Skip navigation

Category Archives: Ghandi

Che forse è l’autunno, o un altro errore, ma cadono in tanti, ultimamente. Amici che tornano o si trovano soli, amiche che non hanno più sostegni e si credono vuote, persone speciali che non smettono di lottare contro qualcosa che non capiscono essere sé. Sembra quasi che domani non debba venire. Forse dovrei cambiare identità, c’ho i creditori di risposte alle calcagna e non ne ho una.

Non so quale sia, o se esista , la formula per stare bene da soli, sono ancora incline a pensare che questa brama che quasi tutti abbiamo di mangiare altri, sia troppo profonda e radicata, per essere un costrutto della società (sì, ok, sto parlando anche di sesso, ma quello è sollievo, io sto parlando dell’appagamento che da l’altro respiro, di pelle a contatto, di risveglio sorriso a qualcuno). Certo, ci sono persone che sembrano eroi, si stagliano su speroni di roccia e alzano le braccia al cielo, con tutti adoranti, sotto, e nessuno al fianco. Invidio la capacità di farsi bastare questo freddo e lontano calore.

Forse è solo il solito discorso di aspettative e delusioni: ci crediamo tanto meritevoli, da pretendere qualcuno o qualcosa che non ci è dovuto. Sempre a rincorrere quel che non possiamo avere, dando per scontato regali e mani che qualcuno ci carezza. Ma se anche fosse vero che s’è fatto il possibile e non c’è premio, è la cazzo di vita, almeno si è nel giusto (e mentre ci si consola strafogandosi di nutella, l’unica a rimaner magra è la consolazione).

Non è un fingere o un recitare, o forse son troppo ottuso per non vederlo tale, ma è la necessità di respirare, che mi fa essere aperto, socievole, sorridente e ciarliero in situazioni conviviali, non certo la stabilità emotiva; non son capace di costruirmi sostegni a misura, faccio calcoli e delineo modelli quando son solo e non peso su nessuno, ma poi tra corpi e parole, sono il primo a ribattere palle da tennis prima che tocchino il pensiero due volte e si accumulino ai punti di sutura dell’anima. Che cazzo ho detto?!

Volevo solo dire che ci son momenti in cui aver avuto quel che ho sentito, mi basta e m’avanza per dire: “diavolo, c’è chi non ha mai fatto l’amore con una donna così splendida, c’è chi non ha mai sentito dappertutto un concerto, chi non ha mai mangiato e bevuto tutto questo, splendiamolo al mondo, che almeno servo a qualcosa”, e cammino ebete elargendo pace. Ci son volte, invece, che non c’è notizia splendida che mi sollevi dalla certezza di disturbare, dal bisogno di chiedere scusa e dall’orrore (per fortuna c’è Woody).

Insomma, quando mi hai vicino che ti sostengo con frasi fatte (mai quanto me), quando hai bisogno di qualcuno da chiamare e pigi il mio nome, quando mi trovi in mezzo ad altri che urlo gobbo per far ridere, è perché sto riuscendo a rispondermi “ok” (scusa lo spoiler), fallo con me. Spero si veda che non son sdraiato su mediocrità appaganti quanto basta, ma che provo a dare quel che posso e che ci penso e che ci tengo e che ci sono. Magari rispondo veloce con cazzate, per non far vedere che la domanda m’ha colpito, magari sdrammatizzo per sollevare, ma non è né noncuranza, né saggezza, né spocchia o quel che vuoi; è proprio che io non ho risposte e, spesso, se anche le avessi, non saprei dartele. Per non parlare del fatto che quando uno parla, gli altri sentono il cazzo che vogliono… ma questo è un altro discorso.

Mi sa che la risposta è: “cerca la risposta”.

Anche se son quasi certo che la risposta sia sempre quell'”ok” e il vero problema sia che ce lo dimentichiamo troppo spesso.

Scoprirsi ancora capaci
di perdere il fiato per salti,
immagini e idee.
Tuffarsi nel tempo spettro
che steso si lascia nuotare.
Dimenticare d’essere altro
per paura di non essere qui,
mostrandosi semplice uno
sfrondato dei centomila.
Nessuno,
ma parte.
Annaspare per non perdere sguardi,
assecondare slanci e ridere calmo,
annuire e applaudire.
Esser parte.
Far verso a frasi su simboli,
di brevi che mai saranno.
Correre pensieri altrui,
sorridendosi simili,
stupendosi diversi,
comunque noi.
Comunque io.
Immergersi in stanze, giardini, palazzi,
persone, forze e odori;
non sapere e temere,
sorprendersi in torto
e convenire.
Accettarsi.
E il contrario.
Difendere altrove,
spegnendo fuochi vacui
di colossi di vapore
svelti di spada
e poveri di pensiero,
impauriti d’ammettere
il senso che ritrovi lottando:
d’esser bambini che giocano a vivere.

Ieri non lo dicevo per far quello “forever alone” a san Valentino che, nel più pieno del volpeuvismo, ti tira fuori la ficcante verità. No, io lo dicevo perché calzava bene, come chiusa di un pensiero. Era asciutta, realistica quel tanto che basta.

Ma, vaffanculo, non deve essere così.

