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Odio facebook. E già prima d’entrarci!

Odio facebook perché mi ha già rubato troppo tempo pensare di creare un account.

Odio facebook perché m’ha fatto odiare qualcosa, anche se il mio odio, poi, si diluisce facile.

Odio facebook perché lo vedo come il mio ennesimo cedere. Se ho un principio, mi piace pensare d’essere abbastanza forte da sostenerlo fino in fondo. Il mio principio, in questo caso, è: “odio facebook e non mi iscriverò mai”.

Perché?! Beh, diciamo per spocchia.

Sono un gran spocchioso, lo so, sono uno che prova tutto e poi seleziona, sono uno che non sa mai decidersi e rimanda, sono uno che mette il piede in mille scarpe e non sempre sa gestire il tutto. Sono uno che fa l’hipster senza voler essere chiamato hipster.

Perché diciamocelo, quando c’era l’internet che io dicevo “è una gran figata, è il futuro” e tutti al mio paese mi dicevano “sfigato che perdi tempo davanti al pc”, io me la pigliavo in saccoccia e mi dicevo: “prima o poi vedranno che potenza, sto coso!”. Quando poi il facebook è diventato moda e tutti son diventati esperti di internet e pc e se non sei su facebook non esisti e sei uno sfigatodimmerda, io me la son presa in saccoccia e mi son detto: “ok, prendiamo il lato positivo, la gente avrà accesso a più contenuti, si informerà”.

Ora, non so quanto la gente si informi e non si può dare colpa a un mezzo, ma nella mia piccola mente bacata, cedere all’iscriversi a facebook è un po’ una sconfitta.

E perché mai son “costretto” a farlo?!

Pur sapendo che “il passo” non è così enorme, mi vedo “costretto” a iscrivermi per mantenere i contatti e per raggruppare i contenuti più disparati tra tutte le attività che porto avanti (slam in primis).

So benissimo che il modo migliore per farlo sarebbe farlo senza clamore, ma, in fondo, è proprio così che lo sto per fare. Non farò clamore su facebook, mi iscriverò. Punto e basta.

Continuerò a tenere saltuarissimamente questo blog, per quando mi vien voglia di scrivere; continuerò ad appuntarmi frasi da libri e condividere le foto di instagram su tumblr; continuerò a essere adottabile; continuerò a essere reperibile via mail e telefono; continuerò a leggere gli rss e magari li condividerò anche su lì, d’ora in poi… magari… ma magari no. La mia unica legge rimane quella: il rispetto. E se questo significa “non disturbare”, continuerò a farlo. Questo è un principio che non voglio mai tradire.

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Ho sempre pensato che un regalo vero, dovesse essere qualcosa di fatto da te, con le tue mani, con la voce… con il corpo. Ok, compro un sacco di roba, in giro; accumulo mucchi di pensieri che, prima o poi, metto nelle mani di chi me li ha ispirati. Ma c’è quel qualcosa che, quando lo crei tu, un regalo sa di diverso. È più vero.

E io non ne ho fatti tanti, di regali veri. Non perché non volessi, anzi, ci provo sempre, ma è che non ho la capacità e la costanza di arrivare fino in fondo. Mi si sciolgono in futilità e mi sento ridicolo.

Quando le forze mutuate, però, ti alleggeriscono il compito e tu ti trovi che dopo un sacco di anni, hai ancora nel petto un sasso, ecco… lì arriva che la forza si mette a gravitare attorno al sassolino, e ci aggiungi un punto di vista che non avevi mai contemplato fino in fondo, aggiungi che ti suona più facile con quelle parole, aggiungi che la musica si presta, aggiungi che vuoi dirlo, vuoi che si sappia, vuoi che tutti sentano che ricordi.

E ci riesci… cacchio… non ci speravi nemmeno più.

Viene fuori come tante altre cose, ma tu sai che l’hai fatto con un qualcosa di diverso, dentro, che aggiunge significati ai significati. Non sta nel soggetto o nell’emittente, nemmeno in chi l’ascolta, forse, ma in tutti e in nessuno, il significato… lo sai tu e lo sa chi riceve il regalo.

