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Category Archives: musica

Un po’ che non scrivo (se non cazzate) e oggi doppietta.

È che è un periodo feroce e io che son lento ho bisogno di tempo per metabolizzare e guardar nella giusta logica le cose. Ma poi basta guardare un po’ di video di Trucebaldazzi, e realizzo un po’ meglio.

Trucebaldazzi saved my day, today.

Oggi è la giornata dei pensieri che mi vengon così, senza essere ispirati da nulla… e allora son lì che guardo un messaggio di posta e mi dico: “vediamo se ci sono altri video di trucebaldazzi, oltre a troppo odio” e mi trovo davanti un monte di novità, che mi schiariscono la mente sul soggetto.

Il fenomeno è un emblema di un sacco di cose. Non voglio fare il moralista o questuare ragioni su temi delicati, ma vorrei solo metter nero su bianco quel che m’è saltato alla mente guardando quei video.

Trucebaldazzi è questo ragazzino un po’ lento, ha dei problemi e lo sa… o meglio, la negazione gli fa dire che ha avuto problemi da piccolo e che nessuno l’ha aiutato, quindi lui ora non ha più problemi, ha solo conseguenze di problemi passati.
Ci son un paio di cose da capire:
1. la mente limitata di una persona, la porta a credere d’essere meglio di quanto lei sia;
2. ognuno si ritiene migliore di chi ha al proprio fianco.

Queste due cose instaurano una catena che porta Truce Matteo Baldazzi a incolpare gli insegnanti, la sua ex, le persone positive (?!) e tanti altri ancora, per i suoi problemi irrisolti, ma porta anche gli utenti di youtube a “idolatrarlo” per sentirsi migliori, superiori, accettabili.

Quel che innesca il circolo vizioso, però, è quel comportamento bieco che vorrei saper combattere:  il mio essere migliore è centripeto.

Si tende a non sfruttare l’essere migliori, per rendere più semplice quel gioco a qualcun altro; non sfrutto le mie doti artistiche per renderti la vita più lieve, sfoggio la mia bravura, per guadagnarci e dimostrare d’esser migliore. C’è una rivalità tra rapper, che porta alle pistolettate, c’è una rivalità tra calciatori che porta a testate, c’è una rivalità in quasi tutti gli ambiti… per nulla. Per del denaro?! Davvero?! Siamo così messi male che ciò che ci sprona a migliorare non sia altro che una carota stampata su carta-tessuto?! Oso sperare non sia così… almeno, non lo sia per tutti.

La mia fiducia in tanti artisti e tanti lavoratori e tanti amici è questa: che non siano così per nessun’altra ragione, se non vivere meglio.

Quel che ho realizzato oggi, è che siamo tutti trucebaldazzi, perché deridiamo gli “inferiori” per auto assolverci; riteniamo gli altri responsabili dei nostri problemi; siamo limitati in un modo o nell’altro e non sappiamo vedere realmente la nostra situazione di limitati; il primo istinto (al quale troppi si fermano) contro le avversità è il “troppoodio”; dal piccolo al grande, siamo quel che gli altri ci hanno insegnato, quel che ci aggiungiamo di nostro, lo riteniamo il meglio, ma spesso solo per mostrarlo, non per metterlo in discussione o per costruire.

E ora che ho svilito un divertimento analizzandolo superficialmente, visto che non ho i mezzi e non ho studiato psicologia, passo alla seconda parte dei traguardi di oggi.

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Oggi mi lascio esser fragile.

Adulto. Ma fragile.

E un adulto fragile è un limite labile, che non sai mai se stai di qui o di là. Io mi sa che ci son nato, così. Al limite, non fragile o adulto, dico, son nato che sto sempre al limite.

E mi sto sul cazzo anche per questo. Perché mi vien da vomitare a pensare che dopo 12 anni d’amore per qualcosa che mi ha fatto sentire vivo, io non possa sentirla più, non possa farne più parte. Ma sono adulto, quindi so che è irrazionale accanirsi su strade differenti, per ragion d’amore. L’amore è un po’ ovunque, la ragione è in testa. Quindi la mia pancia si ribalta per fermar la mente e il cervello si difende, perché, semplicemente, ha ragione. E mi gira che mi vien da vomitare.

E le teste e i cuori che si sono aperti a dirmi “è giusto così”, c’han messo sangue e bile e freni e “forse…”, prima di essere adulti con un adulto come me.

