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Category Archives: cinema

Insieme con il fatto che l’abitudine porta a spingersi sempre oltre ai se stessi di prima, i momenti hanno anche un altro fardello sulle spalle: quanto vali ora?!

Ho una stupida concezione errata del merito e non riesco a dirimere la questione.

Molto spesso, davanti a un’opera d’arte mondialmente riconosciuta come tale, io non provo nulla, oppure non arrivo a capire che parte di essa (Mulholland Drive è un gioco che mi piace tantissimo, è una sfida splendida da affrontare, Inland Empire è una cagata… per dire). Mi ritrovo a chiedermi se non sia necessario avere una scala, un modello o un metro, per capire quanto valore intrinseco abbia la struttura e tutto ciò che non è misurabile è estro, fantasia, valore aggiunto e guadagno. Arte, appunto.

Guardando i disegni al Museu Picasso, per esempio, mi ricordo d’aver notato due cose, aveva modelli superdotati e sapeva disegnare assai bene (che uno, magari, può pensare che lui si sia inventato quella cosa lì del cubismo per giustificare il non aver tecnica).

Invece poi trovi delle band di “mal trà insèma” (come diceva mia nonna: “mal assortiti”) che non ne azzeccano una e si beccano gli stessi applausi che ti sei beccato tu, dopo 12 anni che ti migliori, cerchi di dare il massimo e cominci a pensare di esserci riuscito.

E allora ti auto assolvi tentando di spacciarti la bugia che non ti capiscano (se perseveri in questa pazzia, rischi tangenti autoindulgenti sconsigliabili), oppure che non capiscano nulla in generale (e qui passi dalla parte del torto a prescindere: se uno ha problemi con uno, la colpa può essere al 50%, ma se uno ha problemi con tutti è molto raro che tutti sbaglino (le eccezioni sono rarissime, ma una volta morto, il genio viene valutato correttamente (magra consolazione, lo so))). Io, invece, mi chiedo se il gusto sia sufficiente per spiegare e giustificare l’apprezzamento massivo di un’opera o un artista.

Perché a me i Depeche Mode fanno cagare. Ne ammetto l’importanza nella storia della musica moderna, leggera, pop, techno e quel che vuoi, ma a gusto, mi fan cagare. Sono diametralmente opposti al mio senso del suono, del ritmo, delle scelte d’arrangiamenti. Tanto che le cover altrui dei loro pezzi, arrivano a piacermi. Questo mio detestarli non li svuota del loro “perché”, non li rende meno fondamentali o da censurare come incapaci.

Ma allora dove sta il limite tra le peggior band del mondo e Kandinsky?!

A me Kandinsky piace. Non lo capisco, se non me lo spiegano, ma mi piace. Ha un gusto affine al mio, quindi, a pelle, mi piace. Ok, non mi piace come Friedrich, che è più terra-terra e lo capisco più facile, ma mi piace. Un buon 60% dell’arte moderna, oltre a non essere al mio livello concettuale di comprensibilità, mi fa spesso cacare anche di gusto. È grave dottore?!

Ma non si può applicare a tutti il metro di Picasso, perché ci sono autodidatti che non son passati attraverso le “pene” dell’esercizio e delle esperienze altrui, prima d’arrivare a una propria forma d’espressione. E sanno esprimere cose incredibili attraverso opere che non necessitano nemmeno di avere alle spalle un macigno di conoscenza didattica.

E non si può nemmeno utilizzare il solo metro del gusto, oppure l’unione del gusto con il momento (perché a volte io noto film che m’avevano sempre ispirato poco, che mi squarciano l’anima per la bellezza). E c’è anche quella subdola fregatura del salto mortale.

Il salto mortale è una di quelle cose che tu ci rischi la vita, ma all’atterraggio, sei messo uguale a quando sei partito (magari ti viene un po’ più da vomitare, ma son dettagli). E allora ci son quelli che fanno un passo, senza fare tutta la fatica del salto, e ti arrivano allo stesso risultato, prima e, magari, con maggiori apprezzamenti da parte del pubblico (prendi Biagio Antonacci o quelli lì… c’è più volte “amore” nei loro testi, che nella bibbia (ah, no… esempio sbagliato… vabbeh, s’è capito)… e loro non son passati attraverso le sevizie o le pene di Gandhi e di chi s’è fatto il salto mortale nel dolore, per arrivare a predicare la verità pura che c’è nell’amore).

