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C’è questa cosa che una mattina di qualche anno fa, d’estate, mi sveglio e ho un mal di testa insopportabile… io… che di mal di testa non soffro. Passo un qualche minuto a letto a capire se possa migliorare. Nulla. Provo a sciacquarmi il viso, ma nulla. Torno a letto, dormo ancora due orette e il tutto passa.

La sera esco e regalo dei film stupidi a un amico stupido, che so che avrebbe apprezzato.

La mattina seguente stesso dolore, ma decuplicato… una sorta di spillone ficcato dentro la testa, in un punto irraggiungibile a mano nuda. Una sorta di lampadina accesa, la mia testa, sembrava esplodere dal centro, verso il vetro del mio cranio. Provo a bere il mio lattuccio e cacao, da bravo bambino. Torno a letto e il dolore non fa che aumentare… aumenta, aumenta, aumenta tanto che vomito la colazione.

In quella m’arriva un messaggio che leggo tra le lacrime (quando vomito piango istantaneo) e con la testa nel catino: “oh, sto guardando gli Sgangheroni e son piegato in due… ahah”. Non mi ricordo se ho risposto, ma di certo ho pensato: “anch’io son piegato in due” :). Finito lo stimolo, mi alzo dal letto, vado al lavandino e mi risciacquo il viso.

C’è una piccola premessa da fare: sin da piccolo, non mi son mai guardato allo specchio (non sono una donna). Anche quella volta che son svenuto e finiti tutti gli altri controlli il dottore mi scruta gli occhi e sbianca, io c’ho messo un po’ a rispondergli:
– hai mai sentito parlare di anisocoria?!
– naa
– anisociclia?!
– naa
poi, sempre più bianco
– hai mai notato… guardandoti allo specchio, magari… che una pupilla fosse più grande dell’altra?!
– naaa
penso stesse per svenire lui, quando lento mi si è insinuato il pensiero
– però, sin da piccolo, anche se avevo le finestre a sinistra, vedevo più luminoso a destra
Il sospiro di sollievo che ha fatto quel bell’omone, deve aver alzato il livello di CO2 sopra la soglia. Non era stata la botta in testa a rendermi la pupilla destra atrofizzata, ce l’avevo dalla nascita… ero salvo.

Torniamo a quattro anni fa…
Sciacquo la faccia, il dolore non scema, io, scemo, guardo finalmente nello specchio.
C’è un’altra premessa da fare: io soffro molto di più per il dolore subito dagli altri, piuttosto che di quello inferto a me. C’è anche una postilla: mi è più insopportabile l’attesa del dolore, rispetto al dolore vero e proprio; sono un bel po’ impressionabile, insomma.
Lo specchio rifletteva una cosa che neanche quando m’han truccato da zombie, facevo così schifo. L’occhio destro era il solito color cacca, ma in mezzo a una cornea rossa che più rossa non si può.

Ho riso… eheh… penso sia anche passato il mal di testa (aaahh, le endorfine fan miracoli).

Mi vesto con calma, apro la porta di casa, attraverso il giardino e busso a casa di mio fratello:
– Avanti!
Apro la porta e lo vedo svaccato sul divano, che guarda la tv
– Ehm… penso sia meglio portarmi al pronto soccorso
Quella cosa che fanno nei cartoni animati di guardare distratti un qualcosa e non coglier subito il particolare più allarmante della storia e rigirare istantaneamente la testa con due occhi così ACCADE REALMENTE!!

Mio fratello si prepara e mi porta al pronto soccorso oculistico. Nel tragitto sparo stronzate. Il primario non c’è e quindi mi fanno tornare il giorno dopo. Nel trambusto mi segnalano come priorità nulla, cartellino bianco, e mi fanno pagare 74 euro di ticket (è poi bastato far notare l’errore, che m’han messo rosso come il mio occhio).

La visita, l’indomani, fa saltar fuori che ho questa cosa che ha anche mia mamma. Una roba che fino a martedì scorso non sapevo essere classificata tra le 400 malattie rare, una cosa che colpisce dalle 5 alle 50 persone su 100mila, una cosa che di solito, come nel caso di mia mamma, colpisce un occhio solo. Mapperchémmai farsi mancare nulla!! Io la voglio a tutti e due.

