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Monthly Archives: maggio 2011

I calcoli son calcoli, poi il cuore te li scompiglia che non li riconosci più. Ma i calcoli son calcoli.

Tu hai questa cosa della sopravvivenza: nasci che sei uscito da un qualcosa che in due eravate uno, perdi da subito lo stato in cui, da allora, cerchi di tornare. E gli abbracci e il calore, i baci e l’affetto, il cotone e gli odori, non fanno altro che prolungarti il più a lungo possibile un’illusione che pian piano, la realtà che realizzi, tenta di portarti via.

E allora non hai che da capire che quel che vai perdendo è ciò che, in realtà, non devi andar cercando, ma devi regalare.

Ieri un film m’ha ribadito che “you’re what you love, not what loves you”, ed è una di quelle verità che ogni volta che t’innamori sbiadisce e hai voglia a mettertici a ricordarla. Ci passi gli anni e, quando torna, ormai hai fatto un qualche patatrack.

Rimane che noi abbiam delle dinamiche che, più o meno, seguiamo buoi o volontariamente, facciam nostre, elaboriamo, esploriamo e contro le quali ci scagliamo ignari siano invincibili. Son natura e snaturarsi è dei mediocri ignavi.

Tu ti accendi ché c’è un numero che ti piace, e allora mostri, fingi, celi, sottolinei e imbelletti; non ci son regole nel mettersi in mostra, non ci son regole nell’amore, figuriamoci in uno dei suoi spicchi. Tu non è che lo fai da cattivo, lo fai per paura di esser normale. I normali non si vedono e tu vuoi esser visto, vuoi che chi hai visto, ti veda. Tutto qui. Allora il numero che sei, che in fondo non cambia mai, lo sommi, lo riduci, lo moltiplichi e dividi, in base a situazioni che s’incastrano. Eviti calcoli troppo complicati o troppo semplici (ché far vedere che non si è capaci, sminuisce, ma c’è chi ti potrebbe battere in semplicità), giochi carte già giocate, trovi schemi e teoremi. Calcoli, questo è quello che fai, tutto il tempo.

Ribadisco, non è cattiveria, è natura. Uno lo fa per paura o sopravvivenza. Non è che gli puoi dire: “non sei più quello di una volta”, perché ti freghi da sola, lo è stato, appunto, solo una volta. Breve o lunga che sia stata, è già tanto che sia esistita, c’è chi non fa nemmeno lo sforzo… ritieniti fortunata d’esser stata oggetto di tanto zelo (il tanto è labile, ma c’è chi, romantico, si impegna e ci prova, ad esser migliore).

Quindi tu hai numeri nudi, che si uniscono in funzioni elaborate di fattori e incognite. Decidono di stare in equazioni instabili, improbabili e sghembe. A volte scorre tutto liscio, ché ci son semplificazioni d’adattamento e di compensazione, a volte sembra che non si trovi soluzione e invece è solo un riporto sbagliato e tutto sfuma per futili sviste. A volte, invece, c’è chi ha pensato che stimare il risultato prima ancora di conoscere gli addendi, fosse il miglior modo di risolvere il tutto, poi si ritrova con meno e non riesce proprio ad accettarlo.

Quel che i numeri san fare è esser numeri. Tu sei tu, sta a te imparare a essere in grado di buttarti in operazioni, reggere pesi e misure, reggere errori e tentativi.

Forse una volta le relazioni duravano di più perché si calcolava semplice, il risultato andava bene perché le aspettative erano pure inferiori e tutto quel che veniva era un di più. Oppure perché si era destinati a somme, ma piuttosto che esser numeri primi, ci si cullava nell’esser fattori. Almeno si stava al caldo di un abbraccio, ricordo sbiadito e freddo di una madre perduta.

Adesso tutti giocano ad esser cento, quando invece son dei trenta e quando un vero cento si crede loro simile, pari, degno di parentesi condivise, non posson che rivelarsi il misero terzo che sono. Il mondo è pieno di trenta convinti di meritare cento e di cento infranti che perdon fiducia nell’esistenza d’altri come loro.

