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Category Archives: economia

Il post precedente non è stato un errore, non mi è scappata la mano, è stato il piccolo segno di protesta contro l’inconcepibile idea di poter porre limiti alla libertà d’informazione, qui in Italia. Cosa si finirà per poter dire?!

Il tutto si collega a un altro pensiero che m’è sovvenuto ieri.

Ieri era l’ultimo giorno di scuola, nell’istituto in cui ho lavorato per qualche tempo. Sono andato a salutare i ragazzi e dar loro un “in bocca al lupo” per gli esami (e per proseguire con i piccoli passi che spero faccian piacere, ma che in fondo cosa portano?!). Mentre pensavo a quanto valore io abbia dato a una semplice visita in casa altrui, mi son detto: “son ben altri gli sforzi che servono, sono un pochino più grandi gli impegni che contano”.

Ascoltando la radio, non c’è un giorno in cui non ci sia una protesta di un qualche gruppo cui vorrei portare sostegno: domenica c’è una manifestazione contro il progetto di un eliporto in uno dei pochi parchi di Milano e provincia (si pensa il problema sia “come raggiungere Malpensa”, un hub che va sempre peggio e che lavora sempre meno, mentre ci sarebbe da pensare come conservare il poco verde che c’è (qualcuno ha detto “bosco di Gioia“?!)); ci sono operai lasciati a casa, operai con tanto lavoro, cui vengono tolte le commesse, per portarle dove costa meno realizzarle (troppi link, per questo); scuole pubbliche senza più soldi e istituti privati che raccolgono migliaia di euro l’anno per “iscritti” di cui importa solo l’esistenza (testimonianza diretta).

E io cosa faccio?!

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Come tutti, ho sempre avuto degli eroi. E non parlo solo di personaggi come il cantante degli Weezer, quello strano nerd allegro e tormentato cui vorrei somigliare e che ho ritrovato nel mio migliore amico. Ecco, parlo del mio migliore amico. Lui, per me, è un eroe.

Parlo di quelle figure che non c’è burrasca o terremoto emozionale che tenga, ti rimangono nell’anima. Punto. E moriresti per loro.

Da piccolo una delle prime parole che ho imparato a scrivere è stato il nome e il cognome del mio eroe. Era una parola sola, per me, carlochiesi. Avevo già scritto papà e mamma, penso. Ma quelli son gli eroi di tutti i bambini.

Carlo è stato una figura enigmatica, che m’ha segnato più di quanto io stesso riesca ad ammettere. Era un solitario, un amico sorridente dei miei genitori, profumava di lana e di un dopobarba che riconoscerei ancora, se lo abbracciassi. Era un cacciatore e mi ha insegnato a sparare, ma è stata una delle poche persone con le quali non ho mai avuto problemi a parlare (questo me l’ha reso ancora più “mitico” nei ricordi) e quando si trattava di sparare alle scatole di mangime per uccelli, imbracciavo il suo Flobert e centravo il cerchio, quando ha portato mio fratello e me nel bosco, io gli ho detto: “no”, semplicemente e ho pianto quando li ho sentiti sparare. Mi si è accovacciato vicino, al ritorno, e m’ha detto qualcosa che non ricordo, ma doveva essere la giustificazione della propria passione. Ha pensato al suo errore, ha pensato a me e mi ha dato ragione, a modo suo.

Era un uomo taciturno, molto spesso arrivava dopo cena, prendeva la sedia vicina alla porta, la girava e si appoggiava allo schienale, con le braccia e il mento, sorrideva, annuiva al caffè, ogni tanto faceva compagnia per qualche brindisi e solo raramente, raccontava qualcosa o dava pareri. Mi ha sempre affascinato l’onda che era, arrivava e se ne andava con la cura che ha l’universo, la pazienza che ha il tempo e la calma che hanno le grandi anime.

Il mio eroe c’ha messo decenni a finire medicina, nonostante io ricordi anche una “gita” a Pavia, durante la quale mia mamma e io l’abbiamo accompagnato a riprendere i corsi e sbrigare le pratiche per tenere validi gli esami. Più tardi ha conosciuto una donna che c’ha messo poco a controllarlo, farlo allontanare dagli amici (questa casa compresa), prosciugargli il patrimonio e lasciarlo con due figli, tenendosi la casa. L’ho visto invecchiare in un soffio, adesso gli fischia la “s”, come non aveva mai fatto, simbolo di sconfitta, nella sua gara contro montagne invisibili.

