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Category Archives: cit

Che forse è l’autunno, o un altro errore, ma cadono in tanti, ultimamente. Amici che tornano o si trovano soli, amiche che non hanno più sostegni e si credono vuote, persone speciali che non smettono di lottare contro qualcosa che non capiscono essere sé. Sembra quasi che domani non debba venire. Forse dovrei cambiare identità, c’ho i creditori di risposte alle calcagna e non ne ho una.

Non so quale sia, o se esista , la formula per stare bene da soli, sono ancora incline a pensare che questa brama che quasi tutti abbiamo di mangiare altri, sia troppo profonda e radicata, per essere un costrutto della società (sì, ok, sto parlando anche di sesso, ma quello è sollievo, io sto parlando dell’appagamento che da l’altro respiro, di pelle a contatto, di risveglio sorriso a qualcuno). Certo, ci sono persone che sembrano eroi, si stagliano su speroni di roccia e alzano le braccia al cielo, con tutti adoranti, sotto, e nessuno al fianco. Invidio la capacità di farsi bastare questo freddo e lontano calore.

Forse è solo il solito discorso di aspettative e delusioni: ci crediamo tanto meritevoli, da pretendere qualcuno o qualcosa che non ci è dovuto. Sempre a rincorrere quel che non possiamo avere, dando per scontato regali e mani che qualcuno ci carezza. Ma se anche fosse vero che s’è fatto il possibile e non c’è premio, è la cazzo di vita, almeno si è nel giusto (e mentre ci si consola strafogandosi di nutella, l’unica a rimaner magra è la consolazione).

Non è un fingere o un recitare, o forse son troppo ottuso per non vederlo tale, ma è la necessità di respirare, che mi fa essere aperto, socievole, sorridente e ciarliero in situazioni conviviali, non certo la stabilità emotiva; non son capace di costruirmi sostegni a misura, faccio calcoli e delineo modelli quando son solo e non peso su nessuno, ma poi tra corpi e parole, sono il primo a ribattere palle da tennis prima che tocchino il pensiero due volte e si accumulino ai punti di sutura dell’anima. Che cazzo ho detto?!

Volevo solo dire che ci son momenti in cui aver avuto quel che ho sentito, mi basta e m’avanza per dire: “diavolo, c’è chi non ha mai fatto l’amore con una donna così splendida, c’è chi non ha mai sentito dappertutto un concerto, chi non ha mai mangiato e bevuto tutto questo, splendiamolo al mondo, che almeno servo a qualcosa”, e cammino ebete elargendo pace. Ci son volte, invece, che non c’è notizia splendida che mi sollevi dalla certezza di disturbare, dal bisogno di chiedere scusa e dall’orrore (per fortuna c’è Woody).

Insomma, quando mi hai vicino che ti sostengo con frasi fatte (mai quanto me), quando hai bisogno di qualcuno da chiamare e pigi il mio nome, quando mi trovi in mezzo ad altri che urlo gobbo per far ridere, è perché sto riuscendo a rispondermi “ok” (scusa lo spoiler), fallo con me. Spero si veda che non son sdraiato su mediocrità appaganti quanto basta, ma che provo a dare quel che posso e che ci penso e che ci tengo e che ci sono. Magari rispondo veloce con cazzate, per non far vedere che la domanda m’ha colpito, magari sdrammatizzo per sollevare, ma non è né noncuranza, né saggezza, né spocchia o quel che vuoi; è proprio che io non ho risposte e, spesso, se anche le avessi, non saprei dartele. Per non parlare del fatto che quando uno parla, gli altri sentono il cazzo che vogliono… ma questo è un altro discorso.

Mi sa che la risposta è: “cerca la risposta”.

Anche se son quasi certo che la risposta sia sempre quell'”ok” e il vero problema sia che ce lo dimentichiamo troppo spesso.

Ho letto da qualche parte che, in filmografia, perché la maggior parte degli spettatori capisca un concetto o si fissi in memoria un particolare che si vuole passare, bisogna farglielo vedere o sentire tre volte.