Io mica ho voglia di essere adulto, adesso, ho voglia di piangere come un bambino e lasciarmi andare a urla e strepiti, ma senza nessuno attorno, un po’ perché, anche se dimenticata e presa in relativo conto, ho una dignità, ma soprattutto perché non voglio rompere il cazzo come i bambini piagnoni. È una cosa mia, me la voglio piangere io.

Però è il modo migliore di prenderla, da adulti: “le strade corrono e si diramano, è naturale… convogliano, a volte… a volte proseguono per miglia e chilometri e mondi e pianeti… fino a scomparire insieme… a volte è necessario che si diramino. È come crescere. Anzi, è proprio quello. Per crescere si ha bisogno di un sacco di cose. Io sono stato una di queste cose. Sono stato fondamentale… molto più di tante altre esperienze, molto più di molto altro. Non lo sono più. Giusto che io non freni, non tiri altrove e non pretenda assurdità”.

E mi incazzo anche, ma stavolta volutamente da adulto. Perché mi faccio incazzare che ho dato per scontate cose, che ho preso sotto gamba idee, progetti e forze, che a furia di rimandare, mi sono rimandato da solo… affanculo.

Ed è naturale che il tempo abbia rinsaldato legami e posato affetto, ma è quasi un onore il guardare un bambino, ormai adulto, che adesso cammina da solo. La mia mano l’ha tirato, l’ha aiutato, l’ha fatto saltare, giocare, perdere e poi ritrovare; ora, semplicemente, lo spinge e lo saluta, prima di cadere nell’errore di trattenerlo.

Vi amo per quello che m’avete insegnato ad amare: quello che è stato, quello che siete (ognuno di voi, singolarmente, e come gruppo) e quello che sono. Quel che è costruito, in me non cade.

Grazie amici.

Insieme con il fatto che l’abitudine porta a spingersi sempre oltre ai se stessi di prima, i momenti hanno anche un altro fardello sulle spalle: quanto vali ora?!

Ho una stupida concezione errata del merito e non riesco a dirimere la questione.

Molto spesso, davanti a un’opera d’arte mondialmente riconosciuta come tale, io non provo nulla, oppure non arrivo a capire che parte di essa (Mulholland Drive è un gioco che mi piace tantissimo, è una sfida splendida da affrontare, Inland Empire è una cagata… per dire). Mi ritrovo a chiedermi se non sia necessario avere una scala, un modello o un metro, per capire quanto valore intrinseco abbia la struttura e tutto ciò che non è misurabile è estro, fantasia, valore aggiunto e guadagno. Arte, appunto.

Guardando i disegni al Museu Picasso, per esempio, mi ricordo d’aver notato due cose, aveva modelli superdotati e sapeva disegnare assai bene (che uno, magari, può pensare che lui si sia inventato quella cosa lì del cubismo per giustificare il non aver tecnica).

Invece poi trovi delle band di “mal trà insèma” (come diceva mia nonna: “mal assortiti”) che non ne azzeccano una e si beccano gli stessi applausi che ti sei beccato tu, dopo 12 anni che ti migliori, cerchi di dare il massimo e cominci a pensare di esserci riuscito.

E allora ti auto assolvi tentando di spacciarti la bugia che non ti capiscano (se perseveri in questa pazzia, rischi tangenti autoindulgenti sconsigliabili), oppure che non capiscano nulla in generale (e qui passi dalla parte del torto a prescindere: se uno ha problemi con uno, la colpa può essere al 50%, ma se uno ha problemi con tutti è molto raro che tutti sbaglino (le eccezioni sono rarissime, ma una volta morto, il genio viene valutato correttamente (magra consolazione, lo so))). Io, invece, mi chiedo se il gusto sia sufficiente per spiegare e giustificare l’apprezzamento massivo di un’opera o un artista.

Perché a me i Depeche Mode fanno cagare. Ne ammetto l’importanza nella storia della musica moderna, leggera, pop, techno e quel che vuoi, ma a gusto, mi fan cagare. Sono diametralmente opposti al mio senso del suono, del ritmo, delle scelte d’arrangiamenti. Tanto che le cover altrui dei loro pezzi, arrivano a piacermi. Questo mio detestarli non li svuota del loro “perché”, non li rende meno fondamentali o da censurare come incapaci.

Ma allora dove sta il limite tra le peggior band del mondo e Kandinsky?!

