Questa è la versione breve.

La versione lunga è che partiamo e non son 10 minuti, che una strana nebbiolina pervade l’intero aereo; le hostess tentano di calmarci dicendo che è solo un po’ di condensa, ma i loro sorrisi non bastano, una volta aperta la cabina di pilotaggio: i piloti indossano una mascherina inquietante e hanno movimenti secchi e perentori. Dall’interfono partono interrotti messaggi di aggiornamento.

E io comincio a ridere.

Nonostante le parole e la prossemica, le hostess non possono evitare di correre a sedersi nei loro posti di sicurezza e ripetere di stare tranquilli: “il capitano annuncia che non dovrebbero esserci problemi, l’avaria al quarto motore non dovrebbe intralciare le manovre per un tentativo d’atterraggio di fortuna a Ginevra”.

Panico tra i passeggeri. Pianti, lamenti, gente che si alza e abbraccia amici e parenti, tentativi inutili, da parte di hostess e mamme, di riportare la pace tra i posti. Continui annunci e plin-plon. Dal finestrino, il lago che tanto si apprezza dalle sponde, pare una trappola pronta a inghiottire velivolo, equipaggio, grida e ricordi.

E, in mezzo, io mangio e rido.

Non so cosa mi sia preso, non saprei nemmeno dire se sia stata voluta, pensata o cosciente, come reazione. Io so di aver guardato l’albero di natale nel quale s’era trasformata la mia prof di inglese (tutti i compagni in vacanza studio con me, dai loro sedili, s’aggrappavano a lei piangenti e cannibali) e aver detto qualcosa del tipo: “e che ci possiamo fare?!”.

Non penso sia fatalismo, o forse sì, poco importa. Penso sia il modo migliore per affrontare i problemi. Ti lascia la mente sgombra per ragionare sul possibile e sull’impossibile, dandoti la lucidità di goderti quel che hai, senza perdere il tempo che ti resta nell’insano panico dell’ansia.

In cabina ci sono quelli più adatti a risolvere la situazione; la fetta di torta non sembra neanche troppo male; se l’avaria è al quarto motore, cazzo, ne abbiamo 3 funzionanti; piangere mi renderebbe più difficile ammirare la bella ragazza che c’è due file più avanti; come cacchio era la procedura per gonfiare il giubbotto?!

Ecco, oggi uguale.

Dondola!! Eheh, pensa a che rumore fa, quando si schianta. Pensa che c’è chi paga, per fare giostre come questa. Chissà se viene quella strana sensazione di vuoto alle palle, quando vai in caduta libera. Per me non mi alzo nemmeno da terra, troppo poca la distanza. Oh, son già arrivato.

Eh, sapessi affrontare così qualsiasi problema…

Mi vergogno d’averlo pensato, ma per fortuna sono una persona che tende a non reagire verbalmente. Nell’immaginare quale potesse essere l’insulto peggiore nella forma più ironica, sono arrivato a questa conclusione:

sei così brutto e insignificante, che quando sei nato, ha urlato l’ostetrica e non tua madre.

Da bambino andavo in giro in bici, perché mi è sempre sembrato un mezzo splendido: tu ci sali, fai lo sforzo di due passi e copri la distanza di dodici. Quando ancora non capivo un cacchio (non che ora… ma vabbeh) vedevo mio fratello con la bici più grossa e mi imprugnivo per l’ingiustizia: più grossa = più veloce = più bella. Poco importava che io non arrivassi ai pedali, sulla sua, mentre lui si sarebbe morso la lingua per le ginocchiate, con la mia.

Crescendo, poi, gli orizzonti si sono ampliati. Avrei anche pedalato i 20 chilometri che dividevano casa mia dal liceo, ma una volta là, non avrei avuto una doccia per salvare la vita delle mie compagne di banco (si sa, nonostante non fossi uno di quelli che, crescendo, non scopre in tempo l’esistenza del deodorante… a volte gli ormoni son proprio imbattibili). Quindi ho perso l’abitudine di utilizzare quel mezzo di locomozione.

Un po’ lo rimpiango, ma la mia ultima esperienza, che risale a qualche anno fa, mi ha un bel po’ allontanato dal pensiero di tornare a utilizzarla. Bisogna premettere che non vivo in città, anzi, vivo in collina (non ho detto campagna, che magari fuorvia), quindi se esci di casa, o sali e al ritorno hai discesa, o scendi, ma al ritorno hai salita.

E così si andava di “rampichino” (mica si parlava ancora inglese, qui da noi), solitamente. Ma quel giorno c’era solo la bici da corsa di mio fratello. “Che vuoi che sia?!” mi dico “anzi, è più leggera e fa più metri con una pedalata!”. Vado per quei 10-12 chilometri che mi servono per raggiungere il corso che dovevo fare, e poi tornare.