Già questo fatto del 3 e non del 2, mi piace assai, che dal post scorso s’è capita la mia avversione per il 2 come limitata apertura mentale comune. Il “mu” zen è sempre una risposta auspicabile e da prendere in considerazione. Ma non divaghiamo.

Quel che mi è venuto in mente ieri, in auto, andando al lavoro, è che spesso mi accorgo di aver pensato cose, in sprazzi di lucidità, magari quando avevo 16 anni, e di averle accantonate o affastellate lì, per un uso futuro. Poi le ho dimenticate. Ecco, riscoprirle è una cosa bellissima, quasi da pensare di dimenticarle apposta, per sentire ancora quel sorriso frizzante.

È successo una volta, quando mi sono accorto di essere diventato geloso, solo dopo essere tornato a pensare sia una subdola e assurda pretesa di possesso. Mi è successo mille volte, quando mi accorgo di trovare belle delle persone che altri dicon brutte o passabili, solo perché guadagnano in intelligenza, cultura, simpatia o arguzia. Oppure, viceversa, di trovare brutte delle persone universalmente ritenute carine o belle, per manifesta stronzaggine, scemenza, sicurezza di sé e mancanza di cervello, tatto o compassione.

Ieri ho riscoperto “Fuel”, una canzone di Ani Difranco. Sta in un album che ho comprato nella scia di tutti gli altri. Ai tempi mi piacevano alcune canzoni, altre meno, altre ancora, come questa, sapevo avessero qualcosa di incredibile al proprio interno, ma mi sentivo di non esser recettivo abbastanza, oppure solo “nel mood” di comprenderle appieno, di gustarle e di farle anche un po’ mie. Magari pescavo qualche frase, trattenevo qualche bello spunto, mi interessavo più alla musica.

Ecco, rimane che ieri, in coda (al solito), ho deciso di fermare il flusso di radio che ascolto da mesi (ogni tanto serve, mi accorgo di perdere attualità importanti, ma il mio cervello, o quel che è, ne ha bisogno… decompressione) e di mettere Little Plastic Castle. Canto tutta la prima, che anche dopo anni ricordo a memoria (per dire che quelle che mi piacciono, mi piacciono così) e poi mi parte la seconda. Sorrido al fatto che si possa iniziare una canzone parlando di un cimitero di schiavi e poi dico “sì”, quando mi scorre nell’evoluzione umana fino ad arrivare alla molto più saggia sedia elettrica.

E allora ascolto e sento le parole che ho sempre limitato a suono, la cui interpretazione ho sempre rimandato. E annuisco e piango e rido e mi ci ritrovo e voglio e sì e ancora e perché e cosa ho fatto e cosa non ho fatto e avrei voluto e avrei potuto e sì e cazzo e ha ragione e non si fa e basta e com’è che non la conoscono tutti e com’è che ho rimandato così tanto tutto questo…

E ti si apre un cacchio di respiro, quando ti accorgi di esserti dimenticato qualcosa di grande, di bello, di utile. E ti accorgi di aver guadagnato forza e di aver vissuto un po’, grazie alle scoperte e alle riscoperte. E ti ricordi quanto sognassi di diventare archeologo, per quel tuo scavare, per quel bisogno di scoprire, di ritrovare, di capire, di imparare.

E ti senti che hai voglia di provare cose, per poi aprirle a chi vuoi che ne sorrida; ti senti che vuoi risentirla, quella canzone, e cantarla sorridendo a chi stai baciando (che è un prurito splendido, quello delle labbra che si vibrano addosso); ti senti che vorresti buttarti e fare quel che ritieni giusto e fondamentale, per lasciarti dietro solo scavi buoni.

Is there anything i could do
about anything at all
except go back to that corner in Manhattan
and dig deeper, dig deeper this time”

Ché c’è sempre quell’egoistica spinta, ma tutti i fuochi che han bisogno di benzina, finiscono per sopravviverti e meravigliano ancora nei musei, nei libri e nella memoria.

