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Category Archives: mondi

Fare i post in memoria di qualcuno, m’è sempre parso come cavalcare l’onda e rubar notorietà, ma visto che non andrò a sperticarmi in lodi o giudizi o analisi o altro, penso scivolerò miseramente dalla tavola, senza far nemmeno un po’ di tunnel.

Il Bradbury se n’è andato e m’ha fatto urlare un “no” in auto, quando l’ho saputo. Anche se non so se credere in aldilà, legami, spiriti e cose così, spero che l’abbia fatto sorridere e un po’ arrossire, che uno in più lo rimpianga.

Forse è stata la prosa semplice e diretta, forse è stata l’età e l’avidità con la quale ho letto il suo Farenheit, ma è stata incredibile l’influenza che ha avuto nella mia adolescenza. Forse è per questo libro, che ora ne ho un sacco. Forse è per questo libro che mi spiace dimenticarmi trame, battute o autori. Ma forse è grazie a questo libro che ho imparato ad aver cura.

Ho imparato a trattare i libri come le persone e viceversa.

Ho testimoni che m’han sentito urlare, in treno, per un amico che m’ha preso un libro e l’ha aperto del tutto, l’ha ribaltato e ha stretto la spalla per legger meglio una pagina… ok, questo non mi fa onore, ma era giusto per dire che anche con le persone, mi piace leggerle, scavar dentro e mangiarle, ma disturbando il meno possibile. Se le spalle sono intonse dopo il mio passaggio, io son più sereno.

M’ha insegnato a condividere e a comprendere l’importanza del dialogo, dell’aprirsi all’inaspettato e del non smettere mai di fantasticare. Le cronache che parevano assurde e contenevano tutta la normalità dell’animo umano, che scavavano nelle paure e le mostravano poche, insulse, dozzinali e stupide.

Grazie Ray, per quel che vale, sono uno in più che ti ricorderà.

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Scoprirsi ancora capaci
di perdere il fiato per salti,
immagini e idee.
Tuffarsi nel tempo spettro
che steso si lascia nuotare.
Dimenticare d’essere altro
per paura di non essere qui,
mostrandosi semplice uno
sfrondato dei centomila.
Nessuno,
ma parte.
Annaspare per non perdere sguardi,
assecondare slanci e ridere calmo,
annuire e applaudire.
Esser parte.
Far verso a frasi su simboli,
di brevi che mai saranno.
Correre pensieri altrui,
sorridendosi simili,
stupendosi diversi,
comunque noi.
Comunque io.
Immergersi in stanze, giardini, palazzi,
persone, forze e odori;
non sapere e temere,
sorprendersi in torto
e convenire.
Accettarsi.
E il contrario.
Difendere altrove,
spegnendo fuochi vacui
di colossi di vapore
svelti di spada
e poveri di pensiero,
impauriti d’ammettere
il senso che ritrovi lottando:
d’esser bambini che giocano a vivere.

Oggi Kaki m’ha riaperto. M’ha sezionato, mescolato e poi rimesso lì a raccattarmi i pezzi, rimetterli in sesto e cercare di dar loro un senso.

Mentre la guardavo suonare, mentre pensavo a quanto fosse bella (“I’m ok with my genetics, but don’t take pics of my nostrils!”) e mentre mi bacchettavo per il mio eterno secondo pensiero: “la bellezza non deve influire sul giudizio”; lei m’ha di nuovo spiazzato. Come quelle splendide epifanie che ti confermano certezze latenti, che ti chiariscono verità solamente intraviste e ti fan respirare nuovo.

Fanculo… è bella!!!

Il tutto nasce dal fatto che quella donna ha delle mani incredibili, che fanno cose incredibili e dietro di loro c’è una mente assurda che le porta a muoversi così e battere e pizzicare e pigiare e spingere e tirare e nuotare e saltare ed esplodere e carezzare. Lei è tutto quello e tu la catturi, la prendi per quanto riesci, la trattieni fino a dove le tue mani arrivano. E poi le costruisci attorno una versione di lei che è tua e che serve a te, che per te ha valore e che ti aiuta a capirla a viverla e ad ammirarla. Hai la tua proiezione di Kaki nella testa. E questa Kaki è quella che suona incredibile e ti fa provare cose incredibili e che ti fa vedere mondi incredibili ed è tutta eterea e stralunata.

Poi lei ti dice che oggi è andata a fare shopping e c’erano delle scarpe stupende e che avrebbe dato qualsiasi cosa per averle, ma che ha tentennato e non voleva spendere tutti quei soldi per delle semplici scarpe. Ma il pensiero che fossero le scarpe più belle del mondo e che avrebbero potuto essere sue, l’ha fatta decidere e quando è tornata al negozio… era chiuso. E fanculo al destino, lei non ci crede, quelle cazzo di scarpe erano fatte per essere sue e non aveva colpa o merito nessuno, se non lei e il suo modo di essere.

L’ha detto anche lei: “che magari non mi vedete come il tipo di persona che dia peso a queste cose, ma queste cose hanno un peso e quelle scarpe avevano scritto il mio nome sopra… fanculo”.

E quindi lei, come tutto, come tutti, ha quel lato splendido che è la sua mente musicale, l’anima artistica, le mani di vento e pioggia, quel nervoso armonico che sfocia in musica. Ma ha anche un fare assurdo, ha anche un ciuffo che cade perfetto, ha anche un viso armonico, un corpo armonico, una voce armonica e un sorriso armonico. È bella. Punto. E magari domani ha la sua giornata peggiore della storia, magari fra cinque minuti spara a qualcuno, ma questa sera, come tante altre volte, m’ha fatto vedere che è l’armonia dei pesi la via giusta.

Quel che va perseguito non è il bene assoluto, le utopie felici non sono attuabili e nemmeno giuste, perché deludono sempre. L’uomo è naturalmente un miscuglio di mille forze, non serve snaturarlo e crederlo migliore di quanto sia. Va accettato e incanalato verso il bene possibile, verso l’utopia abbordabile. C’è l’amore e ci son le caccole, c’è Vanzina e Aronofsky, c’è Hoeg e Moccia… non esiste un meglio oggettivo, siamo tutti soggetti, bisogna solo imparare nuovamente ad accettare e non allontanare. Credersi migliori perché si ascolta musica colta, non è giusto tanto quanto pensare che un film al cineforum sia palloso a priori.