E così è. Mi si dice che devo tenerla osservata, perché se peggiora, c’è il trapianto di cornea. E io mi cago e mi metto i colliri e vado alle visite di controllo. Passan gli anni e la cosa non peggiora… non peggiora… non peggiora.

Martedì vado alla solita visita di controllo: entro nella sala dei macchinari e un angelo in camice mi fa sedere davanti alla solita macchina. Sotto di essa, la solita stampante a colori, pronta a dare il verdetto (in questo caso il rossetto, perché quando è verde vuol dire che l’occhio è a posto).

Io che ormai so a memoria la forma delle macchie nelle foto dei miei occhi, vedo che quelle sembran più isoipse del monte Bianco, o forse la fossa delle Marianne. Quella che era una pallina, ora è una mongolfiera, quella che era un’Australia in miniatura, adesso è più un caciocavallo. La prima reazione è un sudorino freddo, ma me lo tengo per me e rido, sparo cavolate, lascio che la logorrea di mia mamma riempia le stanze.

Ci si sposta dal primario e lui analizza prima mia mamma. Poi passa a me e lascia che gli esami preliminari li porti a termine l’angelo di cui sopra. Io non posso che ringraziarlo mentalmente e profondermi in inchini figurati e portargli in dono fluoro, Vincenzo e birra.

Una delle due macchine m’acceca più di quanto già natura non m’abbia graziato. L’altra mi mostra una sorta di casetta su di un prato, che non riesco mai a mettere a fuoco. Poi mi si chiede di sedermi comodo sulla sediona, per guardare il cartello con le lettere.

Ora, sarò anche lento, ma dopo avermi sparato una luce fortissima fin dentro il cervelletto, tutto quello che vedo è lo stipite della porta all’estrema destra, la finestra all’estrema sinistra e una bella riga di uni-posca fucsia nel centro. Le lettere e i numeri, proprio, non li capirei nemmeno fossero grandi come il mio naso.

Vabbeh, anche le prove delle lenti, me le fa la cherubina… quando si passa a dovermi scrutare con quello strumento con la lucina, quello con la lente d’ingrandimento e il manico, quello che per essere utilizzato, praticamente, il dottore ti deve avvicinare la testa che solo Amore e Psiche san fare… ecco… me lo fa il primario: un tarchiotto sessantenne che ridacchia a ogni frase, anche la più terribile, come Hilbert.

E visto che so già il verdetto, le mie gambe son già molli, quando arriva il colpo di coda: “Ma nooo, il trapianto decisamente no… prima di quello c’è questa nuova tecnologia…”.

Quel che ha detto dopo, l’ho ricostruito pian piano, qualunque cosa fosse, il mio cervello aveva la puntina che saltava continuamente: FACCIAMOLOFACCIAMOLOFACCIAMOLO.

È una cosa che ti prendono, ti spalmano una roba e ti bombardano con la luce “come fare la lampada hihihihi”, ha detto Hilbert. “Facciamolo” dico io. “Pensateci un po’” dice il tarchiotto. “Ok, ma facciamolo” dico io.

Ho ricostruito più tardi il significato della sua frase precedente allo “spalmano un composto”… aveva detto “è un intervento para-chirurgico”… leggendo su internet, a me pare chirurgico.

Ti danno queste pastiglie per prepararti, servono a far ricrescere la pelle più in fretta. Quando sei pronto, ti anestetizzano l’occhio, spatolano via l’epitelio e ci spalmano la crema, poi la lasciano seccare e la bombardano con i raggi uva (anche la brutta gente dell’ospedale s’è ridotta a dire che fa bene, alla fine). Insomma, ti spellano vivo e ti mettono una cornea finta.

Ora, fino a venerdì sera, io l’ho presa bene… non c’ho pensato poi molto… sì, c’era il colpo, ma c’era il fatto che non fosse il trapianto. Poi sono andato al lavoro e la testa non ci pensava. Poi sono andato a vedere uno spettacolo (il secondo della lista) e ho pensato che quelli sì, che son pesi, mica i miei… poi gli amici della protagonista, poi i musicisti bravi e simpatici e ubriaconi, poi i giochi inventati e poi gli ubriachi russi che raccontavano barzellette in una lingua comprensibile solo agli altri ubriachi. Insomma, c’eran cose in cui nuotare, che mi tenevan lontano dalla pozza dell’autocommiserazione.