In definitiva non ci vuole davvero nulla per essere qualcosa o qualcuno. Basta nascere e creare legami. Tu i legami li crei uguale, che lo voglia o no; basta respirare, mangiare e dormire, che qualche legame, prima o poi, te lo ritrovi. Poi sta tutto a te l’alimentarlo, il coccolarlo, il renderlo più forte, più resistente o dimenticarlo.

C’è quest’ineluttabilità dei legami, che li rende un qualcosa di prezioso, ma allo stesso tempo, li rende qualcosa di così naturale, che tutti dovremmo inquadrarli meglio, per quello che sono.

Come un amico m’ha detto pochi giorni fa, citando un libro che vorrei leggere: “Le priorità possono sempre essere cambiate, l’importante è averne”. Vero, verissimo, sacrosanto e condivisibile. Giusto un pochino ostico da mettere in atto, se preso come monolitico processo … ma, come sempre, è questione di punti di vista.

Mi piace pensare di non essere un’anima forte, di non essere la persona più decisa di questo mondo; ma di avere, ogni tanto, una strana capacità di andare dritto per quello in cui credo. E quello in cui credo è semplice: il rispetto che comprende gratitudine e libertà.

E non è una verità assoluta, lo so; non è una religione o un dogma, da seguire con regole rigide; è solamente un moto, un pensiero, uno scorrere. Io lo sento così, nelle cose che faccio … quando ci riesco (ché non è sempre facile, i legami servono anche e soprattutto per tenersi vicine le persone capaci di ricordarci chi siamo e cosa sia meglio per noi e per tutti).

E recentemente sto riscoprendo sempre più profondamente quanto sia fondamentale provare, in tutte le sue accezioni: – “C’è la possibilità di abbracciarsi?! Provo a chiedere, magari ci si abbraccia”;
– “Provo qualcosa di splendido nel fare questa cosa … regaliamola a chi conta”

E se poi non accade, non ci si abbraccia o qualcuno non prova lo stesso, non importa. Importa essere quel che si può, provarci. Fallire è, comunque, più onorevole di lasciar che tutto cada. Almeno sei quello che c’ha provato.

Come tutti, ho sempre avuto degli eroi. E non parlo solo di personaggi come il cantante degli Weezer, quello strano nerd allegro e tormentato cui vorrei somigliare e che ho ritrovato nel mio migliore amico. Ecco, parlo del mio migliore amico. Lui, per me, è un eroe.

Parlo di quelle figure che non c’è burrasca o terremoto emozionale che tenga, ti rimangono nell’anima. Punto. E moriresti per loro.

Da piccolo una delle prime parole che ho imparato a scrivere è stato il nome e il cognome del mio eroe. Era una parola sola, per me, carlochiesi. Avevo già scritto papà e mamma, penso. Ma quelli son gli eroi di tutti i bambini.

Carlo è stato una figura enigmatica, che m’ha segnato più di quanto io stesso riesca ad ammettere. Era un solitario, un amico sorridente dei miei genitori, profumava di lana e di un dopobarba che riconoscerei ancora, se lo abbracciassi. Era un cacciatore e mi ha insegnato a sparare, ma è stata una delle poche persone con le quali non ho mai avuto problemi a parlare (questo me l’ha reso ancora più “mitico” nei ricordi) e quando si trattava di sparare alle scatole di mangime per uccelli, imbracciavo il suo Flobert e centravo il cerchio, quando ha portato mio fratello e me nel bosco, io gli ho detto: “no”, semplicemente e ho pianto quando li ho sentiti sparare. Mi si è accovacciato vicino, al ritorno, e m’ha detto qualcosa che non ricordo, ma doveva essere la giustificazione della propria passione. Ha pensato al suo errore, ha pensato a me e mi ha dato ragione, a modo suo.