Io non son diverso, ovviamente, non son 100 e non son 30, son uno di quelli che scrive bello e calcola semplice, spinge sui passaggi noti e rallenta quando le incognite diventan fondamentali. C’è un qualcosa, però, che ho capito d’avere: l’immancabile curiosità del calcolo. Quel che frega i 30 è di non volersi sforzare di diventar 40. Tu c’hai i numeri che natura t’ha dato, ma sei umano, hai tutte le fortune di questo universo per poter dimostrare a chi vuoi vicino, di poter diventar di più. Pensaci, che vuoi da quel numero che tanto ti piace: che sia lì con te. Non è già questo un qualcosa di più di quel che già è?! E allora perché pretendi aumenti se non sei disposto a donarli tu?!

E non sto parlando di aumenti nel gonfiore del petto, quelli svaniscono quando non riesci più a trattenere il fiato; parlo di quegli sforzi che di +1 in +1 ti portan ad avere braccia più grandi, cuori più caldi e gambe più salde per ricevere colpi.

Quindi, per me gli errori più grandi nei calcoli a due, son quelli che fai quando sbagli le stime, sono gli errori miopi di numeri irreali. Non tutti si possono presentare per il numero che sono, bisogna essere abbastanza certi che la bontà di chi si vuole vicini, sia così grande da accettare subito tutto (che poi, costruire insieme accettandosi sin da subito è un viaggio bellissimo); s’ha sempre da dimostrare di poter esser migliori, più grandi, più saldi e sicuri, per poi scendere di nuovo al se stessi di sempre, pronti e convinti di voler migliorare. Per non deludere.

Forse è questione di angoli, quanto è splendido quando i raggi si baciano in un 360 perfetto?! Tu spari un 140, punti un 220 e reggi l’abbraccio finché non mostri l’80 che riempi. Il bacio non c’è più, non sai reggere il peso e la totalità si spezza.

Dovremmo esser più veri, prometterci migliori, senza ingannare con code colorate; dovremmo anche esser più sinceri con noi stessi, senza pretendere gradi che non siamo capaci di offrire; dovremmo forse esser più attivi e non smettere mai di amare la ricerca, non per riconquistare, ma per prevenire necessità. L’amore migliore che possiamo regalare è l’esser pronti. Pronti a meritare un grazie invece di dovere uno scusa.

E forse è per questo che mi vengono infiniti grazie, quando angoli a me complementari mi s’avvicinano o accettano miei incastri, perché già il loro completarmi mi rende onorato d’esser vivo, concreto e arrivato sin lì.

E siccome siam tutti umani, anche se le donne hanno quella fortuna d’esser migliori, anche loro vogliono abbracci e imbellettano le proprie cifre, per apparir più aperte (in questo mi ci son sempre perso, com’è che una persona ottusa è una che ha una visione più chiusa di una persona acuta?!). Quindi il saper compensare l’inevitabile diminuire dei gradi altrui è sintomo d’attenzione, di dedizione e di amore.

Forse è riduttivo costruire l’amore su una necessità di fuggir solitudine, ma è la base vera da cui si deve avere il coraggio di partire. Ma poi l’amore ti scompiglia tutto e i tuoi calcoli li puoi buttare ai pesci. E forse l’amore che si consuma bruciando in fretta, dovrebbe esser fondato su pagine abbastanza spesse da leggersi anche in cenere, quelle belle croste di nero che in controluce puoi ancora goderti. Lavoisier aveva ragione anche nell’immateriale.

E giuro che prima o poi imparerò a scriver qualcosa di comprensibile, ma c’ho sempre l’amore a scompigliarmi tutto…

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C’è questa cosa che una mattina di qualche anno fa, d’estate, mi sveglio e ho un mal di testa insopportabile… io… che di mal di testa non soffro. Passo un qualche minuto a letto a capire se possa migliorare. Nulla. Provo a sciacquarmi il viso, ma nulla. Torno a letto, dormo ancora due orette e il tutto passa.