E quando ti ringrazia pubblicamente… puoi anche smettere di respirare.

Che forse è l’autunno, o un altro errore, ma cadono in tanti, ultimamente. Amici che tornano o si trovano soli, amiche che non hanno più sostegni e si credono vuote, persone speciali che non smettono di lottare contro qualcosa che non capiscono essere sé. Sembra quasi che domani non debba venire. Forse dovrei cambiare identità, c’ho i creditori di risposte alle calcagna e non ne ho una.

Non so quale sia, o se esista , la formula per stare bene da soli, sono ancora incline a pensare che questa brama che quasi tutti abbiamo di mangiare altri, sia troppo profonda e radicata, per essere un costrutto della società (sì, ok, sto parlando anche di sesso, ma quello è sollievo, io sto parlando dell’appagamento che da l’altro respiro, di pelle a contatto, di risveglio sorriso a qualcuno). Certo, ci sono persone che sembrano eroi, si stagliano su speroni di roccia e alzano le braccia al cielo, con tutti adoranti, sotto, e nessuno al fianco. Invidio la capacità di farsi bastare questo freddo e lontano calore.

Forse è solo il solito discorso di aspettative e delusioni: ci crediamo tanto meritevoli, da pretendere qualcuno o qualcosa che non ci è dovuto. Sempre a rincorrere quel che non possiamo avere, dando per scontato regali e mani che qualcuno ci carezza. Ma se anche fosse vero che s’è fatto il possibile e non c’è premio, è la cazzo di vita, almeno si è nel giusto (e mentre ci si consola strafogandosi di nutella, l’unica a rimaner magra è la consolazione).

Non è un fingere o un recitare, o forse son troppo ottuso per non vederlo tale, ma è la necessità di respirare, che mi fa essere aperto, socievole, sorridente e ciarliero in situazioni conviviali, non certo la stabilità emotiva; non son capace di costruirmi sostegni a misura, faccio calcoli e delineo modelli quando son solo e non peso su nessuno, ma poi tra corpi e parole, sono il primo a ribattere palle da tennis prima che tocchino il pensiero due volte e si accumulino ai punti di sutura dell’anima. Che cazzo ho detto?!

Volevo solo dire che ci son momenti in cui aver avuto quel che ho sentito, mi basta e m’avanza per dire: “diavolo, c’è chi non ha mai fatto l’amore con una donna così splendida, c’è chi non ha mai sentito dappertutto un concerto, chi non ha mai mangiato e bevuto tutto questo, splendiamolo al mondo, che almeno servo a qualcosa”, e cammino ebete elargendo pace. Ci son volte, invece, che non c’è notizia splendida che mi sollevi dalla certezza di disturbare, dal bisogno di chiedere scusa e dall’orrore (per fortuna c’è Woody).

Insomma, quando mi hai vicino che ti sostengo con frasi fatte (mai quanto me), quando hai bisogno di qualcuno da chiamare e pigi il mio nome, quando mi trovi in mezzo ad altri che urlo gobbo per far ridere, è perché sto riuscendo a rispondermi “ok” (scusa lo spoiler), fallo con me. Spero si veda che non son sdraiato su mediocrità appaganti quanto basta, ma che provo a dare quel che posso e che ci penso e che ci tengo e che ci sono. Magari rispondo veloce con cazzate, per non far vedere che la domanda m’ha colpito, magari sdrammatizzo per sollevare, ma non è né noncuranza, né saggezza, né spocchia o quel che vuoi; è proprio che io non ho risposte e, spesso, se anche le avessi, non saprei dartele. Per non parlare del fatto che quando uno parla, gli altri sentono il cazzo che vogliono… ma questo è un altro discorso.

Mi sa che la risposta è: “cerca la risposta”.

Anche se son quasi certo che la risposta sia sempre quell'”ok” e il vero problema sia che ce lo dimentichiamo troppo spesso.

Fare i post in memoria di qualcuno, m’è sempre parso come cavalcare l’onda e rubar notorietà, ma visto che non andrò a sperticarmi in lodi o giudizi o analisi o altro, penso scivolerò miseramente dalla tavola, senza far nemmeno un po’ di tunnel.