E non lo dico nemmeno da quello che torna ora dal cinema da solo (andare al cinema da soli è una cosa bellissima, tranne quando vai a vedere bei film dolci e da vivere insieme, in serate in cui il cinema è pieno di umanità (dall’imberbe all’ottuagenario) che si ciccipuccia e commenta e mormora e sottolinea e vive ogni scena e oltre; e tu hai quel groppo latente che stringe e stringe… ecco, in quelle sere manca una mano da stringere o mignolare, o uno sguardo da sorridere condiviso o uno scambio d’opinioni camminato verso l’auto e poi concluso a vetri appannati e al terzo sbadiglio davanti a casa di lei), perché Jane Eyre non ha fatto altro che rinfrancarmi il pensiero che io stia bene con i miei ricordi e che anche questo periodo sia quanto serva plumbeo e ruvido, per farmi respirare fresco, quando uscirò dall’acqua. Perché il tempo, purtroppo o per fortuna, ci fa quasi sempre uscire dall’acqua.

E quindi non voleva essere il livido commento d’un insoddisfatto, la lamentela d’un rifiutato, la spocchia d’un superiore. Tutt’altro, voleva essere un limite riconosciuto, uno di quei cacchio di gradoni d’erba e mattoni che ti porti dietro dall’infanzia: “e se avessi avuto il coraggio di saltare?!” passi la vita a chiederti. Sai per certo che se avessi preso tutto il tuo coraggio e ti fossi lanciato, ora sapresti saltare da ancora più in alto, senza quelle vertigini che ti attanagliano.

Ma io sono per accartocciare i rimpianti e buttarli nelle celle sotterranee della memoria, in quelle stanze in cui già digrignano i denti i rimorsi e nelle quali non voglio più tornare. Perché puoi forse dire d’aver visto la vita, se non ne hai almeno uno, di quei loschi inquilini?! No… ma se non vuoi fermarti a sprofondare nelle sabbie mobili del passato, devi lasciarli indietro a marcire soli, devi guardarli da lontano e sapere che presto o tardi darai loro dei compagni, ma che se pian piano imparerai, saranno sempre meno.

E quindi devi combatterlo, quel pensiero del cercare sempre qualcosa di diverso in chi hai di fronte. Ha il cacchio di vizio di metterti in disordine i libri?! Tu mettigli in disordine i cd, ma fallo col sorriso che avevi oggi, quando t’ha dato la prevedibile, ma sempre “piega testa” rosa e un regalino che “non è tanto, ma è perché non fa mai male ricordartelo”. Se non è più quell’intrigante matto che ti faceva ridere, prova a pensare quanto lo stimolavi di più, quando anche tu, per lui, eri tutta da scoprire. E prova a pensare tu, quanto non sei cambiata, in tutto questo tempo… eppure lui ti ama ancora.

Come in tutto, è una questione d’equilibrio… ma l’equilibrio è una palla, quando diventa stasi. Hai mai provato a giocare sui rami o sulle corde?! Stare dritto su quel braccio che ti sorregge, del quale impari la forza e dal quale impari a non cadere. Arrivi al momento in cui l’onda sta per diventare quiete, che hai quell’istinto immane a dare forza, sconvolgere, ribaltare, tornare a sorridere tanto quanto è forte la paura di cadere. Ecco, quello è bello in due (o anche di più, se ti piace).

A volte è tanto triste che non si respira, a volte è tanto piccolo che non ci pensi, ma tutto quanto sfarina nell’impasto di quel che sei. E sono certo che quello che vorrei tu fossi, è sicuramente meno splendido di quanto m’ha sorpreso tu sia.

Oggi Kaki m’ha riaperto. M’ha sezionato, mescolato e poi rimesso lì a raccattarmi i pezzi, rimetterli in sesto e cercare di dar loro un senso.

Mentre la guardavo suonare, mentre pensavo a quanto fosse bella (“I’m ok with my genetics, but don’t take pics of my nostrils!”) e mentre mi bacchettavo per il mio eterno secondo pensiero: “la bellezza non deve influire sul giudizio”; lei m’ha di nuovo spiazzato. Come quelle splendide epifanie che ti confermano certezze latenti, che ti chiariscono verità solamente intraviste e ti fan respirare nuovo.

Fanculo… è bella!!!

Il tutto nasce dal fatto che quella donna ha delle mani incredibili, che fanno cose incredibili e dietro di loro c’è una mente assurda che le porta a muoversi così e battere e pizzicare e pigiare e spingere e tirare e nuotare e saltare ed esplodere e carezzare. Lei è tutto quello e tu la catturi, la prendi per quanto riesci, la trattieni fino a dove le tue mani arrivano. E poi le costruisci attorno una versione di lei che è tua e che serve a te, che per te ha valore e che ti aiuta a capirla a viverla e ad ammirarla. Hai la tua proiezione di Kaki nella testa. E questa Kaki è quella che suona incredibile e ti fa provare cose incredibili e che ti fa vedere mondi incredibili ed è tutta eterea e stralunata.

Poi lei ti dice che oggi è andata a fare shopping e c’erano delle scarpe stupende e che avrebbe dato qualsiasi cosa per averle, ma che ha tentennato e non voleva spendere tutti quei soldi per delle semplici scarpe. Ma il pensiero che fossero le scarpe più belle del mondo e che avrebbero potuto essere sue, l’ha fatta decidere e quando è tornata al negozio… era chiuso. E fanculo al destino, lei non ci crede, quelle cazzo di scarpe erano fatte per essere sue e non aveva colpa o merito nessuno, se non lei e il suo modo di essere.

L’ha detto anche lei: “che magari non mi vedete come il tipo di persona che dia peso a queste cose, ma queste cose hanno un peso e quelle scarpe avevano scritto il mio nome sopra… fanculo”.