La sera esco e regalo dei film stupidi a un amico stupido, che so che avrebbe apprezzato.

La mattina seguente stesso dolore, ma decuplicato… una sorta di spillone ficcato dentro la testa, in un punto irraggiungibile a mano nuda. Una sorta di lampadina accesa, la mia testa, sembrava esplodere dal centro, verso il vetro del mio cranio. Provo a bere il mio lattuccio e cacao, da bravo bambino. Torno a letto e il dolore non fa che aumentare… aumenta, aumenta, aumenta tanto che vomito la colazione.

In quella m’arriva un messaggio che leggo tra le lacrime (quando vomito piango istantaneo) e con la testa nel catino: “oh, sto guardando gli Sgangheroni e son piegato in due… ahah”. Non mi ricordo se ho risposto, ma di certo ho pensato: “anch’io son piegato in due” :). Finito lo stimolo, mi alzo dal letto, vado al lavandino e mi risciacquo il viso.

C’è una piccola premessa da fare: sin da piccolo, non mi son mai guardato allo specchio (non sono una donna). Anche quella volta che son svenuto e finiti tutti gli altri controlli il dottore mi scruta gli occhi e sbianca, io c’ho messo un po’ a rispondergli:
– hai mai sentito parlare di anisocoria?!
– naa
– anisociclia?!
– naa
poi, sempre più bianco
– hai mai notato… guardandoti allo specchio, magari… che una pupilla fosse più grande dell’altra?!
– naaa
penso stesse per svenire lui, quando lento mi si è insinuato il pensiero
– però, sin da piccolo, anche se avevo le finestre a sinistra, vedevo più luminoso a destra
Il sospiro di sollievo che ha fatto quel bell’omone, deve aver alzato il livello di CO2 sopra la soglia. Non era stata la botta in testa a rendermi la pupilla destra atrofizzata, ce l’avevo dalla nascita… ero salvo.

Torniamo a quattro anni fa…
Sciacquo la faccia, il dolore non scema, io, scemo, guardo finalmente nello specchio.
C’è un’altra premessa da fare: io soffro molto di più per il dolore subito dagli altri, piuttosto che di quello inferto a me. C’è anche una postilla: mi è più insopportabile l’attesa del dolore, rispetto al dolore vero e proprio; sono un bel po’ impressionabile, insomma.
Lo specchio rifletteva una cosa che neanche quando m’han truccato da zombie, facevo così schifo. L’occhio destro era il solito color cacca, ma in mezzo a una cornea rossa che più rossa non si può.

Ho riso… eheh… penso sia anche passato il mal di testa (aaahh, le endorfine fan miracoli).

Mi vesto con calma, apro la porta di casa, attraverso il giardino e busso a casa di mio fratello:
– Avanti!
Apro la porta e lo vedo svaccato sul divano, che guarda la tv
– Ehm… penso sia meglio portarmi al pronto soccorso
Quella cosa che fanno nei cartoni animati di guardare distratti un qualcosa e non coglier subito il particolare più allarmante della storia e rigirare istantaneamente la testa con due occhi così ACCADE REALMENTE!!

Mio fratello si prepara e mi porta al pronto soccorso oculistico. Nel tragitto sparo stronzate. Il primario non c’è e quindi mi fanno tornare il giorno dopo. Nel trambusto mi segnalano come priorità nulla, cartellino bianco, e mi fanno pagare 74 euro di ticket (è poi bastato far notare l’errore, che m’han messo rosso come il mio occhio).

La visita, l’indomani, fa saltar fuori che ho questa cosa che ha anche mia mamma. Una roba che fino a martedì scorso non sapevo essere classificata tra le 400 malattie rare, una cosa che colpisce dalle 5 alle 50 persone su 100mila, una cosa che di solito, come nel caso di mia mamma, colpisce un occhio solo. Mapperchémmai farsi mancare nulla!! Io la voglio a tutti e due.