A me Kandinsky piace. Non lo capisco, se non me lo spiegano, ma mi piace. Ha un gusto affine al mio, quindi, a pelle, mi piace. Ok, non mi piace come Friedrich, che è più terra-terra e lo capisco più facile, ma mi piace. Un buon 60% dell’arte moderna, oltre a non essere al mio livello concettuale di comprensibilità, mi fa spesso cacare anche di gusto. È grave dottore?!

Ma non si può applicare a tutti il metro di Picasso, perché ci sono autodidatti che non son passati attraverso le “pene” dell’esercizio e delle esperienze altrui, prima d’arrivare a una propria forma d’espressione. E sanno esprimere cose incredibili attraverso opere che non necessitano nemmeno di avere alle spalle un macigno di conoscenza didattica.

E non si può nemmeno utilizzare il solo metro del gusto, oppure l’unione del gusto con il momento (perché a volte io noto film che m’avevano sempre ispirato poco, che mi squarciano l’anima per la bellezza). E c’è anche quella subdola fregatura del salto mortale.

Il salto mortale è una di quelle cose che tu ci rischi la vita, ma all’atterraggio, sei messo uguale a quando sei partito (magari ti viene un po’ più da vomitare, ma son dettagli). E allora ci son quelli che fanno un passo, senza fare tutta la fatica del salto, e ti arrivano allo stesso risultato, prima e, magari, con maggiori apprezzamenti da parte del pubblico (prendi Biagio Antonacci o quelli lì… c’è più volte “amore” nei loro testi, che nella bibbia (ah, no… esempio sbagliato… vabbeh, s’è capito)… e loro non son passati attraverso le sevizie o le pene di Gandhi e di chi s’è fatto il salto mortale nel dolore, per arrivare a predicare la verità pura che c’è nell’amore).

E oltre a questi, ci sono milioni di fattori: il commercio, la mafia, gli standard che si abbassano, la brevità del successo, la bellezza fisica (naturale dote, non certo talento) e mille altri.

Quindi, cosa rende meritoria un’opera d’arte o un artista o anche solo una persona?!

Forse i fattori sono troppi, ma le prime due regole che mi sono imposto, sono:
1 – bisogna cercare di partire senza aspettative, tutto quel che viene è guadagnato
2 – un’opinione personale è come il buco del culo, ognuno ha il proprio e non è detto che sia profumato.

Parte tutto da un concerto, un bellissimo concerto.

Domenica sono andato a sentir J Mascis. Questo omone capelluto, che somiglia sempre di più a uno yeti, sia per postura che per canizie, è passato per portare il suo nuovo disco acustico, il primo con inediti, senza i suoi fidi dinosauri. Passa al Bloom e rimane fuori a parlare con i suoi amici (o forse ad ascoltare, visto che dice una parola al giorno, quando si sveglia spigliato), poi entra, sale sul palco, prende la chitarra, suona mezzo accordo, accorda, posa la chitarra ed esce. Poi torna, “hi, thank you”, suona, “bye, thank you” ed esce.

Tutto con la lentezza che lo contraddistingue. Che più che lentezza è un’inesorabilità che si trova anche e sempre nei suoi testi. Lui è uno che più che vivere, è vissuto. Nel senso che è la vita a vivere lui; lui sta lì e osserva, ascolta, prende, rielabora, mangia… e poi ti mette lì, come un orso buono, un pezzo di argilla dalla forma splendida. Triste, ma splendida. Struggente.

Lui ha questa cosa che ti fa sembrare facile quel che fa. Lui suona  e intanto beve, pigia i pedali e sembra non sapere come fare un sol, ma in dieci note ti trovi altrove e ritorno, senza nemmeno essertene accorto.

E tu non puoi che ringraziarlo, imparare e portarti a casa tutto.

Ma a pensare, cominci lì, cominci quando le note te lo fanno fare. Stai pensando che quella canzone è su un cd che hai dato a un amico e non glielo chiederai più indietro, quando uno ti spintona, puzzolente, e ti risveglia:
– NOOO… J Mascis!!
si gira a dire all’amico che si porta dietro. Ti si piazza di fianco, lasciando i tuoi amici a guardargli la nuca e la camicia di flanella (DI FLANELLA A UN CONCERTO!!! Ma allora ti piace il tuo odore di vomito d’orco).
– Scusa!?
– Oh
– C’è gente che…
– Oh, amico, è J Mascis, il mio mito…
– Penso lo sia un po’ per tutti… e c’è qualcuno che se lo stava guardando con calma…
– Ok, scusa
e fa un passo indietro… per mezza canzone, poi spintona il triplo e passa oltre, arrivando in terza fila.

