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Category Archives: società

Oggi Kaki m’ha riaperto. M’ha sezionato, mescolato e poi rimesso lì a raccattarmi i pezzi, rimetterli in sesto e cercare di dar loro un senso.

Mentre la guardavo suonare, mentre pensavo a quanto fosse bella (“I’m ok with my genetics, but don’t take pics of my nostrils!”) e mentre mi bacchettavo per il mio eterno secondo pensiero: “la bellezza non deve influire sul giudizio”; lei m’ha di nuovo spiazzato. Come quelle splendide epifanie che ti confermano certezze latenti, che ti chiariscono verità solamente intraviste e ti fan respirare nuovo.

Fanculo… è bella!!!

Il tutto nasce dal fatto che quella donna ha delle mani incredibili, che fanno cose incredibili e dietro di loro c’è una mente assurda che le porta a muoversi così e battere e pizzicare e pigiare e spingere e tirare e nuotare e saltare ed esplodere e carezzare. Lei è tutto quello e tu la catturi, la prendi per quanto riesci, la trattieni fino a dove le tue mani arrivano. E poi le costruisci attorno una versione di lei che è tua e che serve a te, che per te ha valore e che ti aiuta a capirla a viverla e ad ammirarla. Hai la tua proiezione di Kaki nella testa. E questa Kaki è quella che suona incredibile e ti fa provare cose incredibili e che ti fa vedere mondi incredibili ed è tutta eterea e stralunata.

Poi lei ti dice che oggi è andata a fare shopping e c’erano delle scarpe stupende e che avrebbe dato qualsiasi cosa per averle, ma che ha tentennato e non voleva spendere tutti quei soldi per delle semplici scarpe. Ma il pensiero che fossero le scarpe più belle del mondo e che avrebbero potuto essere sue, l’ha fatta decidere e quando è tornata al negozio… era chiuso. E fanculo al destino, lei non ci crede, quelle cazzo di scarpe erano fatte per essere sue e non aveva colpa o merito nessuno, se non lei e il suo modo di essere.

L’ha detto anche lei: “che magari non mi vedete come il tipo di persona che dia peso a queste cose, ma queste cose hanno un peso e quelle scarpe avevano scritto il mio nome sopra… fanculo”.

E quindi lei, come tutto, come tutti, ha quel lato splendido che è la sua mente musicale, l’anima artistica, le mani di vento e pioggia, quel nervoso armonico che sfocia in musica. Ma ha anche un fare assurdo, ha anche un ciuffo che cade perfetto, ha anche un viso armonico, un corpo armonico, una voce armonica e un sorriso armonico. È bella. Punto. E magari domani ha la sua giornata peggiore della storia, magari fra cinque minuti spara a qualcuno, ma questa sera, come tante altre volte, m’ha fatto vedere che è l’armonia dei pesi la via giusta.

Quel che va perseguito non è il bene assoluto, le utopie felici non sono attuabili e nemmeno giuste, perché deludono sempre. L’uomo è naturalmente un miscuglio di mille forze, non serve snaturarlo e crederlo migliore di quanto sia. Va accettato e incanalato verso il bene possibile, verso l’utopia abbordabile. C’è l’amore e ci son le caccole, c’è Vanzina e Aronofsky, c’è Hoeg e Moccia… non esiste un meglio oggettivo, siamo tutti soggetti, bisogna solo imparare nuovamente ad accettare e non allontanare. Credersi migliori perché si ascolta musica colta, non è giusto tanto quanto pensare che un film al cineforum sia palloso a priori.

Siamo troppo abituati a sentirci in dovere di auto-confermare la nostra attendibilità, ci sentiamo obbligati a giustificare le nostre azioni per renderle accettabili; quando in realtà dovremmo preoccuparci di ascoltare, guardare, leggere e vivere, per non cadere in presunzioni che feriscono. Creare quel che si può, nel miglior modo a noi possibile… se si è nel giusto, importa poco il riconoscimento. Se a una donna piace una donna soltanto perché è bella e questo le basta, che l’ami, che viva quell’amore al meglio. Punto. Se si crede nell’amore e nel romanticismo, che si cammini per chilometri nella neve per portare un fiore, ma si ammetta di guardare il culo delle ragazze e di sfogarsi in solitaria.