Siamo troppo abituati a sentirci in dovere di auto-confermare la nostra attendibilità, ci sentiamo obbligati a giustificare le nostre azioni per renderle accettabili; quando in realtà dovremmo preoccuparci di ascoltare, guardare, leggere e vivere, per non cadere in presunzioni che feriscono. Creare quel che si può, nel miglior modo a noi possibile… se si è nel giusto, importa poco il riconoscimento. Se a una donna piace una donna soltanto perché è bella e questo le basta, che l’ami, che viva quell’amore al meglio. Punto. Se si crede nell’amore e nel romanticismo, che si cammini per chilometri nella neve per portare un fiore, ma si ammetta di guardare il culo delle ragazze e di sfogarsi in solitaria.

Bisogna semplicemente ammettere di essere umani, per essere esseri più armonici.

Ovviamente sarà una mia turba psichica, ma non capita anche a te d’aver bisogno d’ordine? Non sono certo una persona ordinata, forse un po’ metodica, ma son più lento e iterativo, piuttosto che precisino. Ovviamente per la mamma si è disordinati anche quando si è autistici, come per gli amici viziati si risulta quadrati anche quando ci si dimentica di prenotare il pranzo del proprio matrimonio.

Ma io, nelle cose che amo, ho bisogno d’ordine. E forse l’ho bisogno per trattenerle più a lungo, per farle mie, per avere l’illusione di saperle o poterle gestire. In realtà è, appunto, un’illusione per il semplice fatto che, tranne quelle poche ossa, non si possiede poi molto altro, in questa vita. Forse ho bisogno d’ordine perché altrimenti non riesco a star dietro almeno a quelle, di cose della vita. E quindi se i miei CD non sono in ordine alfabetico, io, un po’, non ci dormo.

Ma visto che i solipsismi portan spesso a derive fuorvianti e visto che è un periodo che mi ballan le ginocchia e non so perché, è bastato che un amico speciale mi dicesse un “no…” sorriso, perché io non riuscissi più a tenere in braccio le quattro certezze, e finissi a cercare di tenermele vicine coi piedi o con la bocca.

“Io nella mia libreria avrò l’ordine alfabetico…” stavo dicendo, già bello tronfio e gongolante, pronto a dare la scoccata finale con quella mia intuizione pari a tutte le mie altre intuizioni: stupida. Ero lì che già masticavo: “ma non da sinistra a destra, ma all’incontrario: così le pagine, nelle saghe o nei fumetti o nei romanzi a puntate, saranno consecutive anche una volta  riposte; la quarta di copertina del precedente, bacerà la prima del successivo… come naturale” (no, no, bell’intuizione utile e geniale, unica e fondamentale… bravo). Comunque, ero lì bello carico per dir la mia cagata, che mi è bastato un “no… dai, in ordine alfabetico no…” e poi m’ha solo accennato che i libri hanno bisogno di fantasia e libertà. E visto che lui di libri se ne intende, io mica ho avuto il coraggio di dir la mia cazzata, pareva di essere uno in doppiopetto che allunga un euro a un barbone, davanti a Gandhi.

E allora m’è scattato un altro terremoto che non son riuscito a togliermi dalla testa: “sì, ma poi come li ritrovo?!”. Io ho bisogno di sapere che quel pensiero è lì, che in quelle pagine posso trovare quello che mi pareva c’azzeccasse con questa situazione. Metodo, disciplina, ordine… sì, ne ho bisogno!

Ma se non fosse l’ordine alfabetico per cognome dell’autore… che altro ordine potrebbe esserci?!

Mi s’è insinuato uno strisciante: “per data di pubblicazione”, che tra tutti (cromatismo, collana, grandezza e molto altro) m’è parso il più abbordabile dal mio precario stato di salute mentale. Perché no?! In fondo è un ordine, l’ordine fondamentale delle cose, a questo mondo. Se non ci fosse stato Socrate, Platone non ne avrebbe scritto (e la mia mente malata e maligna continua a credere che molto probabilmente Socrate è un po’ come Dio, una gran burla, ben architettata da un manipolo di simpaticoni… solo che a Socrate credo e debbo assai di più).

Ma sì, in fondo uno dei motivi per i quali mi piace accostare i libri, è che stando lì ad annoiarsi, prima o poi si parleranno. E se Evangelisti parla con Deaver, saltan fuori un sacco di morti; ma metti che presti qualche libro, ne leggi qualcuno e lo lasci in cucina o al cesso (per le evenienze, visto che gli ingredienti di tutti i prodotti li sai a memoria) e finisce che Proust parla con Kierkegaard?! Nella mia soffitta ci scappano concezioni della logica che rasentano il nichilismo pneumatico, l’entropia a mach 15. Lodge con Eggers, mi ride il cartongesso; Asimov e Gibson… si raggiunge la singolarità. Insomma, metterli vicini per anno, probabilmente non li aiuta in questo scambio di idee, si ritrovano sempre nel brodo in cui hanno vissuto, non segreghiamoli per l’eternità nel loro presente passato.

Non ho il coraggio di staccarmi dal mio ordine alfabetico contrario, forse per paura, forse per semplice pigrizia, forse per un bisogno intrinseco di possesso o per un testardo affermarmi. E un po’ spero anche che questo ordine, il giorno in cui lo riuscirò ad attuare (sono ancora in alto mare, con il popolare le mensole), mi porti un po’ di calma e priorità e forza, anche in tutto il resto.

Ho voglia e bisogno di gustarmi la parola precedente, sorprendermi di quella attuale e sognare la prossima con la speranza che sia lì ad accogliermi anche dopo la quarta di copertina. Basta continuare a scrivere, basta avere quella sfacciataggine che hanno gli scrittori, quella sicumera che li porta a credersi, abbastanza da persuadere anche gli altri a farlo. Ho bisogno di mettere, di nuovo, i miei piedi in parole sicure, fisse, “lì”… così che il cuoreanimacervello possa tuffarsi innamorato, in tutto il resto.