Il Bradbury se n’è andato e m’ha fatto urlare un “no” in auto, quando l’ho saputo. Anche se non so se credere in aldilà, legami, spiriti e cose così, spero che l’abbia fatto sorridere e un po’ arrossire, che uno in più lo rimpianga.

Forse è stata la prosa semplice e diretta, forse è stata l’età e l’avidità con la quale ho letto il suo Farenheit, ma è stata incredibile l’influenza che ha avuto nella mia adolescenza. Forse è per questo libro, che ora ne ho un sacco. Forse è per questo libro che mi spiace dimenticarmi trame, battute o autori. Ma forse è grazie a questo libro che ho imparato ad aver cura.

Ho imparato a trattare i libri come le persone e viceversa.

Ho testimoni che m’han sentito urlare, in treno, per un amico che m’ha preso un libro e l’ha aperto del tutto, l’ha ribaltato e ha stretto la spalla per legger meglio una pagina… ok, questo non mi fa onore, ma era giusto per dire che anche con le persone, mi piace leggerle, scavar dentro e mangiarle, ma disturbando il meno possibile. Se le spalle sono intonse dopo il mio passaggio, io son più sereno.

M’ha insegnato a condividere e a comprendere l’importanza del dialogo, dell’aprirsi all’inaspettato e del non smettere mai di fantasticare. Le cronache che parevano assurde e contenevano tutta la normalità dell’animo umano, che scavavano nelle paure e le mostravano poche, insulse, dozzinali e stupide.

Grazie Ray, per quel che vale, sono uno in più che ti ricorderà.

Mattina che comincia sotto i migliori auspici. Il nuovo cane ha dilaniato il sacco della spazzatura che ho lasciato distrattamente incustodito per la notte. Oltre a dilaniare il suddetto, ha sparso schifo ovunque. Non sapendo se il simpatico gioco sia stato serotino o mattutino, non saprei nemmeno dire se tutte le cose umide che ho preso in mano, lo fossero per: umidità pregressa al cestinamento, bava o peggio dell’cinoimputato, rugiada mattutina. Non penso di poter sperare che l’ultima causa superi il 12-15% del totale.

Mentre raccoglievo, facevo i miei parallelismi… al solito. Giornata di raccolta, ho pensato.

È un sacco che non scrivo, lo so, ma penso sia anche giusto fermarsi, a volte. Non che voglia trovare un motivo per l’arresto, non ce ne sono, o forse ce ne son troppi. Capita. Come praticamente tutto, nella vita.

Nel silenzio di questi mesi, è successo che mi sono innamorato veloce di un sacco di persone, ho vissuto momenti belli con molte altre e poi momenti brutti e anche tristi o fantastici e da togliere il fiato. Insomma, il solito. C’è, però, una strana persona che con la sua bellezza m’ha ammaliato. M’ha un bel po’ stregato e fatto tornare a quando avevo 16 anni (e vi giuro che non è stato un gran periodo per il me di allora… col senno di poi è il pezzo di vita che rivivrei più volentieri, ché m’ha fatto imparare e vivere intensamente, ma standoci dentro, non ero proprio capace).

E m’ha fatto tornare quell’insicurezza di me che gli anni avevano un po’ smussato, che avevo imparato a impugnare e fregare. E non è solo la bellezza, è la bravura artistica, è quel fondo che intravedo ricco e pieno. Un po’ mi ci crogiolo in quell’insicurezza, come succede per tutte le subdole forme di depressione, ma un po’ mi fa incazzare, perché annebbia la vista e rende titubanti e stupidi e dannosi.

Ma non son capace, io, di andare da un’essenza così e dirle: “ciao, penso tu sia qualcosa di splendido, vorrei imparare a conoscerti, permettimi di provare a renderti felice”.

Che armi ho?! (son proprio malato se mi fa pensare al pacifico me con delle armi… eheh).