Durante il tragitto noto una particolare scomodità della sella e una mia spiccata incapacità di girare il pedale per inserire il piede nella “gabbia” che accoglie la punta (sicuramente per una migliore performance!). Quest’ultimo aspetto si risolve con un piede “dentro” e uno “fuori”, un po’ per incapacità e un po’ per salvarmi al momento dell’arresto, che non ho questi gran riflessi, diciamocelo.

Il primo problemuccio, invece, già si presenta quasi insopportabile a metà dell’andata. Arrivo che ho ancora più salda la mia sicurezza di non essere gay. Metà del ritorno lo faccio in piedi sui pedali, non solo per la salita (ero partito in discesa, dopotutto), ma anche perché mi sembrava di aver sostituito il sottoscroto con una pannocchia ustionante.

Per qualche giorno ho avuto strascichi e una domanda mi ha assalito: “perché?!”. Insomma, perché un oggetto adibito alla posa delle tue chiappette, è stato congegnato in modo da farti il peggior male possibile alle suddette?! Dico io, bere il brodo con la forchetta, è da idioti… no?!

Chiedo al mio zio ciclista. Ora, c’è da dire che lui è uno pratico e pragmatico, non certo un filosofo delle due ruote o un tecnico specialistico, ma penso che la risposta non sarebbe stata differente, se proveniente da qualcun altro:
“Beh, perché ci sono i pantaloni imbottiti”.

Ora.

Capisco benissimo che i problemi vanno risolti, ma vanno risolti quando ci sono!!! Non quando non dovrebbero esistere. Intendo, la sua risposta è molto più azzeccata come domanda alla mia domanda, no?! “Perché fanno i pantaloni imbottiti?!” “Eh, sai, le selle son dure!”… ecco, questo ha senso, non il contrario.

Rimane il fatto che non ho avuto risposta al quesito, immagino che abbia a che fare con attriti e sfregamenti e necessità bassoventrali, ma non divago, quel che volevo disaminare qui era l’approccio da mondo al contrario, che hanno i ciclisti.

Per ciclisti non intendo quelli con la graziella o che per necessità o scelta, usano scientemente e utilitaristicamente la bici, intendo quelli che si ritengono ciclisti. Quelli che camminano come si fossero cagati addosso e sotto i piedi avessero le biglie, perché le scarpine sono “tecniche” e si incastrano nei superpedali che hanno solo loro e gli altri son merda; ma, magari, in auto la cintura “che palle, mi dà fastidio”. Quelli che si mettono gli occhiali e il caschetto e la maglia e i fouseau (leggings o come diavolo li volete chiamare); ma che, magari, danno del frocio a uno che si veste casual nella vita. Quelli che sembra che l’asfalto sia fatto di carboni ardenti e che piuttosto che mettere a terra un piede, stanno lì a sbacchettare come giocassero alle olimpiadi konami, oppure passano bellamente col rosso, che tanto la ragione la ottengono sempre. Quelli che se sono in auto, gli altri son tutti stronzi, ma se sono in bici: “che cazzo vuoi?! Mica è tua la strada!”, ti urlano affiancati a tre altri compari.

Ecco, c’è un aspetto che ho notato recentemente, una cosa che forse è legata alla crisi, ma non penso. Forse è un mio preconcetto dettato dalle incongruenze sopraelencate, ma magari no. Diciamo che non esprimo giudizi, ma mi pongo un lecito quesito.

Oh tu, che non hai i 70 anni del pensionato e nemmeno i 17 dello studente, che non hai vestiti stracci o non corri su di un tracciato; dicevo… oh tu, che non hai la maglia uguale a quelli con cui sfrecci sulla strada, quindi non sei lì per allenarti in vista d’una gara agonistica, non sei lì a far pretattica e fiato e gambe e a capire chi sia gregario e chi passatore; dicevo… oh tu, che quando io vado al lavoro alle 6, alle 7 o anche alle 8, non ti vedo; ma quando capita che entri alle 9, alle 10 o alle 11, mi ti trovo in gruppo a superarti e paccare sulle spalle chi ti grida insulti amicali e finge di disarcionarti rischiando di dar vita a una catastrofe; dicevo… oh tu, che magari sei uno di quelli che odia gli immigrati perché ci rubano il lavoro, che denigra i teroni perché son sfaticati, che dà la colpa della crisi, dei malfunzionamenti, delle lungaggini burocratiche e di tutto ciò che non torna a tuo vantaggio, ai comunisti…

Dicevo, oh tu… MA NON HAI UN CAZZO DA FARE LA MATTINA DEI GIORNI FERIALI?!

