Skip navigation

Category Archives: doppiaggio

Ieri è stata una di quelle strane giornate, in cui tutto accade e non sai andarci insieme. Tutto il ritmo del mondo è disassato e tu che corri, non sai mai quando allungare le braccia e quando chiudere le mani per afferrarlo.

Ho avuto l’onore (e l’ardire) di stare dall’altra parte del vetro. Ho doppiato per la prima volta in vita mia.

Lo so, tutti dicono che è questione di fortuna e non di bravura, questione di conoscenze e non di merito, questione di abbassarsi a tutto e non di arte. Avranno anche ragione tutti, io mi terrò stretto questo ricordo, dovesse anche rimanere unico nel suo genere. Dopo la delusione del fatto di essere stato l’unico a cui è stato chiesto di ri-fare la propria parte per più di tre volte, dopo l’ansia, dopo il groppo in gola, dopo la paura di sentirmi dire “esci di lì, per favore, vai a studiare e torna quando avrai imparato”. Dopo tutto quanto, ora mi rimane solo il bel pensiero di potermi sedere, chiudere gli occhi e sorridere nel vedere lo stupido me che non sa fare il ragazzino stronzo che perpetra angherie su un altro ragazzino. Mi rimane l’odore dello studio, della sala, dei capelli degli altri attori che recitavano nella folla insieme a me, dei fogli, della moquette …

Insomma, è stato bello.

Che magari io non sia stato bravo, ok … ma è stato bello.

Penso che per un po’ mi serva ancora stare dall’altra parte del vetro, imparare ancora qualche segreto, fare tanta pratica da solo (del tipo “noleggiare” da internet i film in lingua originale e provare a doppiarli) e poi riprovare. Dovesse chiamarmi qualcuno, nel frattempo, non dirò di no, ma dubito che questo accada. Non so quanto faccia curriculum aver fatto “fegatelli” (ovvero particine piccole qui e là) nella prossima serie dei Pokemon. So quanto mi sia piaciuto. E mi basta.

Annunci

Non voglio essere un esterofilo, più che altro perché odio il far di tutta l’erba un fascio (e soprattutto odio l’ultima parte dell’espressione), ma vivo in Italia e quindi porto gli esempi di ciò che vivo sulla mia pelle.

Come ormai ho già scritto, devo vedermela spesso con muratori, geometri, impiegati del comune e, soprattutto, famigliari. L’aggiornamento è che la casa di mio fratello è da demolire e da ri-costruire (a un prezzo esorbitante), mentre i lavori nella mia, non sono ancora iniziati.

La situazione attuale, invece, vede una gru di 16 metri nel mio giardino (che impedisce il parcheggio di un’auto qualsiasi per tutta la durata dei lavori – previsione un anno), piazzata due settimane fa, dopo che per una settimana il gruista s’è dato malato. Quindi, per riassumere: i lavori avrebbero dovuto iniziare un mese fa, giorno in cui si è versato l’acconto, ma per una settimana s’è atteso il piazzamento della gru e dei cessi chimici (obbligatori per legge e per buongusto), una volta piazzata la gru (ma non i cessi), s’è atteso per altre due settimane l’arrivo dei muratori che, come nulla fosse, si son presentati ieri per la prima volta.

Ieri mattina li invito ad entrare (visto che il cancello d’ingresso per le due case è comune), questi cominciano e smantellano delle tegole il tetto. Il mio babbo ha la brillante idea di riutilizzare la legna del tetto per costruire una tettoia in giardino e, visto che è l’uomo che non deve chiedere mai, in quanto ha sempre ragione, si mette di buona lena a staccare le assi dallo scheletro del tetto. Una a una, con un piede di porco. Senza protezione e con tutti i problemi di peso, articolazioni e tutto quanto.

