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Non sono certo un tipo coraggioso. Ho le vertigini che mi si sciolgono le gambe, quando da piccolo saltavo di scoglio in scoglio, col vuoto sotto, e mi tuffavo ovunque, pestavo la testa (e si capisce assai il presente) e mi sbucciavo più delle arance. Spesso sto fermo, quando dovrei fare qualcosa, agire, essere proattivo o semplicemente parlare.

Insomma, non mi definirei un eroe senza timore. Ma proprio per nulla.

Solo che oggi m’è capitata di nuovo una cosa. E allora son tornato a capire che quello è il modo giusto, o almeno, il modo mio. O meglio, il modo che dovrei fare più mio.

Fine giornata in studio di registrazione, nonostante le ore, nonostante i week-end di adattamento, nonostante gli inghippi e i piccoli problemi che si incontrano pian piano… esco, al solito, leggero. Pigio la freccina per chiamare l’ascensore, s’aprono le sue belle porticine, salgo e pigio 0.

Non è che siamo al sedicesimo, ma nemmeno al settimo… siamo al secondo. Diciamocelo, potrei farle a piedi, quelle 4 rampe di scale, ma sono pigro. Questo per dire che non è poi tanta la distanza che quella scatola deve percorrere per arrivare a terra. Beh, rimane che in quei pochi metri di dislivello, quello scatolo s’è messo a dondolare.

Ora: magari è una mia suggestione, magari m’è parso più di quanto sia stato, magari è naturale e non me ne sono mai accorto, magari non è nemmeno vero e son state le mie gambe. Fatto sta che ho riso come un fesso.

E non è stato quel riso isterico da panico, no, una bella risata di pancia.

E io questa cosa l’ho sempre avuta. Anche prima di diventare il “buonista” che sembra io sia ora. La prima volta che l’ho visto accadere (intendo la prima in cui me ne sono accorto, ma si sa che son lento, magari non è stata  la prima-prima), è stato in aereo. Il mio primo viaggio in aereo è stato fantastico.

Saliamo a Orio al Serio e atterriamo di fortuna a Ginevra. Questa è la versione breve.

La versione lunga è che partiamo e non son 10 minuti, che una strana nebbiolina pervade l’intero aereo; le hostess tentano di calmarci dicendo che è solo un po’ di condensa, ma i loro sorrisi non bastano, una volta aperta la cabina di pilotaggio: i piloti indossano una mascherina inquietante e hanno movimenti secchi e perentori. Dall’interfono partono interrotti messaggi di aggiornamento.

E io comincio a ridere.

Nonostante le parole e la prossemica, le hostess non possono evitare di correre a sedersi nei loro posti di sicurezza e ripetere di stare tranquilli: “il capitano annuncia che non dovrebbero esserci problemi, l’avaria al quarto motore non dovrebbe intralciare le manovre per un tentativo d’atterraggio di fortuna a Ginevra”.

Panico tra i passeggeri. Pianti, lamenti, gente che si alza e abbraccia amici e parenti, tentativi inutili, da parte di hostess e mamme, di riportare la pace tra i posti. Continui annunci e plin-plon. Dal finestrino, il lago che tanto si apprezza dalle sponde, pare una trappola pronta a inghiottire velivolo, equipaggio, grida e ricordi.

E, in mezzo, io mangio e rido.

Non so cosa mi sia preso, non saprei nemmeno dire se sia stata voluta, pensata o cosciente, come reazione. Io so di aver guardato l’albero di natale nel quale s’era trasformata la mia prof di inglese (tutti i compagni in vacanza studio con me, dai loro sedili, s’aggrappavano a lei piangenti e cannibali) e aver detto qualcosa del tipo: “e che ci possiamo fare?!”.

Non penso sia fatalismo, o forse sì, poco importa. Penso sia il modo migliore per affrontare i problemi. Ti lascia la mente sgombra per ragionare sul possibile e sull’impossibile, dandoti la lucidità di goderti quel che hai, senza perdere il tempo che ti resta nell’insano panico dell’ansia.

In cabina ci sono quelli più adatti a risolvere la situazione; la fetta di torta non sembra neanche troppo male; se l’avaria è al quarto motore, cazzo, ne abbiamo 3 funzionanti; piangere mi renderebbe più difficile ammirare la bella ragazza che c’è due file più avanti; come cacchio era la procedura per gonfiare il giubbotto?!

Ecco, oggi uguale.

Dondola!! Eheh, pensa a che rumore fa, quando si schianta. Pensa che c’è chi paga, per fare giostre come questa. Chissà se viene quella strana sensazione di vuoto alle palle, quando vai in caduta libera. Per me non mi alzo nemmeno da terra, troppo poca la distanza. Oh, son già arrivato.

Eh, sapessi affrontare così qualsiasi problema…

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