E quindi, mentre pensavo che il mio invito a un concerto di stasera sarebbe stato l’ultimo, poi avrei raccolto i pezzettini del mio cuore, come stavo facendo con la monnezza… ho pensato: “ma cuore de che?!”. Tranne forse  con attenzione e gentilezza, questa donna speciale non ha mai nutrito volontariamente quel che io ho fatto crescere. Non fosse per le mie speranze e i tentativi, le mie parole e la voglia, il mio notar coincidenze e riportare tutto a casa, lei non ha fatto altro che vivere il suo… sono io che ho affastellato pensieri su ricordi, per creare un monte d’aria e aspettative.

E non consola certo il fatto che succeda sempre così.

Non è forse la nostra inclinazione, il nostro agganciare significati, il nostro dar peso, la nostra naturale speranza di non rimanere soli o la nostra egoistica pretesa di meritare qualcuno senza pensare di doverci rendere meritevoli, a infondere significato a un rapporto?! Se poi questa forza ne incontra una uguale e contraria, allora il rapporto gira fluido di scambi; ma quando le direzioni non sono sullo stesso asse, puoi così intensificare sforzi e pesi, ma nulla tornerà da te.

E così non saranno certo di cuore i pezzi che raccoglierò stasera al concerto, sempre io ci vada, ma sarà solo un déjà-vu.

Io c’ho sempre in testa quell”‘ok” che mi viene da dire a chiunque mi piaccia. E poi, invece, mi accorgo di notare tutti i lati brutti delle persone che ho intorno, e mi ci impunto, perché non mi è “ok” che faccian quel che vogliono senza rispetto.

Io, quando lo provo e lo sento, non riesco mai a far capire appieno che allargare le braccia, stortare la bocca in un quasi sorriso e un quasi “perché no?!” e poi ridepiangere, è la risposta a quasi tutti i “perché” che ci infliggiamo.

Siamo noi che tendiamo a rovinarci la vita. Tra di noi, con noi. Noi stessi e gli altri.

Io non ho la risposta e non pretendo d’averla. Non son mai riuscito a pensare come fanno tutti che: “se al mondo tutti fossero come me, andrebbe meglio”. Tutt’altro, sarebbe una gran palla (son convinto che questa sarebbe la situazione anche se tutto il mondo fosse come Gandhi o Einstein… si finirebbe per esser tutti uguali e nessuno spiccherebbe o nessuno accetterebbe gli altri, ma vabbeh).

Mi piace pensare che la diversità sia il motore del cambiamento stesso. Vorrei tanto esser sempre ricettivo e pronto a migliorare, imparare e aiutare. C’è bisogno di conoscenza statica e di impulsi dinamici, per costruire cose solide, sempre in evoluzione. C’è poi il bisogno fisico di fermarsi, ogni tanto. In questo periodo sento la stanchezza, quindi mi accorgo di non esser sempre pronto ad accettare. E me ne dispiaccio.

Mi spiace anche non poter rispondere a tutti quelli cui vorrei, scrivere a tutti quelli cui tengo a ribadire i miei grazie, riappiccicare domande, sdraiare risposte e porgere scuse (sempre doverose). Ma forse è il caldo, o forse che non reggo più una sbronza di limoncello e me la porto dietro per una settimana :).

Rimane che quando io ho il mio tempo, ho il mio spazio, ho quel che mi basta (non serve… basta), non so che guardare la pelle, i capelli, i pensieri, le lacrime e il cuoreanimacervello di qualcuno e rimanerne incantato. Hai idee diverse dalle mie?! Ok… Hai bisogni differenti?! Ok… Hai principi discordi?! Ok…

E non per appiattire tutto e non considerarlo, ma per affrontarlo giusto, prenderlo bene e non farne colpa (che non è mai reale o semplicemente utile). Siam somme di pesi e caratteri altrui, siam costrutti infiniti e infinitesimi di reazioni a tutto, siam nulli e fondamentali. Non ci sappiamo capire, ma ci prendiamo troppo sul serio.

Vorrei sempre avere la pace dell'”ok”. Spiace non poterla vivere ogni giorno.

Ci provo.

Oggi mi lascio esser fragile.

Adulto. Ma fragile.

E un adulto fragile è un limite labile, che non sai mai se stai di qui o di là. Io mi sa che ci son nato, così. Al limite, non fragile o adulto, dico, son nato che sto sempre al limite.