Diplomaticamente, una volta tornato dal lavoro, gli faccio notare che la cifra esorbitante richiesta da questa impresa, potrebbe prevedere una richiesta qualsiasi, del tipo “potreste non sfasciare tutto, ma recuperare le assi?!”. Il mio babbo, a malincuore scende dal tetto (notare, non ho detto “mi dà ragione”, sia mai: io non l’ho chiesta, lui non me l’ha concessa).

Questa mattina sento i muratori tentare di accendere una motosega e, per evitare errori, incito mio padre a inoltrare correttamente la propria richiesta. Mentre faccio colazione questa (non so in che termini) viene inoltrata, schernita e ignorata, a detta del babbo incazzato che ritorna dopo dieci minuti. Ci si arrovella sull’eticità della questione e io, carico del fastidio del torto, una volta ingurgitato tutto, mi presto a farmi portavoce del disagio. Incrocio di nuovo il mio babbo di ritorno dal “luogo del delitto” e mi sento dire: “lascia perdere, visto come fanno i lavori, non serve parlare” (detto battendo i piedi e sbuffando e senza guardarmi in faccia).

Motivo in più per gonfiare il petto e chiedere al primo omino che trovo: “salve, con chi posso parlare?!”
– dica, dica pure a me
– bene, volevo solo sapere come mai non fosse stato possibile recuperare il materiale
– perché è un lavoro lungo
già ero pronto a ribattere con un qualcosa di fulminante e sapido, quando ecco che mi arriva una bella sorpresa
– ma guardi che se deve recuperare le assi per fare una tettoia di 3-4 metri, come ha chiesto suo padre, si può … guardi lì …

Farfuglio qualcosa, giustifico la rabbia del mio genitore dicendo che è legato sentimentalmente all’edificio che ha personalmente costruito. Torno in casa e cerco di capire il perché di cotanta indignazione. Mi viene detto che NO (la parola preferita dal mio babbo), le assi, così, non servono a nulla. E parte tutto un discorso sul fatto che lui viene sempre contraddetto quando in realtà ha sempre ragione, che lui sa come funzionino le cose e molto altro, condivisibile in parte, ma fondamentalmente obnubilato dalla stizza.

Dopo aver cercato inutilmente, per l’ennesima volta, di far capire che nessuno ce l’ha con lui, ma che non si possono accettare sempre i soprusi di chi fa i comodi propri e, addirittura, pretende; mi ritrovo a chiarirmi in testa che c’è un denominatore comune in un sacco di cose, un fondo di “rumore” nella pace che mi auspico per la vita: le persone sono meschine. Ovviamente me compreso, ma non è nemmeno in dubbio, visto che sono una persona.

Non dico che all’estero non lo siano, ma c’è una forte componente di meschinità negli italiani e in chi, straniero, entra a far parte del “modo di fare italiano”. Intendo: ci sono varie leggi che governano la vita lavorativa (e non solo) delle persone qui da noi, una tra quelle prevalenti è “faccio il minimo possibile, cazzi tuoi se c’è qualche problema”, o anche solo “chi me lo fa fare”. E tutto questo è anche un modo basilare per la sopravvivenza umana, comprensibile … ma di difficile accettazione.

Intendo, se tu non mi assecondi in una richiesta del genere (perché non vuoi lavorarci un giorno di più, mentre io ti ho aspettato due settimane), perché io dovrei accettare di non essere pagato per un qualsiasi scrupolo che esuli dalle mie competenze?! Sarà pure una stupida rivalsa, ma a questo punto, dovessi lavorare nell’informatica, direi che ti meriti pienamente Windows e tutte le cagate che contiene o fa. Io che lavoro nel doppiaggio, dico che ti meriti pienamente una voce di mmmmerda sul cavaliere oscuro!

