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Category Archives: economia

Scoprirsi ancora capaci
di perdere il fiato per salti,
immagini e idee.
Tuffarsi nel tempo spettro
che steso si lascia nuotare.
Dimenticare d’essere altro
per paura di non essere qui,
mostrandosi semplice uno
sfrondato dei centomila.
Nessuno,
ma parte.
Annaspare per non perdere sguardi,
assecondare slanci e ridere calmo,
annuire e applaudire.
Esser parte.
Far verso a frasi su simboli,
di brevi che mai saranno.
Correre pensieri altrui,
sorridendosi simili,
stupendosi diversi,
comunque noi.
Comunque io.
Immergersi in stanze, giardini, palazzi,
persone, forze e odori;
non sapere e temere,
sorprendersi in torto
e convenire.
Accettarsi.
E il contrario.
Difendere altrove,
spegnendo fuochi vacui
di colossi di vapore
svelti di spada
e poveri di pensiero,
impauriti d’ammettere
il senso che ritrovi lottando:
d’esser bambini che giocano a vivere.

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E finirà sulla catasta di post che appaiono “buonisti” a tanti di quei pochi che mi leggono (sempre mi leggano ancora… in effetti non c’è poi molto da leggere, ultimamente, ma è sempre un bel gancio, il lamentarsi… eheh), ma corro ugualmente il rischio.

Io c’ho sempre quella cosa che unisco i puntini, non ho una mente superiore, ma ho una mente logica (che poi sia una logica un po’ tutta mia, è un altro discorso); non ho una gran memoria, se non per le stronzate (tendo a trovare risposte sulla vita, l’amore e le vacche nei dialoghi del film Clerks); non sono saggio, peso le cose.

E quindi se un camion mi entra nella rotonda a tutta velocità, perché mi vede che sto arrivando a 90 all’ora, ma comunque quei dieci millimetri più tardi di lui; se tra i mille feed, mi viene condiviso questo condivisibilerrimo post; e se me ne viene condiviso un altro che di primo acchito mi pare andare verso il giusto, ma poi mi fa storcere il naso… io unisco i puntini.

Mi viene da pensare che il soggetto del post condivisibile abbia tutto quel successo, perché ha una personalità e una maleducazione comuni a una grande maggioranza degli italiani (mi spiace, non è un vanto o un privilegio, non so nemmeno io cosa sia… ma reputo comunque più rispettoso, il mantenere un comportamento educato per il maggior tempo possibile). Uno che mi passa davanti perché vuole dimostrare a nessun altro se non a se stesso, di “valere più di me”, è un maleducato, un po’ sbruffone e a rischio idiozia, visto che mette un po’ a repentaglio l’incolumità altrui. Uno che alza la musica in un luogo in cui, per il rispetto della degenza, viene richiesto di moderare anche il tono vocale, lo è altrettanto. E con uno scarto mentale minimo, a me viene da pensare che quell’ultimo pensiero del post-storcinaso, non sia altro che espressione di quella pancia, comune a tanti.

Comprendo benissimo di non vivere in un mondo utopico, so perfettamente di avere una fortuna incommensurabile nel fare un lavoro che mi piace e che mi stimola, ma non reputo vero, condivisibile o anche solo giusto, pensare che “il tempo che dedico al lavoro deve essermi pagato tantissimo, perché è tempo rubato a me”. Finché parliamo di “pagamento” in “soddisfazione” e poi c’aggiungiamo il denaro, posso anche capire, ma se tu pretendi che “altri” ti debbano pagare tantissimo, perché ti stanno strappando a qualcosa che tu faresti meglio, con più entusiasmo, più serenamente PER TE… cagati in mano e applaudi.

(senza essere offensivo, è l’insulto che utilizzo più spesso, perché ho questa fissa che una cosa, se fa più ridere, è meglio)

Non voglio essere considerato tra quei despoti che pensa: “nessuno è indispensabile, chiunque è sostituibile”, con una generalizzazione (le mie beneamate…) che esclude a priori chi la pronunci. Tutt’altro, parto dal presupposto opposto, tutti siamo indispensabili per qualcuno, nessuno è sostituibile per qualcuno, ma è proprio questo legame sottostante, che porta valore al singolo, alla massa e all’esistenza (minchia, mi sto un po’ allargando).

È questo, secondo me, il punto da cui bisognerebbe partire, sia nelle rotonde, sia nelle canzoni e nelle parole, sia nel lavoro e nella considerazione di sé: io non sono nulla, ma devo costruire tutto ciò che posso, per far star bene la o le persone cui tengo. Questo è il mio miglior modo, per star bene (che poi non ci riesca quasi mai e abbia turbe psichiche, è un altro discorso).