E finirà sulla catasta di post che appaiono “buonisti” a tanti di quei pochi che mi leggono (sempre mi leggano ancora… in effetti non c’è poi molto da leggere, ultimamente, ma è sempre un bel gancio, il lamentarsi… eheh), ma corro ugualmente il rischio.

Io c’ho sempre quella cosa che unisco i puntini, non ho una mente superiore, ma ho una mente logica (che poi sia una logica un po’ tutta mia, è un altro discorso); non ho una gran memoria, se non per le stronzate (tendo a trovare risposte sulla vita, l’amore e le vacche nei dialoghi del film Clerks); non sono saggio, peso le cose.

E quindi se un camion mi entra nella rotonda a tutta velocità, perché mi vede che sto arrivando a 90 all’ora, ma comunque quei dieci millimetri più tardi di lui; se tra i mille feed, mi viene condiviso questo condivisibilerrimo post; e se me ne viene condiviso un altro che di primo acchito mi pare andare verso il giusto, ma poi mi fa storcere il naso… io unisco i puntini.

Mi viene da pensare che il soggetto del post condivisibile abbia tutto quel successo, perché ha una personalità e una maleducazione comuni a una grande maggioranza degli italiani (mi spiace, non è un vanto o un privilegio, non so nemmeno io cosa sia… ma reputo comunque più rispettoso, il mantenere un comportamento educato per il maggior tempo possibile). Uno che mi passa davanti perché vuole dimostrare a nessun altro se non a se stesso, di “valere più di me”, è un maleducato, un po’ sbruffone e a rischio idiozia, visto che mette un po’ a repentaglio l’incolumità altrui. Uno che alza la musica in un luogo in cui, per il rispetto della degenza, viene richiesto di moderare anche il tono vocale, lo è altrettanto. E con uno scarto mentale minimo, a me viene da pensare che quell’ultimo pensiero del post-storcinaso, non sia altro che espressione di quella pancia, comune a tanti.

Comprendo benissimo di non vivere in un mondo utopico, so perfettamente di avere una fortuna incommensurabile nel fare un lavoro che mi piace e che mi stimola, ma non reputo vero, condivisibile o anche solo giusto, pensare che “il tempo che dedico al lavoro deve essermi pagato tantissimo, perché è tempo rubato a me”. Finché parliamo di “pagamento” in “soddisfazione” e poi c’aggiungiamo il denaro, posso anche capire, ma se tu pretendi che “altri” ti debbano pagare tantissimo, perché ti stanno strappando a qualcosa che tu faresti meglio, con più entusiasmo, più serenamente PER TE… cagati in mano e applaudi.

(senza essere offensivo, è l’insulto che utilizzo più spesso, perché ho questa fissa che una cosa, se fa più ridere, è meglio)

Non voglio essere considerato tra quei despoti che pensa: “nessuno è indispensabile, chiunque è sostituibile”, con una generalizzazione (le mie beneamate…) che esclude a priori chi la pronunci. Tutt’altro, parto dal presupposto opposto, tutti siamo indispensabili per qualcuno, nessuno è sostituibile per qualcuno, ma è proprio questo legame sottostante, che porta valore al singolo, alla massa e all’esistenza (minchia, mi sto un po’ allargando).

È questo, secondo me, il punto da cui bisognerebbe partire, sia nelle rotonde, sia nelle canzoni e nelle parole, sia nel lavoro e nella considerazione di sé: io non sono nulla, ma devo costruire tutto ciò che posso, per far star bene la o le persone cui tengo. Questo è il mio miglior modo, per star bene (che poi non ci riesca quasi mai e abbia turbe psichiche, è un altro discorso).

Quindi non penso che sparirebbero gli incidenti, se le persone fossero più altruiste (se uno ti inchioda davanti per far passare il vecchietto col cappello, tu gli vai nel culo…), non penso si vivrebbe meglio, se tutti fossimo educati (non sapremmo più chi scegliere, prima o poi, da tenerci a cuore… che è un po’ il senso di quel poco che chiamiamo “tutto”), non penso andremmo molto lontano, se tutti facessero il lavoro che piace loro; penso solo che l’egoistico credere di valere più degli altri, sia la lente sbagliata, per guardare il mondo.

Tu hai quel merda di camion che mi spappolerebbe, se mi venissi addosso, e che mi fa tossire per ore se ti sto dietro, con lo schifo che sgasi: non fare lo sbruffone, ché nel bilancio dei legami, hai una persona in più che ti guarda cagno! Tu hai avuto successo, donne, soldi e persone che ti amano, accontentati, non andare oltre, pretendendo di dare l’esempio giusto “fregandotene”, perché ci sarà sempre qualcuno migliore o peggiore, che di te se ne potrebbe fregare con maggior successo, non facendo altro che quello che hai predicato… e le persone prima o poi, come tutto, finiscono… e finiscono per mettertelo nel culo.

Tu, invece, che ti rattristi perché sviliscono il tuo lavoro, non pensare di valere “tantissimo”, pensa solo che farlo al meglio sia il tuo traguardo, il grazie più grande, l’unica ricompensa. Stai guardando dalla parte opposta! Se tu insegni a dei bambini, chiedi a loro se il tuo lavoro è stato buono, non chiedere più soldi a chi fa un altro lavoro, che si trova soltanto nella tua stessa posizione, ma si sente trattar male, perché c’hai la pms. Non è la pagiuzza tua e la trave mia, è il semplice fatto che se credi valga tanto il tuo tempo, vai a fare il cazzo che vuoi, se è così “tantissimo”, ti verrà riconosciuto; se invece ti ci impegni tantissimo, nel tuo lavoro, e ti viene riconosciuto poco, allora sì: “blame them all”, e tieniti la tua magra, ma pur sempre unica e insostituibile, consolazione di aver dato il meglio di te. Prima o poi arriverà un tuo studente, suonerà quel campanello, la tua badante aprirà la porta e tu scoccherai il sorriso che varrà più “tantissimo” di tutti, quando lui ti abbraccerà con il solito e splendido: “Sa prof? Aveva proprio ragione…”

Dovrebbe esser semplice, perché a una certa età uno ha visto e vissuto tante cose, quindi c’arriva. Ma forse è anche quello il bello e il senso della cosa. La totale incertezza e l’incapacità d’affrontarla, rendono l’esperienza ancora più perfetta. A volte fa male, ma è tutto parte della sfera.