Il fatto è che tu batman lo vedi e non capisci nemmeno che quella non è la sua voce, e la mia rivalsa va a farsi fottere, invece io mi ritrovo a dover spendere soldi per un lavoro fatto a cazzo e ci dovrò vivere dentro per tutta la vita. Ti sembra che la responsabilità e il compenso siano livellati, adeguati e consoni?! Ma se io non mi accorgo che un attore dice “racet” al posto di “recet” mi sento le sfuriate e mi sorbisco i messaggi di posta ammonitori (entrambe le cose pienamente giustificate) dai miei superiori, che ne terranno conto il giorno in cui avranno bisogno ancora di qualcuno come me; mentre tu, fai il cazzo che vuoi e pretendi di avere pure il coltello dalla parte del manico.

Beh, la chiusa comica avrebbe voluto essere batman, ma:
I° non faceva poi così tanto ridere
II° è stata battuta dalla realtà
Dopo il discorso sui massimi sistemi e su quanto sia assurdo che le cose siano una corsa all’incularsi a vicenda, saluto il mio babbo per andare al lavoro, apro la porta di casa e mi vedo il mio interlocutore di poc’anzi chiedermi: “mi scusi, non c’è un bagno di servizio?!”

Ormai è passato un po’ di tempo dal mio primo ingaggio come producer/direttore del doppiaggio per uno dei giochi che sembra appassionare infinitamente un gran numero di persone: Killzone 2.

Essendo il mio primo lavoro, l’ho approcciato con il migliore degli spiriti, chiedendomi come possa annoiarsi, o non divertirsi, un vero direttore del doppiaggio (uno che lo faccia di mestiere). Ho potuto imparare un sacco di cose e ho potuto applicare una buona parte di esperienze pregresse in quell’estemporaneo impiego.

Qualche giorno fa, mi sono chiesto: “che fine avrà fatto?! Sarà uscito?! Che cosa diranno i giocatori del mio lavoro?!”. Lo diceva sempre la mia nonnina: “mai farsi troppe domande …”. E in questo caso, avrei dovuto ascoltarla.

C’è forum e forum pieni di soli insulti al doppiaggio italiano, voci che non piacciono, prese in giro d’ogni sorta e tanto altro.

Come al solito, il primo istinto e la gran parte di ciò che sento è: “sono un coglione!”. Ma poi, ripensandoci, mi viene da analizzare il tutto e, nonostante la prima impressione non muti, si può arrivare a qualche conclusione (che spero possa essere corretta e condivisibile).

La modalità di doppiaggio di questo gioco è stata “a nero” (ovvero senza video), ma con un audio di riferimento. Non è la condizione migliore per lavorare, ma non è nemmeno quella peggiore (e lo dico con cognizione di causa, visto che l’ultimo lavoro che ho fatto, non prevedeva nemmeno l’audio originale … tutto andava fatto così … come viene (e come posso assicurare d’aver interpretato correttamente una frase?! Una scena?! Una situazione?!)).

Questo mi porta a pensare che:
1 – l’obiezione sarebbe circoscrivibile alle sole “tonalità” o “timbri” delle voci, visto che i doppiatori hanno solo reinterpretato ciò che veniva loro proposto in cuffia, senza sconvolgere significato e “sonorità”;
2 – la “presenza” che si ha in ogni doppiaggio italiano, perde quell’ambientazione tipica di un prodotto estero (ma questa obiezione sarebbe corretta per i film, durante i quali l’audio originale è in presa diretta e include ambiente e sfumature che PER FORZA, in studio vanno perse);
3 – sia gli attori che il sottoscritto, non hanno compreso appieno il gioco e tutte le implicazioni conseguenti.

Concordando sul fatto di aver ricevuto testimonianze credibili su doppiaggi scandalosi (in cui si sentivano accenti e inflessioni regionali) e tenendo presente il fanatico rifiuto di quasi tutti gli “estremisti” (sia cinefili che ludomaniaci) per il doppiaggio in sé, non posso che sperare di migliorare in futuro (sperando di averlo, un futuro in questo campo) e cercare di pretendere una maggiore cura da parte di tutti i soggetti interessati. Prima fra tutte la casa produttrice, perché è realmente un peccato stare a creare un prodotto grandioso, destinato a un pubblico internazionale, per poi non curarsi di un ingrediente fondamentale quale l’audio.