Ora, mi son stato sul cazzo da solo, perché la spocchia con cui l’ho apostrofato, avrebbe riempito il locale, ma tutto questo m’ha fatto riflettere (effigurati se non arriva il pippotto…):
1 – non ricordo perfettamente la conversazione, è andata più o meno come l’ho trascritta, ma quello deve aver detto davvero “amico”… e per un adattatore è come accusare una catena di fast food per l’obesità dei bambini: “sei stato tu a farmi dire questo!!!”;
2 – che diritto ho, io, di impedire a uno di avanzare?! Ma questo pensiero l’ho buttato via subito, perché è stato sicuramente generato dal pessimismo cosmico del J, e poi perché il mio diritto di dirgli con gentilezza che tirare gomitate per star meglio degli altri è sbagliato, ha sicuramente più ragione del suo tirar gomitate;
3 – che cazzo me ne frega del tizio che passa?! Son qui a sentire il Mascis!!! Ci sono venuto da solo, ci sono venuto dopo due giorni di assurdo degenero addioalcelibatico, ci sono venuto spendendo 15 euro (che non sono 12, ecco, che è tutta un’altra cosa); godiamoci il Mascis, punto.

E mi son rituffato nel fiume e mi son ritrovato a imparare un sacco di cose. Avevo invitato una persona quasi sicuramente digiuna di Mascis, convinto potesse piacere, ma, una volta lì, ho pensato che anche acustico, non è proprio il più facile da approcciare, come artista. Uno che fa partire la loop-station con cinque accordi e ci sta sopra 6 minuti ad assoleggiare, non è Joplin che suona “The entertainer” (trovatemi qualcuno a cui possa non piacere sta canzone!), per dire.

E allora m’è tornato in mente un salterello di pensiero che m’era sorto poche ore prima, durante il viaggio di ritorno dall’agriturismo: il festeggiato prende il microfono dell’autobus che ci ha scarrozzati per ore e giorni e arringa concludendo con “ho i migliori amici del mondo!!!”.

Quante volte l’avrà sentito dire l’autista?!

Personalmente era il mio primo addio al celibato, mi sono divertito un mondo, per la gente (non certo per il locale e l’atmosfera capodannesca, s’è toccato picchi di volgarità che tutti, una volta sobri, hanno commentato tappandosi gli occhi), ho conosciuto meglio alcuni amici, ho visto mille sorrisi e brindisi e pacche e accordi e perfezioni. Ma lui, l’autista, quante volte avrà visto gente uguale e diversa da noi, quanti diranno le stesse nostre parole, quanti crederanno di essere i migliori amici del mondo?!

Tutti. Ma è giusto così. Il Mascis è il mito di quello lì davanti, che parla ancora con il suo amico, anche se quest’ultimo è rimasto lì al mio fianco (quindi urla, suscitando un po’ di ira in chi cerca di sentire il concerto, lì intorno), ma è anche il mito del centinaio di persone che sono lì.

E cosa rende uniche tutte queste situazioni?!

L’io, l’esperienza, il contesto, la vita in sé. La medesima magia che è il crescere.

Io ho deciso che per me è magia, quella del crescere come sei. Tu nasci ed è un fatto. Impari le cose che i tuoi genitori, o chi per essi, ti insegnano, ed è un fatto. Vivi, subisci e padroneggi tutte le esperienze che ti capitano o cerchi, e anche questi son fatti. Ma l’indole?! L’attitudine con cui fai tutto?! Quel tuo puro e profondo modo d’essere che hai tu, è tuo e di nessun altro, che definisce il tuo carattere, che ti fa essere, che ti fa decidere se essere buono o cattivo o entrambi. Ecco, quello è magia. O sogno. Che poi è la stessa inspiegabilità.

E allora io sono lì a farmi cullare dalle note e a cullarmi volontariamente, nello stesso istante. Attivo e passivo essere che vive quel momento. Arrivato lì grazie e nonostante tutti i momenti passati. Perché?! Magia.

Non credo in un dio, credo nella differenza e unicità di ognuno e credo di avere bisogno di tutta questa diversità, per prender forza dall’unicità. I tizi che mangiavano davanti a noi, sabato sera, avevano i modi, le parole, quasi anche le facce di quelli che al massimo aspirano (oltre che la coca, per essere in) al grande fratello, ma per loro, tra loro, con loro, erano perfetti ed erano i migliori. Noi, lo eravamo per noi, tra noi, con noi.