Mi ricordo di una sera in cui sono entrato in sala, ho cercato l’interruttore e mi son sentito ordinare piano e calmo: “no” … era seduto sul divano ad ascoltare non so quale sinfonia di non so quale compositore. Quando i miei occhi si sono abituati alla penombra, mi sono seduto al suo fianco e l’ho guardato dirigere un’orchestra immaginaria, l’ho guardato volare dove si sentiva suo. Gli ho guardato così dentro, che mi sono innamorato di quella bontà infinita che aveva la sua grazia.

Non mi ricordo se fu lì che pensai che avrei voluto essere così, come lui, ma forse fu un altro giorno, quando ci ricamai sopra.

Gli eroi si scelgono per affinità, per ammirazione, per complicità o per caso (come tante altre cose, del resto). Ci sono scrittori e musicisti, o il semplice Mahatma cui tributo tante azioni. Tutti gli eroi non sono che uomini. Tutti gli uomini sono fallibili.

Oggi mi è crollato un altro eroe, crollato per quanto possa, un eroe.

Mio nonno è morto nel 2000, aveva una pancia enorme e due gambette sottili. Aveva smesso di fumare il giorno in cui il medico gli aveva detto: “una sigaretta ancora e perdi una gamba”. Adorava ballare, adorava guidare, adorava andare dalle sue donne, dai suoi baristi e in tutte le feste nel giro di chilometri. Se non poteva guidare, annaspava. Una volta persa la patente, dopo qualche mese d’agonia, ha preso una delle prime macchinette a tre ruote. Una volta distrutto totalmente anche il Sulky, ha assoldato il suo “attendente” (così lo chiamava, prima di vantarsi: “uè, l’è n’ingegneer!”) per farsi scarrozzare.

L’ingegnere è, ora, un arzillo ottantenne, armato di intelligenza superiore alla media, memoria ancora più salda e uno spirito invidiabile. Conosce il greco, il latino, la matematica e un sacco di aneddoti e canzoncine, che non smette un secondo di declamare con voce sempre più alta. L’età avanza per tutti.

È un amico di casa e spesso è qui a mangiare o chiama o passa a salutare. Una sera, mentre aiutava mia mamma, sfogliando un catalogo di intimo femminile ha esclamato: “che begli occhi, signorina” indicando un corpo senza testa “e che bella lumachina”. “Lumachina?!” ha chiesto mio zio. “Certo, questa è la lumachina … se la tocchi, sbava; se non lo fai, ti fa le corna!”. Come si fa a non voler essere come lui?! Almeno un po’.

Oggi lo si è obbligato a far visita al figlio. Oggi ha superato il limite.

Suo figlio è stato colpito da un virus molto raro, quasi letale. Ha rischiato la vita a gennaio, da allora è in ospedale. Oggi suo padre è andato a trovarlo per la seconda volta. Oggi la nuora c’ha raccontato tutto e l’ha affrontato per quanto fosse nelle proprie forze.

Da quando la moglie dell’ingegnere è morta, la pensione di 2000 euro finisce chissà dove. Il funerale è stato pagato dal figlio, mentre il padre chiedeva un contributo alla propria sorella. Un prestito di 10 mila euro, aperto per lui sempre dal figlio, è ancora da saldare. La nuora (divorziata anni fa, ma pur sempre legata alla famiglia) accudisce l’ex-marito, tutti i giorni, pagando anche il suo affitto.

Alla richiesta di pagamento della rata del prestito, l’ingegnere ha risposto secco: “NO, io non voglio essere amministrato da nessuno, so gestirmi da solo. Ho le mie spese, io”. Non ha ascoltato domande o risposte, non ha ascoltato il figlio, ha voluto essere portato a casa. Ha ricominciato la sua logorrea su di giri e non ha più toccato argomenti terreni.

Io non so quali siano i fattori che compongono e costituiscono la personalità, non conosco la genesi di un’indole, ma la prima cosa che ho pensato è che quest’uomo deve provare una paura terrificante. Poi ho pensato che la paura non giustifica l’essere irrazionali ed egoisti. Poi ho pensato che è una persona.

Perché siamo tutti eroi, per qualcuno, ma siamo pur sempre persone. Le persone vanno accettate, ammirate, aiutate e abbracciate. Quando scopri un lato splendido di qualcuno, abbraccialo e ammiralo; quando scopri una sua debolezza, abbracciala e aiutala; quando scopri un errore, abbraccialo e accettalo. Io ho imparato questo dai miei eroi. Questo e tante altre cose.