Posso capire che tutti gli appassionati, di solito, sono anglofoni di ritorno e preferiranno sempre l’audio originale, ma le masse di giocatori sporadici che vorrebbero vivere un’esperienza il più possibile realistica, hanno tutto il diritto di non dover storcere il naso davanti a qualcosa che deve passare liscio e inosservato come quando gli ingranaggi girano perfetti.

Rimane il fatto che ho lavorato con gente splendida, disponibile e simpatica, ho imparato molto e, anche se mi sento un po’ uno schifo per il feedback degli utenti, spero di aver aiutato a creare ingranaggi non troppo grossolani.

Buono sparatutto giocatori

E ci metterei pure un link, se solo ricordassi di cosa io stia pensando. Rimane il fatto che Nik, un po’ di tempo fa, parlava di qualcosa del tipo “essere capaci di porsi dei limiti agli interessi”, che suona quasi bruttino (perché porsi limiti è pur sempre porsi limiti), ma in fondo non lo era, perché è la corretta interpretazione di una necessità fondamentale di ogni essere umano.

Ecco, io non ne sono capace.

Mi pare d’averlo detto anche allora, ma ora lo ribadisco semplicemente perché ho fatto di nuovo qualcosa che so di poter fare, ma che se anche smettessi di accanirmi a cercare, magari i vortici in testa si placherebbero un pochino lasciando il tempo alle persone attorno a me di respirare tranquille, sapendo che il sottoscritto non sta per esplodere da un momento all’altro con un’altra fragorosa minchiata delle sue.

Ora che vado a esporre il trambusto di questi giorni, sicuro che qualcosa di brutterrimo coglie l’occasione per piombarmi alle spalle e decollarmi.

Rimane il fatto che, nell’ordine:
– sono stato chiamato di nuovo a dirigere il doppiaggio di un gioco per play-station, ho potuto lavorare con persone squisite (tali anche, forse,  per il fatto di poterle conoscere in “dosi monouso”);
– avendo compiuto gli ennesimi anni ho ricevuto il nulla (A)osta da chi mi accompagna a richiedere il telefono che più mi piacesse e visto che il suo prezzo è calato drasticamente, ho ordinato quel gioiellino di concetto che si chiama FreeRunner;
– i lavori alla futura casa sembra che quasi-forse-insomma-siamo lìlì-da un momento all’altro potrebbero incominciare a cominciare;
– (e ultimo ma non ultimo, quello che mi porta a scrivere questo stupido post) mi hanno appena accettato a una competizione piccola (niente di nazionale o altisonante), ma che mi manca da infinito tempo (chissà come sarà non farla con i soliti amici). Giovedì 5 marzo parteciperò al Poetry Slam della Scighera di Milano (diavolo, una serie di dati così irrilevanti non si vedeva dall’ultima ansa sui Rom, ok, non è passato poi così tanto tempo).

Insomma, insieme al fatto che sabato ci sarà il primo concerto di chi mi ha voluto con sé di recente, direi che questo periodo è più unico che raro nella mia esistenza. Ma non è vero nemmeno questo, perché in fondo in fondo, possono anche capitare le peggio cose, ma è come le si prendono che le rende diamanti o sassi. Sono contento di essere ancora in grado di vederci dei luccicori in ciò che raccolgo. Spero solo di poterli trasformare in sorrisi in chi li riceve in dono.

Proseguo un pochino la lista precedente, trattando un tema che sembra andare per la maggiore, quale risposta al doppiaggio: “perché in Italia non fanno come nel resto del mondo in cui lasciano la pellicola in lingua originale e ci mettono i sottotitoli”.

Mi piacciono i film in lingua originale, mi spiace conoscere solamente due altre lingue, oltre l’italiano, e di conseguenza perdermi una buona fetta di produzione cinematografica tedescfona e orientale. Ma io i sottotitoli, sì, li apprezzo immensamente, quando aiutano, quando non c’è altro, ma proprio non so se li sopporto.