E quindi lei, come tutto, come tutti, ha quel lato splendido che è la sua mente musicale, l’anima artistica, le mani di vento e pioggia, quel nervoso armonico che sfocia in musica. Ma ha anche un fare assurdo, ha anche un ciuffo che cade perfetto, ha anche un viso armonico, un corpo armonico, una voce armonica e un sorriso armonico. È bella. Punto. E magari domani ha la sua giornata peggiore della storia, magari fra cinque minuti spara a qualcuno, ma questa sera, come tante altre volte, m’ha fatto vedere che è l’armonia dei pesi la via giusta.

Quel che va perseguito non è il bene assoluto, le utopie felici non sono attuabili e nemmeno giuste, perché deludono sempre. L’uomo è naturalmente un miscuglio di mille forze, non serve snaturarlo e crederlo migliore di quanto sia. Va accettato e incanalato verso il bene possibile, verso l’utopia abbordabile. C’è l’amore e ci son le caccole, c’è Vanzina e Aronofsky, c’è Hoeg e Moccia… non esiste un meglio oggettivo, siamo tutti soggetti, bisogna solo imparare nuovamente ad accettare e non allontanare. Credersi migliori perché si ascolta musica colta, non è giusto tanto quanto pensare che un film al cineforum sia palloso a priori.

Siamo troppo abituati a sentirci in dovere di auto-confermare la nostra attendibilità, ci sentiamo obbligati a giustificare le nostre azioni per renderle accettabili; quando in realtà dovremmo preoccuparci di ascoltare, guardare, leggere e vivere, per non cadere in presunzioni che feriscono. Creare quel che si può, nel miglior modo a noi possibile… se si è nel giusto, importa poco il riconoscimento. Se a una donna piace una donna soltanto perché è bella e questo le basta, che l’ami, che viva quell’amore al meglio. Punto. Se si crede nell’amore e nel romanticismo, che si cammini per chilometri nella neve per portare un fiore, ma si ammetta di guardare il culo delle ragazze e di sfogarsi in solitaria.

Bisogna semplicemente ammettere di essere umani, per essere esseri più armonici.

E finirà sulla catasta di post che appaiono “buonisti” a tanti di quei pochi che mi leggono (sempre mi leggano ancora… in effetti non c’è poi molto da leggere, ultimamente, ma è sempre un bel gancio, il lamentarsi… eheh), ma corro ugualmente il rischio.

Io c’ho sempre quella cosa che unisco i puntini, non ho una mente superiore, ma ho una mente logica (che poi sia una logica un po’ tutta mia, è un altro discorso); non ho una gran memoria, se non per le stronzate (tendo a trovare risposte sulla vita, l’amore e le vacche nei dialoghi del film Clerks); non sono saggio, peso le cose.

E quindi se un camion mi entra nella rotonda a tutta velocità, perché mi vede che sto arrivando a 90 all’ora, ma comunque quei dieci millimetri più tardi di lui; se tra i mille feed, mi viene condiviso questo condivisibilerrimo post; e se me ne viene condiviso un altro che di primo acchito mi pare andare verso il giusto, ma poi mi fa storcere il naso… io unisco i puntini.

Mi viene da pensare che il soggetto del post condivisibile abbia tutto quel successo, perché ha una personalità e una maleducazione comuni a una grande maggioranza degli italiani (mi spiace, non è un vanto o un privilegio, non so nemmeno io cosa sia… ma reputo comunque più rispettoso, il mantenere un comportamento educato per il maggior tempo possibile). Uno che mi passa davanti perché vuole dimostrare a nessun altro se non a se stesso, di “valere più di me”, è un maleducato, un po’ sbruffone e a rischio idiozia, visto che mette un po’ a repentaglio l’incolumità altrui. Uno che alza la musica in un luogo in cui, per il rispetto della degenza, viene richiesto di moderare anche il tono vocale, lo è altrettanto. E con uno scarto mentale minimo, a me viene da pensare che quell’ultimo pensiero del post-storcinaso, non sia altro che espressione di quella pancia, comune a tanti.

Comprendo benissimo di non vivere in un mondo utopico, so perfettamente di avere una fortuna incommensurabile nel fare un lavoro che mi piace e che mi stimola, ma non reputo vero, condivisibile o anche solo giusto, pensare che “il tempo che dedico al lavoro deve essermi pagato tantissimo, perché è tempo rubato a me”. Finché parliamo di “pagamento” in “soddisfazione” e poi c’aggiungiamo il denaro, posso anche capire, ma se tu pretendi che “altri” ti debbano pagare tantissimo, perché ti stanno strappando a qualcosa che tu faresti meglio, con più entusiasmo, più serenamente PER TE… cagati in mano e applaudi.

(senza essere offensivo, è l’insulto che utilizzo più spesso, perché ho questa fissa che una cosa, se fa più ridere, è meglio)

Non voglio essere considerato tra quei despoti che pensa: “nessuno è indispensabile, chiunque è sostituibile”, con una generalizzazione (le mie beneamate…) che esclude a priori chi la pronunci. Tutt’altro, parto dal presupposto opposto, tutti siamo indispensabili per qualcuno, nessuno è sostituibile per qualcuno, ma è proprio questo legame sottostante, che porta valore al singolo, alla massa e all’esistenza (minchia, mi sto un po’ allargando).

È questo, secondo me, il punto da cui bisognerebbe partire, sia nelle rotonde, sia nelle canzoni e nelle parole, sia nel lavoro e nella considerazione di sé: io non sono nulla, ma devo costruire tutto ciò che posso, per far star bene la o le persone cui tengo. Questo è il mio miglior modo, per star bene (che poi non ci riesca quasi mai e abbia turbe psichiche, è un altro discorso).