Bisogna semplicemente ammettere di essere umani, per essere esseri più armonici.

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Ovviamente sarà una mia turba psichica, ma non capita anche a te d’aver bisogno d’ordine? Non sono certo una persona ordinata, forse un po’ metodica, ma son più lento e iterativo, piuttosto che precisino. Ovviamente per la mamma si è disordinati anche quando si è autistici, come per gli amici viziati si risulta quadrati anche quando ci si dimentica di prenotare il pranzo del proprio matrimonio.

Ma io, nelle cose che amo, ho bisogno d’ordine. E forse l’ho bisogno per trattenerle più a lungo, per farle mie, per avere l’illusione di saperle o poterle gestire. In realtà è, appunto, un’illusione per il semplice fatto che, tranne quelle poche ossa, non si possiede poi molto altro, in questa vita. Forse ho bisogno d’ordine perché altrimenti non riesco a star dietro almeno a quelle, di cose della vita. E quindi se i miei CD non sono in ordine alfabetico, io, un po’, non ci dormo.

Ma visto che i solipsismi portan spesso a derive fuorvianti e visto che è un periodo che mi ballan le ginocchia e non so perché, è bastato che un amico speciale mi dicesse un “no…” sorriso, perché io non riuscissi più a tenere in braccio le quattro certezze, e finissi a cercare di tenermele vicine coi piedi o con la bocca.

“Io nella mia libreria avrò l’ordine alfabetico…” stavo dicendo, già bello tronfio e gongolante, pronto a dare la scoccata finale con quella mia intuizione pari a tutte le mie altre intuizioni: stupida. Ero lì che già masticavo: “ma non da sinistra a destra, ma all’incontrario: così le pagine, nelle saghe o nei fumetti o nei romanzi a puntate, saranno consecutive anche una volta  riposte; la quarta di copertina del precedente, bacerà la prima del successivo… come naturale” (no, no, bell’intuizione utile e geniale, unica e fondamentale… bravo). Comunque, ero lì bello carico per dir la mia cagata, che mi è bastato un “no… dai, in ordine alfabetico no…” e poi m’ha solo accennato che i libri hanno bisogno di fantasia e libertà. E visto che lui di libri se ne intende, io mica ho avuto il coraggio di dir la mia cazzata, pareva di essere uno in doppiopetto che allunga un euro a un barbone, davanti a Gandhi.

E allora m’è scattato un altro terremoto che non son riuscito a togliermi dalla testa: “sì, ma poi come li ritrovo?!”. Io ho bisogno di sapere che quel pensiero è lì, che in quelle pagine posso trovare quello che mi pareva c’azzeccasse con questa situazione. Metodo, disciplina, ordine… sì, ne ho bisogno!

Ma se non fosse l’ordine alfabetico per cognome dell’autore… che altro ordine potrebbe esserci?!

Mi s’è insinuato uno strisciante: “per data di pubblicazione”, che tra tutti (cromatismo, collana, grandezza e molto altro) m’è parso il più abbordabile dal mio precario stato di salute mentale. Perché no?! In fondo è un ordine, l’ordine fondamentale delle cose, a questo mondo. Se non ci fosse stato Socrate, Platone non ne avrebbe scritto (e la mia mente malata e maligna continua a credere che molto probabilmente Socrate è un po’ come Dio, una gran burla, ben architettata da un manipolo di simpaticoni… solo che a Socrate credo e debbo assai di più).

Ma sì, in fondo uno dei motivi per i quali mi piace accostare i libri, è che stando lì ad annoiarsi, prima o poi si parleranno. E se Evangelisti parla con Deaver, saltan fuori un sacco di morti; ma metti che presti qualche libro, ne leggi qualcuno e lo lasci in cucina o al cesso (per le evenienze, visto che gli ingredienti di tutti i prodotti li sai a memoria) e finisce che Proust parla con Kierkegaard?! Nella mia soffitta ci scappano concezioni della logica che rasentano il nichilismo pneumatico, l’entropia a mach 15. Lodge con Eggers, mi ride il cartongesso; Asimov e Gibson… si raggiunge la singolarità. Insomma, metterli vicini per anno, probabilmente non li aiuta in questo scambio di idee, si ritrovano sempre nel brodo in cui hanno vissuto, non segreghiamoli per l’eternità nel loro presente passato.