Quindi non penso che sparirebbero gli incidenti, se le persone fossero più altruiste (se uno ti inchioda davanti per far passare il vecchietto col cappello, tu gli vai nel culo…), non penso si vivrebbe meglio, se tutti fossimo educati (non sapremmo più chi scegliere, prima o poi, da tenerci a cuore… che è un po’ il senso di quel poco che chiamiamo “tutto”), non penso andremmo molto lontano, se tutti facessero il lavoro che piace loro; penso solo che l’egoistico credere di valere più degli altri, sia la lente sbagliata, per guardare il mondo.

Tu hai quel merda di camion che mi spappolerebbe, se mi venissi addosso, e che mi fa tossire per ore se ti sto dietro, con lo schifo che sgasi: non fare lo sbruffone, ché nel bilancio dei legami, hai una persona in più che ti guarda cagno! Tu hai avuto successo, donne, soldi e persone che ti amano, accontentati, non andare oltre, pretendendo di dare l’esempio giusto “fregandotene”, perché ci sarà sempre qualcuno migliore o peggiore, che di te se ne potrebbe fregare con maggior successo, non facendo altro che quello che hai predicato… e le persone prima o poi, come tutto, finiscono… e finiscono per mettertelo nel culo.

Tu, invece, che ti rattristi perché sviliscono il tuo lavoro, non pensare di valere “tantissimo”, pensa solo che farlo al meglio sia il tuo traguardo, il grazie più grande, l’unica ricompensa. Stai guardando dalla parte opposta! Se tu insegni a dei bambini, chiedi a loro se il tuo lavoro è stato buono, non chiedere più soldi a chi fa un altro lavoro, che si trova soltanto nella tua stessa posizione, ma si sente trattar male, perché c’hai la pms. Non è la pagiuzza tua e la trave mia, è il semplice fatto che se credi valga tanto il tuo tempo, vai a fare il cazzo che vuoi, se è così “tantissimo”, ti verrà riconosciuto; se invece ti ci impegni tantissimo, nel tuo lavoro, e ti viene riconosciuto poco, allora sì: “blame them all”, e tieniti la tua magra, ma pur sempre unica e insostituibile, consolazione di aver dato il meglio di te. Prima o poi arriverà un tuo studente, suonerà quel campanello, la tua badante aprirà la porta e tu scoccherai il sorriso che varrà più “tantissimo” di tutti, quando lui ti abbraccerà con il solito e splendido: “Sa prof? Aveva proprio ragione…”

Ieri il mio indirizzo di posta è esploso in un messaggio a tutti, ma proprio tutti, i contatti che ho in memoria. Mi son ritrovato con una fila di avvisi di mancato recapito, che a giustapporli, ci si copre mezza Cina. Questo fa capire che un sacco di gente cambia indirizzo di posta, cosa che in vita mia ho fatto due volte (una a malincuore e una volta ho deciso che me lo tengo lì, lo apro ogni tanto); sarò lento, ma io c’ho mezza vita, in questo indirizzo, pensare di cambiarlo mi piange il cuore. E non è che mi rompa per spocchia, è che ho un sacco di iscrizioni a robe che non ricordo, ma che tornerebbero utili, prima o poi; ho il telefono sincronizzato con quello e rispenderci il tempo, sarebbe un po’ una rottura; ma soprattutto, ho sempre visto il mandare “questo è il mio nuovo indirizzo”, come un “ehi, sappiate che esisto, ho una vita interessantissima e mi evolvo”, oppure come un’imporre una presenza non richiesta, come l’amico che arriva presto alle feste di compleanno per dirti: “ti serve una mano?!” e poi rimane lì seduto per il resto del tempo a ridere asincrono e tentare di dire cose fuori luogo.

C’è anche l’aspetto più pratico-dinamico: nella posta ho un sacco di dati, miei e non. Mi spiacerebbe esser causa di invasioni altrui nella privacy di chi ha avuto la malaugurata sorte di ricevere un mio messaggio in passato. Uno potrebbe risalire al numero di telefono di amici, potrebbe risalire a IBAN di parenti, insomma, cose pratiche, che in mani terze, non sarebbero così innocui quanto sono, se restano nelle mie.