Intendiamoci, è un problema mio, ma ho una mente schematica. Quando ero piccolo, mia mamma mi spegneva lo stereo perché diceva che non fosse possibile che io riuscissi a studiare francese ascoltando canzoni in inglese (in effetti le cantavo mentre scrivevo, ma questo è un altro discorso), perché è più difficile che il cervello si concentri se è impegnato a fare altro. Bene, quello che mi ha sempre fatto un po’ incazzare, è che mio fratello studiava davanti al televisore.

Ora, udito e tatto (e un po’ di vista) sono due (o tre) sensi differenti, quindi se io devo scrivere mentre ascolto cose, ce la posso fare; ma leggere un testo, mentre si guardano le partite di basket, mi è sempre sembrato un po’ più improbabile. Sarà quindi retaggio familiare, ma io i sottotitoli li trovo un po’ svilenti.

Se voglio vedermi un film, posso accettare tutte le disquisizioni sulle voci, sui rumori di fondo, sulla bravura o sulla sciatteria di tanti fattori, ma se proprio voglio vedermi un film, voglio vedermi l’azione, voglio vedermi cosa succede, cosa dicono e che faccia fanno gli attori. Sarò anche lento, sarà anche il mio cheratocono bilaterale degenerativo, ma se devo leggere i sottotitoli, una buona dose di espressioni, piccoli dettagli e tanto altro, me lo perdo sicuro.

E visto che le proteste di chi chiede i sottotitoli a gran voce, sono giustificate per errori sempre frequenti, non sto certo dicendo che il sottotitolo sia il male, anzi, è una soluzione paritaria al doppiaggio, alla peggio. Rimane il fatto che una gran quantità di gente non andrebbe al cinema, perché la gente ci va per svagarsi e “leggere”, nella mente delle persone, non è (ahimé) svagarsi.

Sono anche un po’ convinto che se da sempre in Italia fossero stati messi i sottotitoli e non si fosse toccato l’audio, una buona fetta di estimatori avrebbe avuto da ridire sulle parole, sulla asincronia, sul font, sulla poca leggibilità su alcuni colori, sul fatto che coprano scritte, sul fatto che o guardi loro, o guardi le orecchie di Will Smith (d’altronde non mi reputo mica unico, ci sarà qualche altro minorato che non riesce a leggere i sottotitoli E guardare i particolari) e su tanto altro ancora.

Quindi comprateveli questi dannati cinema, fateci rassegne di film in lingua originale, sottotitolati da voi e solo per chi se ne intende. Io ci verrò (non perché me ne intenda, ma perché amo il cinema e amo imparare), ma non penso troverò troppa coda. In effetti non sarebbe un gran male.

Dopo l’ennesimo post, sui blog che seguo, riguardante il doppiaggio, mi sento in dovere di dare un parere qui, piuttosto che andare a inzaccherare i luoghi altrui, con una difesa di un qualcosa che non è completamente difendibile.