Quel che mi chiedo è: sono meno eroi, se hanno questi buchi?!
La prima risposta è no, perché quello che li rende degni d’essere amati, non crolla, non svanisce. Ma poi penso che sì, forse il guardarli senza l’ammirazione che si concede agli eroi, non può che aiutare a imparare, a esser diversi, a essere migliori. Quindi sono eroi e non lo sono.

Quel che insegnano, grazie a questo esser bifronti, è quel che Shakespeare mi ha cantato nella testa da quando l’ho letto:
This above all:
To thine own self be true,
for it must follow as dost the night the day,
that canst not then be false to any man.

Si ammirano sempre quelle persone che nella vita decidono di prenderla in mano e cambiarla, fanno una pazzia e vivono liberi per il resto dei propri giorni. Si ammirano sempre, perché hanno avuto il coraggio che noi non avremmo o non pensiamo di avere, il coraggio di “mollare tutto” e andare per la propria strada.

Io, ci ho sempre visto un po’ di vigliaccheria, un po’ di egoismo e tanta solitudine. Che in realtà non ci sono, ma io sono sempre un cagacazzo incredibile, vuoi che non ci metta qualcosa di brutto in una cosa così bella?! 🙂

Insomma, tu fai progetti per il tuo futuro, spennelli la mente di pieghe possibili, di tracciati, percorsi, salti e tuffi, ma poi macini giorni uguali, senza spiccare il volo che ti avrebbe dato tutti quei sorrisi. Cosa sono i progetti, se non li si realizzano?! Un buon sapore per giornate insipide, uno sguardo perso, con il corpo incastrato in vestiti stretti e minuti contati.

“Io ho grandi progetti” è la divisa di chi evapora e la moneta di chi vuole incularti, ma c’è davvero chi ha progetti e li realizza, chi non ne ha, ma partecipa a quelli altrui, chi ne vorrebbe avere, ma non ha la possibilità di prendersi il tempo di pensarli. Io, di progetti, ne ho una marea. Piccoli, grandi, inutili, stupidi, irrealizzabili. Il fatto è che io so io, e io non sono un cazzo … eheh.

Una volta scrissi un raccontino in cui misi una stanza misteriosa, alla quale il protagonista non avrebbe avuto accesso sino alla fine della storia. La misi senza pensare a cosa metterci, da quando la inserii, una miriade di possibilità mi si accavallarono in testa. Lo stesso mi accade per le “cose”, continuo a pensare a progetti possibili, senza arrivare mai alla fine della storia. E quando ne parlo con qualcuno, magari mi ritrovo un sorriso di compassione, oppure due occhi grandi di condivisione. Poi mi si fermano lì.

E quando son morto, c’è stato tutto un tafferuglio di pensieri, di disincanto e di volo a vuoto, che mi ha fatto nascere altri sfizi, che non so se mi toglierò. Sono piccole cose, piccoli spazi e piccole idee, che forse un giorno prenderanno vita. Quando son morto, poi, ho capito di non essere mai stato in grado di capire il motivo dei progetti. I progetti si fanno per il piacere di condividerli. Quegli occhi grandi e quei sorrisi, sono sempre e comunque la moneta di maggior valore, che si possa sperare di ricevere.