E mi sto sul cazzo anche per questo. Perché mi vien da vomitare a pensare che dopo 12 anni d’amore per qualcosa che mi ha fatto sentire vivo, io non possa sentirla più, non possa farne più parte. Ma sono adulto, quindi so che è irrazionale accanirsi su strade differenti, per ragion d’amore. L’amore è un po’ ovunque, la ragione è in testa. Quindi la mia pancia si ribalta per fermar la mente e il cervello si difende, perché, semplicemente, ha ragione. E mi gira che mi vien da vomitare.

E le teste e i cuori che si sono aperti a dirmi “è giusto così”, c’han messo sangue e bile e freni e “forse…”, prima di essere adulti con un adulto come me.

Io mica ho voglia di essere adulto, adesso, ho voglia di piangere come un bambino e lasciarmi andare a urla e strepiti, ma senza nessuno attorno, un po’ perché, anche se dimenticata e presa in relativo conto, ho una dignità, ma soprattutto perché non voglio rompere il cazzo come i bambini piagnoni. È una cosa mia, me la voglio piangere io.

Però è il modo migliore di prenderla, da adulti: “le strade corrono e si diramano, è naturale… convogliano, a volte… a volte proseguono per miglia e chilometri e mondi e pianeti… fino a scomparire insieme… a volte è necessario che si diramino. È come crescere. Anzi, è proprio quello. Per crescere si ha bisogno di un sacco di cose. Io sono stato una di queste cose. Sono stato fondamentale… molto più di tante altre esperienze, molto più di molto altro. Non lo sono più. Giusto che io non freni, non tiri altrove e non pretenda assurdità”.

E mi incazzo anche, ma stavolta volutamente da adulto. Perché mi faccio incazzare che ho dato per scontate cose, che ho preso sotto gamba idee, progetti e forze, che a furia di rimandare, mi sono rimandato da solo… affanculo.

Ed è naturale che il tempo abbia rinsaldato legami e posato affetto, ma è quasi un onore il guardare un bambino, ormai adulto, che adesso cammina da solo. La mia mano l’ha tirato, l’ha aiutato, l’ha fatto saltare, giocare, perdere e poi ritrovare; ora, semplicemente, lo spinge e lo saluta, prima di cadere nell’errore di trattenerlo.

Vi amo per quello che m’avete insegnato ad amare: quello che è stato, quello che siete (ognuno di voi, singolarmente, e come gruppo) e quello che sono. Quel che è costruito, in me non cade.

Grazie amici.

Probabilmente è la settorialità che la nostra società ha raggiunto, in tutto, o forse no. Con le mire espansionistiche e l’egoismo intrinseco dell’uomo, aumentavano sì conoscenza e padronanza dei mezzi, ma con esse anche necessità, “problemi” e impossibilità di conoscere l’intero spettro di soggetti e aspetti della realtà, delle persone stesse e di quel che, in effetti, non esiste (l’etica, i sogni, l’immaginazione, la fiction e i labili territori dei sentimenti). Ma magari sbaglio.

Ma, dall’infinitesimo all’infinito, penso che ciò che esiste, sia da considerarsi sferico, un pianeta. Ma proprio ogni cosa. E come tutte le medaglie, ha un lato e la faccia opposta, ma con più grigi; come ogni pianeta, ha luci e ombre che girano, che si modificano nel tempo e nello spazio. E allora tu sei così, ma anche così e poi così… e non è che puoi prescindere dall’essere tutte le cose che sei, quando magari ti concentri e cerchi di tirar fuori un aspetto in particolare.

Quindi se sei uno stronzo, magari hai tutto il merito di impegnarti, hai l’inchino di chiunque se provi a scappare… ma se lo sei, lo sei. Punto. E anche dichiararlo pubblicamente, mica ti salva il culo, puoi anche sfruttare quanto vuoi l’effetto compassione-pena che porta la reazione: “sono stronzo” “ma no, dai, non fare così”; se sei stronzo, quell’effetto, presto o tardi, svanisce. Rimane che sei stronzo, non scampi.