Era un uomo taciturno, molto spesso arrivava dopo cena, prendeva la sedia vicina alla porta, la girava e si appoggiava allo schienale, con le braccia e il mento, sorrideva, annuiva al caffè, ogni tanto faceva compagnia per qualche brindisi e solo raramente, raccontava qualcosa o dava pareri. Mi ha sempre affascinato l’onda che era, arrivava e se ne andava con la cura che ha l’universo, la pazienza che ha il tempo e la calma che hanno le grandi anime.

Il mio eroe c’ha messo decenni a finire medicina, nonostante io ricordi anche una “gita” a Pavia, durante la quale mia mamma e io l’abbiamo accompagnato a riprendere i corsi e sbrigare le pratiche per tenere validi gli esami. Più tardi ha conosciuto una donna che c’ha messo poco a controllarlo, farlo allontanare dagli amici (questa casa compresa), prosciugargli il patrimonio e lasciarlo con due figli, tenendosi la casa. L’ho visto invecchiare in un soffio, adesso gli fischia la “s”, come non aveva mai fatto, simbolo di sconfitta, nella sua gara contro montagne invisibili.

Mi ricordo di una sera in cui sono entrato in sala, ho cercato l’interruttore e mi son sentito ordinare piano e calmo: “no” … era seduto sul divano ad ascoltare non so quale sinfonia di non so quale compositore. Quando i miei occhi si sono abituati alla penombra, mi sono seduto al suo fianco e l’ho guardato dirigere un’orchestra immaginaria, l’ho guardato volare dove si sentiva suo. Gli ho guardato così dentro, che mi sono innamorato di quella bontà infinita che aveva la sua grazia.

Non mi ricordo se fu lì che pensai che avrei voluto essere così, come lui, ma forse fu un altro giorno, quando ci ricamai sopra.

Gli eroi si scelgono per affinità, per ammirazione, per complicità o per caso (come tante altre cose, del resto). Ci sono scrittori e musicisti, o il semplice Mahatma cui tributo tante azioni. Tutti gli eroi non sono che uomini. Tutti gli uomini sono fallibili.

Oggi mi è crollato un altro eroe, crollato per quanto possa, un eroe.

Mio nonno è morto nel 2000, aveva una pancia enorme e due gambette sottili. Aveva smesso di fumare il giorno in cui il medico gli aveva detto: “una sigaretta ancora e perdi una gamba”. Adorava ballare, adorava guidare, adorava andare dalle sue donne, dai suoi baristi e in tutte le feste nel giro di chilometri. Se non poteva guidare, annaspava. Una volta persa la patente, dopo qualche mese d’agonia, ha preso una delle prime macchinette a tre ruote. Una volta distrutto totalmente anche il Sulky, ha assoldato il suo “attendente” (così lo chiamava, prima di vantarsi: “uè, l’è n’ingegneer!”) per farsi scarrozzare.

L’ingegnere è, ora, un arzillo ottantenne, armato di intelligenza superiore alla media, memoria ancora più salda e uno spirito invidiabile. Conosce il greco, il latino, la matematica e un sacco di aneddoti e canzoncine, che non smette un secondo di declamare con voce sempre più alta. L’età avanza per tutti.

È un amico di casa e spesso è qui a mangiare o chiama o passa a salutare. Una sera, mentre aiutava mia mamma, sfogliando un catalogo di intimo femminile ha esclamato: “che begli occhi, signorina” indicando un corpo senza testa “e che bella lumachina”. “Lumachina?!” ha chiesto mio zio. “Certo, questa è la lumachina … se la tocchi, sbava; se non lo fai, ti fa le corna!”. Come si fa a non voler essere come lui?! Almeno un po’.

Oggi lo si è obbligato a far visita al figlio. Oggi ha superato il limite.

Suo figlio è stato colpito da un virus molto raro, quasi letale. Ha rischiato la vita a gennaio, da allora è in ospedale. Oggi suo padre è andato a trovarlo per la seconda volta. Oggi la nuora c’ha raccontato tutto e l’ha affrontato per quanto fosse nelle proprie forze.