Quindi eccoti un po’ dei progetti che mi son balenati in mente … giusto per farti ridere, sorridere o allargare il fiato:
– mentre vagavo nel vuoto della mancanza di un ikigai, ho pensato di voler scappare, andarmene da tutto e tutti, camminare con uno zaino pieno di poca roba, necessaria per vivere, il mio portatile e un sito: http://www.asad.com (acronimo del progetto: A Shower A Day), un diario di bordo di un vagabondo che non chiede altro che il permesso di fare una doccia, a casa di qualcuno, in cambio di un qualsiasi lavoro (baby sitter, lavori di briccolaggio, cambiare una ruota …). Il progetto aveva una fine, la fine prevista era di arrivare a morire di stenti, quando me la fossi sentita e lanciare un eseguibile che facesse mutare il logo del sito, sdoppiando la d finale e portandola in testa, girando quella rimasta in p e formare un nuovo acronimo (Die As Soon As Possible);
– realizzare un sito e un’applicazione per dispositivi mobili che permetta a chiunque abbia bisogno di un prodotto, di scoprire se nella zona circostante la sua attuale posizione, esistano rivenditori di quella merce, quali modelli e a che prezzo, in modo da decidere dove fare la spesa, quanto lontano e consigliare lo stesso ad altri;
– realizzare un sito e un’applicazione per dispositivi mobili che permetta di mostrare la propria posizione e la propria destinazione, su di una mappa, permetta di mostrarsi disponibili a raccogliere compagni di viaggio, oppure bisognosi di un passaggio; una comunità di carpooling istantaneo, con un’applicazione per telefonini/smartphone/portatili e tutta quella chincaglieria tecnologggica;
– scrivere il libro che rimugino da tempo, la storia di un uomo che, grazie alla semplice idea di non volersene andare dal luogo meraviglioso in cui vive, ma di non poter sopportare altri scempi di chi lo governa, riesce a costituire una società di persone con intento comune, inter e intra nazionale, che non riconosce i confini, se non per comodità gestionale e che crede nella cultura, nel rispetto e nella felicità, come uniche leggi fondamentali di una società, fino ad avere la meglio su tutti i governi avversi, grazie alla sola costituzione di università libere e centrali energetiche, con turni lavorativi di 4 ore giornaliere, dato che bastano e avanzano, visto che il valore di un uomo non è dato dal lavoro, ma è l’uomo a dover dare valore al lavoro;
– proseguire e concludere la stesura di un monologo teatrale chiamato “Pubbliche e Opinabili Epistole Sull’Immaginario Artistico” (sempre gli acrostici, io), nel quale raccolgo in una finta corrispondenza, citazioni reali e fittizie sulla poesia, comprendendo anche la mia idea di poesia (se vuoi conoscere la mia idea di poesia, vieni allo spettacolo, quando l’avrò portato in scena) e chiudendo il tutto con la piccola speranza che più persone si accorgono di essere poesia, meglio si riuscirebbe a sopportarsi e vivere meglio;
– DG, ma questo l’ho già scritto altrove;
– riprendere in mano la chitarra e impararmi tutto Aenima dei Tool, suonarlo in acustico in qualche pub con il nome scontato di Aenimacoustic;
– scrivere il manuale del multi-panteismo, la religione senza dogmi, il cui primo “suggerimento” è “il multi-panteismo è una stronzata”, così che i discepoli mantengano il proprio coinvolgimento al livello che una religione merita;
– continuare a innamorarmi e spingere chiunque io conosca, a fare altrettanto, che altro abbiamo?!
– aprire un blog (che in realtà ho già aperto, ma giusto per ricordarmi l’idea) chiamato “Never eat alone”, perché è una delle cose più tristi che esistano al mondo, il mangiare soli; in questo blog mi piacerebbe unire una ricetta giornaliera (che mi preparo realmente, così da darmi una disciplina, altrimenti mi perdo in schifezze veloci e poco sane), con una conversazione (reale o fittizia) con un blogger o un amico o con chiunque legga il blog e lo apprezzi; durante la conversazione la domanda principale sarebbe: “cosa avresti voluto sapere, sin dalla nascita, che avrebbe potuto cambiarti la vita?!” o “cosa vorresti sapesse la persona cui tieni di più al mondo?!”, ma non quei “vorrei salutare tutti quelli che mi conoscono, ah Ste, l’auto te la ripago, ma sappi che la tua ragazza ti ama ancora e suo figlio non è mio”, qualcosa di un po’ più intenso, insomma;
– realizzare l’interfaccia grafica intuitiva per dispositivi touchscreen, per ipovedendi, questa l’ho già stilata in una presentazione, quando la ritrovo, la pubblico;
– leggere, studiare, imparare e conoscere;
– aiutare qualcuno in qualcosa, qualsiasi cosa, così da guadagnarne il sorriso.

Mille altre cose sono più soffuse, confuse, assurde. Ma questi son quelli che mi tornano in mente ora. Magari nei commenti ne aggiungerò qualcuno. Ma se sei un informatico e pensi di potermi aiutare con uno dei progetti per i quali non saprei da dove cominciare, se sei un riccone che pensa che una di queste idee possa fruttare, se sei chiunque e pensi di poter realizzare qualcosa di migliore, prendi pure, magari citami a lavoro concluso, mi basterà quello. Sto imparando a liberarmi. Fallo anche tu.