Quindi non penso che sparirebbero gli incidenti, se le persone fossero più altruiste (se uno ti inchioda davanti per far passare il vecchietto col cappello, tu gli vai nel culo…), non penso si vivrebbe meglio, se tutti fossimo educati (non sapremmo più chi scegliere, prima o poi, da tenerci a cuore… che è un po’ il senso di quel poco che chiamiamo “tutto”), non penso andremmo molto lontano, se tutti facessero il lavoro che piace loro; penso solo che l’egoistico credere di valere più degli altri, sia la lente sbagliata, per guardare il mondo.

Tu hai quel merda di camion che mi spappolerebbe, se mi venissi addosso, e che mi fa tossire per ore se ti sto dietro, con lo schifo che sgasi: non fare lo sbruffone, ché nel bilancio dei legami, hai una persona in più che ti guarda cagno! Tu hai avuto successo, donne, soldi e persone che ti amano, accontentati, non andare oltre, pretendendo di dare l’esempio giusto “fregandotene”, perché ci sarà sempre qualcuno migliore o peggiore, che di te se ne potrebbe fregare con maggior successo, non facendo altro che quello che hai predicato… e le persone prima o poi, come tutto, finiscono… e finiscono per mettertelo nel culo.

Tu, invece, che ti rattristi perché sviliscono il tuo lavoro, non pensare di valere “tantissimo”, pensa solo che farlo al meglio sia il tuo traguardo, il grazie più grande, l’unica ricompensa. Stai guardando dalla parte opposta! Se tu insegni a dei bambini, chiedi a loro se il tuo lavoro è stato buono, non chiedere più soldi a chi fa un altro lavoro, che si trova soltanto nella tua stessa posizione, ma si sente trattar male, perché c’hai la pms. Non è la pagiuzza tua e la trave mia, è il semplice fatto che se credi valga tanto il tuo tempo, vai a fare il cazzo che vuoi, se è così “tantissimo”, ti verrà riconosciuto; se invece ti ci impegni tantissimo, nel tuo lavoro, e ti viene riconosciuto poco, allora sì: “blame them all”, e tieniti la tua magra, ma pur sempre unica e insostituibile, consolazione di aver dato il meglio di te. Prima o poi arriverà un tuo studente, suonerà quel campanello, la tua badante aprirà la porta e tu scoccherai il sorriso che varrà più “tantissimo” di tutti, quando lui ti abbraccerà con il solito e splendido: “Sa prof? Aveva proprio ragione…”

Dovrebbe esser semplice, perché a una certa età uno ha visto e vissuto tante cose, quindi c’arriva. Ma forse è anche quello il bello e il senso della cosa. La totale incertezza e l’incapacità d’affrontarla, rendono l’esperienza ancora più perfetta. A volte fa male, ma è tutto parte della sfera.

Tu sai che quel viso è troppo bello per sorriderti, quindi ti sorprende lo faccia. Sai che chi ha quello ed è così, spesso non riempie quel bello di altro, oppure pretende, oppure ci gioca, lo sfrutta; quando poi ti trovi umiltà o reale modestia, non puoi che scioglierti in calore sorriso.

Ho sempre avuto problemi a scindere bellezze. Mi son sempre trovato ad amare persone piene, fossero esse belle, brutte o medie, poco importava. Ho sempre apprezzato la bellezza, certo, l’uomo saccheggia continuamente la realtà e l’occhio vuole la sua parte; c’è sempre quell’istinto che porta a dare troppa importanza a questo particolare, ma la natura e l’esperienza m’hanno portato a imparare.

L’esperienza m’ha fatto capire quanto si possa perdere, nell’ordine d’amicizie, sostegno, fiducia e pace, per un egoistico prendersi tutto.
La natura m’ha regalato un sistema immunitario strano, ma che mi piace.

Per prima cosa, nessuno è di nessuno, se non di se stesso (e forse nemmeno, se vogliam esser spirituali); poi la fiducia è un legame importante e rispettarlo va oltre ogni istinto, visto che siamo umani dotati di raziocinio; l’amore e il sesso son due cose distinte, permeabili, ma distinte, entrambe non dovrebbero far male a nessuno, ma solo la prima è così importante da  poter giustificare il male; la bellezza, se non supportata da intelligenza, cura, attenzione o apertura mentale, è caduca e vuota, ma soprattutto non vale l’amore; le aspettative non devono mai perdersi in picchi troppo alti, ma esser sempre di peso concorde a ciò che si dà, siam fatti per deludere, dobbiamo combattere contro questa natura.

Ovviamente non c’è nessuna verità universale, son tutti piccoli passi che seguo, nemmeno troppo bene e nemmeno sempre. Quando ci riesco, me li ripasso e mi ci impegno. Tanto questo è un terreno di gioco infido e si traballa sempre, rompendo giustamente le regole e creandone di migliori. Ogni cosa evolve per natura, mi piace pensare che debbano estinguersi quelle errate o inadatte e debbano prosperare quelle buone e positive.

Sogno, lo so. Ma sempre più spesso mi chiedo che male ci sia ad abbellire ciò che si ha, per gestirlo al meglio, per rendere accettabile quel che c’è di brutto. Sei seduto o sdraiato con qualcuno che merita carezze o abbracci?! non smettere di farne, finché pesa giusto; una persona ti si rivela bella o migliore di quanto non avessi ancora visto?! diglielo, faglielo capire, non fa mai male un rinforzo positivo; quel che succede tra voi non è o non è più quel che speravi?! prendi quel che hai e conservalo, ricordalo, traine forza e non distruggerlo, c’è chi non ne ha mai avuto.