Tu sai che quel viso è troppo bello per sorriderti, quindi ti sorprende lo faccia. Sai che chi ha quello ed è così, spesso non riempie quel bello di altro, oppure pretende, oppure ci gioca, lo sfrutta; quando poi ti trovi umiltà o reale modestia, non puoi che scioglierti in calore sorriso.

Ho sempre avuto problemi a scindere bellezze. Mi son sempre trovato ad amare persone piene, fossero esse belle, brutte o medie, poco importava. Ho sempre apprezzato la bellezza, certo, l’uomo saccheggia continuamente la realtà e l’occhio vuole la sua parte; c’è sempre quell’istinto che porta a dare troppa importanza a questo particolare, ma la natura e l’esperienza m’hanno portato a imparare.

L’esperienza m’ha fatto capire quanto si possa perdere, nell’ordine d’amicizie, sostegno, fiducia e pace, per un egoistico prendersi tutto.
La natura m’ha regalato un sistema immunitario strano, ma che mi piace.

Per prima cosa, nessuno è di nessuno, se non di se stesso (e forse nemmeno, se vogliam esser spirituali); poi la fiducia è un legame importante e rispettarlo va oltre ogni istinto, visto che siamo umani dotati di raziocinio; l’amore e il sesso son due cose distinte, permeabili, ma distinte, entrambe non dovrebbero far male a nessuno, ma solo la prima è così importante da  poter giustificare il male; la bellezza, se non supportata da intelligenza, cura, attenzione o apertura mentale, è caduca e vuota, ma soprattutto non vale l’amore; le aspettative non devono mai perdersi in picchi troppo alti, ma esser sempre di peso concorde a ciò che si dà, siam fatti per deludere, dobbiamo combattere contro questa natura.

Ovviamente non c’è nessuna verità universale, son tutti piccoli passi che seguo, nemmeno troppo bene e nemmeno sempre. Quando ci riesco, me li ripasso e mi ci impegno. Tanto questo è un terreno di gioco infido e si traballa sempre, rompendo giustamente le regole e creandone di migliori. Ogni cosa evolve per natura, mi piace pensare che debbano estinguersi quelle errate o inadatte e debbano prosperare quelle buone e positive.

Sogno, lo so. Ma sempre più spesso mi chiedo che male ci sia ad abbellire ciò che si ha, per gestirlo al meglio, per rendere accettabile quel che c’è di brutto. Sei seduto o sdraiato con qualcuno che merita carezze o abbracci?! non smettere di farne, finché pesa giusto; una persona ti si rivela bella o migliore di quanto non avessi ancora visto?! diglielo, faglielo capire, non fa mai male un rinforzo positivo; quel che succede tra voi non è o non è più quel che speravi?! prendi quel che hai e conservalo, ricordalo, traine forza e non distruggerlo, c’è chi non ne ha mai avuto.

E non dico “è tutto bello”, “sorridiamo” e “vivadio”, non ci credo. So perfettamente che esiston brutture, dolore e peggio, ma quando qualcuno merita il meglio, è giusto impegnarsi per darlo, quando qualcuno non è degno che del peggio, si può evitare di infliggerlo, per dimostrar d’esser migliori, oppure si può evitare la socialità che è pur sempre riconoscimento di merito. Una persona sola, potrà pur sentirsi migliore di tutte, ma non sarà mai felice quanto quella eletta migliore ad abbracci fraterni.

A male si risponde con meglio, per pura pace personale. Ama le persone migliori, le altre buttale a mare. Amare, a volte fa male e fa fare del male. Dal male bisogna fuggire, per circondarsi di persone affini, migliori e che invoglino a dare, ad essere e ad amare. Amale.

I calcoli son calcoli, poi il cuore te li scompiglia che non li riconosci più. Ma i calcoli son calcoli.

Tu hai questa cosa della sopravvivenza: nasci che sei uscito da un qualcosa che in due eravate uno, perdi da subito lo stato in cui, da allora, cerchi di tornare. E gli abbracci e il calore, i baci e l’affetto, il cotone e gli odori, non fanno altro che prolungarti il più a lungo possibile un’illusione che pian piano, la realtà che realizzi, tenta di portarti via.

E allora non hai che da capire che quel che vai perdendo è ciò che, in realtà, non devi andar cercando, ma devi regalare.

Ieri un film m’ha ribadito che “you’re what you love, not what loves you”, ed è una di quelle verità che ogni volta che t’innamori sbiadisce e hai voglia a mettertici a ricordarla. Ci passi gli anni e, quando torna, ormai hai fatto un qualche patatrack.

Rimane che noi abbiam delle dinamiche che, più o meno, seguiamo buoi o volontariamente, facciam nostre, elaboriamo, esploriamo e contro le quali ci scagliamo ignari siano invincibili. Son natura e snaturarsi è dei mediocri ignavi.

Tu ti accendi ché c’è un numero che ti piace, e allora mostri, fingi, celi, sottolinei e imbelletti; non ci son regole nel mettersi in mostra, non ci son regole nell’amore, figuriamoci in uno dei suoi spicchi. Tu non è che lo fai da cattivo, lo fai per paura di esser normale. I normali non si vedono e tu vuoi esser visto, vuoi che chi hai visto, ti veda. Tutto qui. Allora il numero che sei, che in fondo non cambia mai, lo sommi, lo riduci, lo moltiplichi e dividi, in base a situazioni che s’incastrano. Eviti calcoli troppo complicati o troppo semplici (ché far vedere che non si è capaci, sminuisce, ma c’è chi ti potrebbe battere in semplicità), giochi carte già giocate, trovi schemi e teoremi. Calcoli, questo è quello che fai, tutto il tempo.

Ribadisco, non è cattiveria, è natura. Uno lo fa per paura o sopravvivenza. Non è che gli puoi dire: “non sei più quello di una volta”, perché ti freghi da sola, lo è stato, appunto, solo una volta. Breve o lunga che sia stata, è già tanto che sia esistita, c’è chi non fa nemmeno lo sforzo… ritieniti fortunata d’esser stata oggetto di tanto zelo (il tanto è labile, ma c’è chi, romantico, si impegna e ci prova, ad esser migliore).