Poi cerchi un portatile da consigliare a un’amica e pensi che il tuo sente tutti i 7 anni che ha, ma non hai i soldi per comprarne uno nuovo. Poi pensi che devi sistemare prima il fisso, che ha solo l’alimentatore andato. Poi tranquillizzi un’amica che ha l’ansia facile. Poi pensi che non hai ancora imparato le canzoni per sabato. Poi vai a far la spesa. Poi noti che non hai ancora pulito il pavimento dopo aver liberato quell’angolo dai secchi di vernice. Poi ti squilla il cellulare e speri che sia lei, ma è tuo fratello e va bene uguale. Poi al lavoro saltan fuori compromessi e sorrisi e mugugni e risate. Poi scopri qualcosa che pensavi di non rivedere più. Poi cerchi di chiarire una questione in sospeso da quasi 10 anni e piangi una notte intera, come non ti succedeva da anni, perché ti accorgi di non meritare le amiche che hai, dopo tutto quello che hai fatto. Poi ti svegli e mangi uno yogurt. Poi fai la coda in auto. Poi hai una colica. Poi leggi un libro splatter. Poi condividi una gif animata. Poi arriva l’attore e devi entrare in studio. Poi ti viene un nodo alla gola per un post bellissimo (e lo condividi, ovvio). Poi guardi un film.

Poi il terremoto.

Poi ti senti uno stronzo. Poi lavori nel week-end e ti chiedi se sia per i soldi o solo perché preferisci sacrificare un po’ di tempo, ma fare bene il tuo lavoro. Poi cerchi notizie. Poi fai click su una foto di una bella ragazza. Poi mangi. Poi ascolti un gruppo che conosci e sei contento abbia successo. Poi in quel loro video sembra ci sia lei, ma no, non è lei. Poi cerchi di calmare l’amica dall’ansia facile che, a Tokyo, adesso ha tutti i motivi per essere ansiosa. Poi pensi a un post da scrivere e ti vergogni che possa essere così futile in un momento simile.

Ma poi pensi che hai imparato un sacco di cose, finora; pensi che magari un giorno arriva un terremoto e tu non sei pronto a metterti sotto la porta; allora ti chiedi se quello che hai fatto fino ad allora sia TUTTO quello che avresti potuto fare. E ritorna il sentirti stronzo. E vedi che non te ne fai nulla del piangerti addosso, ché la fortuna di poter scrivere e capire che “ti amo” ancora e ancora, l’hai avuta e c’è chi no. E ti chiedi perché non sei in grado d’esser coerente fino in fondo, capace di prendere le convinzioni che hai a parole e portarle nei fatti: perché non sai fare la rivoluzione?!

Forse non siamo più fatti come quelli che ci hanno liberati, forse pensare che non esistano i confini è un po’ troppo utopistico per la società in cui vivi, quindi forse è meglio portare avanti le lotte possibili. È tutto uno scoprirsi piccoli e un chiedersi come mai non si sia grandi. Forse c’è troppa comunicazione e finisce che la comunicazione si rompe, quindi c’è chi si disinteressa, chi si specializza e schifa il resto, chi pensa che il proprio sia il meglio e chi è rotto in mille frammenti.

Eccomi.

Incapace di giustapporre, come servirebbe, ogni pezzetto. Ma pronto a imparare a farlo, convinto di volerlo, attento a non pesare più su nessuno con le insicurezze, ma veloce nel sorriso per non far trasparire nulla (il trucco sta nel fatto che non è che interessi davvero cosa pensi, se hai problemi o chi tu sia… importa solo che tu sia specchio ringiovanente, che tu sia conforto istantaneo, magari anche vuoto… e l’ego altrui ti sarà grato).

Il fatto è che la vita che hai per le mani, corre a un ritmo suo, scorre come un fiume e si porta dietro sassi, acqua, pesci, lerciume e tutto, tutto in un secondo. Il senso forse non è risalire la corrente per conoscerne la fonte; non è di certo deviarne il corso al proprio volere; non è neanche buttarcisi e rubare spazio a chi ci nuota… è fare di tutto per permettere a chiunque di scoprirla senza ferite, senza lerciume e senza fretta.

Facile no?!

Solo in chiusura di giornata, aggiungo spinta al grande vento di sì e no a questa festa, così la ressa di lettori (ahahah), non mi citerà a destra e a manca per sbandierare la propria affinità o il proprio dissenso. Per stare un po’ dalla parte di chi ha ragione a festeggiarla e un po’ da quella di chi non ci crede, perché non si dovrebbe ridurre tutto a un solo giorno.

Insomma, il solito paraculo.