E non dico “è tutto bello”, “sorridiamo” e “vivadio”, non ci credo. So perfettamente che esiston brutture, dolore e peggio, ma quando qualcuno merita il meglio, è giusto impegnarsi per darlo, quando qualcuno non è degno che del peggio, si può evitare di infliggerlo, per dimostrar d’esser migliori, oppure si può evitare la socialità che è pur sempre riconoscimento di merito. Una persona sola, potrà pur sentirsi migliore di tutte, ma non sarà mai felice quanto quella eletta migliore ad abbracci fraterni.

A male si risponde con meglio, per pura pace personale. Ama le persone migliori, le altre buttale a mare. Amare, a volte fa male e fa fare del male. Dal male bisogna fuggire, per circondarsi di persone affini, migliori e che invoglino a dare, ad essere e ad amare. Amale.

Io c’ho sempre in testa quell”‘ok” che mi viene da dire a chiunque mi piaccia. E poi, invece, mi accorgo di notare tutti i lati brutti delle persone che ho intorno, e mi ci impunto, perché non mi è “ok” che faccian quel che vogliono senza rispetto.

Io, quando lo provo e lo sento, non riesco mai a far capire appieno che allargare le braccia, stortare la bocca in un quasi sorriso e un quasi “perché no?!” e poi ridepiangere, è la risposta a quasi tutti i “perché” che ci infliggiamo.

Siamo noi che tendiamo a rovinarci la vita. Tra di noi, con noi. Noi stessi e gli altri.

Io non ho la risposta e non pretendo d’averla. Non son mai riuscito a pensare come fanno tutti che: “se al mondo tutti fossero come me, andrebbe meglio”. Tutt’altro, sarebbe una gran palla (son convinto che questa sarebbe la situazione anche se tutto il mondo fosse come Gandhi o Einstein… si finirebbe per esser tutti uguali e nessuno spiccherebbe o nessuno accetterebbe gli altri, ma vabbeh).

Mi piace pensare che la diversità sia il motore del cambiamento stesso. Vorrei tanto esser sempre ricettivo e pronto a migliorare, imparare e aiutare. C’è bisogno di conoscenza statica e di impulsi dinamici, per costruire cose solide, sempre in evoluzione. C’è poi il bisogno fisico di fermarsi, ogni tanto. In questo periodo sento la stanchezza, quindi mi accorgo di non esser sempre pronto ad accettare. E me ne dispiaccio.

Mi spiace anche non poter rispondere a tutti quelli cui vorrei, scrivere a tutti quelli cui tengo a ribadire i miei grazie, riappiccicare domande, sdraiare risposte e porgere scuse (sempre doverose). Ma forse è il caldo, o forse che non reggo più una sbronza di limoncello e me la porto dietro per una settimana :).

Rimane che quando io ho il mio tempo, ho il mio spazio, ho quel che mi basta (non serve… basta), non so che guardare la pelle, i capelli, i pensieri, le lacrime e il cuoreanimacervello di qualcuno e rimanerne incantato. Hai idee diverse dalle mie?! Ok… Hai bisogni differenti?! Ok… Hai principi discordi?! Ok…

E non per appiattire tutto e non considerarlo, ma per affrontarlo giusto, prenderlo bene e non farne colpa (che non è mai reale o semplicemente utile). Siam somme di pesi e caratteri altrui, siam costrutti infiniti e infinitesimi di reazioni a tutto, siam nulli e fondamentali. Non ci sappiamo capire, ma ci prendiamo troppo sul serio.

Vorrei sempre avere la pace dell'”ok”. Spiace non poterla vivere ogni giorno.

Ci provo.

Non penso sia questione d’esser ottimisti o pessimisti, io il bicchiere non lo vedo mezzo vuoto o mezzo pieno… penso sia urina e non mi sembra più un grave problema, il punto di vista. Penso sia più una questione di rassegnazione. Ma di quella rassegnazione buona, di quelle che ti spronano ad andare oltre, a non fermarti lì, a dirti da solo “fanculo, che cazzo ci fai ancora lì?! Vai!”.

Ecco.

Voglio prendere la vita come quei bei barattoloni di nutella. Non dicendo: “ne mangio a chili, non mi importa del male che può fare al mio corpo”, oppure “non ne lascio nemmeno un grammo a nessuno, è mia e me la mangio io”, o chissà quali altre assurde possibilità.

Voglio solo imparare a prendere la vita come si prende il barattolo di nutella.

Prendi un barattolo da 750.

Soppesalo.

Prova a immaginare quanto splendore sia contenuto in un vasetto di vetro.

Bene.

Svita il tappo.

Ecco.

Uno capisce che la vita non può essere perfetta, perché anche un miracolo qual’è il vasetto di nutella, ha quella minchia di cacchio di porcavacca di pellicola alluminio-carto-plasticosa, che non si riesce a togliere del tutto, o che si deve bucare finendo con il dito nella crema.

Ecco.

La cosa da ricordare, però, è che se anche non può essere perfetta, è comunque una gran bella cucchiaiata di vita.

C’è questa cosa che una mattina di qualche anno fa, d’estate, mi sveglio e ho un mal di testa insopportabile… io… che di mal di testa non soffro. Passo un qualche minuto a letto a capire se possa migliorare. Nulla. Provo a sciacquarmi il viso, ma nulla. Torno a letto, dormo ancora due orette e il tutto passa.

La sera esco e regalo dei film stupidi a un amico stupido, che so che avrebbe apprezzato.

La mattina seguente stesso dolore, ma decuplicato… una sorta di spillone ficcato dentro la testa, in un punto irraggiungibile a mano nuda. Una sorta di lampadina accesa, la mia testa, sembrava esplodere dal centro, verso il vetro del mio cranio. Provo a bere il mio lattuccio e cacao, da bravo bambino. Torno a letto e il dolore non fa che aumentare… aumenta, aumenta, aumenta tanto che vomito la colazione.