Quindi tu hai numeri nudi, che si uniscono in funzioni elaborate di fattori e incognite. Decidono di stare in equazioni instabili, improbabili e sghembe. A volte scorre tutto liscio, ché ci son semplificazioni d’adattamento e di compensazione, a volte sembra che non si trovi soluzione e invece è solo un riporto sbagliato e tutto sfuma per futili sviste. A volte, invece, c’è chi ha pensato che stimare il risultato prima ancora di conoscere gli addendi, fosse il miglior modo di risolvere il tutto, poi si ritrova con meno e non riesce proprio ad accettarlo.

Quel che i numeri san fare è esser numeri. Tu sei tu, sta a te imparare a essere in grado di buttarti in operazioni, reggere pesi e misure, reggere errori e tentativi.

Forse una volta le relazioni duravano di più perché si calcolava semplice, il risultato andava bene perché le aspettative erano pure inferiori e tutto quel che veniva era un di più. Oppure perché si era destinati a somme, ma piuttosto che esser numeri primi, ci si cullava nell’esser fattori. Almeno si stava al caldo di un abbraccio, ricordo sbiadito e freddo di una madre perduta.

Adesso tutti giocano ad esser cento, quando invece son dei trenta e quando un vero cento si crede loro simile, pari, degno di parentesi condivise, non posson che rivelarsi il misero terzo che sono. Il mondo è pieno di trenta convinti di meritare cento e di cento infranti che perdon fiducia nell’esistenza d’altri come loro.

Io non son diverso, ovviamente, non son 100 e non son 30, son uno di quelli che scrive bello e calcola semplice, spinge sui passaggi noti e rallenta quando le incognite diventan fondamentali. C’è un qualcosa, però, che ho capito d’avere: l’immancabile curiosità del calcolo. Quel che frega i 30 è di non volersi sforzare di diventar 40. Tu c’hai i numeri che natura t’ha dato, ma sei umano, hai tutte le fortune di questo universo per poter dimostrare a chi vuoi vicino, di poter diventar di più. Pensaci, che vuoi da quel numero che tanto ti piace: che sia lì con te. Non è già questo un qualcosa di più di quel che già è?! E allora perché pretendi aumenti se non sei disposto a donarli tu?!

E non sto parlando di aumenti nel gonfiore del petto, quelli svaniscono quando non riesci più a trattenere il fiato; parlo di quegli sforzi che di +1 in +1 ti portan ad avere braccia più grandi, cuori più caldi e gambe più salde per ricevere colpi.

Quindi, per me gli errori più grandi nei calcoli a due, son quelli che fai quando sbagli le stime, sono gli errori miopi di numeri irreali. Non tutti si possono presentare per il numero che sono, bisogna essere abbastanza certi che la bontà di chi si vuole vicini, sia così grande da accettare subito tutto (che poi, costruire insieme accettandosi sin da subito è un viaggio bellissimo); s’ha sempre da dimostrare di poter esser migliori, più grandi, più saldi e sicuri, per poi scendere di nuovo al se stessi di sempre, pronti e convinti di voler migliorare. Per non deludere.

Forse è questione di angoli, quanto è splendido quando i raggi si baciano in un 360 perfetto?! Tu spari un 140, punti un 220 e reggi l’abbraccio finché non mostri l’80 che riempi. Il bacio non c’è più, non sai reggere il peso e la totalità si spezza.

Dovremmo esser più veri, prometterci migliori, senza ingannare con code colorate; dovremmo anche esser più sinceri con noi stessi, senza pretendere gradi che non siamo capaci di offrire; dovremmo forse esser più attivi e non smettere mai di amare la ricerca, non per riconquistare, ma per prevenire necessità. L’amore migliore che possiamo regalare è l’esser pronti. Pronti a meritare un grazie invece di dovere uno scusa.

E forse è per questo che mi vengono infiniti grazie, quando angoli a me complementari mi s’avvicinano o accettano miei incastri, perché già il loro completarmi mi rende onorato d’esser vivo, concreto e arrivato sin lì.

E siccome siam tutti umani, anche se le donne hanno quella fortuna d’esser migliori, anche loro vogliono abbracci e imbellettano le proprie cifre, per apparir più aperte (in questo mi ci son sempre perso, com’è che una persona ottusa è una che ha una visione più chiusa di una persona acuta?!). Quindi il saper compensare l’inevitabile diminuire dei gradi altrui è sintomo d’attenzione, di dedizione e di amore.

Forse è riduttivo costruire l’amore su una necessità di fuggir solitudine, ma è la base vera da cui si deve avere il coraggio di partire. Ma poi l’amore ti scompiglia tutto e i tuoi calcoli li puoi buttare ai pesci. E forse l’amore che si consuma bruciando in fretta, dovrebbe esser fondato su pagine abbastanza spesse da leggersi anche in cenere, quelle belle croste di nero che in controluce puoi ancora goderti. Lavoisier aveva ragione anche nell’immateriale.

E giuro che prima o poi imparerò a scriver qualcosa di comprensibile, ma c’ho sempre l’amore a scompigliarmi tutto…

C’è questa cosa che una mattina di qualche anno fa, d’estate, mi sveglio e ho un mal di testa insopportabile… io… che di mal di testa non soffro. Passo un qualche minuto a letto a capire se possa migliorare. Nulla. Provo a sciacquarmi il viso, ma nulla. Torno a letto, dormo ancora due orette e il tutto passa.

La sera esco e regalo dei film stupidi a un amico stupido, che so che avrebbe apprezzato.

La mattina seguente stesso dolore, ma decuplicato… una sorta di spillone ficcato dentro la testa, in un punto irraggiungibile a mano nuda. Una sorta di lampadina accesa, la mia testa, sembrava esplodere dal centro, verso il vetro del mio cranio. Provo a bere il mio lattuccio e cacao, da bravo bambino. Torno a letto e il dolore non fa che aumentare… aumenta, aumenta, aumenta tanto che vomito la colazione.

In quella m’arriva un messaggio che leggo tra le lacrime (quando vomito piango istantaneo) e con la testa nel catino: “oh, sto guardando gli Sgangheroni e son piegato in due… ahah”. Non mi ricordo se ho risposto, ma di certo ho pensato: “anch’io son piegato in due” :). Finito lo stimolo, mi alzo dal letto, vado al lavandino e mi risciacquo il viso.