E così è. Mi si dice che devo tenerla osservata, perché se peggiora, c’è il trapianto di cornea. E io mi cago e mi metto i colliri e vado alle visite di controllo. Passan gli anni e la cosa non peggiora… non peggiora… non peggiora.

Martedì vado alla solita visita di controllo: entro nella sala dei macchinari e un angelo in camice mi fa sedere davanti alla solita macchina. Sotto di essa, la solita stampante a colori, pronta a dare il verdetto (in questo caso il rossetto, perché quando è verde vuol dire che l’occhio è a posto).

Io che ormai so a memoria la forma delle macchie nelle foto dei miei occhi, vedo che quelle sembran più isoipse del monte Bianco, o forse la fossa delle Marianne. Quella che era una pallina, ora è una mongolfiera, quella che era un’Australia in miniatura, adesso è più un caciocavallo. La prima reazione è un sudorino freddo, ma me lo tengo per me e rido, sparo cavolate, lascio che la logorrea di mia mamma riempia le stanze.

Ci si sposta dal primario e lui analizza prima mia mamma. Poi passa a me e lascia che gli esami preliminari li porti a termine l’angelo di cui sopra. Io non posso che ringraziarlo mentalmente e profondermi in inchini figurati e portargli in dono fluoro, Vincenzo e birra.

Una delle due macchine m’acceca più di quanto già natura non m’abbia graziato. L’altra mi mostra una sorta di casetta su di un prato, che non riesco mai a mettere a fuoco. Poi mi si chiede di sedermi comodo sulla sediona, per guardare il cartello con le lettere.

Ora, sarò anche lento, ma dopo avermi sparato una luce fortissima fin dentro il cervelletto, tutto quello che vedo è lo stipite della porta all’estrema destra, la finestra all’estrema sinistra e una bella riga di uni-posca fucsia nel centro. Le lettere e i numeri, proprio, non li capirei nemmeno fossero grandi come il mio naso.

Vabbeh, anche le prove delle lenti, me le fa la cherubina… quando si passa a dovermi scrutare con quello strumento con la lucina, quello con la lente d’ingrandimento e il manico, quello che per essere utilizzato, praticamente, il dottore ti deve avvicinare la testa che solo Amore e Psiche san fare… ecco… me lo fa il primario: un tarchiotto sessantenne che ridacchia a ogni frase, anche la più terribile, come Hilbert.

E visto che so già il verdetto, le mie gambe son già molli, quando arriva il colpo di coda: “Ma nooo, il trapianto decisamente no… prima di quello c’è questa nuova tecnologia…”.

Quel che ha detto dopo, l’ho ricostruito pian piano, qualunque cosa fosse, il mio cervello aveva la puntina che saltava continuamente: FACCIAMOLOFACCIAMOLOFACCIAMOLO.

È una cosa che ti prendono, ti spalmano una roba e ti bombardano con la luce “come fare la lampada hihihihi”, ha detto Hilbert. “Facciamolo” dico io. “Pensateci un po’” dice il tarchiotto. “Ok, ma facciamolo” dico io.

Ho ricostruito più tardi il significato della sua frase precedente allo “spalmano un composto”… aveva detto “è un intervento para-chirurgico”… leggendo su internet, a me pare chirurgico.

Ti danno queste pastiglie per prepararti, servono a far ricrescere la pelle più in fretta. Quando sei pronto, ti anestetizzano l’occhio, spatolano via l’epitelio e ci spalmano la crema, poi la lasciano seccare e la bombardano con i raggi uva (anche la brutta gente dell’ospedale s’è ridotta a dire che fa bene, alla fine). Insomma, ti spellano vivo e ti mettono una cornea finta.