Non ho il coraggio di staccarmi dal mio ordine alfabetico contrario, forse per paura, forse per semplice pigrizia, forse per un bisogno intrinseco di possesso o per un testardo affermarmi. E un po’ spero anche che questo ordine, il giorno in cui lo riuscirò ad attuare (sono ancora in alto mare, con il popolare le mensole), mi porti un po’ di calma e priorità e forza, anche in tutto il resto.

Ho voglia e bisogno di gustarmi la parola precedente, sorprendermi di quella attuale e sognare la prossima con la speranza che sia lì ad accogliermi anche dopo la quarta di copertina. Basta continuare a scrivere, basta avere quella sfacciataggine che hanno gli scrittori, quella sicumera che li porta a credersi, abbastanza da persuadere anche gli altri a farlo. Ho bisogno di mettere, di nuovo, i miei piedi in parole sicure, fisse, “lì”… così che il cuoreanimacervello possa tuffarsi innamorato, in tutto il resto.

E finirà sulla catasta di post che appaiono “buonisti” a tanti di quei pochi che mi leggono (sempre mi leggano ancora… in effetti non c’è poi molto da leggere, ultimamente, ma è sempre un bel gancio, il lamentarsi… eheh), ma corro ugualmente il rischio.

Io c’ho sempre quella cosa che unisco i puntini, non ho una mente superiore, ma ho una mente logica (che poi sia una logica un po’ tutta mia, è un altro discorso); non ho una gran memoria, se non per le stronzate (tendo a trovare risposte sulla vita, l’amore e le vacche nei dialoghi del film Clerks); non sono saggio, peso le cose.

E quindi se un camion mi entra nella rotonda a tutta velocità, perché mi vede che sto arrivando a 90 all’ora, ma comunque quei dieci millimetri più tardi di lui; se tra i mille feed, mi viene condiviso questo condivisibilerrimo post; e se me ne viene condiviso un altro che di primo acchito mi pare andare verso il giusto, ma poi mi fa storcere il naso… io unisco i puntini.

Mi viene da pensare che il soggetto del post condivisibile abbia tutto quel successo, perché ha una personalità e una maleducazione comuni a una grande maggioranza degli italiani (mi spiace, non è un vanto o un privilegio, non so nemmeno io cosa sia… ma reputo comunque più rispettoso, il mantenere un comportamento educato per il maggior tempo possibile). Uno che mi passa davanti perché vuole dimostrare a nessun altro se non a se stesso, di “valere più di me”, è un maleducato, un po’ sbruffone e a rischio idiozia, visto che mette un po’ a repentaglio l’incolumità altrui. Uno che alza la musica in un luogo in cui, per il rispetto della degenza, viene richiesto di moderare anche il tono vocale, lo è altrettanto. E con uno scarto mentale minimo, a me viene da pensare che quell’ultimo pensiero del post-storcinaso, non sia altro che espressione di quella pancia, comune a tanti.

Comprendo benissimo di non vivere in un mondo utopico, so perfettamente di avere una fortuna incommensurabile nel fare un lavoro che mi piace e che mi stimola, ma non reputo vero, condivisibile o anche solo giusto, pensare che “il tempo che dedico al lavoro deve essermi pagato tantissimo, perché è tempo rubato a me”. Finché parliamo di “pagamento” in “soddisfazione” e poi c’aggiungiamo il denaro, posso anche capire, ma se tu pretendi che “altri” ti debbano pagare tantissimo, perché ti stanno strappando a qualcosa che tu faresti meglio, con più entusiasmo, più serenamente PER TE… cagati in mano e applaudi.