C’è una piccola premessa da fare: sin da piccolo, non mi son mai guardato allo specchio (non sono una donna). Anche quella volta che son svenuto e finiti tutti gli altri controlli il dottore mi scruta gli occhi e sbianca, io c’ho messo un po’ a rispondergli:
– hai mai sentito parlare di anisocoria?!
– naa
– anisociclia?!
– naa
poi, sempre più bianco
– hai mai notato… guardandoti allo specchio, magari… che una pupilla fosse più grande dell’altra?!
– naaa
penso stesse per svenire lui, quando lento mi si è insinuato il pensiero
– però, sin da piccolo, anche se avevo le finestre a sinistra, vedevo più luminoso a destra
Il sospiro di sollievo che ha fatto quel bell’omone, deve aver alzato il livello di CO2 sopra la soglia. Non era stata la botta in testa a rendermi la pupilla destra atrofizzata, ce l’avevo dalla nascita… ero salvo.

Torniamo a quattro anni fa…
Sciacquo la faccia, il dolore non scema, io, scemo, guardo finalmente nello specchio.
C’è un’altra premessa da fare: io soffro molto di più per il dolore subito dagli altri, piuttosto che di quello inferto a me. C’è anche una postilla: mi è più insopportabile l’attesa del dolore, rispetto al dolore vero e proprio; sono un bel po’ impressionabile, insomma.
Lo specchio rifletteva una cosa che neanche quando m’han truccato da zombie, facevo così schifo. L’occhio destro era il solito color cacca, ma in mezzo a una cornea rossa che più rossa non si può.

Ho riso… eheh… penso sia anche passato il mal di testa (aaahh, le endorfine fan miracoli).

Mi vesto con calma, apro la porta di casa, attraverso il giardino e busso a casa di mio fratello:
– Avanti!
Apro la porta e lo vedo svaccato sul divano, che guarda la tv
– Ehm… penso sia meglio portarmi al pronto soccorso
Quella cosa che fanno nei cartoni animati di guardare distratti un qualcosa e non coglier subito il particolare più allarmante della storia e rigirare istantaneamente la testa con due occhi così ACCADE REALMENTE!!

Mio fratello si prepara e mi porta al pronto soccorso oculistico. Nel tragitto sparo stronzate. Il primario non c’è e quindi mi fanno tornare il giorno dopo. Nel trambusto mi segnalano come priorità nulla, cartellino bianco, e mi fanno pagare 74 euro di ticket (è poi bastato far notare l’errore, che m’han messo rosso come il mio occhio).

La visita, l’indomani, fa saltar fuori che ho questa cosa che ha anche mia mamma. Una roba che fino a martedì scorso non sapevo essere classificata tra le 400 malattie rare, una cosa che colpisce dalle 5 alle 50 persone su 100mila, una cosa che di solito, come nel caso di mia mamma, colpisce un occhio solo. Mapperchémmai farsi mancare nulla!! Io la voglio a tutti e due.

E così è. Mi si dice che devo tenerla osservata, perché se peggiora, c’è il trapianto di cornea. E io mi cago e mi metto i colliri e vado alle visite di controllo. Passan gli anni e la cosa non peggiora… non peggiora… non peggiora.

Martedì vado alla solita visita di controllo: entro nella sala dei macchinari e un angelo in camice mi fa sedere davanti alla solita macchina. Sotto di essa, la solita stampante a colori, pronta a dare il verdetto (in questo caso il rossetto, perché quando è verde vuol dire che l’occhio è a posto).

Io che ormai so a memoria la forma delle macchie nelle foto dei miei occhi, vedo che quelle sembran più isoipse del monte Bianco, o forse la fossa delle Marianne. Quella che era una pallina, ora è una mongolfiera, quella che era un’Australia in miniatura, adesso è più un caciocavallo. La prima reazione è un sudorino freddo, ma me lo tengo per me e rido, sparo cavolate, lascio che la logorrea di mia mamma riempia le stanze.

Ci si sposta dal primario e lui analizza prima mia mamma. Poi passa a me e lascia che gli esami preliminari li porti a termine l’angelo di cui sopra. Io non posso che ringraziarlo mentalmente e profondermi in inchini figurati e portargli in dono fluoro, Vincenzo e birra.

Una delle due macchine m’acceca più di quanto già natura non m’abbia graziato. L’altra mi mostra una sorta di casetta su di un prato, che non riesco mai a mettere a fuoco. Poi mi si chiede di sedermi comodo sulla sediona, per guardare il cartello con le lettere.

Ora, sarò anche lento, ma dopo avermi sparato una luce fortissima fin dentro il cervelletto, tutto quello che vedo è lo stipite della porta all’estrema destra, la finestra all’estrema sinistra e una bella riga di uni-posca fucsia nel centro. Le lettere e i numeri, proprio, non li capirei nemmeno fossero grandi come il mio naso.

Vabbeh, anche le prove delle lenti, me le fa la cherubina… quando si passa a dovermi scrutare con quello strumento con la lucina, quello con la lente d’ingrandimento e il manico, quello che per essere utilizzato, praticamente, il dottore ti deve avvicinare la testa che solo Amore e Psiche san fare… ecco… me lo fa il primario: un tarchiotto sessantenne che ridacchia a ogni frase, anche la più terribile, come Hilbert.

E visto che so già il verdetto, le mie gambe son già molli, quando arriva il colpo di coda: “Ma nooo, il trapianto decisamente no… prima di quello c’è questa nuova tecnologia…”.

Quel che ha detto dopo, l’ho ricostruito pian piano, qualunque cosa fosse, il mio cervello aveva la puntina che saltava continuamente: FACCIAMOLOFACCIAMOLOFACCIAMOLO.

È una cosa che ti prendono, ti spalmano una roba e ti bombardano con la luce “come fare la lampada hihihihi”, ha detto Hilbert. “Facciamolo” dico io. “Pensateci un po’” dice il tarchiotto. “Ok, ma facciamolo” dico io.

Ho ricostruito più tardi il significato della sua frase precedente allo “spalmano un composto”… aveva detto “è un intervento para-chirurgico”… leggendo su internet, a me pare chirurgico.