Infine c’è il lato utile: ma che diavolo ho di così importante, io, da dovermi scardinare l’indirizzo, per rompere i coglioni alla gente che conosco?! Che guadagno hai dall’inviare un messaggio un bel po’ strano (era tutto in inglese, con un link, senza firma, senza oggetto… bah) a gente che non si ricorda nemmeno più chi io sia (una persona contattata per lavoro, tempo addietro, m’ha risposto in inglese dicendomi “io non so chi lei sia, non mi scriva mai più!”)?! Perché uno dovrebbe fare click su un link così sospetto?!

E mi fermo a pensare che ho affidato a un qualcosa che potrebbe sparire, tante informazioni che mi potrebbero tornare utili; che tante persone m’hanno avvisato, grazie, e a tante ho dovuto spiegare cosa sia successo; che c’è chi fa queste cose, per denaro; che quasi tutto è totalmente inutile, se togli il denaro. Ci siamo ridotti davvero a questo?!

Quindi ho pensato che quella strana sensazione di necessità, che ogni tanto mi prende (e non è un’urgenza), dovrò assecondarla più spesso: essere chiaro e chiarire. Ti amo?! Te lo dico. Ho bisogno?! Te lo chiedo. Sei uno stronzo?! Sei uno stronzo!!! Voglio scrivere un libro?! Mi ci metto. Ho da assestare casa?! Mi prefiggo un termine e la assesto.

Ho il virus del procrastinare e non lo voglio. Ho il virus dell’ipocrisia e non lo voglio. Ho un virus nella posta e non lo voglio. Ho il virus dei viri e non lo voglio.

Gli uomini sono il più diffuso virus sulla terra, lo diceva Matrix e lo dicevano tanti altri, non sono il primo e non è il luogo per andare a fondo alla questione; quel che interessa è che riconoscerlo è solo il primo passo per debellarlo o andargli contro, incanalarlo verso qualcosa di costruttivo, di buono, di utile, di positivo.

Una volta ho ricevuto un complimento: “tu non sei un quaquaraquà”.

Voglio continuare a meritarmelo.

Insieme con il fatto che l’abitudine porta a spingersi sempre oltre ai se stessi di prima, i momenti hanno anche un altro fardello sulle spalle: quanto vali ora?!

Ho una stupida concezione errata del merito e non riesco a dirimere la questione.

Molto spesso, davanti a un’opera d’arte mondialmente riconosciuta come tale, io non provo nulla, oppure non arrivo a capire che parte di essa (Mulholland Drive è un gioco che mi piace tantissimo, è una sfida splendida da affrontare, Inland Empire è una cagata… per dire). Mi ritrovo a chiedermi se non sia necessario avere una scala, un modello o un metro, per capire quanto valore intrinseco abbia la struttura e tutto ciò che non è misurabile è estro, fantasia, valore aggiunto e guadagno. Arte, appunto.

Guardando i disegni al Museu Picasso, per esempio, mi ricordo d’aver notato due cose, aveva modelli superdotati e sapeva disegnare assai bene (che uno, magari, può pensare che lui si sia inventato quella cosa lì del cubismo per giustificare il non aver tecnica).

Invece poi trovi delle band di “mal trà insèma” (come diceva mia nonna: “mal assortiti”) che non ne azzeccano una e si beccano gli stessi applausi che ti sei beccato tu, dopo 12 anni che ti migliori, cerchi di dare il massimo e cominci a pensare di esserci riuscito.

E allora ti auto assolvi tentando di spacciarti la bugia che non ti capiscano (se perseveri in questa pazzia, rischi tangenti autoindulgenti sconsigliabili), oppure che non capiscano nulla in generale (e qui passi dalla parte del torto a prescindere: se uno ha problemi con uno, la colpa può essere al 50%, ma se uno ha problemi con tutti è molto raro che tutti sbaglino (le eccezioni sono rarissime, ma una volta morto, il genio viene valutato correttamente (magra consolazione, lo so))). Io, invece, mi chiedo se il gusto sia sufficiente per spiegare e giustificare l’apprezzamento massivo di un’opera o un artista.

Perché a me i Depeche Mode fanno cagare. Ne ammetto l’importanza nella storia della musica moderna, leggera, pop, techno e quel che vuoi, ma a gusto, mi fan cagare. Sono diametralmente opposti al mio senso del suono, del ritmo, delle scelte d’arrangiamenti. Tanto che le cover altrui dei loro pezzi, arrivano a piacermi. Questo mio detestarli non li svuota del loro “perché”, non li rende meno fondamentali o da censurare come incapaci.

Ma allora dove sta il limite tra le peggior band del mondo e Kandinsky?!