In quella m’arriva un messaggio che leggo tra le lacrime (quando vomito piango istantaneo) e con la testa nel catino: “oh, sto guardando gli Sgangheroni e son piegato in due… ahah”. Non mi ricordo se ho risposto, ma di certo ho pensato: “anch’io son piegato in due” :). Finito lo stimolo, mi alzo dal letto, vado al lavandino e mi risciacquo il viso.

C’è una piccola premessa da fare: sin da piccolo, non mi son mai guardato allo specchio (non sono una donna). Anche quella volta che son svenuto e finiti tutti gli altri controlli il dottore mi scruta gli occhi e sbianca, io c’ho messo un po’ a rispondergli:
– hai mai sentito parlare di anisocoria?!
– naa
– anisociclia?!
– naa
poi, sempre più bianco
– hai mai notato… guardandoti allo specchio, magari… che una pupilla fosse più grande dell’altra?!
– naaa
penso stesse per svenire lui, quando lento mi si è insinuato il pensiero
– però, sin da piccolo, anche se avevo le finestre a sinistra, vedevo più luminoso a destra
Il sospiro di sollievo che ha fatto quel bell’omone, deve aver alzato il livello di CO2 sopra la soglia. Non era stata la botta in testa a rendermi la pupilla destra atrofizzata, ce l’avevo dalla nascita… ero salvo.

Torniamo a quattro anni fa…
Sciacquo la faccia, il dolore non scema, io, scemo, guardo finalmente nello specchio.
C’è un’altra premessa da fare: io soffro molto di più per il dolore subito dagli altri, piuttosto che di quello inferto a me. C’è anche una postilla: mi è più insopportabile l’attesa del dolore, rispetto al dolore vero e proprio; sono un bel po’ impressionabile, insomma.
Lo specchio rifletteva una cosa che neanche quando m’han truccato da zombie, facevo così schifo. L’occhio destro era il solito color cacca, ma in mezzo a una cornea rossa che più rossa non si può.

Ho riso… eheh… penso sia anche passato il mal di testa (aaahh, le endorfine fan miracoli).

Mi vesto con calma, apro la porta di casa, attraverso il giardino e busso a casa di mio fratello:
– Avanti!
Apro la porta e lo vedo svaccato sul divano, che guarda la tv
– Ehm… penso sia meglio portarmi al pronto soccorso
Quella cosa che fanno nei cartoni animati di guardare distratti un qualcosa e non coglier subito il particolare più allarmante della storia e rigirare istantaneamente la testa con due occhi così ACCADE REALMENTE!!

Mio fratello si prepara e mi porta al pronto soccorso oculistico. Nel tragitto sparo stronzate. Il primario non c’è e quindi mi fanno tornare il giorno dopo. Nel trambusto mi segnalano come priorità nulla, cartellino bianco, e mi fanno pagare 74 euro di ticket (è poi bastato far notare l’errore, che m’han messo rosso come il mio occhio).

La visita, l’indomani, fa saltar fuori che ho questa cosa che ha anche mia mamma. Una roba che fino a martedì scorso non sapevo essere classificata tra le 400 malattie rare, una cosa che colpisce dalle 5 alle 50 persone su 100mila, una cosa che di solito, come nel caso di mia mamma, colpisce un occhio solo. Mapperchémmai farsi mancare nulla!! Io la voglio a tutti e due.

E così è. Mi si dice che devo tenerla osservata, perché se peggiora, c’è il trapianto di cornea. E io mi cago e mi metto i colliri e vado alle visite di controllo. Passan gli anni e la cosa non peggiora… non peggiora… non peggiora.

Martedì vado alla solita visita di controllo: entro nella sala dei macchinari e un angelo in camice mi fa sedere davanti alla solita macchina. Sotto di essa, la solita stampante a colori, pronta a dare il verdetto (in questo caso il rossetto, perché quando è verde vuol dire che l’occhio è a posto).

Io che ormai so a memoria la forma delle macchie nelle foto dei miei occhi, vedo che quelle sembran più isoipse del monte Bianco, o forse la fossa delle Marianne. Quella che era una pallina, ora è una mongolfiera, quella che era un’Australia in miniatura, adesso è più un caciocavallo. La prima reazione è un sudorino freddo, ma me lo tengo per me e rido, sparo cavolate, lascio che la logorrea di mia mamma riempia le stanze.

Ci si sposta dal primario e lui analizza prima mia mamma. Poi passa a me e lascia che gli esami preliminari li porti a termine l’angelo di cui sopra. Io non posso che ringraziarlo mentalmente e profondermi in inchini figurati e portargli in dono fluoro, Vincenzo e birra.

Una delle due macchine m’acceca più di quanto già natura non m’abbia graziato. L’altra mi mostra una sorta di casetta su di un prato, che non riesco mai a mettere a fuoco. Poi mi si chiede di sedermi comodo sulla sediona, per guardare il cartello con le lettere.

Ora, sarò anche lento, ma dopo avermi sparato una luce fortissima fin dentro il cervelletto, tutto quello che vedo è lo stipite della porta all’estrema destra, la finestra all’estrema sinistra e una bella riga di uni-posca fucsia nel centro. Le lettere e i numeri, proprio, non li capirei nemmeno fossero grandi come il mio naso.

Vabbeh, anche le prove delle lenti, me le fa la cherubina… quando si passa a dovermi scrutare con quello strumento con la lucina, quello con la lente d’ingrandimento e il manico, quello che per essere utilizzato, praticamente, il dottore ti deve avvicinare la testa che solo Amore e Psiche san fare… ecco… me lo fa il primario: un tarchiotto sessantenne che ridacchia a ogni frase, anche la più terribile, come Hilbert.

