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I calcoli son calcoli, poi il cuore te li scompiglia che non li riconosci più. Ma i calcoli son calcoli.

Tu hai questa cosa della sopravvivenza: nasci che sei uscito da un qualcosa che in due eravate uno, perdi da subito lo stato in cui, da allora, cerchi di tornare. E gli abbracci e il calore, i baci e l’affetto, il cotone e gli odori, non fanno altro che prolungarti il più a lungo possibile un’illusione che pian piano, la realtà che realizzi, tenta di portarti via.

E allora non hai che da capire che quel che vai perdendo è ciò che, in realtà, non devi andar cercando, ma devi regalare.

Ieri un film m’ha ribadito che “you’re what you love, not what loves you”, ed è una di quelle verità che ogni volta che t’innamori sbiadisce e hai voglia a mettertici a ricordarla. Ci passi gli anni e, quando torna, ormai hai fatto un qualche patatrack.

Rimane che noi abbiam delle dinamiche che, più o meno, seguiamo buoi o volontariamente, facciam nostre, elaboriamo, esploriamo e contro le quali ci scagliamo ignari siano invincibili. Son natura e snaturarsi è dei mediocri ignavi.

Tu ti accendi ché c’è un numero che ti piace, e allora mostri, fingi, celi, sottolinei e imbelletti; non ci son regole nel mettersi in mostra, non ci son regole nell’amore, figuriamoci in uno dei suoi spicchi. Tu non è che lo fai da cattivo, lo fai per paura di esser normale. I normali non si vedono e tu vuoi esser visto, vuoi che chi hai visto, ti veda. Tutto qui. Allora il numero che sei, che in fondo non cambia mai, lo sommi, lo riduci, lo moltiplichi e dividi, in base a situazioni che s’incastrano. Eviti calcoli troppo complicati o troppo semplici (ché far vedere che non si è capaci, sminuisce, ma c’è chi ti potrebbe battere in semplicità), giochi carte già giocate, trovi schemi e teoremi. Calcoli, questo è quello che fai, tutto il tempo.

Ribadisco, non è cattiveria, è natura. Uno lo fa per paura o sopravvivenza. Non è che gli puoi dire: “non sei più quello di una volta”, perché ti freghi da sola, lo è stato, appunto, solo una volta. Breve o lunga che sia stata, è già tanto che sia esistita, c’è chi non fa nemmeno lo sforzo… ritieniti fortunata d’esser stata oggetto di tanto zelo (il tanto è labile, ma c’è chi, romantico, si impegna e ci prova, ad esser migliore).

Quindi tu hai numeri nudi, che si uniscono in funzioni elaborate di fattori e incognite. Decidono di stare in equazioni instabili, improbabili e sghembe. A volte scorre tutto liscio, ché ci son semplificazioni d’adattamento e di compensazione, a volte sembra che non si trovi soluzione e invece è solo un riporto sbagliato e tutto sfuma per futili sviste. A volte, invece, c’è chi ha pensato che stimare il risultato prima ancora di conoscere gli addendi, fosse il miglior modo di risolvere il tutto, poi si ritrova con meno e non riesce proprio ad accettarlo.

Quel che i numeri san fare è esser numeri. Tu sei tu, sta a te imparare a essere in grado di buttarti in operazioni, reggere pesi e misure, reggere errori e tentativi.

Forse una volta le relazioni duravano di più perché si calcolava semplice, il risultato andava bene perché le aspettative erano pure inferiori e tutto quel che veniva era un di più. Oppure perché si era destinati a somme, ma piuttosto che esser numeri primi, ci si cullava nell’esser fattori. Almeno si stava al caldo di un abbraccio, ricordo sbiadito e freddo di una madre perduta.

Adesso tutti giocano ad esser cento, quando invece son dei trenta e quando un vero cento si crede loro simile, pari, degno di parentesi condivise, non posson che rivelarsi il misero terzo che sono. Il mondo è pieno di trenta convinti di meritare cento e di cento infranti che perdon fiducia nell’esistenza d’altri come loro.

Io non son diverso, ovviamente, non son 100 e non son 30, son uno di quelli che scrive bello e calcola semplice, spinge sui passaggi noti e rallenta quando le incognite diventan fondamentali. C’è un qualcosa, però, che ho capito d’avere: l’immancabile curiosità del calcolo. Quel che frega i 30 è di non volersi sforzare di diventar 40. Tu c’hai i numeri che natura t’ha dato, ma sei umano, hai tutte le fortune di questo universo per poter dimostrare a chi vuoi vicino, di poter diventar di più. Pensaci, che vuoi da quel numero che tanto ti piace: che sia lì con te. Non è già questo un qualcosa di più di quel che già è?! E allora perché pretendi aumenti se non sei disposto a donarli tu?!

E non sto parlando di aumenti nel gonfiore del petto, quelli svaniscono quando non riesci più a trattenere il fiato; parlo di quegli sforzi che di +1 in +1 ti portan ad avere braccia più grandi, cuori più caldi e gambe più salde per ricevere colpi.

Quindi, per me gli errori più grandi nei calcoli a due, son quelli che fai quando sbagli le stime, sono gli errori miopi di numeri irreali. Non tutti si possono presentare per il numero che sono, bisogna essere abbastanza certi che la bontà di chi si vuole vicini, sia così grande da accettare subito tutto (che poi, costruire insieme accettandosi sin da subito è un viaggio bellissimo); s’ha sempre da dimostrare di poter esser migliori, più grandi, più saldi e sicuri, per poi scendere di nuovo al se stessi di sempre, pronti e convinti di voler migliorare. Per non deludere.

Forse è questione di angoli, quanto è splendido quando i raggi si baciano in un 360 perfetto?! Tu spari un 140, punti un 220 e reggi l’abbraccio finché non mostri l’80 che riempi. Il bacio non c’è più, non sai reggere il peso e la totalità si spezza.

Dovremmo esser più veri, prometterci migliori, senza ingannare con code colorate; dovremmo anche esser più sinceri con noi stessi, senza pretendere gradi che non siamo capaci di offrire; dovremmo forse esser più attivi e non smettere mai di amare la ricerca, non per riconquistare, ma per prevenire necessità. L’amore migliore che possiamo regalare è l’esser pronti. Pronti a meritare un grazie invece di dovere uno scusa.

E forse è per questo che mi vengono infiniti grazie, quando angoli a me complementari mi s’avvicinano o accettano miei incastri, perché già il loro completarmi mi rende onorato d’esser vivo, concreto e arrivato sin lì.

E siccome siam tutti umani, anche se le donne hanno quella fortuna d’esser migliori, anche loro vogliono abbracci e imbellettano le proprie cifre, per apparir più aperte (in questo mi ci son sempre perso, com’è che una persona ottusa è una che ha una visione più chiusa di una persona acuta?!). Quindi il saper compensare l’inevitabile diminuire dei gradi altrui è sintomo d’attenzione, di dedizione e di amore.

Forse è riduttivo costruire l’amore su una necessità di fuggir solitudine, ma è la base vera da cui si deve avere il coraggio di partire. Ma poi l’amore ti scompiglia tutto e i tuoi calcoli li puoi buttare ai pesci. E forse l’amore che si consuma bruciando in fretta, dovrebbe esser fondato su pagine abbastanza spesse da leggersi anche in cenere, quelle belle croste di nero che in controluce puoi ancora goderti. Lavoisier aveva ragione anche nell’immateriale.

E giuro che prima o poi imparerò a scriver qualcosa di comprensibile, ma c’ho sempre l’amore a scompigliarmi tutto…

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