Da quando la moglie dell’ingegnere è morta, la pensione di 2000 euro finisce chissà dove. Il funerale è stato pagato dal figlio, mentre il padre chiedeva un contributo alla propria sorella. Un prestito di 10 mila euro, aperto per lui sempre dal figlio, è ancora da saldare. La nuora (divorziata anni fa, ma pur sempre legata alla famiglia) accudisce l’ex-marito, tutti i giorni, pagando anche il suo affitto.

Alla richiesta di pagamento della rata del prestito, l’ingegnere ha risposto secco: “NO, io non voglio essere amministrato da nessuno, so gestirmi da solo. Ho le mie spese, io”. Non ha ascoltato domande o risposte, non ha ascoltato il figlio, ha voluto essere portato a casa. Ha ricominciato la sua logorrea su di giri e non ha più toccato argomenti terreni.

Io non so quali siano i fattori che compongono e costituiscono la personalità, non conosco la genesi di un’indole, ma la prima cosa che ho pensato è che quest’uomo deve provare una paura terrificante. Poi ho pensato che la paura non giustifica l’essere irrazionali ed egoisti. Poi ho pensato che è una persona.

Perché siamo tutti eroi, per qualcuno, ma siamo pur sempre persone. Le persone vanno accettate, ammirate, aiutate e abbracciate. Quando scopri un lato splendido di qualcuno, abbraccialo e ammiralo; quando scopri una sua debolezza, abbracciala e aiutala; quando scopri un errore, abbraccialo e accettalo. Io ho imparato questo dai miei eroi. Questo e tante altre cose.

Quel che mi chiedo è: sono meno eroi, se hanno questi buchi?!
La prima risposta è no, perché quello che li rende degni d’essere amati, non crolla, non svanisce. Ma poi penso che sì, forse il guardarli senza l’ammirazione che si concede agli eroi, non può che aiutare a imparare, a esser diversi, a essere migliori. Quindi sono eroi e non lo sono.

Quel che insegnano, grazie a questo esser bifronti, è quel che Shakespeare mi ha cantato nella testa da quando l’ho letto:
This above all:
To thine own self be true,
for it must follow as dost the night the day,
that canst not then be false to any man.

Giornate di parole, queste. Perché le parole sono importanti.

Mi capita una coincidenza più forte della realtà che ho cercato, ci lego aspetti e significati tutti miei, che aiutano a dipanare matasse e creare altri gomitoli; tengo per me alcuni indizi e arrogo colpe a chi non ne ha, prima di capire di non essere un granché come detective, essendo l’assassino.

Alla conferenza con Coe, sono arrivato presto. Questa coincidenza m’ha permesso di ascoltare le sagge parole di Valérie Tasso, che ha parlato di sesso e donne e uomini e Freud e tanto altro. Ne ha parlato con la disinvoltura che ammiro sempre, ne ha parlato con cognizione e saggezza. Ne ha parlato con la schietta tranquillità di chi non fa mistero della propria debolezza. La debolezza dei puri: la curiosità.

Sto leggendo il suo libro, lo sto leggendo in un modo differente da quello in cui l’avrei letto senza averla conosciuta, anche se per poco e anche se filtrata dalla situazione. Lo sto leggendo carico di quel che ha spiegato, che ha lasciato intendere e quel che ha saputo trasmettere. Lo sto leggendo per imparare quel che vuole e, come sempre, per imparare ciò di cui ho bisogno, ciò che voglio e ciò che cerco.

Tralasciando la coincidenza più leggera di averla sentita dire: “pensate, c’è una parola che definisce una donna che prova desiderio: ninfomane; ma non esiste una corrispondente maschile, e se esiste non ha più l’accezione primaria, oppure nessuno la conosce: satiro” e di aver visto “E morì con un felafel in mano” il giorno seguente, notando una battuta tra le tante:
lei – pensa, ci sono tanti modi per definire una donna che non prova desiderio: frigida, fredda (e altri che non ricordo); ma esiste una parola che definisca un’uomo che non provi desiderio?!
lui – “morto”!