E visto che so già il verdetto, le mie gambe son già molli, quando arriva il colpo di coda: “Ma nooo, il trapianto decisamente no… prima di quello c’è questa nuova tecnologia…”.

Quel che ha detto dopo, l’ho ricostruito pian piano, qualunque cosa fosse, il mio cervello aveva la puntina che saltava continuamente: FACCIAMOLOFACCIAMOLOFACCIAMOLO.

È una cosa che ti prendono, ti spalmano una roba e ti bombardano con la luce “come fare la lampada hihihihi”, ha detto Hilbert. “Facciamolo” dico io. “Pensateci un po’” dice il tarchiotto. “Ok, ma facciamolo” dico io.

Ho ricostruito più tardi il significato della sua frase precedente allo “spalmano un composto”… aveva detto “è un intervento para-chirurgico”… leggendo su internet, a me pare chirurgico.

Ti danno queste pastiglie per prepararti, servono a far ricrescere la pelle più in fretta. Quando sei pronto, ti anestetizzano l’occhio, spatolano via l’epitelio e ci spalmano la crema, poi la lasciano seccare e la bombardano con i raggi uva (anche la brutta gente dell’ospedale s’è ridotta a dire che fa bene, alla fine). Insomma, ti spellano vivo e ti mettono una cornea finta.

Ora, fino a venerdì sera, io l’ho presa bene… non c’ho pensato poi molto… sì, c’era il colpo, ma c’era il fatto che non fosse il trapianto. Poi sono andato al lavoro e la testa non ci pensava. Poi sono andato a vedere uno spettacolo (il secondo della lista) e ho pensato che quelli sì, che son pesi, mica i miei… poi gli amici della protagonista, poi i musicisti bravi e simpatici e ubriaconi, poi i giochi inventati e poi gli ubriachi russi che raccontavano barzellette in una lingua comprensibile solo agli altri ubriachi. Insomma, c’eran cose in cui nuotare, che mi tenevan lontano dalla pozza dell’autocommiserazione.

Poi arriva sabato. Il primo sabato in cui non devo far nulla, dopo un bel po’ di tempo. E far nulla significa far lavoretti in casa e avere tutto il tempo per pensare, per guardare in internet tutti i casi peggiori e tutti i rischi e tutte le schifezze e aiuto. L’abisso.

Per fortuna ho gli amici. Gli amici veri son quelli che ti pescano. Io a questi devo la vita, e non lo dico per retorica, poi lo spiego alla fine. Ho gli amici che mi tirano fuori casa a forza, mi fanno mangiare una pizza che non ci starebbe nello stomaco chiuso, mi fan vedere i Griffin, mi fanno andare in un locale a salutare altri amici. Insomma, mi cambian canale in testa.

Poi torna la domenica, uguale al sabato. Ma qui c’è mio fratello, che mi porta a fare un giro in bici. Al secondo chilometro sto per vomitare, ché son anni che non faccio una salitella. Lo lascio proseguire per il suo giro, convinto di svenire di lì a poco, sulla via del ritorno. Invece l’aria che mi sveglia in discesa, mi fa risentire le forze, svolto di qui, di là, mi trovo in posti che pensavo fossero più vicini, ma poi torna la discesa… beeeella la discesa. Quasi quasi riesco ad andare fino a là. Massì, proviamoci. Finisce che torno che è già buio e mio fratello ha già fatto la doccia.

Oggi, per fortuna, è lunedì, quindi si lavora, quindi non si pensa più che tutto quel mio pensiero buonista si frantuma davanti alla minima difficoltà, quindi ci sono i colleghi e gli amici che mi distraggono. Già… tutta la mattina. Nel pomeriggio non c’è nulla da fare: “puoi tornare a casa”… ah… così?! Non mi tenete un pochino ancora?! Non vi serve un gradino umano?! Non so, posso leggere e digitare per voi… fatemi rimanere!!!

Nein, a casa da solo!!

Ok, vediamo di affrontare un altro pomeriggio di pozzanghere.

E invece?! Che ti accade?! Ti accade che è la giornata dei pensieri senza principio, mi vengon senza scaturire da qualcosa di tangibile, senza una sequenza logica: guardo trucebaldazzi; mi torna in mente una battuta di Clerks: “ha appena scopato con un cadavere, cazzo, sarà sconvolta” “beh?! Mia madre scopa con un cadavere da una vita e io lo chiamo papà”; taglio l’erba; ripenso allo spettacolo di venerdì e agli amici; ripenso alle ragazze e TAAC – agnizione!

Riderà… riderà… rideràààà

Io non sono un gran burlone, non sono una macchietta, non sono un comico… ma ho questa cosa che piuttosto che dire una cosa che non so, taccio, ma piuttosto che dire una cosa che so, in modo palloso, tendo a metterla in una cazzata; piuttosto che lasciar attecchire il silenzio, sparo una stronzata, magari anche non mia (visto che di cazzate, ne ho imparato un repertorio ragguardevole). E quindi ho capito che sì, quel che ho è una roba un po’ buia… ma non abbiamo davvero abbastanza tempo per perderlo nel buio.