(senza essere offensivo, è l’insulto che utilizzo più spesso, perché ho questa fissa che una cosa, se fa più ridere, è meglio)

Non voglio essere considerato tra quei despoti che pensa: “nessuno è indispensabile, chiunque è sostituibile”, con una generalizzazione (le mie beneamate…) che esclude a priori chi la pronunci. Tutt’altro, parto dal presupposto opposto, tutti siamo indispensabili per qualcuno, nessuno è sostituibile per qualcuno, ma è proprio questo legame sottostante, che porta valore al singolo, alla massa e all’esistenza (minchia, mi sto un po’ allargando).

È questo, secondo me, il punto da cui bisognerebbe partire, sia nelle rotonde, sia nelle canzoni e nelle parole, sia nel lavoro e nella considerazione di sé: io non sono nulla, ma devo costruire tutto ciò che posso, per far star bene la o le persone cui tengo. Questo è il mio miglior modo, per star bene (che poi non ci riesca quasi mai e abbia turbe psichiche, è un altro discorso).

Quindi non penso che sparirebbero gli incidenti, se le persone fossero più altruiste (se uno ti inchioda davanti per far passare il vecchietto col cappello, tu gli vai nel culo…), non penso si vivrebbe meglio, se tutti fossimo educati (non sapremmo più chi scegliere, prima o poi, da tenerci a cuore… che è un po’ il senso di quel poco che chiamiamo “tutto”), non penso andremmo molto lontano, se tutti facessero il lavoro che piace loro; penso solo che l’egoistico credere di valere più degli altri, sia la lente sbagliata, per guardare il mondo.

Tu hai quel merda di camion che mi spappolerebbe, se mi venissi addosso, e che mi fa tossire per ore se ti sto dietro, con lo schifo che sgasi: non fare lo sbruffone, ché nel bilancio dei legami, hai una persona in più che ti guarda cagno! Tu hai avuto successo, donne, soldi e persone che ti amano, accontentati, non andare oltre, pretendendo di dare l’esempio giusto “fregandotene”, perché ci sarà sempre qualcuno migliore o peggiore, che di te se ne potrebbe fregare con maggior successo, non facendo altro che quello che hai predicato… e le persone prima o poi, come tutto, finiscono… e finiscono per mettertelo nel culo.

Tu, invece, che ti rattristi perché sviliscono il tuo lavoro, non pensare di valere “tantissimo”, pensa solo che farlo al meglio sia il tuo traguardo, il grazie più grande, l’unica ricompensa. Stai guardando dalla parte opposta! Se tu insegni a dei bambini, chiedi a loro se il tuo lavoro è stato buono, non chiedere più soldi a chi fa un altro lavoro, che si trova soltanto nella tua stessa posizione, ma si sente trattar male, perché c’hai la pms. Non è la pagiuzza tua e la trave mia, è il semplice fatto che se credi valga tanto il tuo tempo, vai a fare il cazzo che vuoi, se è così “tantissimo”, ti verrà riconosciuto; se invece ti ci impegni tantissimo, nel tuo lavoro, e ti viene riconosciuto poco, allora sì: “blame them all”, e tieniti la tua magra, ma pur sempre unica e insostituibile, consolazione di aver dato il meglio di te. Prima o poi arriverà un tuo studente, suonerà quel campanello, la tua badante aprirà la porta e tu scoccherai il sorriso che varrà più “tantissimo” di tutti, quando lui ti abbraccerà con il solito e splendido: “Sa prof? Aveva proprio ragione…”

La fisarmonica che ci trasporta e che noi chiamiamo tempo, m’ha permesso, finalmente, di piazzare le tanto agognate mensole (due settimane fa e grazie al mio babbo), ma non m’ha ancora lasciato un barlume di speranza di poterle riempire a dovere e piacimento. Pensando alla montagna di carta che avrei da piazzarci sopra, mi spaventa il fatto di esporre qualcosa che non ho ancora letto o che non ricordo ormai più. Ho lasciato perdere all’istante l’idea balzana di leggere prima di inserirli, i libri. Con 32 metri scarsi di scaffalatura, l’impresa appare impervia.