A me Kandinsky piace. Non lo capisco, se non me lo spiegano, ma mi piace. Ha un gusto affine al mio, quindi, a pelle, mi piace. Ok, non mi piace come Friedrich, che è più terra-terra e lo capisco più facile, ma mi piace. Un buon 60% dell’arte moderna, oltre a non essere al mio livello concettuale di comprensibilità, mi fa spesso cacare anche di gusto. È grave dottore?!

Ma non si può applicare a tutti il metro di Picasso, perché ci sono autodidatti che non son passati attraverso le “pene” dell’esercizio e delle esperienze altrui, prima d’arrivare a una propria forma d’espressione. E sanno esprimere cose incredibili attraverso opere che non necessitano nemmeno di avere alle spalle un macigno di conoscenza didattica.

E non si può nemmeno utilizzare il solo metro del gusto, oppure l’unione del gusto con il momento (perché a volte io noto film che m’avevano sempre ispirato poco, che mi squarciano l’anima per la bellezza). E c’è anche quella subdola fregatura del salto mortale.

Il salto mortale è una di quelle cose che tu ci rischi la vita, ma all’atterraggio, sei messo uguale a quando sei partito (magari ti viene un po’ più da vomitare, ma son dettagli). E allora ci son quelli che fanno un passo, senza fare tutta la fatica del salto, e ti arrivano allo stesso risultato, prima e, magari, con maggiori apprezzamenti da parte del pubblico (prendi Biagio Antonacci o quelli lì… c’è più volte “amore” nei loro testi, che nella bibbia (ah, no… esempio sbagliato… vabbeh, s’è capito)… e loro non son passati attraverso le sevizie o le pene di Gandhi e di chi s’è fatto il salto mortale nel dolore, per arrivare a predicare la verità pura che c’è nell’amore).

E oltre a questi, ci sono milioni di fattori: il commercio, la mafia, gli standard che si abbassano, la brevità del successo, la bellezza fisica (naturale dote, non certo talento) e mille altri.

Quindi, cosa rende meritoria un’opera d’arte o un artista o anche solo una persona?!

Forse i fattori sono troppi, ma le prime due regole che mi sono imposto, sono:
1 – bisogna cercare di partire senza aspettative, tutto quel che viene è guadagnato
2 – un’opinione personale è come il buco del culo, ognuno ha il proprio e non è detto che sia profumato.

Solo in chiusura di giornata, aggiungo spinta al grande vento di sì e no a questa festa, così la ressa di lettori (ahahah), non mi citerà a destra e a manca per sbandierare la propria affinità o il proprio dissenso. Per stare un po’ dalla parte di chi ha ragione a festeggiarla e un po’ da quella di chi non ci crede, perché non si dovrebbe ridurre tutto a un solo giorno.

Insomma, il solito paraculo.

Il fatto è che io, le donne, le amo tanto che non riesco a vederle oggettivamente. Ma se è un fatto che l’uomo sia maschio per errore, un motivo ci sarà. Le amo tanto che mi incazzo a vederle sottovalutarsi, mi incazzo a vedere gli uomini che ci marciano, non nego di apprezzar troppo bellezza, a volte, ma quando si valuta nel tempo… torna a peso morto il raziocinio.

Vogliamo non ammettere che sono più intelligenti?! Ok, non ammettiamolo. Vogliamo non ammettere che attualmente non abbiano gli stessi diritti dei loro corrispettivi maschi in una società patriarcale?! Ok, continuiamo. Vogliamo non ammettere che non avrebbero le sole necessità (e quindi i diritti) maschili, ma qualche necessità in più, tipo quelle cose stufose come la gravidanza, l’allattamento e anche la più flebile delle PMS?! Vabbeh, facciamo gli gnorri. Vogliamo negare che gli abusi, gli omicidi e ogni forma di violenza, dalla più piccola alla più grande e palese, vengono perpetrate in base a pregiudizi, in generale, e in base a una concezione errata di “possesso”, in particolare, che è radicata nell’encefalo maschile; vogliamo negare che sono quasi sempre gli uomini a offendere (ferire o uccidere), che sono quasi sempre italiani e che sono quasi sempre conoscenti (in effetti è naturale, non è un’eccezionalità, più tieni a qualcosa, più sei portato a eccedere nelle reazioni), a infliggere queste atrocità?! Eccheccazzo, basta, c’anneghiamo, nel negare.

