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Che avessi sta roba agli occhi, ormai, si sapeva. Son quattro o cinque anni che ad ogni esame mi dicono “ce l’hai”, come all’asilo e ogni anno mi toccano per ricordarmelo. Quest’anno, per la legge dei grandi numeri, è capitato che è saltata la puntina.

Ci sarebbe gente pronta con gli avvocati e tutto quanto, ma sarà che tutte le oculiste che m’han visitato erano bellissime, a me che abbiano sbagliato l’ultimo esame, importa poco. Intendo, m’han fatto 5 fotografie uguali e poi la sesta è venuta mossa. Capita. Ci si è spaventati un po’, ma poi passa tutto e ci si ghigna su.

Dopo la visita preliminare della scorsa settimana, quella di routine con le gocce sbarellanti, che a guidare mi sentivo Homer sotto l’effetto dei peperoncini allucinogeni, stamattina sono andato a farmi analizzare un po’ meglio. Servon macchinari un po’ sofisticati: per una malattia rara, servono pennelli rari.

Entro nella clinica milanesa, parquet, poltrone in pelle e tutto bianco, segretaria carina, oculista carina, assistente carina, medico-manager molto carino, chirurgo alto e belloccio, sempre di corsa. Mi si fa accomodare e penso: “ho lasciato il libro in macchina”, ma faccio in tempo a scrivere un messaggio e farmi un po’ i cazzi dei ricconi che c’erano di fianco a me, prima di sentirmi chiamare dall’assistente. Gentili e carine, mi fanno due esami, una roba piena di cerchi concentrici rossi, poi quella con la casetta nel prato, ma questa ha più dettagli, alberi a più profondità e siepi e colline.

Torno in sala d’attesa, mi risiedo mezzo minuto e vedo passare il mio referto in una cartella bianca, s’apre la porta del mio dottore e vengo chiamato. Spiegazione di come siano più precise queste analisi, di come sia stato possibile l’errore dell’ultimo esame, analisi delle possibili diagnosi, postulazione di un piccolo dubbio. “Vorrei chiedere il parere del chirurgo, è più esperto di me in questa patologia, si accomodi un attimo”.

Alla terza volta non ho nemmeno posato le chiappe sulla poltrona :), il chirurgo mi chiede di entrare nello studio, gli porgo le analisi e dopo 5 anni che mi dicono “hai il cheratocono”, questo osserva 5 secondi le analisi e dice “gli farei un orbscan, possibile pellucida” e se ne va, like a boss.

Stavolta non mi si dice nemmeno di sedermi, vado dritto dalle ragazze. Mi fan sedere davanti a un altro macchinario, stavolta i cerchi son giallo-arancioni e l’analisi è più approfondita ancora.

Altro consulto tra esperti, non faccio ancora in tempo a passare il calore dalle chiappe alla poltrona che: “Savogin!”. Mi siedo e con un fare bellissimo, o forse così sembra a me, il mio dottore mi dice: “ci son buone notizie, non dobbiamo andare a Bologna”, che significa che non dovremo chiedere all’esperto se spatolarmi gli occhi o strapparmeli, ma in un angolo remoto della mia anima mi chiedo: “queste son quelle buone… quelle cattive?!”.

Capita anche che quelle cattive non ci siano, a volte. E pare che io sia il prescelto, stavolta.

Non ho il cheratocono, ho la degenerazione marginale pellucida!

Vista la presenza di altri pazienti, mi si rimanda a capire cosa sia su internet, mi si consiglia una lente a contatto speciale e mi si dice di tornare fra un annetto per il controllo di routine e per vedere se peggiori.

Io, al solito, son lento, e le cose le realizzo dopo. In quel momento sono a otto metri da terra e penso a cose soffici e dolci e carezzevoli e dissetanti e… Penso anche che quasi mi spiace non essere più malato, mi ci stavo abituando all’idea del ballottaggio tra interventino e interventone, che avere una malattia rara ti fa quasi sentire speciale. E penso che c’è un detto, qui da noi, che calza a pennello: “set bon de cagà e gh’è piò da merda”, che più o meno si capisce e dà l’idea dell’esser finalmente arrivati al momento clou e rimanere a braghe calate per nulla.

Volicchio tra le cose che succedono tra me e l’ufficio, guido senza accorgermi, mangio sorridendo anestetizzato e parlando coi colleghi, poi finalmente leggo la spiega su internet e capisco il perché di un piccolo siparietto all’uscita dalla clinica. Il mio medico mi dice che per quanto lo riguarda, non vuole un centesimo, perché è più importante la fiducia e quindi non è uno che manda al macello le persone perché ci guadagna (quanto lo amo), ma mi dice di chiedere alla segretaria per il pagamento degli esami speciali. Mentre mi avvicino al bancone, la ragazza bellina mi guarda come uno yeti, senza battere le ciglia e muovendo solo le orbite, pronta a fuggire o urlare ad ogni mio movimento inconsueto. “S-siamo… siamo a posto c-così… a-arrivederci” (che detto in una clinica oculistica è un ottimo auspicio, a pensarci bene).

Insomma, ho scoperto che se prima pensavano avessi una malattia rara, ora sanno che ho una malattia SCONOSCIUTA! :):):):)

Un po’ come i pezzi d’antiquariato, ci sono gli oggetti comuni che hanno un valore, quelli non comuni che valgono di più, poi quelli rari che sfiorano il ridicolo e poi i pezzi unici… ecco, io non son nessuno di questi… eheh. In realtà la spiega ufficiale è che l’eziologia è sconosciuta, che non significa che su tutte le persone che si chiamano Ezio non è mai accaduto, ma che non si conoscono le cause della malattia. E se non si conoscono le cause, le cure sono un po’ come sparare col mortaio per uccidere le zanzare, o pulire il monte Bianco con una salviettina.

Poco importa, rimane il fatto che respiro più tranquillo, che stanotte recupererò il sonno perso ieri notte (non sono il principe di Condè) e che tutto è bene quel che si rimanda bene.

Mi rimane un’unica domanda di pura logica, però: COME CACCHIO SI FA AD AVERE UNA COSA SCONOSCIUTA?!

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