E lo stesso vale per quasi tutto (sottotitolo al blog docet): se sei innamorato, ti porti dietro tutto il mondo che c’è attaccato; se sei triste o giù, hai da fare i conti con tutti i crateri lunari, tutti i profumi e quel tanfo marcio di palude, che si porta dietro quell’appiccicosa sorella d’egoismo che è la depressione.

Quindi sta tutto in equilibri e forze. Appartenenza e tensione a. Con la zavorra di non esser semplici.

Ché, come in tutto, meno roba c’è, più è facile governarla, stabilizzarla, padroneggiarla e aver certezze. Così la serenità funziona in base all’apertura mentale, ad esempio: meno cose contempli nella testa, più facilmente riesci a ordinarle ed essere sereno e tranquillo; più hai cose nella testa, più difficile sarà stare in quiete, con tutto sotto controllo… la capacità di mettere tutto quieto è quella che considero intelligenza e anima, quindi se uno è chiuso, limitato, non gli servirà un grande cuoreanimacervello per raggiungere la serenità (per questo gli stupidi sono spesso più felici degli intelligenti; per questo gli egoisti, spesso, se la vivono molto meglio)… ma avere uno apertissimo di mente e sereno, significa trovarlo immensamente intelligente e saggio e buono (magari ha solo culo, ma magari gli piacciono gli 883 o peggio).

E quando provi a uscire, ti lanci e ti trovi di fronte mondi complessi, magari non ancora stabili, che ti chiedono aiuto, mentre ancora tu non hai capito da che parte si debba tenere l’ombelico, ti trovi a roteare ancora di più, traballare, ondeggiare e poi cadere in notti insonni (che sfiancano, ci mancherebbe, ma servono quanto l’aria… a volte). Senza poi avere una gran risposta da dare. Non ti costerebbe nulla allungare una mano, non ti cambierebbe giro aprirti e darti; ma tu sei attaccato a quel cazzo di mondo stronzo che sei, all’idea di poterti gestire, quindi ti reputi ancora troppo importante per capire di non esser tagliato per equilibrio, torni a te e dici “no”, che è il più miope degli “io”.

E fai anche errori tra loro opposti. Da una parte provi un sacco di cose e spremi, spremi, spremi, finché non viene il succo di quanto male faccia questo, quanto bene faccia quest’altro e allora è meglio seguire il bene, quando si può. Dall’altra cerchi di seguire quel che hai capito, dimenticandoti che chi hai di fronte ha tutti gli altri lati, tutte le altre superfici, ha un mondo, dietro. E ti ritrovi infimo, sbagliato, limitato e, di nuovo, incapace.

E scrivi mille cose criptiche, che uno poi non capisce.
Uno che non ti conosce, uno che non sa che è successo, uno che non vede il mondo per intero poi, non vuole nemmeno addossarselo. Hai ragione, tu che leggi sei quel che sei, vedi quel che vuoi, che puoi e che rifletti in me. Io, semplicemente, sono. Che non è altro che la somma di quel che vedo e che vorrei.

La più normale delle soluzioni sarebbe essere più sinceri possibili, ma a volte è il timore, a volte l’egoismo travestito da agnello e finisci sempre per mentire a qualcuno, sia esso l’altro o te stesso. E le bugie hanno sempre le spine, oltre alle gambe corte, o feriscono gli altri, o non ti permettono d’avvicinarti a qualcosa.

E visto che la sincerità non è altro che un altro pianeta con infiniti panorami: dirti impegnato a voler migliorare, si porta dietro aspettative; dirti attento agli altri, si porta dietro mancanze; dirti preciso nelle regole, si porta dietro responsabilità; dirti innamorato, si porta dietro cecità.

Facciamo che io lo ammetto ancora una volta: io non son capace, ok?!

E da qui partiamo. Se sbaglio, spero mi corigerete. Ma vaffanculo, io non smetto di impegnarmi.

Mi vergogno d’averlo pensato, ma per fortuna sono una persona che tende a non reagire verbalmente. Nell’immaginare quale potesse essere l’insulto peggiore nella forma più ironica, sono arrivato a questa conclusione:

sei così brutto e insignificante, che quando sei nato, ha urlato l’ostetrica e non tua madre.