Ti danno queste pastiglie per prepararti, servono a far ricrescere la pelle più in fretta. Quando sei pronto, ti anestetizzano l’occhio, spatolano via l’epitelio e ci spalmano la crema, poi la lasciano seccare e la bombardano con i raggi uva (anche la brutta gente dell’ospedale s’è ridotta a dire che fa bene, alla fine). Insomma, ti spellano vivo e ti mettono una cornea finta.

Ora, fino a venerdì sera, io l’ho presa bene… non c’ho pensato poi molto… sì, c’era il colpo, ma c’era il fatto che non fosse il trapianto. Poi sono andato al lavoro e la testa non ci pensava. Poi sono andato a vedere uno spettacolo (il secondo della lista) e ho pensato che quelli sì, che son pesi, mica i miei… poi gli amici della protagonista, poi i musicisti bravi e simpatici e ubriaconi, poi i giochi inventati e poi gli ubriachi russi che raccontavano barzellette in una lingua comprensibile solo agli altri ubriachi. Insomma, c’eran cose in cui nuotare, che mi tenevan lontano dalla pozza dell’autocommiserazione.

Poi arriva sabato. Il primo sabato in cui non devo far nulla, dopo un bel po’ di tempo. E far nulla significa far lavoretti in casa e avere tutto il tempo per pensare, per guardare in internet tutti i casi peggiori e tutti i rischi e tutte le schifezze e aiuto. L’abisso.

Per fortuna ho gli amici. Gli amici veri son quelli che ti pescano. Io a questi devo la vita, e non lo dico per retorica, poi lo spiego alla fine. Ho gli amici che mi tirano fuori casa a forza, mi fanno mangiare una pizza che non ci starebbe nello stomaco chiuso, mi fan vedere i Griffin, mi fanno andare in un locale a salutare altri amici. Insomma, mi cambian canale in testa.

Poi torna la domenica, uguale al sabato. Ma qui c’è mio fratello, che mi porta a fare un giro in bici. Al secondo chilometro sto per vomitare, ché son anni che non faccio una salitella. Lo lascio proseguire per il suo giro, convinto di svenire di lì a poco, sulla via del ritorno. Invece l’aria che mi sveglia in discesa, mi fa risentire le forze, svolto di qui, di là, mi trovo in posti che pensavo fossero più vicini, ma poi torna la discesa… beeeella la discesa. Quasi quasi riesco ad andare fino a là. Massì, proviamoci. Finisce che torno che è già buio e mio fratello ha già fatto la doccia.

Oggi, per fortuna, è lunedì, quindi si lavora, quindi non si pensa più che tutto quel mio pensiero buonista si frantuma davanti alla minima difficoltà, quindi ci sono i colleghi e gli amici che mi distraggono. Già… tutta la mattina. Nel pomeriggio non c’è nulla da fare: “puoi tornare a casa”… ah… così?! Non mi tenete un pochino ancora?! Non vi serve un gradino umano?! Non so, posso leggere e digitare per voi… fatemi rimanere!!!

Nein, a casa da solo!!

Ok, vediamo di affrontare un altro pomeriggio di pozzanghere.

E invece?! Che ti accade?! Ti accade che è la giornata dei pensieri senza principio, mi vengon senza scaturire da qualcosa di tangibile, senza una sequenza logica: guardo trucebaldazzi; mi torna in mente una battuta di Clerks: “ha appena scopato con un cadavere, cazzo, sarà sconvolta” “beh?! Mia madre scopa con un cadavere da una vita e io lo chiamo papà”; taglio l’erba; ripenso allo spettacolo di venerdì e agli amici; ripenso alle ragazze e TAAC – agnizione!

Riderà… riderà… rideràààà

Io non sono un gran burlone, non sono una macchietta, non sono un comico… ma ho questa cosa che piuttosto che dire una cosa che non so, taccio, ma piuttosto che dire una cosa che so, in modo palloso, tendo a metterla in una cazzata; piuttosto che lasciar attecchire il silenzio, sparo una stronzata, magari anche non mia (visto che di cazzate, ne ho imparato un repertorio ragguardevole). E quindi ho capito che sì, quel che ho è una roba un po’ buia… ma non abbiamo davvero abbastanza tempo per perderlo nel buio.

Quindi io ai miei amici, non voglio più rompere il cazzo con messaggi del tipo: “non so se ce la faccio…” o quelle cagate patetiche con le quali li ho tempestati sto week-end… io ho voglia di vederli ridere, ho voglia di abbracciarli, ho voglia di saperli contenti. Facciamo che, prima di tutto, metti che poi va male… HO VOGLIA DI VEDERLI!! eheh

Così ho deciso che io, quella bella ragazza con la quale vorrei approfondire un sacco di argomenti, la voglio far ridere, la voglio far sorridere e non voglio che questa cosa mia la preoccupi o la scalfisca minimamente. Quindi devo metabolizzare, trovare il lato comico e leggero del tutto e poi servirglielo. Ho deciso che adesso faccio una doccia, vado a far la spesa, torno da quelli che mi hanno retto questo week-end, e regalo loro qualcosa… qualsiasi cosa… anche “solo” un abbraccio.

Che, fanculo, se lo meritano più di una palla al cazzo che si piange addosso.

Io vado eh… tu sorridi.

Un po’ che non scrivo (se non cazzate) e oggi doppietta.

È che è un periodo feroce e io che son lento ho bisogno di tempo per metabolizzare e guardar nella giusta logica le cose. Ma poi basta guardare un po’ di video di Trucebaldazzi, e realizzo un po’ meglio.

Trucebaldazzi saved my day, today.

Oggi è la giornata dei pensieri che mi vengon così, senza essere ispirati da nulla… e allora son lì che guardo un messaggio di posta e mi dico: “vediamo se ci sono altri video di trucebaldazzi, oltre a troppo odio” e mi trovo davanti un monte di novità, che mi schiariscono la mente sul soggetto.

Il fenomeno è un emblema di un sacco di cose. Non voglio fare il moralista o questuare ragioni su temi delicati, ma vorrei solo metter nero su bianco quel che m’è saltato alla mente guardando quei video.