La coincidenza è, come spesso accade, tirata per i capelli, ma ci sta. La storia che vorrei riuscire a scrivere in questo periodo, parla di coincidenze e del peso che le persone danno loro. La coincidenza reale, che ho sentito in questi due accadimenti (la conferenza e il film), uniti a ciò che sto vivendo in questo periodo, è stata che tutto, spesso e volentieri, ruota intorno all’essere se stessi. Il resto lo fa il caso.

Quel che mi fa tremare, spesso e volentieri, è la mia poca sicurezza in ciò che sono, in ciò che vorrei essere e in ciò che i centomila si aspettano da me. E se il caos incontra altro caos, di certo non crea troppe sicurezze.

Di certo so che queste strane coincidenze mi rassicurano, mi aprono gli occhi e mi aiutano a scoprire cose sempre nuove, sempre diverse. E imparare è il modo migliore per riempirsi di qualcosa, magari anche solo di storie. E si sa quel che si è, finché si hanno storie da raccontare: vivi.

da Giorgio
a
data 8 giugno 2009 1.08
oggetto Canzone della nuova era
proveniente da gmail.com
nascondi dettagli 1.08 (9 ore fa)
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A ogni nottata elettorale mi tornano in mente questi versi… non resisto al desiderio di condividerli.
La poesia è del 2002, se non erro, ma sempre lucidamente attuale.

Canzone della nuova era

Bisognerà riabituarsi
a contarli per numeri romani
(di sicuro qualcuno
si ricorda ancora come si fa)
gli anni che son passati
e quelli ahinoi che passeranno
in questa nuova era
della nostra tragicomica storia.
Il problema è da dove, esattamente,
far partire il conteggio:
dalla discesa in campo
o dall’ascesa al trono,
dalla prima vittoria elettorale
o dall’ultima, quella
che ha segnato di sé il nuovo millennio?
O sarà invece il caso
d’andare più indietro, molto più indietro,
per esempio all’ingresso nella loggia
o a quando la coscienza del paese
ha cominciato a modellarsi
sui palinsesti di canale cinque?
Sarebbe già più d’un ventennio, allora,
più d’un ventennio…

da Giovanni Raboni, Ultimi versi, Garzanti 2006

[ancor prima di Saramago] Sarebbe dovuto uscire per Einaudi, ma “dopo una lunga presa di tempo da parte dei responsabili editorialisti: il rifiuto alla pubblicazione”.

Buon anno, ragazze e ragazzi.
Buon anno.

G.

“And I’ll walk the plank
and I’ll jump with a smile
if I’m gonna go down
I’m gonna do it with style
And you won’t see me surrender
you won’t hear me confess
‘cause you’ve left me with nothing
but I’ve worked with less …”

Ani Difranco – Dilate

In realtà la citazione voleva essere un’altra, ma visto che quest’album è da citare in toto, ho preferito mettere questa chiosa che sta bene uguale.

Quel che mi porta a scrivere ora è un lato strano degli incontri che si fanno, delle persone che si frequentano e del proprio modo di rapportarsi alle persone.

Ho sempre dato molto peso al “parere altrui” o a “cosa penserà/penseranno se io …”, tanto che ultimamente (non so da quando) mi viene naturale. Dev’essere uno di quegli automatismi che vengono a tutti, ci sono le persone brillanti che sanno rispondere a tono in ogni occasione, ci sono persone pratiche che sanno gestire le difficoltà con precisa sicurezza, ci sono persone tanto abituate a vendersi, che riescono a convincere chiunque della propria superiorità. Insomma, di nuovo un’abitudine che gestisce, governa e inclina le vite.

Non so se la mia sia timidezza, ma so che è sincerità. Non riesco a non essere sinceramente grato e onorato di quanto la gente mi dia. Sia anche solo una pacca sulla spalla di un ubriaco che non conosce nemmeno il mio nome.

Ieri sera ho di nuovo sentito male davanti alle orecchie, per il troppo sorridere imbarazzato davanti a gente contenta di essere lì, anche con me. Ieri sera ho di nuovo sentito di trattenere il mio istinto di abbracciare chiunque, anche se poi, in realtà, ho esagerato comunque.
Ieri sera ho di nuovo sentito di non inchinarmi mai abbastanza.