Allora facciamola facile (comprensibile anche agli uomini), vediamola da quest’altra angolazione (e non ha nulla di offensivo o riduttivo): se non esistessero i soldi, che sono invenzione dell’uomo… cosa farebbe girare questo mondo?!

Ecco… adesso l’ira funesta delle femministe mi si scaglierà contro… piano, calma… lasciate che vi spieghi.

Partiamo da un semplice principio: si capisce già tutto con il sesso.

L’uomo, qualsiasi cosa si trovi davanti, con un po’ (anche poco) di impegno, fa quel che deve fare (ed è importante sottolineare che è un buttare):
–  il finale è uno sparare alla cieca e chi s’è visto, s’è visto;
– una volta finito, sia lui che il proprietario si spengono.

La donna ha già lì quel che la distingue, ha questa cosa che riceve. Come si può essere migliori di chi ti accetta?! E poi ha quella spinta, quella voglia di scoprire altro, di chiederti a cosa pensi.

Ecco, voi vivete di semplici difficoltà. Siete multitasking, fate ragionamenti semplici, come noi uomini, ma ne fate più di uno. E le difficoltà arrivano quando ne fate di contrastanti. E non capita raramente… eheh. Voi un po’ ci sguazzate in questa vostra masochistica ricerca di difficoltà; a volte è bello guardarvi passare da una domanda alla successiva, a volte sorprende vedervi illuminarvi ancora e ancora e ancora, per ogni scalino che fate, affascina e spinge a conoscervi, capirvi, amarvi ancora di più, questo gioco. È come un continuo inspirare di sorpresa… ogni volta sembra l’ultimo e invece ne fate un altro.

A volte cagate il cazzo. Ma solo perché esagerate. Ci vuole un limite a tutto, non si può andare avanti di domande, ci vuole la sosta di una risposta, ci vuole la pace di una sicurezza. E ci sono, ovviamente, quelle di voi che ci si crogiolano nell’indecisione (in fondo star dentro alla depressione è una sicurezza mascherata, al depresso, piace esserlo). Ma che ci vuoi fare, nessuno è perfetto, ci piacete anche per questo, per come sapete esser perfette nei difetti.

E forse sto solo parlando dell’amore o da innamorato (si sa, i fan sono accecati e poco obiettivi), ma questo siete e questo dovete ottenere: l’ammissione di inferiorità degli uomini. Lì è la base, uno odia quel che non conosce o quel che mina la sua superiorità; e visto che l’uomo non è in grado di conoscervi e non vuole lasciare il suo predellino, vi odia (palesemente o sottilmente, urlato o sussurrato) abbastanza da mettervi sotto in qualsiasi modo possibile.

Quindi festeggiate, divertitevi, scordate le pesantezze, una volta all’anno; protestate, indignatevi, incazzatevi, una volta all’anno; parlatene, sorridetene e difendetevi, una volta all’anno. Ma tutto l’anno, non oggi (ieri, ormai). E non è un rimprovero o un consiglio, è un incitamento a continuare a farlo, è un avviso: lo state già facendo, dovete solo crederci di più, dovete solo non vederlo come un antagonismo, non dovete abbassarvi al nostro livello, dovete correre, girarvi a spernacchiarci, lasciarci indietro e farci capire che non sappiamo starvi al passo.

Siate felici d’esser quello che vorremmo tanto essere noi.

Spesso è totalmente inutile, a volte ti lascia un sorriso di pace qui, dove si sente il prurito al cuoreanimacervello, in alcuni casi, poi, ti pigli certi spaventi. Ma ormai rimango convinto che soffiar sulle montagne sia il mio modo di provare a cambiar le cose.

Forse è perché parto dal presupposto che la mia ragione sia tale anche se il mondo non se ne accorge o fa il contrario, anche se poi, non penso quasi mai d’aver ragione :). Se uno butta una carta in terra e io la raccolgo per lui, a quanto pare, sono un cagacazzo. Se faccio notare che superare tutti in corsia d’emergenza è meschino e ingiusto, sono “forse un cazzo di vigile urbano?!”. Se, invece, “punisco” un negozio non acquistando un prodotto lì, perché i commessi non mi cagano per venti minuti in cui cerco d’attirare la loro attenzione (nel limite della decenza), chi ci smena, dopotutto, sono io che non ho ancora quel bene.

Come per il mio recente rifiuto dell’ansia (mi ci impegno e sembra sortire qualche risultato … sembro essere un porto di quiete anche per persone a me vicine, quando serve … ne sorrido, grazie), sento montare sempre di più un rifiuto per alcune manifestazioni dell’egoismo: la noncuranza, la supponenza, l’avidita e un sacco di piccole deviazioni dell’essere, che portano soddisfazioni istantanee, ma brevi.