Quindi io ai miei amici, non voglio più rompere il cazzo con messaggi del tipo: “non so se ce la faccio…” o quelle cagate patetiche con le quali li ho tempestati sto week-end… io ho voglia di vederli ridere, ho voglia di abbracciarli, ho voglia di saperli contenti. Facciamo che, prima di tutto, metti che poi va male… HO VOGLIA DI VEDERLI!! eheh

Così ho deciso che io, quella bella ragazza con la quale vorrei approfondire un sacco di argomenti, la voglio far ridere, la voglio far sorridere e non voglio che questa cosa mia la preoccupi o la scalfisca minimamente. Quindi devo metabolizzare, trovare il lato comico e leggero del tutto e poi servirglielo. Ho deciso che adesso faccio una doccia, vado a far la spesa, torno da quelli che mi hanno retto questo week-end, e regalo loro qualcosa… qualsiasi cosa… anche “solo” un abbraccio.

Che, fanculo, se lo meritano più di una palla al cazzo che si piange addosso.

Io vado eh… tu sorridi.

Insieme con il fatto che l’abitudine porta a spingersi sempre oltre ai se stessi di prima, i momenti hanno anche un altro fardello sulle spalle: quanto vali ora?!

Ho una stupida concezione errata del merito e non riesco a dirimere la questione.

Molto spesso, davanti a un’opera d’arte mondialmente riconosciuta come tale, io non provo nulla, oppure non arrivo a capire che parte di essa (Mulholland Drive è un gioco che mi piace tantissimo, è una sfida splendida da affrontare, Inland Empire è una cagata… per dire). Mi ritrovo a chiedermi se non sia necessario avere una scala, un modello o un metro, per capire quanto valore intrinseco abbia la struttura e tutto ciò che non è misurabile è estro, fantasia, valore aggiunto e guadagno. Arte, appunto.

Guardando i disegni al Museu Picasso, per esempio, mi ricordo d’aver notato due cose, aveva modelli superdotati e sapeva disegnare assai bene (che uno, magari, può pensare che lui si sia inventato quella cosa lì del cubismo per giustificare il non aver tecnica).

Invece poi trovi delle band di “mal trà insèma” (come diceva mia nonna: “mal assortiti”) che non ne azzeccano una e si beccano gli stessi applausi che ti sei beccato tu, dopo 12 anni che ti migliori, cerchi di dare il massimo e cominci a pensare di esserci riuscito.

E allora ti auto assolvi tentando di spacciarti la bugia che non ti capiscano (se perseveri in questa pazzia, rischi tangenti autoindulgenti sconsigliabili), oppure che non capiscano nulla in generale (e qui passi dalla parte del torto a prescindere: se uno ha problemi con uno, la colpa può essere al 50%, ma se uno ha problemi con tutti è molto raro che tutti sbaglino (le eccezioni sono rarissime, ma una volta morto, il genio viene valutato correttamente (magra consolazione, lo so))). Io, invece, mi chiedo se il gusto sia sufficiente per spiegare e giustificare l’apprezzamento massivo di un’opera o un artista.

Perché a me i Depeche Mode fanno cagare. Ne ammetto l’importanza nella storia della musica moderna, leggera, pop, techno e quel che vuoi, ma a gusto, mi fan cagare. Sono diametralmente opposti al mio senso del suono, del ritmo, delle scelte d’arrangiamenti. Tanto che le cover altrui dei loro pezzi, arrivano a piacermi. Questo mio detestarli non li svuota del loro “perché”, non li rende meno fondamentali o da censurare come incapaci.

Ma allora dove sta il limite tra le peggior band del mondo e Kandinsky?!

A me Kandinsky piace. Non lo capisco, se non me lo spiegano, ma mi piace. Ha un gusto affine al mio, quindi, a pelle, mi piace. Ok, non mi piace come Friedrich, che è più terra-terra e lo capisco più facile, ma mi piace. Un buon 60% dell’arte moderna, oltre a non essere al mio livello concettuale di comprensibilità, mi fa spesso cacare anche di gusto. È grave dottore?!

Ma non si può applicare a tutti il metro di Picasso, perché ci sono autodidatti che non son passati attraverso le “pene” dell’esercizio e delle esperienze altrui, prima d’arrivare a una propria forma d’espressione. E sanno esprimere cose incredibili attraverso opere che non necessitano nemmeno di avere alle spalle un macigno di conoscenza didattica.

E non si può nemmeno utilizzare il solo metro del gusto, oppure l’unione del gusto con il momento (perché a volte io noto film che m’avevano sempre ispirato poco, che mi squarciano l’anima per la bellezza). E c’è anche quella subdola fregatura del salto mortale.

Il salto mortale è una di quelle cose che tu ci rischi la vita, ma all’atterraggio, sei messo uguale a quando sei partito (magari ti viene un po’ più da vomitare, ma son dettagli). E allora ci son quelli che fanno un passo, senza fare tutta la fatica del salto, e ti arrivano allo stesso risultato, prima e, magari, con maggiori apprezzamenti da parte del pubblico (prendi Biagio Antonacci o quelli lì… c’è più volte “amore” nei loro testi, che nella bibbia (ah, no… esempio sbagliato… vabbeh, s’è capito)… e loro non son passati attraverso le sevizie o le pene di Gandhi e di chi s’è fatto il salto mortale nel dolore, per arrivare a predicare la verità pura che c’è nell’amore).

E oltre a questi, ci sono milioni di fattori: il commercio, la mafia, gli standard che si abbassano, la brevità del successo, la bellezza fisica (naturale dote, non certo talento) e mille altri.

Quindi, cosa rende meritoria un’opera d’arte o un artista o anche solo una persona?!

Forse i fattori sono troppi, ma le prime due regole che mi sono imposto, sono:
1 – bisogna cercare di partire senza aspettative, tutto quel che viene è guadagnato
2 – un’opinione personale è come il buco del culo, ognuno ha il proprio e non è detto che sia profumato.