Pur conscio del fatto che a fare un poco alla volta, ci si stanchi meno e la si viva con più calma (sono un sostenitore proattivo del “no hurry, never hurry”, che non esiste, ma io lo sostengo uguale), tra ieri e oggi (mezza giornata) sono riuscito a traslocare l’80% della roba che campeggiava su di un piano, a quello superiore.

Son disfatto e sodisfatto e come la prima condizione, anche la seconda rimarrà soltanto mia. Perché c’è sempre qualcosa che avresti potuto fare meglio, o anche solo fare … in più. Anch’io sono affetto da questa malattia dell’insoddisfazione, ma ho tutte le intenzioni di liberarmene, perché penso sia una delle cause della brevità dell’esistenza. Se continui ad arrovellarti sul fatto di non aver fatto, sulla fretta di dover consegnare un lavoro, sulla necessità di alimentare una corsa che è già assurdamente veloce di suo, non ce n’è, vivi meno e vivi peggio.

Quindi, avrei potuto benissimo farlo in una settimana, avrei potuto scaglionare pulizia, impacchettamento e trasporto, avrei potuto riflettere un po’ di più sulla disposizione (in soffitta è nato un dorso montano), ma l’ho fatto tra ieri e oggi, dimostrando assurdamente che non c’è quasi mai la fretta di doverlo fare prima possibile. Chissà quando si riusciranno a finire i lavori in modo da poter riportare tutta la roba di sotto, avrei potuto farlo anche domani, il trasloco, ma domani (un po’) lavoro.

E nelle pause ho anche finito di leggere gli arretrati dei feed, ho installato chrome e mi sono definitivamente spostato su questo strumento (visto che l’ultimo aggiornamento di firefox me lo fa chiudere a ogni apertura di wordpress), ho installato tutte le estensioni che ho trovato utili e interessanti (ho più della metà della barra superiore coperta di icone) e ho anche avuto il tempo di fare un bagno caldo.

E ho guardato una serie di video su TED (grazie Monty!) in cui si discute di genetica, longevità e altre amenità correlate. Questo, il primo che ho visto, mi ha intrigato, perché ha tanti spunti.

Ed è da quando l’ho visto, che mi chiedo se la mia attività fisica possa bastare (no), se la mia comunità di persone sia sufficientemente unita e altruista (no, io per primo non faccio abbastanza), se mi premuri di non eccedere con il cibo (no) e se io abbia un ikigai (no … non più … o non ancora).

E dunque sì, son soddisfatto di quel che ho appena fatto e me lo devo far bastare, non sono ancora soddisfatto di come sono e cosa faccio nella vita, ma devo imparare a mutare questa cosa in sprone e non in cruccio.

Tu ci riesci?!

Come tutti, sono ipocrita. Come pochi, mi incazzo per il mio esserlo.

C’è una scelta un po’ audace, davanti a me: nonostante mi si dica che scendere a compromessi non infici il mio vissuto, io non riesco troppo ad accettarlo. Quindi mi invento spiegazioni soltanto per me, per permettermi di accettarmi. Ma non è che sia mai stato così capace di farlo.

Insomma, predicare bene e razzolare male è di tutti, ma spero di doverlo accettare solamente in questi casi di necessità. E visto che il giudizio su di una persona lo danno gli altri, spero che tutto questo possa esser visto per quello che è, appunto, una necessità.

Si possono accettare compromessi sui propri principi morali?! Lo si può fare per soldi?! Lo si può fare per avere un momento di quiete, almeno sul lato lavorativo?!

Per giustificarmi l’accettare compromessi, mi invento che sia “per studiare il nemico dall’interno”, ma poi penso che io un nemico non lo voglio; mi invento che “conoscere è sempre la via migliore”, ma sarebbe meglio imparare liberamente, non per soldi; mi invento che “è addirittura uno smacco per loro, darmi dei soldi senza sapere di prendersi in seno una serpe”, ma so per certo che non sarò mai serpe e asseconderò ogni loro volere …

Insomma, sembra una cosa enorme, ma in realtà è solamente un passaggio nella vita di una vite dell’ingranaggio. A chi importa?!

L’ultima alla quale mi appendo, nella quale credo di più e nella quale ripongo tutte le speranze è che “lo faccio perché almeno posso assicurare qualcosa a chi davvero tengo” … ma son sicuro che puoi disegnare il più bel sogno dell’universo, ma se chi vuoi che lo guardi e lo viva, è di spalle, non sarà servito a nulla più di un rumore nella foresta.