Ecco, forse è la miopia che mi sta sul cazzo.

Mi sembra che le persone si siano sedute sempre più a proprio agio, nel solco del “devo goderne finché posso”, forse figlie di quell’assurda interpretazione miope, appunto, della frase che campeggia in quasi tutte le agende di scuola: “meglio bruciare in fretta, che spegnersi lentamente” attribuita alla bisogna all’idolo della teen che la scrive. Il povero Kurdt ha fatto scuola, solo che i suoi studenti non l’hanno proprio capito giusto.

Un po’ tutti pensano di perseguire la prima parte, senza capire di stare vivendo la seconda.

Sembra che abbiano il culo troppo grosso per spostarsi dal solco caldo che han lasciato sul divano, per fare spazio a qualcun altro. E non è solo questione d’altruismo, è una cosa ancora più piccola, più semplice, ma tanto enorme e difficile (è sempre quello): il rispetto.

Stamattina, in auto, pensavo che se fossi un politico cercherei di inculcare nella mente di chiunque una frase: “se foste vostro figlio, sareste orgogliosi di quello che vi state lasciando?!”. Io sono certo che esista un sacco di gente buona, che esistano pesi e misure per tutto, ma sono anche convinto che alcune convinzioni si fondino su principi sbagliati e da estirpare.

Noi siamo del mondo, non viceversa.

Le azioni e i pensieri determinano il valore di una persona, non viceversa.

I soldi sono un mezzo, non un fine.

Se le leggi rispettano l’etica, è etico rispettarle, aggirarle porta a un danno superiore al guadagno che se ne ricava; se le leggi non sono etiche, è etico modificarle.

Io, in fondo, non valgo più di te, finché non provo o non provi il contrario.

E un’altra sfilza di frasi buoniste che lasciano il tempo che trovano. Torno a soffiar sulle montagne, và … che almeno mi sento bene … io … di te chissene.

Uno ne ha una, di adolescenza, e dovrebbe viversela al meglio. Qualcuno dice l’infanzia, ma io mica me la ricordo l’infanzia, quindi che scopo ci sarebbe a fare le cose in libertà, se poi non te le ricordi?!

Io sono per l’adolescenza, anche se un po’ me la sono rovinata da solo. Quella sorella d’egoismo che chiaman depressione, m’ha fregato un bel po’ di momenti, durante i quali avrei potuto alzare un po’ più la testa, tirare un po’ più indietro i capelli, abbagliare qualche persona in più con il mio splendente apparecchio per i denti. Insomma, avrei potuto e non ho … capita. Piangersi addosso serve come un asciugacapelli a Collina.

Tutta quest’introduzione, per dire che c’è una cosa che mi è rimasta in sospeso, da allora: i buonisti. Non so se nell’età della pietra ci fossero ugualmente delle serie correnti di pensiero (a legger “L’ultimo uomo scimmia del pleistocene”, parrebbe … eheh), ma sono convinto che la bontà delle persone sia un miscuglio di tanti fattori. Un po’ come il carattere … anzi, è proprio una cosa che permea il carattere.

Per me ci sono i cattivi, che sono quelli che nella possibilità, volontariamente o spontaneamente, compiono azioni egoistiche; e poi ci sono i buoni, che nella possibilità, volontariamente o spontaneamente, compiono azioni sinceramente positive. E tra i buoni, la categoria che mi ha sempre un po’ lasciato tentennante è quella dei buonisti.

I buonisti, al mondo, servono. Non c’è dubbio. Insomma, servono anche le peggio cose, così almeno capiamo che non vanno fatte e miglioriamo. Ma come bisogna capire che si può e si DEVE cambiare una regola che non funziona, così i buonismi andrebbero limitati (la più calzante definizione che ho trovato per buonismo è questa).

Io i buonisti ho cominciato a detestarli mentre avevo i capelli lunghi, davanti al viso imbronciato e la bocca chiusa; io me li vedevo questi saccentoni “inconcludenti” (quanto è perfetta questa parola in quella definizione), che scrivevano libri e libri di ovvietà, convinti di postulare chissà quali verità, ma che non sapevano colpire il nocciolo del problema. Che poi, io, il nocciolo del problema, mica lo so. So solo che quando io sono un pugno chiuso, refrattario a qualsiasi tentativo di ammorbidirmi da parte di chi mi conosce, i tentativi di chi non sa nemmeno chi io sia, proprio nun c’azzeccano. Se uno è convinto di avere dei problemi enormi (quando invece non li ha o non sono enormi), reputo molto improbabile che la soluzione possa venire da uno sconosciuto che dice o scrive flebili moralismi.