E oltre a questi, ci sono milioni di fattori: il commercio, la mafia, gli standard che si abbassano, la brevità del successo, la bellezza fisica (naturale dote, non certo talento) e mille altri.

Quindi, cosa rende meritoria un’opera d’arte o un artista o anche solo una persona?!

Forse i fattori sono troppi, ma le prime due regole che mi sono imposto, sono:
1 – bisogna cercare di partire senza aspettative, tutto quel che viene è guadagnato
2 – un’opinione personale è come il buco del culo, ognuno ha il proprio e non è detto che sia profumato.

Proseguo un pochino la lista precedente, trattando un tema che sembra andare per la maggiore, quale risposta al doppiaggio: “perché in Italia non fanno come nel resto del mondo in cui lasciano la pellicola in lingua originale e ci mettono i sottotitoli”.

Mi piacciono i film in lingua originale, mi spiace conoscere solamente due altre lingue, oltre l’italiano, e di conseguenza perdermi una buona fetta di produzione cinematografica tedescfona e orientale. Ma io i sottotitoli, sì, li apprezzo immensamente, quando aiutano, quando non c’è altro, ma proprio non so se li sopporto.

Intendiamoci, è un problema mio, ma ho una mente schematica. Quando ero piccolo, mia mamma mi spegneva lo stereo perché diceva che non fosse possibile che io riuscissi a studiare francese ascoltando canzoni in inglese (in effetti le cantavo mentre scrivevo, ma questo è un altro discorso), perché è più difficile che il cervello si concentri se è impegnato a fare altro. Bene, quello che mi ha sempre fatto un po’ incazzare, è che mio fratello studiava davanti al televisore.

Ora, udito e tatto (e un po’ di vista) sono due (o tre) sensi differenti, quindi se io devo scrivere mentre ascolto cose, ce la posso fare; ma leggere un testo, mentre si guardano le partite di basket, mi è sempre sembrato un po’ più improbabile. Sarà quindi retaggio familiare, ma io i sottotitoli li trovo un po’ svilenti.

Se voglio vedermi un film, posso accettare tutte le disquisizioni sulle voci, sui rumori di fondo, sulla bravura o sulla sciatteria di tanti fattori, ma se proprio voglio vedermi un film, voglio vedermi l’azione, voglio vedermi cosa succede, cosa dicono e che faccia fanno gli attori. Sarò anche lento, sarà anche il mio cheratocono bilaterale degenerativo, ma se devo leggere i sottotitoli, una buona dose di espressioni, piccoli dettagli e tanto altro, me lo perdo sicuro.

E visto che le proteste di chi chiede i sottotitoli a gran voce, sono giustificate per errori sempre frequenti, non sto certo dicendo che il sottotitolo sia il male, anzi, è una soluzione paritaria al doppiaggio, alla peggio. Rimane il fatto che una gran quantità di gente non andrebbe al cinema, perché la gente ci va per svagarsi e “leggere”, nella mente delle persone, non è (ahimé) svagarsi.

Sono anche un po’ convinto che se da sempre in Italia fossero stati messi i sottotitoli e non si fosse toccato l’audio, una buona fetta di estimatori avrebbe avuto da ridire sulle parole, sulla asincronia, sul font, sulla poca leggibilità su alcuni colori, sul fatto che coprano scritte, sul fatto che o guardi loro, o guardi le orecchie di Will Smith (d’altronde non mi reputo mica unico, ci sarà qualche altro minorato che non riesce a leggere i sottotitoli E guardare i particolari) e su tanto altro ancora.

Quindi comprateveli questi dannati cinema, fateci rassegne di film in lingua originale, sottotitolati da voi e solo per chi se ne intende. Io ci verrò (non perché me ne intenda, ma perché amo il cinema e amo imparare), ma non penso troverò troppa coda. In effetti non sarebbe un gran male.

Dopo l’ennesimo post, sui blog che seguo, riguardante il doppiaggio, mi sento in dovere di dare un parere qui, piuttosto che andare a inzaccherare i luoghi altrui, con una difesa di un qualcosa che non è completamente difendibile.