Molti amici mi considerano uno che legge molto, ma se vado a vedere la quantità di libri che leggo, non posso che notare un tracollo incredibile, negli ultimi 4 anni. Il fatto è che non ho smesso di leggere, leggo un sacco su internet e il mio cervello ne risente. Penso che l’attention span accorciato delle “nuove generazioni” (quanto tendo a odiare le generalizzazioni… tutte!), sia anche un po’ frutto del bisogno di sapere quel che basta per imbastire un discorso che poi scivola in compendi sull’intestino, per le donne, e sulla figa, per gli uomini (ah, ma io le generalizzazioni, mai!). Leggo un sacco di notizie e notiziole, storie e storielle, fumetti e strip, panegirici e commenti. Mi indigno a comando e sposo cause di cui mi dimentico dopo poco, rimando approfondimenti e seguo link che non ritrovo quando servono.

Ho imparato a non essere più, sempre, quello che dice che “sistavameglioprima”. Mi sono accorto di essere passato a credere nel “bisognacreareilfuturo”. Ma, come sempre, penso sia giusto bilanciare il tutto e tornare ad apprezzare, intessere, vivere e bere il presente, che non è altro che somma di passati e genesi di futuri.

E quindi spero di avere presto le forze per mettermi in equilibrio, spero di avere presto il tempo di popolare la mia libreria e la mia mente e la mia vita; il tutto sotto l’egida di un pensiero, ovviamente non mio, ma che ho adattato a questa visione. Sui miei scaffali reali e vi(r)t(u)ali voglio mettere solo momenti e libri e musica per cui il me sedicenne, con tutte le cose da imparare e gli ideali da portare avanti, non mi sputerebbe in faccia.

Essendo che son pirla, essendo che mi piacciono le parole, essendo che non so mai scegliere ed essendo che mi sto sul cazzo per quanto io mi lamenti, stamattina son giunto alla conclusione di voler trovare un aforisma che avesse come soggetto il lamentarsi. Sono giunto a due conclusioni: una stupida e l’altra più seria (non che manchi di idiozia… intendiamoci, è solo meno frivola). Chissà quale andrebbe scelto.

Lamentarsi è come puzzare, lo fanno in troppi ed è più dannoso che inutile.

Lamentarsi è come morire, lo fanno in troppi e mai chi dovrebbe.

Che avessi sta roba agli occhi, ormai, si sapeva. Son quattro o cinque anni che ad ogni esame mi dicono “ce l’hai”, come all’asilo e ogni anno mi toccano per ricordarmelo. Quest’anno, per la legge dei grandi numeri, è capitato che è saltata la puntina.

Ci sarebbe gente pronta con gli avvocati e tutto quanto, ma sarà che tutte le oculiste che m’han visitato erano bellissime, a me che abbiano sbagliato l’ultimo esame, importa poco. Intendo, m’han fatto 5 fotografie uguali e poi la sesta è venuta mossa. Capita. Ci si è spaventati un po’, ma poi passa tutto e ci si ghigna su.

Dopo la visita preliminare della scorsa settimana, quella di routine con le gocce sbarellanti, che a guidare mi sentivo Homer sotto l’effetto dei peperoncini allucinogeni, stamattina sono andato a farmi analizzare un po’ meglio. Servon macchinari un po’ sofisticati: per una malattia rara, servono pennelli rari.

Entro nella clinica milanesa, parquet, poltrone in pelle e tutto bianco, segretaria carina, oculista carina, assistente carina, medico-manager molto carino, chirurgo alto e belloccio, sempre di corsa. Mi si fa accomodare e penso: “ho lasciato il libro in macchina”, ma faccio in tempo a scrivere un messaggio e farmi un po’ i cazzi dei ricconi che c’erano di fianco a me, prima di sentirmi chiamare dall’assistente. Gentili e carine, mi fanno due esami, una roba piena di cerchi concentrici rossi, poi quella con la casetta nel prato, ma questa ha più dettagli, alberi a più profondità e siepi e colline.