Tutto si riconduce anche a un discorso su cosa scrivere qui e quanto andare nel personale, avvenuto qualche giorno fa. Probabilmente modificherò qualche post passato. Non per occultare la realtà, non per modificare la storia. Per paura di ferire, per paura di rovinare, per paura … punto. Sono pavido e ipocrita. Lo so. Non me ne vanto e lavoro per imparare.

Spero che l’accettazione che ho per chiunque e qualsiasi cosa, possa essere condivisa da chi mi importa mi rimanga vicino. Anche tu che, grazie, hai letto questo.

Ti è mai capitato di essere tanto certo di una giustificazione che ti sei sempre dato, dal ritrovarti spiazzato nello scoprire non solo che era una minchiata, ma che anche l’opposto è altrettanto plausibile?!

Spiego peggio.

Mi piace la marmellata di fragole. Mi piace anche il suono che fa il vasetto quando lo apri (ok, anche gli altri vasetti lo fanno, non solo quello di fragole, ma questo è un altro discorso feticista). Non sono un cultore tanto fedele da conoscere tutti i gusti di marmellata di fragole e preferirne una alle altre, non degusto, mangio.

Per lunghi anni, nell’aprire la marmellata di fragole coop (che è quella che mia mamma compra da sempre, per abitudine e costo), io mi sono ritrovato davanti uno di quegli ostacoli che impari a superare con la pratica: un colore un po’ più chiaro e una concentrazione di materia tanto zuccherosa da farmi esclamare già da piccolo “mi fa arrotolare le orecchie”.

Allora che ci fai con quell’insuperabile barriera di zuccherosità?! Capisci di non poterla lasciare al prossimo che aprirà il vasetto, sai perfettamente che buttarne via è da stronzi e quindi impari a passare i primi cinque minuti successivi al TLOCK d’apertura a ravanare con il cucchiaio, per amalgamare quella bomba allo zucchero con il restante contenuto.

Ora. Quel tempo “perso”, lo utilizzi per postulare ipotesi sul perché si formi quella patina solida e cristallina e, con la dovuta calma e sicumera, giungi alla conclusione che nel riempire i vasetti, l’ultimo stratino rimanga un pochino esposto all’aria e con il sottovuoto, un po’ dello zucchero che c’è sparso per il vasetto, venga risucchiato in superficie, dove ha tutto il tempo di cristallizzarsi. Insomma, sarà inevitabile che quella patina si formi. Sì, dev’essere per forza così (il tempo che passo a mescolare è mooooooooolto).

Insomma, raggiungi una certezza vuota, ma che ti appaga alquanto, tanto da darla per assodata e non pensarci più.

Poi arriva oggi (ovvero il giorno della svolta).

TLACK

E lo zucchero non c’è più …

Controlli che non ci sia scritto “senza zucchero” sull’etichetta (sarebbe l’UNICA spiegazione possibile), ma no, non c’è traccia di spocchia dimagrante. Controlli l’ancor peggiore presentimento che sia scaduta, ma la data è quasi successiva alle tue previsioni di vita. Controlli il tuo personale timore: “era già aperta?!” e testi il TLACK del tappo che tieni in mano … mmmh … no, ha proprio fatto un bel rumore.

Diavolo!

Insomma, le varie soluzioni possibili sono troppe perché la tua mente le vagli ragionevolmente e riesca a scartare le meno plausibili. Quindi ti ritrovi a colmare quel vuoto che s’è venuto a formare in un TLACK, con delle tesi altrettanto assurde, ma altrettanto appaganti.

“È avvelenata”
“Lo sono sempre state tutte le altre che ho mangiato”
“Sarei già morto, se lo fossero state, ma forse era una di quelle sostanze che non agisce subito, ma si “attiva” quando unita a un’altra (come diavolo si chiamano quei veleni?!) e ora tutte le marmellate del mondo hanno la seconda parte del cocktail velenoso!”
“Qualcuno ha protestato per quell’annoso problema della patina e questa, SOLO QUESTA marmellata era, in realtà, destinata a lui/lei”

Un bel bel dilemma, insomma, che porta a estreme conseguenze paranoiche, in cui, per un attimo, ho addirittura pensato di essere già morto e di stare semplicemente sognando di mangiarmi la mia marmellata di fragole ideale, ovvero un vasetto senza quell’odiosa patina.

Che buona, però.

Le urgenze comunicative di una madre sono direttamente proporzionali alla distanza dal figlio.