La situazione è questa, io ho studiato un po’ di cose, non ho una laurea in lingue, per dire, non ho un master in comunicazione, ma mi interessa e mi piace l’italiano, mi interessa e piace il cinema, le opere di finzione e i documentari, mi interesso di molte altre cose, che mi permettono di crearmi una cultura che spazia (molto superficialmente) dalla musica all’informatica, passando per varie ed eventuali materie che sono e saranno certamente differenti da quelle che potrebbero interessare un’altra persona. Questo non mi rende né migliore, né peggiore di nessuno, ciò vuol dire che mi dà il medesimo diritto (o non me ne dà alcuno) di dire ciò che penso su un argomento che mi interessa e che conosco. Saldo il fatto che ciò che dico è parer mio e non certo legge universale o anche solo consiglio, questo è ciò che penso di questo mondo:
– il doppiaggio è un’arte, come tante altre è legato al lucro, questo non lo rende (e non deve renderlo) meno meritevole, ma non giustifica alcun lassismo da parte di chi lo pratica;
– il mondo del doppiaggio è molto più chiuso di altri mondi, entrare è difficile e il credito dato ai nuovi entrati è pochissimo (e per chi, come me, non crede molto in sé, è un’ottima discriminante, screma un buon 30%);
– i doppiatori sono attori, narcisi e istrioni, quindi è naturale che se si dà loro un buon motivo di credersi bravi, non perderanno occasione di farlo presente a chiunque, questo non rende meno bravi i bravi, ma non rende migliori i mediocri;
– i doppiatori hanno tutto il diritto di incazzarsi per chi finisce a doppiare milioni di cose senza esser capace, per il solo nome, dopo che loro han fatto anni di teatro e dizione e finiscono a fare due personaggi all’anno in due giochi per computer;
– i traduttori non hanno mai abbastanza tempo, gli adattatori quasi meno, i soldi che arrivano a queste due figure, spesso, non bastano nemmeno a pagare la corrente per televisore e pc;
– i traduttori e gli adattatori, spesso ci marciano su questo fatto del poco tempo e poco stipendio;
– i direttori di doppiaggio si lamentano sempre, è matematico; bisogna vedere se abbiano ragione o meno;
– i fonici, in Italia, sono quasi sempre i migliori;
– ognuno ha un ego, nel mondo del doppiaggio, chiunque fatica a farcelo stare negli studi;
– la casta di doppiatori, direttori e ogni tanto adattatori è chiusa, è spesso causa di lavoracci, ma non può essere tutto il fascio;
– nonostante sia nato sotto il fascio, il doppiaggio non è un’idea da buttar via;
– il doppiaggio serve a far godere alle persone, soprattutto alla massa che non vuole sforzarsi ma divertirsi, di un’opera d’arte visiva, senza inficiarla o, quando possibile, migliorandola; purtroppo, ci sono casi in cui la si inficia o la si fa calare di spessore;
– traduttori, adattatori, direttori e doppiatori, non sempre conoscono TUTTO, è quindi possibile che alcuni rimandi, alcune espressioni, alcuni legami inter- o intra-finzionali vadano perduti, chiunque dovesse scovare errori o avere lamentele, avrà il diritto e il dovere di richiedere maggiore attenzione ai diretti interessati (senza troppo scassare i maroni con “eh, però, questa battuta l’hanno cambiata”, che mi troverà certamente d’accordo, ma una volta che saremo tutti d’accordo potremo andare a dormire tranquilli, pronti ad attendere il prossimo film con un errore identico … e che ci abbiamo guadagnato?!)

altri punti mi verranno in mente, ma per ora lasciamo questa noia così com’è …

Buona serata, e divertiti.

C’è un qualcosa nell’aria… sì, sì, per forza. DEVE esserci qualcosa nell’aria.

Come presto apparirà nella pagina in cui spiego chi io sia, ho un interesse particolare per il mondo del doppiaggio (come ho un interesse particolare per un sacco di mondi, questo non implica io sia il più ferrato o il migliore o mi reputi tale, tuttaltro). In questi giorni sono aumentati i riferimenti blogopallici su vari doppiaggi “andati male”.

Quello che tanti dicono sotto i baffi è che c’è una casta e tutto è in mano a essa. Nì, come piace dire a tanti. La casta c’è, le parentele contano (e anche troppo, a volte), io non sono così tanto addentro a questo mondo (per ora, spero di entrarci in forze molto presto), ma non penso che questa “mafia” possa andare a coprire proprio tutto, ad avere occhi ovunque e portare morte e distruzione in generale (come sembra trapelare dai post che ho letto).

Il lavoro in italia (questo sì è un generalizzare) è fatto spesso male, anche il doppiaggio è un lavoro. Perciò, anche il doppiaggio, spesso è fatto male. Non vedo per quale motivo lo si debba denigrare così, a priori. Ho letto dei “chi vede più i film doppiati?!” in dei commenti (link presto), secondo il mio personalissimo cartellino, nella maggior parte delle sale da cinematografo, quelle più frequentate, i film sono ancora proiettati in lingua italiana. Ma io sono asociale e non faccio testo, attendo smentita.