E non è per sciocco sentirsi inferiori, ma è per ponderato sentirsi in debito (anche inferiori, ma questo, ormai, è assodato e preso come sprone, non come flagello).

Insomma, in realtà ho citato quella canzone perché poco prima lei diceva: “when i need to wipe my face, i use the back of my hand, and i like to take up space, just because i can. And i use my dress to wipe up my drink, you know i care less and less what people think …” che è un modo zoticonissimo di dire ciò che vorrei saper dire prima di interagire in qualsiasi modo con qualsiasi persona. Perché è verissimo che non mi importi di ciò che la gente pensi di me, ma non per il motivo negativo che potrebbe sentirsi in quella medesima frase, ma è perché ciò che faccio, lo faccio sinceramente, ciò che dico, lo dico nel più piano modo possibile, ciò che cerco di costruire, lo faccio nel modo più altruista possibile, perché si ha troppo poco tempo per perderlo con crucci. E non voglio esser causa d’alcun cruccio. Mai.

Per questo motivo l’uno o il nessuno che sono nei centomila occhi di tutti, vorrei fosse come un respiro buono, un abbraccio e niente più, per non disturbare, ma per esser d’aiuto o conforto, quando possibile.

Grazie a Mitì, leggo questo articolo, ora non ho tempo di leggere i milioni di commenti e, quindi, non so se già sia stata declamata questa citazione; una persona a me cara mi ha raccontato che alla prima lezione di chimica in università, il professore appena entrato chiese: “cos’è la chimica?!” e si rispose tosto “la chimica è tutto … quando sento dire in televisione: “Incidente sull’autostrada, coinvolto un tir che trasportava sostanze chimiche” mi chiedo “e cosa avrebbe dovuto trasportare degli uno?!””

“You know art may imitate life,
but life imitates TV”

Sto per finire il primo tomo della trilogia di Millennium. Come spesso accade, mi ruba un po’ d’anima, tempo e pensieri. E come spesso accade, tante situazioni o frasi, sembrano ricalcare, strappare o anche solo deridere l’esistenza che mi trastullo a proseguire.

Molto spesso, tra le pagine, viene ricordato di “valutare le conseguenze” delle proprie azioni o reazioni. Mai quanto il lasciarmi andare a un “battesimo dell’alcol” questo fine settimana, ha avuto conseguenze sulla mia salute (fisica, mentale e sociale) di questi giorni. Avendo dormito per qualche ora con il finestrino aperto in auto, ora ho un simpatico raffreddore sinusitico, un mal di gola atroce, penso febbre (la febbre non la si ha quando non la si prova – un po’ come gli eventi, se non ne parla la TV o Google, non esistono) e un rincoglionimento grande solo quanto le mie occhiaie.

Altri aspetti del libro mi riportano alla mente le azioni e le situazioni che vivo, mi capita spesso, sono una macchina semplice che addiziona nozioni semplici, i collegamenti sono un po’ i sorrisi all’apparire del risultato. Anche l’immedesimarmi è un qualcosa che mi capita spesso, anche questo è un addizionare o far collimare le due realtà parallele; come spesso accade, anche oggi, non saprei in chi immedesimarmi.

Accadono mille cose contemporaneamente, c’è chi tenta di essere buono e leale, c’è chi ha la propria moralità, c’è chi legge milioni di pagine per andare a fondo in una verità, c’è chi uccide o ucciderebbe (per ora ho vagliato la seconda, ma solo per pochi secondi), c’è una giustizia sommaria e una più grande. Insomma, il potere dei bei libri è di saperti far vivere una volta in più.

A volte vorresti poter vivere SOLO quell’altra parte, ma questo è un altro discorso.

Sono uno di quei pavidi che si piangono addosso quando non ce n’è motivo, nonostante io abbia imparato che “piangersi addosso non ha mai cavato un ragno dal buco” (Il ragazzo sbagliato – Willy Russell), ma sono anche uno strano aggeggio.