In una famiglia, la ragione che un figlio può avere è: di principio, nulla; quando totale, dubbia.

Il rumore prodotto da un lavoro è inversamente proporzionale all’ora in cui viene svolto.

L’essere strambi non è condizione necessaria o sufficiente per essere veri artisti.

Il lavoro altrui non è mai svolto meglio di quanto pensi di poter fare; il tuo lavoro non è mai apprezzato quanto pensi meritare; gli errori che commetti non saranno mai paragonabili a quelli di un tuo superiore; se non nasci coi soldi o non esci dai preconcetti, non sarai mai il capo di nessuno.

La profondità di un’analisi sull’arte è: direttamente proporzionale all’ego di chi la compie e inversamente proporzionale al divertimento di chi la ascolta. (rare eccezioni riscontrate, se ne conoscete, commentate)

È un semplice gioco di società, ne parlava Rousseau (quanto mi manca lo studiare queste cose teoriche che ti riempiono la bocca e fanno dire a tutti: “cacchio, questo sì che ne sa”, ma che in realtà mica l’hai capita tutta nemmeno tu, la cosa che stai dicendo):
– io faccio quello che faccio, perché mi aspetto che tu faccia quello che fai

La società è così, se si vuole prosperare, se si vogliono raggiungere i meno peggiori risultati possibili insieme, andando ad abbracciare il maggior numero di individui, bisogna pensare cooperativamente. E non è una questione di comunismo o individualismo. È matematica, è fisica, è chimica.

E dato che non siamo a questo mondo perché siamo i preferiti di qualcuno, non siamo qui perché ci ha costruiti un orologiaio sadico, non abbiamo altro scopo se non il non averne alcuno, non possiamo raggiungere ciò che non è nelle nostre fisiche possibilità naturali; smettiamola di ritenerci così importanti. Non lo siamo. Punto.

Perché non ci vuole un genio per capire che l’unico motivo al mondo per il quale l’uomo potrebbe davvero fare la guerra, è l’amore. Non ci vuole un genio per capire che le guerre che davvero sono nate per questo motivo non si contano sulle dita di una mano. E biblioteche e biblioteche di gialli e thriller e legal-fiction si basano su tre soli moventi, dei quali uno solo è quello che reputo naturale. Gli altri due, sono invenzioni dell’uomo.

E allora perché dobbiamo continuare nell’errore?! Perché dobbiamo accanirci a vivere male?! A farci sangue cattivo?!

Perché se vivo nel massimo rispetto di ogni essere umano, il più attento possibile ai problemi sociali, a quanto è nelle mie possibilità per dare e non rubare, perché nessuno si fa scrupoli a buttarmelo al culo?! (chiedo scusa, ma è così che accade, dovessi fare un compendio della tesi, un giorno, ci metterò “abusare di me”)

Insomma, non sono un fricchettone che predica la pace, solo perché è troppo sballato per andare oltre il “non fate rumore attorno a me”, non sono uno di quelli che ha raggiunto la pace interiore e risplende di luce propria, ma se gliela rovini è capace di spezzarti le gambe senza disassare i propri chackra … no, sono uno che non sa fare altro che operazioni semplici e non riesce a vedere il perché del male in eccesso.

Non è poi così difficile:
gli umani uccidono, rubano e compiono del male per tre motivi: amore, denaro e religione. Uno solo è irrinunciabile. Ora che il benessere acquisito da buona parte dell’umanità, potrebbe permettere di fare a meno dei due artificiali, perché non si riesce a rinunciarvi?!

Io voglio farlo. Forse per questo ho chiamato così questo posto.

E forse, un giorno, riuscirò anche a spiegarmi meglio 🙂

Spiace non aggiornare troppo spesso, non perché pensi possa servire a qualcuno, visto che ‘sto blog è tanto personale che non c’è bisogno di scriverlo, so già abbastanza di me, che mi sto un po’ sulle balle.

Rimane il fatto che accadono molte cose, troppe, se si pensa a quanto tempo mi avanzi per fare mente locale (mi son sempre chiesto da dove venga st’espressione, San Google mi aiuterà fra poco) e strutturare un pensiero che sia uno, per questo posticino qui.

Ma, in fondo, qui non è che abbia sempre strutturato quello che ho scritto, quindi tanto vale scrivere questo, giusto per dire a chi mi pensasse, metti caso sia soffiato in mente, che va tutto avanti (notare: non ho detto “bene”, non ho detto “tranquillo” … eheh).