Il fatto è che io, le donne, le amo tanto che non riesco a vederle oggettivamente. Ma se è un fatto che l’uomo sia maschio per errore, un motivo ci sarà. Le amo tanto che mi incazzo a vederle sottovalutarsi, mi incazzo a vedere gli uomini che ci marciano, non nego di apprezzar troppo bellezza, a volte, ma quando si valuta nel tempo… torna a peso morto il raziocinio.

Vogliamo non ammettere che sono più intelligenti?! Ok, non ammettiamolo. Vogliamo non ammettere che attualmente non abbiano gli stessi diritti dei loro corrispettivi maschi in una società patriarcale?! Ok, continuiamo. Vogliamo non ammettere che non avrebbero le sole necessità (e quindi i diritti) maschili, ma qualche necessità in più, tipo quelle cose stufose come la gravidanza, l’allattamento e anche la più flebile delle PMS?! Vabbeh, facciamo gli gnorri. Vogliamo negare che gli abusi, gli omicidi e ogni forma di violenza, dalla più piccola alla più grande e palese, vengono perpetrate in base a pregiudizi, in generale, e in base a una concezione errata di “possesso”, in particolare, che è radicata nell’encefalo maschile; vogliamo negare che sono quasi sempre gli uomini a offendere (ferire o uccidere), che sono quasi sempre italiani e che sono quasi sempre conoscenti (in effetti è naturale, non è un’eccezionalità, più tieni a qualcosa, più sei portato a eccedere nelle reazioni), a infliggere queste atrocità?! Eccheccazzo, basta, c’anneghiamo, nel negare.

Allora facciamola facile (comprensibile anche agli uomini), vediamola da quest’altra angolazione (e non ha nulla di offensivo o riduttivo): se non esistessero i soldi, che sono invenzione dell’uomo… cosa farebbe girare questo mondo?!

Ecco… adesso l’ira funesta delle femministe mi si scaglierà contro… piano, calma… lasciate che vi spieghi.

Partiamo da un semplice principio: si capisce già tutto con il sesso.

L’uomo, qualsiasi cosa si trovi davanti, con un po’ (anche poco) di impegno, fa quel che deve fare (ed è importante sottolineare che è un buttare):
–  il finale è uno sparare alla cieca e chi s’è visto, s’è visto;
– una volta finito, sia lui che il proprietario si spengono.

La donna ha già lì quel che la distingue, ha questa cosa che riceve. Come si può essere migliori di chi ti accetta?! E poi ha quella spinta, quella voglia di scoprire altro, di chiederti a cosa pensi.

Ecco, voi vivete di semplici difficoltà. Siete multitasking, fate ragionamenti semplici, come noi uomini, ma ne fate più di uno. E le difficoltà arrivano quando ne fate di contrastanti. E non capita raramente… eheh. Voi un po’ ci sguazzate in questa vostra masochistica ricerca di difficoltà; a volte è bello guardarvi passare da una domanda alla successiva, a volte sorprende vedervi illuminarvi ancora e ancora e ancora, per ogni scalino che fate, affascina e spinge a conoscervi, capirvi, amarvi ancora di più, questo gioco. È come un continuo inspirare di sorpresa… ogni volta sembra l’ultimo e invece ne fate un altro.

A volte cagate il cazzo. Ma solo perché esagerate. Ci vuole un limite a tutto, non si può andare avanti di domande, ci vuole la sosta di una risposta, ci vuole la pace di una sicurezza. E ci sono, ovviamente, quelle di voi che ci si crogiolano nell’indecisione (in fondo star dentro alla depressione è una sicurezza mascherata, al depresso, piace esserlo). Ma che ci vuoi fare, nessuno è perfetto, ci piacete anche per questo, per come sapete esser perfette nei difetti.

E forse sto solo parlando dell’amore o da innamorato (si sa, i fan sono accecati e poco obiettivi), ma questo siete e questo dovete ottenere: l’ammissione di inferiorità degli uomini. Lì è la base, uno odia quel che non conosce o quel che mina la sua superiorità; e visto che l’uomo non è in grado di conoscervi e non vuole lasciare il suo predellino, vi odia (palesemente o sottilmente, urlato o sussurrato) abbastanza da mettervi sotto in qualsiasi modo possibile.

Quindi festeggiate, divertitevi, scordate le pesantezze, una volta all’anno; protestate, indignatevi, incazzatevi, una volta all’anno; parlatene, sorridetene e difendetevi, una volta all’anno. Ma tutto l’anno, non oggi (ieri, ormai). E non è un rimprovero o un consiglio, è un incitamento a continuare a farlo, è un avviso: lo state già facendo, dovete solo crederci di più, dovete solo non vederlo come un antagonismo, non dovete abbassarvi al nostro livello, dovete correre, girarvi a spernacchiarci, lasciarci indietro e farci capire che non sappiamo starvi al passo.

Siate felici d’esser quello che vorremmo tanto essere noi.