Bisognerebbe saper sintetizzare questi concetti, scriverci un libro, o anche solo una canzone con un testo. Ma non ne son capace, mi limito a sentirmi grato di poterli vivere.

Ho letto da qualche parte che, in filmografia, perché la maggior parte degli spettatori capisca un concetto o si fissi in memoria un particolare che si vuole passare, bisogna farglielo vedere o sentire tre volte.

Già questo fatto del 3 e non del 2, mi piace assai, che dal post scorso s’è capita la mia avversione per il 2 come limitata apertura mentale comune. Il “mu” zen è sempre una risposta auspicabile e da prendere in considerazione. Ma non divaghiamo.

Quel che mi è venuto in mente ieri, in auto, andando al lavoro, è che spesso mi accorgo di aver pensato cose, in sprazzi di lucidità, magari quando avevo 16 anni, e di averle accantonate o affastellate lì, per un uso futuro. Poi le ho dimenticate. Ecco, riscoprirle è una cosa bellissima, quasi da pensare di dimenticarle apposta, per sentire ancora quel sorriso frizzante.

È successo una volta, quando mi sono accorto di essere diventato geloso, solo dopo essere tornato a pensare sia una subdola e assurda pretesa di possesso. Mi è successo mille volte, quando mi accorgo di trovare belle delle persone che altri dicon brutte o passabili, solo perché guadagnano in intelligenza, cultura, simpatia o arguzia. Oppure, viceversa, di trovare brutte delle persone universalmente ritenute carine o belle, per manifesta stronzaggine, scemenza, sicurezza di sé e mancanza di cervello, tatto o compassione.

Ieri ho riscoperto “Fuel”, una canzone di Ani Difranco. Sta in un album che ho comprato nella scia di tutti gli altri. Ai tempi mi piacevano alcune canzoni, altre meno, altre ancora, come questa, sapevo avessero qualcosa di incredibile al proprio interno, ma mi sentivo di non esser recettivo abbastanza, oppure solo “nel mood” di comprenderle appieno, di gustarle e di farle anche un po’ mie. Magari pescavo qualche frase, trattenevo qualche bello spunto, mi interessavo più alla musica.

Ecco, rimane che ieri, in coda (al solito), ho deciso di fermare il flusso di radio che ascolto da mesi (ogni tanto serve, mi accorgo di perdere attualità importanti, ma il mio cervello, o quel che è, ne ha bisogno… decompressione) e di mettere Little Plastic Castle. Canto tutta la prima, che anche dopo anni ricordo a memoria (per dire che quelle che mi piacciono, mi piacciono così) e poi mi parte la seconda. Sorrido al fatto che si possa iniziare una canzone parlando di un cimitero di schiavi e poi dico “sì”, quando mi scorre nell’evoluzione umana fino ad arrivare alla molto più saggia sedia elettrica.

E allora ascolto e sento le parole che ho sempre limitato a suono, la cui interpretazione ho sempre rimandato. E annuisco e piango e rido e mi ci ritrovo e voglio e sì e ancora e perché e cosa ho fatto e cosa non ho fatto e avrei voluto e avrei potuto e sì e cazzo e ha ragione e non si fa e basta e com’è che non la conoscono tutti e com’è che ho rimandato così tanto tutto questo…

E ti si apre un cacchio di respiro, quando ti accorgi di esserti dimenticato qualcosa di grande, di bello, di utile. E ti accorgi di aver guadagnato forza e di aver vissuto un po’, grazie alle scoperte e alle riscoperte. E ti ricordi quanto sognassi di diventare archeologo, per quel tuo scavare, per quel bisogno di scoprire, di ritrovare, di capire, di imparare.

E ti senti che hai voglia di provare cose, per poi aprirle a chi vuoi che ne sorrida; ti senti che vuoi risentirla, quella canzone, e cantarla sorridendo a chi stai baciando (che è un prurito splendido, quello delle labbra che si vibrano addosso); ti senti che vorresti buttarti e fare quel che ritieni giusto e fondamentale, per lasciarti dietro solo scavi buoni.

Is there anything i could do
about anything at all
except go back to that corner in Manhattan
and dig deeper, dig deeper this time”

Ché c’è sempre quell’egoistica spinta, ma tutti i fuochi che han bisogno di benzina, finiscono per sopravviverti e meravigliano ancora nei musei, nei libri e nella memoria.