Se non si fosse capito, la cosa mi tocca perché son stato chiamato “buonista” più volte, ultimamente. E io buonista non lo voglio essere.

Questo m’ha fatto capire che dall’esterno il limite è labile, sfumato, poco netto e poco comprensibile. Io, nelle cose che scrivo, ci credo. Io, nelle cose che faccio e che voglio, mi impegno. Io voglio essere buono, non buonista.

E se una fila di gente usa la rete (twitter/facebook/tumblr e tutto quanto) per lamentarsi di qualcosa, per ricevere consensi o frasi di sostegno-conforto-consolazione; a me viene di lamentarmi ma riderne, o lamentarmi con soluzioni. Se i più belli di tutti mi superano a destra, io impedisco loro di farlo, quando poi si incazzano, io saluto con la manina e sorrido (è tutt’altro che buonismo, questo, ti sto proprio pigliando per il culo, amico mio), pronto a ricevere insulti e sberle. Se in un ufficio han tutti ragione, io preferisco chiarire la mia idea, senza imporla, tanto se il tempo dovesse darmi ragione, avrò la pace interiore d’essere nel giusto, se la cosa non dovesse essere così importante, non mi sarò fatto sangue cattivo a sostenerla.

E tutte queste cose, che provo a fare e tento di scrivere, non riesco sempre a sostenerle, non sono in grado di seguirle a puntino, come tutti, per questo motivo tento di non addossare alcuna colpa a nessuno, per qualcosa che non riesce o non può fare o capire. Ma non sono buonista, forse non sono nemmeno buono, magari prendo tutto troppo alla leggera, che ne so (eheh). Per me è tutto troppo breve e difficile, per perder tempo a tirare verso il basso. Quando si può, è più bello essere sé, semplici, tranquilli. Se poi si riescono a cambiar le cose, tanto meglio.

Scrivere post lunghissimi per lamentarsi di come sono le persone, di come ti vedono, di quel che fanno è sterile.

oh cazzo …

In definitiva non ci vuole davvero nulla per essere qualcosa o qualcuno. Basta nascere e creare legami. Tu i legami li crei uguale, che lo voglia o no; basta respirare, mangiare e dormire, che qualche legame, prima o poi, te lo ritrovi. Poi sta tutto a te l’alimentarlo, il coccolarlo, il renderlo più forte, più resistente o dimenticarlo.

C’è quest’ineluttabilità dei legami, che li rende un qualcosa di prezioso, ma allo stesso tempo, li rende qualcosa di così naturale, che tutti dovremmo inquadrarli meglio, per quello che sono.

Come un amico m’ha detto pochi giorni fa, citando un libro che vorrei leggere: “Le priorità possono sempre essere cambiate, l’importante è averne”. Vero, verissimo, sacrosanto e condivisibile. Giusto un pochino ostico da mettere in atto, se preso come monolitico processo … ma, come sempre, è questione di punti di vista.

Mi piace pensare di non essere un’anima forte, di non essere la persona più decisa di questo mondo; ma di avere, ogni tanto, una strana capacità di andare dritto per quello in cui credo. E quello in cui credo è semplice: il rispetto che comprende gratitudine e libertà.

E non è una verità assoluta, lo so; non è una religione o un dogma, da seguire con regole rigide; è solamente un moto, un pensiero, uno scorrere. Io lo sento così, nelle cose che faccio … quando ci riesco (ché non è sempre facile, i legami servono anche e soprattutto per tenersi vicine le persone capaci di ricordarci chi siamo e cosa sia meglio per noi e per tutti).

E recentemente sto riscoprendo sempre più profondamente quanto sia fondamentale provare, in tutte le sue accezioni: – “C’è la possibilità di abbracciarsi?! Provo a chiedere, magari ci si abbraccia”;
– “Provo qualcosa di splendido nel fare questa cosa … regaliamola a chi conta”

E se poi non accade, non ci si abbraccia o qualcuno non prova lo stesso, non importa. Importa essere quel che si può, provarci. Fallire è, comunque, più onorevole di lasciar che tutto cada. Almeno sei quello che c’ha provato.

Ormai questo posto sta diventando un diario delle mie avventure in auto, ma è che tutto il resto sta convogliandosi in un piccolo progetto, quindi ciò che avanza è tutto qui.