Ora, fino a venerdì sera, io l’ho presa bene… non c’ho pensato poi molto… sì, c’era il colpo, ma c’era il fatto che non fosse il trapianto. Poi sono andato al lavoro e la testa non ci pensava. Poi sono andato a vedere uno spettacolo (il secondo della lista) e ho pensato che quelli sì, che son pesi, mica i miei… poi gli amici della protagonista, poi i musicisti bravi e simpatici e ubriaconi, poi i giochi inventati e poi gli ubriachi russi che raccontavano barzellette in una lingua comprensibile solo agli altri ubriachi. Insomma, c’eran cose in cui nuotare, che mi tenevan lontano dalla pozza dell’autocommiserazione.

Poi arriva sabato. Il primo sabato in cui non devo far nulla, dopo un bel po’ di tempo. E far nulla significa far lavoretti in casa e avere tutto il tempo per pensare, per guardare in internet tutti i casi peggiori e tutti i rischi e tutte le schifezze e aiuto. L’abisso.

Per fortuna ho gli amici. Gli amici veri son quelli che ti pescano. Io a questi devo la vita, e non lo dico per retorica, poi lo spiego alla fine. Ho gli amici che mi tirano fuori casa a forza, mi fanno mangiare una pizza che non ci starebbe nello stomaco chiuso, mi fan vedere i Griffin, mi fanno andare in un locale a salutare altri amici. Insomma, mi cambian canale in testa.

Poi torna la domenica, uguale al sabato. Ma qui c’è mio fratello, che mi porta a fare un giro in bici. Al secondo chilometro sto per vomitare, ché son anni che non faccio una salitella. Lo lascio proseguire per il suo giro, convinto di svenire di lì a poco, sulla via del ritorno. Invece l’aria che mi sveglia in discesa, mi fa risentire le forze, svolto di qui, di là, mi trovo in posti che pensavo fossero più vicini, ma poi torna la discesa… beeeella la discesa. Quasi quasi riesco ad andare fino a là. Massì, proviamoci. Finisce che torno che è già buio e mio fratello ha già fatto la doccia.

Oggi, per fortuna, è lunedì, quindi si lavora, quindi non si pensa più che tutto quel mio pensiero buonista si frantuma davanti alla minima difficoltà, quindi ci sono i colleghi e gli amici che mi distraggono. Già… tutta la mattina. Nel pomeriggio non c’è nulla da fare: “puoi tornare a casa”… ah… così?! Non mi tenete un pochino ancora?! Non vi serve un gradino umano?! Non so, posso leggere e digitare per voi… fatemi rimanere!!!

Nein, a casa da solo!!

Ok, vediamo di affrontare un altro pomeriggio di pozzanghere.

E invece?! Che ti accade?! Ti accade che è la giornata dei pensieri senza principio, mi vengon senza scaturire da qualcosa di tangibile, senza una sequenza logica: guardo trucebaldazzi; mi torna in mente una battuta di Clerks: “ha appena scopato con un cadavere, cazzo, sarà sconvolta” “beh?! Mia madre scopa con un cadavere da una vita e io lo chiamo papà”; taglio l’erba; ripenso allo spettacolo di venerdì e agli amici; ripenso alle ragazze e TAAC – agnizione!

Riderà… riderà… rideràààà

Io non sono un gran burlone, non sono una macchietta, non sono un comico… ma ho questa cosa che piuttosto che dire una cosa che non so, taccio, ma piuttosto che dire una cosa che so, in modo palloso, tendo a metterla in una cazzata; piuttosto che lasciar attecchire il silenzio, sparo una stronzata, magari anche non mia (visto che di cazzate, ne ho imparato un repertorio ragguardevole). E quindi ho capito che sì, quel che ho è una roba un po’ buia… ma non abbiamo davvero abbastanza tempo per perderlo nel buio.

Quindi io ai miei amici, non voglio più rompere il cazzo con messaggi del tipo: “non so se ce la faccio…” o quelle cagate patetiche con le quali li ho tempestati sto week-end… io ho voglia di vederli ridere, ho voglia di abbracciarli, ho voglia di saperli contenti. Facciamo che, prima di tutto, metti che poi va male… HO VOGLIA DI VEDERLI!! eheh

Così ho deciso che io, quella bella ragazza con la quale vorrei approfondire un sacco di argomenti, la voglio far ridere, la voglio far sorridere e non voglio che questa cosa mia la preoccupi o la scalfisca minimamente. Quindi devo metabolizzare, trovare il lato comico e leggero del tutto e poi servirglielo. Ho deciso che adesso faccio una doccia, vado a far la spesa, torno da quelli che mi hanno retto questo week-end, e regalo loro qualcosa… qualsiasi cosa… anche “solo” un abbraccio.

