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Oggi mi lascio esser fragile.

Adulto. Ma fragile.

E un adulto fragile è un limite labile, che non sai mai se stai di qui o di là. Io mi sa che ci son nato, così. Al limite, non fragile o adulto, dico, son nato che sto sempre al limite.

E mi sto sul cazzo anche per questo. Perché mi vien da vomitare a pensare che dopo 12 anni d’amore per qualcosa che mi ha fatto sentire vivo, io non possa sentirla più, non possa farne più parte. Ma sono adulto, quindi so che è irrazionale accanirsi su strade differenti, per ragion d’amore. L’amore è un po’ ovunque, la ragione è in testa. Quindi la mia pancia si ribalta per fermar la mente e il cervello si difende, perché, semplicemente, ha ragione. E mi gira che mi vien da vomitare.

E le teste e i cuori che si sono aperti a dirmi “è giusto così”, c’han messo sangue e bile e freni e “forse…”, prima di essere adulti con un adulto come me.

Io mica ho voglia di essere adulto, adesso, ho voglia di piangere come un bambino e lasciarmi andare a urla e strepiti, ma senza nessuno attorno, un po’ perché, anche se dimenticata e presa in relativo conto, ho una dignità, ma soprattutto perché non voglio rompere il cazzo come i bambini piagnoni. È una cosa mia, me la voglio piangere io.

Però è il modo migliore di prenderla, da adulti: “le strade corrono e si diramano, è naturale… convogliano, a volte… a volte proseguono per miglia e chilometri e mondi e pianeti… fino a scomparire insieme… a volte è necessario che si diramino. È come crescere. Anzi, è proprio quello. Per crescere si ha bisogno di un sacco di cose. Io sono stato una di queste cose. Sono stato fondamentale… molto più di tante altre esperienze, molto più di molto altro. Non lo sono più. Giusto che io non freni, non tiri altrove e non pretenda assurdità”.

E mi incazzo anche, ma stavolta volutamente da adulto. Perché mi faccio incazzare che ho dato per scontate cose, che ho preso sotto gamba idee, progetti e forze, che a furia di rimandare, mi sono rimandato da solo… affanculo.

Ed è naturale che il tempo abbia rinsaldato legami e posato affetto, ma è quasi un onore il guardare un bambino, ormai adulto, che adesso cammina da solo. La mia mano l’ha tirato, l’ha aiutato, l’ha fatto saltare, giocare, perdere e poi ritrovare; ora, semplicemente, lo spinge e lo saluta, prima di cadere nell’errore di trattenerlo.

Vi amo per quello che m’avete insegnato ad amare: quello che è stato, quello che siete (ognuno di voi, singolarmente, e come gruppo) e quello che sono. Quel che è costruito, in me non cade.

Grazie amici.

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2 Comments

    • fishcanfly
    • Posted aprile 28, 2011 at 11:07
    • Permalink

    è un piacere questo post!!!

    A proposito di musica…http://vongolemerluzzi.wordpress.com/2011/04/28/silenzio-maestro/

    A presto su questi mari! 😉

    • savohead
    • Posted aprile 28, 2011 at 11:23
    • Permalink

    grazie…
    è un piacere sia un piacere.


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