Agosto è iniziato ieri, per chi lavora. Solitamente il traffico cala alla chiusura delle scuole e al primo giorno di agosto. Quest’anno non è accaduto: né per il primo gradino, né per il secondo. O meglio, non tanto quanto gli anni passati, o quanto ci si aspettasse.

Immagino sia la crisi. Da una parte lo spero, visto che si fatica ad arrivare alla fine del mese e tutti si lamentano, mi suonerebbe strano che, dopo il gran parlare di cassa integrazione e chiusure, poi tutti si possano permettere le vacanze.

Una cosa che si dice sempre, ma che ha confermato lo Spiegel, è che noi italiani siamo così abituati alla crisi, che non l’abbiamo sentita poi così tanto, come gli altri paesi … di solito ci si ride su. Continuiamo a riderne, che è sempre meglio.

C’è un pensiero, però, che m’è sorto. Una contraddizione che non riesco a dirimere e che, forse, non voglio dirimere.

A me che speravo di poter partire più tardi, la mattina presto, per andare al lavoro in meno tempo, quest’estate, mi rode di più:
– che il traffico sia sempre uguale
o
– che se tutti fossero in vacanza, sarei l’unico pirla a lavorare, mentre tutti si abbronzano
?!

Penso che le due alternative si equivalgano, ma, come sempre, preferisco il mu. Una terza via è sempre possibile, in ogni cosa. E anche in questo caso, tra lo stare in coda o esser l’unico stacanovista in circolazione, il problema non si pone, visto che a passo d’uomo o alla velocità della luce, nel mio stereo c’è Richard Cheese.

(il titolo è un’ironica canzone dei Ramones … almeno, io l’ho sempre letta ironica)

A costo di suonare compiaciuto, di quel compiacimento delle donne incinte compiaciute, mi sono accorto ieri sera, d’aver raggiunto il limite. Mi sono accorto di qualcosa di già successo, non ho capito quale sia stata la famosa goccia del famoso vaso, non saprei collegare a nessun episodio l’epifania avuta sul sedile passeggero di una yaris blu, ieri sera.

Mi son rotto il cazzo dell’ansia. Punto.

Di tutti i miei lati, buoni e non buoni, l’ansia è sempre stata una costante. Ieri sera ho semplicemente collegato i puntini:
– quando ho provato dell’ansia, ho vissuto dei momenti brutti
– quando ho saputo evitarla, gestirla o quando non l’ho provata del tutto, ho vissuto i migliori momenti
eh?! Che arguto osservatore!! Diavolo, se c’ho messo una trentina d’anni a capire sta cosa, chissà quando mi si chiarirà il funzionamento del pollice opponibile. Il mio prossimo obiettivo è scoprire la funzione del cotone nell’ombelico. Prevedo che in una quindicina d’anni, arriverò a una soluzione.

Tornando semi-seri, ieri mi si è parata davanti una sorta di infografica (come piace tanto dire ai guru di internet (ovvero chiunque passi più di 2 giorni davanti a uno schermo)) avente come soggetto l’ansia. Piano piano mi si è costruito un disegnino semplice: quando c’è ansia, perdon tutti.

La spiega è semplice: se si prende una qualsiasi situazione sociale (per semplicità, tra due persone) e se ne cerca la soluzione, in assenza di ansia, la soluzione potrà essere vittoria-sconfitta, sconfitta-vittoria, vittoria-vittoria, sconfitta-sconfitta; in presenza di ansia, le possibilità si riducono a una sola, l’ultima (magari anche solo per poco, magari l’ansia svanisce e la situazione torna aperta ad altre possibilità, ma finché c’è un briciolo d’ansia, non c’è altra soluzione).

L’ansia è un rumore per chi la prova, non permette di pensare chiaramente, non permette di agire con la semplicità dovuta alle situazioni, non aiuta e non serve; è un rumore anche per chi la riceve (o forse meglio “subisce”), che si ritrova oppresso inutilmente da un caos che non si aspettava, che non lo aiuta e non gli serve, appunto.

Qualche anno fa, c’ero già arrivato vicino, a questo pensiero, ma, visti i risultati, non devo averlo fatto completamente mio. Da ieri sera, vorrei riuscire a inglobarlo e portarlo a essere uno dei passi fondamentali da compiere, davanti a ogni minima cosa.

Prima di dire, fare, baciare, lettera o testamento: rispetto e assenza d’ansia.*

* i link sono per chiarire il modo che vorrei adottare, per prendere un po’ tutto ciò che viene