Che, fanculo, se lo meritano più di una palla al cazzo che si piange addosso.

Io vado eh… tu sorridi.

Un po’ che non scrivo (se non cazzate) e oggi doppietta.

È che è un periodo feroce e io che son lento ho bisogno di tempo per metabolizzare e guardar nella giusta logica le cose. Ma poi basta guardare un po’ di video di Trucebaldazzi, e realizzo un po’ meglio.

Trucebaldazzi saved my day, today.

Oggi è la giornata dei pensieri che mi vengon così, senza essere ispirati da nulla… e allora son lì che guardo un messaggio di posta e mi dico: “vediamo se ci sono altri video di trucebaldazzi, oltre a troppo odio” e mi trovo davanti un monte di novità, che mi schiariscono la mente sul soggetto.

Il fenomeno è un emblema di un sacco di cose. Non voglio fare il moralista o questuare ragioni su temi delicati, ma vorrei solo metter nero su bianco quel che m’è saltato alla mente guardando quei video.

Trucebaldazzi è questo ragazzino un po’ lento, ha dei problemi e lo sa… o meglio, la negazione gli fa dire che ha avuto problemi da piccolo e che nessuno l’ha aiutato, quindi lui ora non ha più problemi, ha solo conseguenze di problemi passati.
Ci son un paio di cose da capire:
1. la mente limitata di una persona, la porta a credere d’essere meglio di quanto lei sia;
2. ognuno si ritiene migliore di chi ha al proprio fianco.

Queste due cose instaurano una catena che porta Truce Matteo Baldazzi a incolpare gli insegnanti, la sua ex, le persone positive (?!) e tanti altri ancora, per i suoi problemi irrisolti, ma porta anche gli utenti di youtube a “idolatrarlo” per sentirsi migliori, superiori, accettabili.

Quel che innesca il circolo vizioso, però, è quel comportamento bieco che vorrei saper combattere:  il mio essere migliore è centripeto.

Si tende a non sfruttare l’essere migliori, per rendere più semplice quel gioco a qualcun altro; non sfrutto le mie doti artistiche per renderti la vita più lieve, sfoggio la mia bravura, per guadagnarci e dimostrare d’esser migliore. C’è una rivalità tra rapper, che porta alle pistolettate, c’è una rivalità tra calciatori che porta a testate, c’è una rivalità in quasi tutti gli ambiti… per nulla. Per del denaro?! Davvero?! Siamo così messi male che ciò che ci sprona a migliorare non sia altro che una carota stampata su carta-tessuto?! Oso sperare non sia così… almeno, non lo sia per tutti.

La mia fiducia in tanti artisti e tanti lavoratori e tanti amici è questa: che non siano così per nessun’altra ragione, se non vivere meglio.

Quel che ho realizzato oggi, è che siamo tutti trucebaldazzi, perché deridiamo gli “inferiori” per auto assolverci; riteniamo gli altri responsabili dei nostri problemi; siamo limitati in un modo o nell’altro e non sappiamo vedere realmente la nostra situazione di limitati; il primo istinto (al quale troppi si fermano) contro le avversità è il “troppoodio”; dal piccolo al grande, siamo quel che gli altri ci hanno insegnato, quel che ci aggiungiamo di nostro, lo riteniamo il meglio, ma spesso solo per mostrarlo, non per metterlo in discussione o per costruire.

E ora che ho svilito un divertimento analizzandolo superficialmente, visto che non ho i mezzi e non ho studiato psicologia, passo alla seconda parte dei traguardi di oggi.

Muta muta muta.