Nelle risse che non mi riguardano, non so perché, non riesco a trattenermi dall’andare a dividere i litiganti. Non è stata una volta, che ho preso delle botte per essermi immischiato, a volte, addirittura, i contendenti erano così ubriachi da dimenticarsi motivi e avversari, e prendersela direttamente con me che li trattenevo. Una volta ho vegliato su di una ragazza che stava con amici in una tenda in campeggio, io, dall’ostello vicino, ho sentito le grida della rissa a notte fonda e mi sono fiondato alla cieca, per staccare quelle manacce dai capelli di lei.

Non so perché, ma la vedo come una difesa naturale dei miei principi di base, inconsci. Io DEVO fare qualcosa in situazioni di crisi. E non mi importa quanto pesanti, stupide o enormi siano.

Oggi la caldaia ha deciso di ammalarsi ancora di più. Mentre mia madre faceva la doccia, l’acqua è tornata ghiacciata senza soluzione. Non c’è stato metodo o verso. Non sono un idraulico, ma immagino che una caldaia funzioni come un pc, entrano l’acqua e il gas (dati), la caldaia macina (processore e quant’altro) ed esce l’acqua calda (risultato). Quindi, finché posso intervenire (dati), se qualcosa non funziona, intervengo.

Appena ceduto alle forze superiori (mia madre s’è sciacquata a pezzi scaldando l’acqua in mano per poi utilizzarla addosso), la caldaia ha fatto uno strano rumore. Per fortuna ero nei paraggi e sono intervenuto quasi in tempo.

Noncurante del pericoloso rumore prodotto, noncurante della quantità d’acqua sparata fuori a gran velocità da un tubo monco, mi son fiondato a posizionare un catino nel punto incriminato, spegnere la caldaia e chiudere ogni tubo che vi entrasse (dati).

Ora, se anche tu hai una caldaia non a condensazione, saprai che dei tubi entrano e dei tubi escono (quelle a condensazione so che ne hanno di più, per questo ho precisato, convinto che una caldaia più semplice, necessitasse di cose più semplici). Bene. Scordati questa teoria. TUTTI i tubi sembrano entrare e TUTTI i tubi sembrano uscire. O forse il mio babbo s’è divertito con ridondanze inutili.

Io ho due tubi dell’acqua che entrano dall’esterno della casa. Non so perché. Ho un tubo del gas. Ho chiuso tutti i rubinetti, tutti. Ho lasciato che la minzione calasse un po’, ho riacceso la caldaia e ho riaperto i rubinetti. Tutti. Anche quello che, una volta riaperto ha fatto tremare i tubi, fischiarne altri e decomprimere altri ancora. Lì ho temuto il peggio. Io, abituato a quei fantastici cartoni animati in cui l’acqua, se trova un’interruzione, tende a far esplodere qualsiasi cosa la contenga.

Risultato: mia mamma tossisce da mezz’ora, io ho mani e piedi macerati, il pavimento della lavanderia è quasi asciutto e il mio babbo continua a essere irraggiungibile al telefono.

Chiosa: “Vedi, noi continuiamo a criticare tuo papà, ma se fosse stato qui lui, avrebbe saputo cosa fare”.

Beffa: mentre a gambe divaricate poggiavo piedi su pareti e calcinacci (ricordo che la mia casa è quasi in costruzione), un messaggio di mio fratello annunciava la comunicazione che, da domani, anche lui sarà in cassa integrazione (contratto a tempo indeterminato in un ufficio che, al momento dei licenziamenti il mese scorso, era stato dato per sicuro e tranquillo).

So che il vostro presidente del consiglio non ha tutte-tutte le colpe di questa crisi mondiale, ma che la smetta di sorridere insulso e dire che tutto va bene. (Questo non per la mia caldaia, cazzi miei, quelli, ma perché non so come la riparerò, visto che il mio contratto scade il mese prossimo).