Poi arriva sabato. Il primo sabato in cui non devo far nulla, dopo un bel po’ di tempo. E far nulla significa far lavoretti in casa e avere tutto il tempo per pensare, per guardare in internet tutti i casi peggiori e tutti i rischi e tutte le schifezze e aiuto. L’abisso.

Per fortuna ho gli amici. Gli amici veri son quelli che ti pescano. Io a questi devo la vita, e non lo dico per retorica, poi lo spiego alla fine. Ho gli amici che mi tirano fuori casa a forza, mi fanno mangiare una pizza che non ci starebbe nello stomaco chiuso, mi fan vedere i Griffin, mi fanno andare in un locale a salutare altri amici. Insomma, mi cambian canale in testa.

Poi torna la domenica, uguale al sabato. Ma qui c’è mio fratello, che mi porta a fare un giro in bici. Al secondo chilometro sto per vomitare, ché son anni che non faccio una salitella. Lo lascio proseguire per il suo giro, convinto di svenire di lì a poco, sulla via del ritorno. Invece l’aria che mi sveglia in discesa, mi fa risentire le forze, svolto di qui, di là, mi trovo in posti che pensavo fossero più vicini, ma poi torna la discesa… beeeella la discesa. Quasi quasi riesco ad andare fino a là. Massì, proviamoci. Finisce che torno che è già buio e mio fratello ha già fatto la doccia.

Oggi, per fortuna, è lunedì, quindi si lavora, quindi non si pensa più che tutto quel mio pensiero buonista si frantuma davanti alla minima difficoltà, quindi ci sono i colleghi e gli amici che mi distraggono. Già… tutta la mattina. Nel pomeriggio non c’è nulla da fare: “puoi tornare a casa”… ah… così?! Non mi tenete un pochino ancora?! Non vi serve un gradino umano?! Non so, posso leggere e digitare per voi… fatemi rimanere!!!

Nein, a casa da solo!!

Ok, vediamo di affrontare un altro pomeriggio di pozzanghere.

E invece?! Che ti accade?! Ti accade che è la giornata dei pensieri senza principio, mi vengon senza scaturire da qualcosa di tangibile, senza una sequenza logica: guardo trucebaldazzi; mi torna in mente una battuta di Clerks: “ha appena scopato con un cadavere, cazzo, sarà sconvolta” “beh?! Mia madre scopa con un cadavere da una vita e io lo chiamo papà”; taglio l’erba; ripenso allo spettacolo di venerdì e agli amici; ripenso alle ragazze e TAAC – agnizione!

Riderà… riderà… rideràààà

Io non sono un gran burlone, non sono una macchietta, non sono un comico… ma ho questa cosa che piuttosto che dire una cosa che non so, taccio, ma piuttosto che dire una cosa che so, in modo palloso, tendo a metterla in una cazzata; piuttosto che lasciar attecchire il silenzio, sparo una stronzata, magari anche non mia (visto che di cazzate, ne ho imparato un repertorio ragguardevole). E quindi ho capito che sì, quel che ho è una roba un po’ buia… ma non abbiamo davvero abbastanza tempo per perderlo nel buio.

Quindi io ai miei amici, non voglio più rompere il cazzo con messaggi del tipo: “non so se ce la faccio…” o quelle cagate patetiche con le quali li ho tempestati sto week-end… io ho voglia di vederli ridere, ho voglia di abbracciarli, ho voglia di saperli contenti. Facciamo che, prima di tutto, metti che poi va male… HO VOGLIA DI VEDERLI!! eheh

Così ho deciso che io, quella bella ragazza con la quale vorrei approfondire un sacco di argomenti, la voglio far ridere, la voglio far sorridere e non voglio che questa cosa mia la preoccupi o la scalfisca minimamente. Quindi devo metabolizzare, trovare il lato comico e leggero del tutto e poi servirglielo. Ho deciso che adesso faccio una doccia, vado a far la spesa, torno da quelli che mi hanno retto questo week-end, e regalo loro qualcosa… qualsiasi cosa… anche “solo” un abbraccio.

Che, fanculo, se lo meritano più di una palla al cazzo che si piange addosso.

Io vado eh… tu sorridi.

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