È che son due le canzoni che mi girano in testa, da un po’..

L’essere seduti in un abitacolo d’automobile è condizione sufficiente, ma non necessaria, perché si sprigioni la più alta necessità di infilarsi le dita nel naso.

L’urgenza di tossire, a teatro, è direttamente proporzionale alla topicità del momento e inversamente proporzionale al volume dei suoni provenienti dal palcoscenico

L’esistenza di un elemento interno all’insieme A, ma esterno al sottoinsieme S, non implica che gli elementi di S siano ipso facto annoverabili nel sottoinsieme N; dove A sta per Assurdo, S per Strano e N per Normale.

Il valore di un’opera d’arte non dovrebbe essere determinato dalla differenza simmetrica degli insiemi Comprensibile, Innovativa e Piacevole, ma dalla loro intersezione.

La compatibilità di un essere umano con un altro, non è quasi mai commutativa.

La probabilità che qualcosa funzioni, che un oggetto si ritrovi o che un desiderio s’avveri, non aumenta all’innalzarsi di numero e intensità delle imprecazioni, ma solo all’approssimarsi a zero della loro necessità o utilità.

Ormai questo posto sta diventando un diario delle mie avventure in auto, ma è che tutto il resto sta convogliandosi in un piccolo progetto, quindi ciò che avanza è tutto qui.

Agosto è iniziato ieri, per chi lavora. Solitamente il traffico cala alla chiusura delle scuole e al primo giorno di agosto. Quest’anno non è accaduto: né per il primo gradino, né per il secondo. O meglio, non tanto quanto gli anni passati, o quanto ci si aspettasse.

Immagino sia la crisi. Da una parte lo spero, visto che si fatica ad arrivare alla fine del mese e tutti si lamentano, mi suonerebbe strano che, dopo il gran parlare di cassa integrazione e chiusure, poi tutti si possano permettere le vacanze.

Una cosa che si dice sempre, ma che ha confermato lo Spiegel, è che noi italiani siamo così abituati alla crisi, che non l’abbiamo sentita poi così tanto, come gli altri paesi … di solito ci si ride su. Continuiamo a riderne, che è sempre meglio.

C’è un pensiero, però, che m’è sorto. Una contraddizione che non riesco a dirimere e che, forse, non voglio dirimere.

A me che speravo di poter partire più tardi, la mattina presto, per andare al lavoro in meno tempo, quest’estate, mi rode di più:
– che il traffico sia sempre uguale
o
– che se tutti fossero in vacanza, sarei l’unico pirla a lavorare, mentre tutti si abbronzano
?!

Penso che le due alternative si equivalgano, ma, come sempre, preferisco il mu. Una terza via è sempre possibile, in ogni cosa. E anche in questo caso, tra lo stare in coda o esser l’unico stacanovista in circolazione, il problema non si pone, visto che a passo d’uomo o alla velocità della luce, nel mio stereo c’è Richard Cheese.

Giusto di questo parlavo l’altro giorno, di quella sensazione buona e tiepida, che provi quando sorridi abbassando le spalle ed espirando.

Anche oggi ero in coda, anche oggi s’è protratta più del dovuto, forse più dell’umanamente sopportabile: 1 ora e 30 per 7,1 chilometri. Ma oggi è stato uno di quei giorni belli di cui narravo.

Una coppia di vecchini mi si affianca, loro con l’aria condizionata, io con i finestrini giù. Loro parlottano… e io canto.

Passo e passano, si muove la loro fila, si muove la mia. Cambiano fila e mi passano a destra. Cambiano di nuovo e mi passano a sinistra. Tutte le volte mi guardano fisso… e io canto.

Quando comincio a pensare di avere qualcosa come un’enorme montagna di cacca piccionesca sulla fiancata, oppure un enorme corno mutante, che mi spunta dal centro della fronte; mi viene l’idea di provare a leggere il labiale… mentre canto.

Ovviamente non so cosa si siano detti, ma penso proprio di averlo capito comunque.

L’ultima volta che mi si affiancano, la signora al posto del passeggero abbassa il finestrino e tende l’orecchio… sente finire Big me dei Foo fighters, ascolta l’inizio di Tones of home dei Blind melon e sorride.

Come me mentre canto.

In ritardo, ma comunque… grazie d’essere l’anima che sei.