Per quanto riguarda le migliaia di casi di errori nel doppiaggio, la “colpa” non è di nessuno in particolare, come è di tutti in generale. Ci si adatta all’adattamento del caso, si paga troppo chi non fa nulla e si doppia con tempi da ghigliottina.

In fondo basterebbe, come in tutto, che a fare quel lavoro fossero solo i migliori, attori e traduttori e adattatori, con una passione alle spalle, con una buona dose di cultura e il giusto compenso (né alto né basso, ma giusto e per tutti). Penso anche che non si debba pensare che per una forma d’arte come il doppiaggio (che, come ogni forma d’arte commerciale nasce e cresce per scopi commerciali), si possano o debbano imporre scadenze troppo strette, se uno se lo vuole vedere appena uscito, un film, se lo va a vedere in inglese (se inglese), se ha pazienza o non ha mezzi, attende il tempo che ci vuole per fare un bel lavoro di traduzione, adattamento e doppiaggio. Senza gli strafalcioni che stravolgono testo e situazioni e senza piccole pecche che notano solo i doppiatori (accenti e roba del genere).

I budget sono fondamentali, ma per uno per cui i soldi sono l’incarnazione del male, puoi immaginare quanto sia sparare sulla crocerossa utilizzare questa tesi.

Io mi riferisco solamente al ciclo di vita dell’oggetto filmico (sia esso lungometraggio, serie, cartone o documentario (a proposito, non ho ancora trovato un post in cui si dica che una voce in un documentario ha chiamato “bufalo d’acqua” un “bufalo africano” o vice versa, come mai?!)): nasce ovunque come serie di prove per ottenere un prodotto apprezzabile dal regista (e ci sono cani d’attori e schifi di storie), c’è una distribuzione che non tiene conto di meriti o contenuti, c’è l’affidamento a società più o meno ammanicate (scelte non certo in base a criteri meritocratici), c’è la traduzione affidata ad amici o a chi costa meno, c’è l’adattamento di chi costa meno o di chi ha il nome per farlo (e non è detto che il primo faccia peggio del secondo), c’è il doppiaggio di chi viene scelto in base a criteri blandi o calcolatissimi (e anche questo non è detto sia sintomo di qualità) e anche qui c’è un adattamento in corso d’opera.

Tutti i passaggi possono contenere errori, siamo umani, perdio!! E questi errori possono scatenarne altri. Bisognerebbe evitarli, è ovvio, il controllo serve a quello, ma è sempre questione di possibilità: “chi me lo fa fare di sbattermi se quello prima di me non l’ha fatto?! Faccio il minimo e così sia”.

Rimane il fatto che spesso a criticare sono persone che notano quell’errore perché in quel momento sono attente, perché sono ferrate in quella materia, perché hanno le palle girate o ce l’hanno a morte con quel doppiatore, perché hanno gusti differenti da chi scrive o traduce o sceglie le voci. E chissà quanti passano inosservati. E chissà quanti errori e ruberie ci sono in tutti gli altri lavori meno “visibili-udibili”.

Si ritorna al discorso del gusto: ognuno ha il proprio e si può stare a disquisire ore e anni, ma MENOMALE non ci si convincerà mai. Quindi, come le critiche dovrebbero rimanere in un ambito costruttivo, per aiutare a migliorare ove possibile il lavoro, così la meritocrazia e la libertà di spazi a chi ha voglia di fare e capacità, dovrebbero governare le redini (ANCHE) di questo mondo.

Se non ti sei ancora addormentato o non hai cambiato pagina prima, guarda l’anteprima che mi ha fatto crescere a livelli inimmaginabili la mia volontà di entrare in questo mondo:
“9” il trailer