Trucebaldazzi è questo ragazzino un po’ lento, ha dei problemi e lo sa… o meglio, la negazione gli fa dire che ha avuto problemi da piccolo e che nessuno l’ha aiutato, quindi lui ora non ha più problemi, ha solo conseguenze di problemi passati.
Ci son un paio di cose da capire:
1. la mente limitata di una persona, la porta a credere d’essere meglio di quanto lei sia;
2. ognuno si ritiene migliore di chi ha al proprio fianco.

Queste due cose instaurano una catena che porta Truce Matteo Baldazzi a incolpare gli insegnanti, la sua ex, le persone positive (?!) e tanti altri ancora, per i suoi problemi irrisolti, ma porta anche gli utenti di youtube a “idolatrarlo” per sentirsi migliori, superiori, accettabili.

Quel che innesca il circolo vizioso, però, è quel comportamento bieco che vorrei saper combattere:  il mio essere migliore è centripeto.

Si tende a non sfruttare l’essere migliori, per rendere più semplice quel gioco a qualcun altro; non sfrutto le mie doti artistiche per renderti la vita più lieve, sfoggio la mia bravura, per guadagnarci e dimostrare d’esser migliore. C’è una rivalità tra rapper, che porta alle pistolettate, c’è una rivalità tra calciatori che porta a testate, c’è una rivalità in quasi tutti gli ambiti… per nulla. Per del denaro?! Davvero?! Siamo così messi male che ciò che ci sprona a migliorare non sia altro che una carota stampata su carta-tessuto?! Oso sperare non sia così… almeno, non lo sia per tutti.

La mia fiducia in tanti artisti e tanti lavoratori e tanti amici è questa: che non siano così per nessun’altra ragione, se non vivere meglio.

Quel che ho realizzato oggi, è che siamo tutti trucebaldazzi, perché deridiamo gli “inferiori” per auto assolverci; riteniamo gli altri responsabili dei nostri problemi; siamo limitati in un modo o nell’altro e non sappiamo vedere realmente la nostra situazione di limitati; il primo istinto (al quale troppi si fermano) contro le avversità è il “troppoodio”; dal piccolo al grande, siamo quel che gli altri ci hanno insegnato, quel che ci aggiungiamo di nostro, lo riteniamo il meglio, ma spesso solo per mostrarlo, non per metterlo in discussione o per costruire.

E ora che ho svilito un divertimento analizzandolo superficialmente, visto che non ho i mezzi e non ho studiato psicologia, passo alla seconda parte dei traguardi di oggi.

Ieri il mio indirizzo di posta è esploso in un messaggio a tutti, ma proprio tutti, i contatti che ho in memoria. Mi son ritrovato con una fila di avvisi di mancato recapito, che a giustapporli, ci si copre mezza Cina. Questo fa capire che un sacco di gente cambia indirizzo di posta, cosa che in vita mia ho fatto due volte (una a malincuore e una volta ho deciso che me lo tengo lì, lo apro ogni tanto); sarò lento, ma io c’ho mezza vita, in questo indirizzo, pensare di cambiarlo mi piange il cuore. E non è che mi rompa per spocchia, è che ho un sacco di iscrizioni a robe che non ricordo, ma che tornerebbero utili, prima o poi; ho il telefono sincronizzato con quello e rispenderci il tempo, sarebbe un po’ una rottura; ma soprattutto, ho sempre visto il mandare “questo è il mio nuovo indirizzo”, come un “ehi, sappiate che esisto, ho una vita interessantissima e mi evolvo”, oppure come un’imporre una presenza non richiesta, come l’amico che arriva presto alle feste di compleanno per dirti: “ti serve una mano?!” e poi rimane lì seduto per il resto del tempo a ridere asincrono e tentare di dire cose fuori luogo.

C’è anche l’aspetto più pratico-dinamico: nella posta ho un sacco di dati, miei e non. Mi spiacerebbe esser causa di invasioni altrui nella privacy di chi ha avuto la malaugurata sorte di ricevere un mio messaggio in passato. Uno potrebbe risalire al numero di telefono di amici, potrebbe risalire a IBAN di parenti, insomma, cose pratiche, che in mani terze, non sarebbero così innocui quanto sono, se restano nelle mie.

Infine c’è il lato utile: ma che diavolo ho di così importante, io, da dovermi scardinare l’indirizzo, per rompere i coglioni alla gente che conosco?! Che guadagno hai dall’inviare un messaggio un bel po’ strano (era tutto in inglese, con un link, senza firma, senza oggetto… bah) a gente che non si ricorda nemmeno più chi io sia (una persona contattata per lavoro, tempo addietro, m’ha risposto in inglese dicendomi “io non so chi lei sia, non mi scriva mai più!”)?! Perché uno dovrebbe fare click su un link così sospetto?!

E mi fermo a pensare che ho affidato a un qualcosa che potrebbe sparire, tante informazioni che mi potrebbero tornare utili; che tante persone m’hanno avvisato, grazie, e a tante ho dovuto spiegare cosa sia successo; che c’è chi fa queste cose, per denaro; che quasi tutto è totalmente inutile, se togli il denaro. Ci siamo ridotti davvero a questo?!

Quindi ho pensato che quella strana sensazione di necessità, che ogni tanto mi prende (e non è un’urgenza), dovrò assecondarla più spesso: essere chiaro e chiarire. Ti amo?! Te lo dico. Ho bisogno?! Te lo chiedo. Sei uno stronzo?! Sei uno stronzo!!! Voglio scrivere un libro?! Mi ci metto. Ho da assestare casa?! Mi prefiggo un termine e la assesto.

Ho il virus del procrastinare e non lo voglio. Ho il virus dell’ipocrisia e non lo voglio. Ho un virus nella posta e non lo voglio. Ho il virus dei viri e non lo voglio.

Gli uomini sono il più diffuso virus sulla terra, lo diceva Matrix e lo dicevano tanti altri, non sono il primo e non è il luogo per andare a fondo alla questione; quel che interessa è che riconoscerlo è solo il primo passo per debellarlo o andargli contro, incanalarlo verso qualcosa di costruttivo, di buono, di utile, di positivo.

Una volta ho ricevuto un complimento: “tu non sei un quaquaraquà”.

Voglio continuare a meritarmelo.