La situazione è questa, io ho studiato un po’ di cose, non ho una laurea in lingue, per dire, non ho un master in comunicazione, ma mi interessa e mi piace l’italiano, mi interessa e piace il cinema, le opere di finzione e i documentari, mi interesso di molte altre cose, che mi permettono di crearmi una cultura che spazia (molto superficialmente) dalla musica all’informatica, passando per varie ed eventuali materie che sono e saranno certamente differenti da quelle che potrebbero interessare un’altra persona. Questo non mi rende né migliore, né peggiore di nessuno, ciò vuol dire che mi dà il medesimo diritto (o non me ne dà alcuno) di dire ciò che penso su un argomento che mi interessa e che conosco. Saldo il fatto che ciò che dico è parer mio e non certo legge universale o anche solo consiglio, questo è ciò che penso di questo mondo:
– il doppiaggio è un’arte, come tante altre è legato al lucro, questo non lo rende (e non deve renderlo) meno meritevole, ma non giustifica alcun lassismo da parte di chi lo pratica;
– il mondo del doppiaggio è molto più chiuso di altri mondi, entrare è difficile e il credito dato ai nuovi entrati è pochissimo (e per chi, come me, non crede molto in sé, è un’ottima discriminante, screma un buon 30%);
– i doppiatori sono attori, narcisi e istrioni, quindi è naturale che se si dà loro un buon motivo di credersi bravi, non perderanno occasione di farlo presente a chiunque, questo non rende meno bravi i bravi, ma non rende migliori i mediocri;
– i doppiatori hanno tutto il diritto di incazzarsi per chi finisce a doppiare milioni di cose senza esser capace, per il solo nome, dopo che loro han fatto anni di teatro e dizione e finiscono a fare due personaggi all’anno in due giochi per computer;
– i traduttori non hanno mai abbastanza tempo, gli adattatori quasi meno, i soldi che arrivano a queste due figure, spesso, non bastano nemmeno a pagare la corrente per televisore e pc;
– i traduttori e gli adattatori, spesso ci marciano su questo fatto del poco tempo e poco stipendio;
– i direttori di doppiaggio si lamentano sempre, è matematico; bisogna vedere se abbiano ragione o meno;
– i fonici, in Italia, sono quasi sempre i migliori;
– ognuno ha un ego, nel mondo del doppiaggio, chiunque fatica a farcelo stare negli studi;
– la casta di doppiatori, direttori e ogni tanto adattatori è chiusa, è spesso causa di lavoracci, ma non può essere tutto il fascio;
– nonostante sia nato sotto il fascio, il doppiaggio non è un’idea da buttar via;
– il doppiaggio serve a far godere alle persone, soprattutto alla massa che non vuole sforzarsi ma divertirsi, di un’opera d’arte visiva, senza inficiarla o, quando possibile, migliorandola; purtroppo, ci sono casi in cui la si inficia o la si fa calare di spessore;
– traduttori, adattatori, direttori e doppiatori, non sempre conoscono TUTTO, è quindi possibile che alcuni rimandi, alcune espressioni, alcuni legami inter- o intra-finzionali vadano perduti, chiunque dovesse scovare errori o avere lamentele, avrà il diritto e il dovere di richiedere maggiore attenzione ai diretti interessati (senza troppo scassare i maroni con “eh, però, questa battuta l’hanno cambiata”, che mi troverà certamente d’accordo, ma una volta che saremo tutti d’accordo potremo andare a dormire tranquilli, pronti ad attendere il prossimo film con un errore identico … e che ci abbiamo guadagnato?!)

altri punti mi verranno in mente, ma per ora lasciamo questa noia così com’è …

Buona serata, e divertiti.

C’è un qualcosa nell’aria… sì, sì, per forza. DEVE esserci qualcosa nell’aria.

Come presto apparirà nella pagina in cui spiego chi io sia, ho un interesse particolare per il mondo del doppiaggio (come ho un interesse particolare per un sacco di mondi, questo non implica io sia il più ferrato o il migliore o mi reputi tale, tuttaltro). In questi giorni sono aumentati i riferimenti blogopallici su vari doppiaggi “andati male”.

Quello che tanti dicono sotto i baffi è che c’è una casta e tutto è in mano a essa. Nì, come piace dire a tanti. La casta c’è, le parentele contano (e anche troppo, a volte), io non sono così tanto addentro a questo mondo (per ora, spero di entrarci in forze molto presto), ma non penso che questa “mafia” possa andare a coprire proprio tutto, ad avere occhi ovunque e portare morte e distruzione in generale (come sembra trapelare dai post che ho letto).