Poi cerchi un portatile da consigliare a un’amica e pensi che il tuo sente tutti i 7 anni che ha, ma non hai i soldi per comprarne uno nuovo. Poi pensi che devi sistemare prima il fisso, che ha solo l’alimentatore andato. Poi tranquillizzi un’amica che ha l’ansia facile. Poi pensi che non hai ancora imparato le canzoni per sabato. Poi vai a far la spesa. Poi noti che non hai ancora pulito il pavimento dopo aver liberato quell’angolo dai secchi di vernice. Poi ti squilla il cellulare e speri che sia lei, ma è tuo fratello e va bene uguale. Poi al lavoro saltan fuori compromessi e sorrisi e mugugni e risate. Poi scopri qualcosa che pensavi di non rivedere più. Poi cerchi di chiarire una questione in sospeso da quasi 10 anni e piangi una notte intera, come non ti succedeva da anni, perché ti accorgi di non meritare le amiche che hai, dopo tutto quello che hai fatto. Poi ti svegli e mangi uno yogurt. Poi fai la coda in auto. Poi hai una colica. Poi leggi un libro splatter. Poi condividi una gif animata. Poi arriva l’attore e devi entrare in studio. Poi ti viene un nodo alla gola per un post bellissimo (e lo condividi, ovvio). Poi guardi un film.

Poi il terremoto.

Poi ti senti uno stronzo. Poi lavori nel week-end e ti chiedi se sia per i soldi o solo perché preferisci sacrificare un po’ di tempo, ma fare bene il tuo lavoro. Poi cerchi notizie. Poi fai click su una foto di una bella ragazza. Poi mangi. Poi ascolti un gruppo che conosci e sei contento abbia successo. Poi in quel loro video sembra ci sia lei, ma no, non è lei. Poi cerchi di calmare l’amica dall’ansia facile che, a Tokyo, adesso ha tutti i motivi per essere ansiosa. Poi pensi a un post da scrivere e ti vergogni che possa essere così futile in un momento simile.

Ma poi pensi che hai imparato un sacco di cose, finora; pensi che magari un giorno arriva un terremoto e tu non sei pronto a metterti sotto la porta; allora ti chiedi se quello che hai fatto fino ad allora sia TUTTO quello che avresti potuto fare. E ritorna il sentirti stronzo. E vedi che non te ne fai nulla del piangerti addosso, ché la fortuna di poter scrivere e capire che “ti amo” ancora e ancora, l’hai avuta e c’è chi no. E ti chiedi perché non sei in grado d’esser coerente fino in fondo, capace di prendere le convinzioni che hai a parole e portarle nei fatti: perché non sai fare la rivoluzione?!

Forse non siamo più fatti come quelli che ci hanno liberati, forse pensare che non esistano i confini è un po’ troppo utopistico per la società in cui vivi, quindi forse è meglio portare avanti le lotte possibili. È tutto uno scoprirsi piccoli e un chiedersi come mai non si sia grandi. Forse c’è troppa comunicazione e finisce che la comunicazione si rompe, quindi c’è chi si disinteressa, chi si specializza e schifa il resto, chi pensa che il proprio sia il meglio e chi è rotto in mille frammenti.

Eccomi.

Incapace di giustapporre, come servirebbe, ogni pezzetto. Ma pronto a imparare a farlo, convinto di volerlo, attento a non pesare più su nessuno con le insicurezze, ma veloce nel sorriso per non far trasparire nulla (il trucco sta nel fatto che non è che interessi davvero cosa pensi, se hai problemi o chi tu sia… importa solo che tu sia specchio ringiovanente, che tu sia conforto istantaneo, magari anche vuoto… e l’ego altrui ti sarà grato).

Il fatto è che la vita che hai per le mani, corre a un ritmo suo, scorre come un fiume e si porta dietro sassi, acqua, pesci, lerciume e tutto, tutto in un secondo. Il senso forse non è risalire la corrente per conoscerne la fonte; non è di certo deviarne il corso al proprio volere; non è neanche buttarcisi e rubare spazio a chi ci nuota… è fare di tutto per permettere a chiunque di scoprirla senza ferite, senza lerciume e senza fretta.

Facile no?!