Sono nel pieno dei lavori muratorici, sono in mezzo a saltuari lavori di adattamento e sala, ho iniziato le lezioni di canto perché ne ho bisogno, ho qualche slam in giro, ho qualche concerto sempre più in giro, conosco gente nuova (sì, proprio tu), che mi rende un po’ più interessante l’essere sereno e sociale e tanto altro. Ma mi accorgo sempre più spesso di pensare alla frase del titolo.

Insomma, c’è chi lavora per soldi (tutti) e chi per passione (alcuni), c’è chi si crede dio (troppi) e chi non sopporta che gli altri lo facciano (di nuovo tutti). Insomma, un girone infernale di cani che gonfiano il petto per poi rincorrersi la coda.

Non mi reputo unico e inimitabile, ma lento sì, quindi io mi ci fermo su ste cose, le guardo dall’esterno e penso: “m’hai fatto fare sto lavoro perché era da fare per oggi, anzi subito, anzi ieri”, “m’hai fatto distruggere un pavimento e spalare terra per giorni, per poi farmi aspettare tre settimane prima che qualcuno se ne servisse”, “mi hai dato contro perché sei l’unico depositario della ragione, per poi fare come ho proposto all’inizio dei due giorni di discussione” … e dopo tutte queste cose mi fai notare che sono “nervoso”, “ostile” o “intrattabile”?! < vedi titolo >

L’ho già detto e lo ripeto: quando tutti gli attacchi ai miei nervi cesseranno, diventerò serial killer o buddha.

Che io non sono un consumista, non sono mai stato uno di quei bambini odiosi che al supermercato “voglioquellovoglioquellovoglioquello!!”. Mi sono sempre accontentato, mi sono sempre adagiato e adattato.

Ma sono anche sempre stato uno di quelli pragmatici, se una cosa non mi viene facile o non mi si adatta bene, io non mi sento in ordine, finché non l’ho portata a termine, non l’ho sistemata o non ho chiesto aiuto per appianarla.

Che c’entra tutto questo con il titolo?!

Beh, che io possegga un fantastico NEO FreeRunner della Openmoko (grazie al generosissimo dono della mia ragazza), l’ho sbandierato a destra e a manca, ma che io sia così pirla da preferirgli un cacchio di telefono patacco di fascia bassa, magari può sembrare uno slancio di spocchia che annienterebbe in blocco tutti i miei buoni propositi e il mio predicare bene.

Ma è che io ho bisogno di una tastiera. Una qualsiasi. Sarà forse la mia cecità incipiente, sarà forse la mia abitudine a voler fare più cose contemporaneamente. Ma pur amando le possibilità offerte e le sorprese splendide che la mia saponetta ha in serbo per me, io ho bisogno di sentire di premere materialmente qualcosa, ogni volta che devo scrivere.

Dev’essere un po’ come una di quelle ricompense inutili di cui hanno bisogno i fedeli, quando vanno a confessarsi:
– ho ucciso il trans ebreo che avevo appena stuprato
– dieci pater ave gloria e lasciami in sagrestia il numero di chi te l’ha procurato …
Una di quelle sensazioni appaganti basate su poco. Perché in fondo, io mi trovo bene anche a scrivere su uno schermo più grande, mi trovo bene a cercare la tastiera che più mi aggrada, mi piace poter fare il copia-incolla, ma è proprio che mi devo sentir dire dalla tastiera “ego te absolvo, polpastrellum”.

C’è una sola cosa che mi consola, il fatto che una buona dose delle persone che possiedono il FreeRunner, lo tengano come giocattolo di sviluppo, mentre utilizzino un altro strumento come telefono di tutti i giorni. Sino ad oggi ho potuto constatare che la distribuzione QT Extended (come l’attuale QT moko) sono stabilissime e pienamente utilizzabili (pochi “crash” in 4 mesi e pochi problemi dovuti al fatto di non aver avuto il tempo di applicare alcune modifiche consigliate e già pienamente documentate).

Insomma, è giusto uno sfizio, quando devo scrivere, telefonare e gestire i contatti, ho bisogno di farlo con una tastiera solida, per tutto il resto, mi trovo lussuosamente bene con il mio schermo toccabile (che adesso è diventato la panacea universale, fra poco installeranno degli schermi touch anche sulle mammelle delle mucche, altrimenti i contadini ggggiovani non saprebbero da che parte cominciare).

Quindi mi sento un po’ traditore, ma spero non troppo.