Il lavoro in italia (questo sì è un generalizzare) è fatto spesso male, anche il doppiaggio è un lavoro. Perciò, anche il doppiaggio, spesso è fatto male. Non vedo per quale motivo lo si debba denigrare così, a priori. Ho letto dei “chi vede più i film doppiati?!” in dei commenti (link presto), secondo il mio personalissimo cartellino, nella maggior parte delle sale da cinematografo, quelle più frequentate, i film sono ancora proiettati in lingua italiana. Ma io sono asociale e non faccio testo, attendo smentita.

Per quanto riguarda le migliaia di casi di errori nel doppiaggio, la “colpa” non è di nessuno in particolare, come è di tutti in generale. Ci si adatta all’adattamento del caso, si paga troppo chi non fa nulla e si doppia con tempi da ghigliottina.

In fondo basterebbe, come in tutto, che a fare quel lavoro fossero solo i migliori, attori e traduttori e adattatori, con una passione alle spalle, con una buona dose di cultura e il giusto compenso (né alto né basso, ma giusto e per tutti). Penso anche che non si debba pensare che per una forma d’arte come il doppiaggio (che, come ogni forma d’arte commerciale nasce e cresce per scopi commerciali), si possano o debbano imporre scadenze troppo strette, se uno se lo vuole vedere appena uscito, un film, se lo va a vedere in inglese (se inglese), se ha pazienza o non ha mezzi, attende il tempo che ci vuole per fare un bel lavoro di traduzione, adattamento e doppiaggio. Senza gli strafalcioni che stravolgono testo e situazioni e senza piccole pecche che notano solo i doppiatori (accenti e roba del genere).

I budget sono fondamentali, ma per uno per cui i soldi sono l’incarnazione del male, puoi immaginare quanto sia sparare sulla crocerossa utilizzare questa tesi.

Io mi riferisco solamente al ciclo di vita dell’oggetto filmico (sia esso lungometraggio, serie, cartone o documentario (a proposito, non ho ancora trovato un post in cui si dica che una voce in un documentario ha chiamato “bufalo d’acqua” un “bufalo africano” o vice versa, come mai?!)): nasce ovunque come serie di prove per ottenere un prodotto apprezzabile dal regista (e ci sono cani d’attori e schifi di storie), c’è una distribuzione che non tiene conto di meriti o contenuti, c’è l’affidamento a società più o meno ammanicate (scelte non certo in base a criteri meritocratici), c’è la traduzione affidata ad amici o a chi costa meno, c’è l’adattamento di chi costa meno o di chi ha il nome per farlo (e non è detto che il primo faccia peggio del secondo), c’è il doppiaggio di chi viene scelto in base a criteri blandi o calcolatissimi (e anche questo non è detto sia sintomo di qualità) e anche qui c’è un adattamento in corso d’opera.

Tutti i passaggi possono contenere errori, siamo umani, perdio!! E questi errori possono scatenarne altri. Bisognerebbe evitarli, è ovvio, il controllo serve a quello, ma è sempre questione di possibilità: “chi me lo fa fare di sbattermi se quello prima di me non l’ha fatto?! Faccio il minimo e così sia”.

Rimane il fatto che spesso a criticare sono persone che notano quell’errore perché in quel momento sono attente, perché sono ferrate in quella materia, perché hanno le palle girate o ce l’hanno a morte con quel doppiatore, perché hanno gusti differenti da chi scrive o traduce o sceglie le voci. E chissà quanti passano inosservati. E chissà quanti errori e ruberie ci sono in tutti gli altri lavori meno “visibili-udibili”.

Si ritorna al discorso del gusto: ognuno ha il proprio e si può stare a disquisire ore e anni, ma MENOMALE non ci si convincerà mai. Quindi, come le critiche dovrebbero rimanere in un ambito costruttivo, per aiutare a migliorare ove possibile il lavoro, così la meritocrazia e la libertà di spazi a chi ha voglia di fare e capacità, dovrebbero governare le redini (ANCHE) di questo mondo.

Se non ti sei ancora addormentato o non hai cambiato pagina prima, guarda l’anteprima che mi ha fatto crescere a livelli inimmaginabili la mia volontà di entrare in questo mondo:
“9” il trailer