Torno in sala d’attesa, mi risiedo mezzo minuto e vedo passare il mio referto in una cartella bianca, s’apre la porta del mio dottore e vengo chiamato. Spiegazione di come siano più precise queste analisi, di come sia stato possibile l’errore dell’ultimo esame, analisi delle possibili diagnosi, postulazione di un piccolo dubbio. “Vorrei chiedere il parere del chirurgo, è più esperto di me in questa patologia, si accomodi un attimo”.

Alla terza volta non ho nemmeno posato le chiappe sulla poltrona :), il chirurgo mi chiede di entrare nello studio, gli porgo le analisi e dopo 5 anni che mi dicono “hai il cheratocono”, questo osserva 5 secondi le analisi e dice “gli farei un orbscan, possibile pellucida” e se ne va, like a boss.

Stavolta non mi si dice nemmeno di sedermi, vado dritto dalle ragazze. Mi fan sedere davanti a un altro macchinario, stavolta i cerchi son giallo-arancioni e l’analisi è più approfondita ancora.

Altro consulto tra esperti, non faccio ancora in tempo a passare il calore dalle chiappe alla poltrona che: “Savogin!”. Mi siedo e con un fare bellissimo, o forse così sembra a me, il mio dottore mi dice: “ci son buone notizie, non dobbiamo andare a Bologna”, che significa che non dovremo chiedere all’esperto se spatolarmi gli occhi o strapparmeli, ma in un angolo remoto della mia anima mi chiedo: “queste son quelle buone… quelle cattive?!”.

Capita anche che quelle cattive non ci siano, a volte. E pare che io sia il prescelto, stavolta.

Non ho il cheratocono, ho la degenerazione marginale pellucida!

Vista la presenza di altri pazienti, mi si rimanda a capire cosa sia su internet, mi si consiglia una lente a contatto speciale e mi si dice di tornare fra un annetto per il controllo di routine e per vedere se peggiori.

Io, al solito, son lento, e le cose le realizzo dopo. In quel momento sono a otto metri da terra e penso a cose soffici e dolci e carezzevoli e dissetanti e… Penso anche che quasi mi spiace non essere più malato, mi ci stavo abituando all’idea del ballottaggio tra interventino e interventone, che avere una malattia rara ti fa quasi sentire speciale. E penso che c’è un detto, qui da noi, che calza a pennello: “set bon de cagà e gh’è piò da merda”, che più o meno si capisce e dà l’idea dell’esser finalmente arrivati al momento clou e rimanere a braghe calate per nulla.

Volicchio tra le cose che succedono tra me e l’ufficio, guido senza accorgermi, mangio sorridendo anestetizzato e parlando coi colleghi, poi finalmente leggo la spiega su internet e capisco il perché di un piccolo siparietto all’uscita dalla clinica. Il mio medico mi dice che per quanto lo riguarda, non vuole un centesimo, perché è più importante la fiducia e quindi non è uno che manda al macello le persone perché ci guadagna (quanto lo amo), ma mi dice di chiedere alla segretaria per il pagamento degli esami speciali. Mentre mi avvicino al bancone, la ragazza bellina mi guarda come uno yeti, senza battere le ciglia e muovendo solo le orbite, pronta a fuggire o urlare ad ogni mio movimento inconsueto. “S-siamo… siamo a posto c-così… a-arrivederci” (che detto in una clinica oculistica è un ottimo auspicio, a pensarci bene).

Insomma, ho scoperto che se prima pensavano avessi una malattia rara, ora sanno che ho una malattia SCONOSCIUTA! :):):):)

Un po’ come i pezzi d’antiquariato, ci sono gli oggetti comuni che hanno un valore, quelli non comuni che valgono di più, poi quelli rari che sfiorano il ridicolo e poi i pezzi unici… ecco, io non son nessuno di questi… eheh. In realtà la spiega ufficiale è che l’eziologia è sconosciuta, che non significa che su tutte le persone che si chiamano Ezio non è mai accaduto, ma che non si conoscono le cause della malattia. E se non si conoscono le cause, le cure sono un po’ come sparare col mortaio per uccidere le zanzare, o pulire il monte Bianco con una salviettina.

Poco importa, rimane il fatto che respiro più tranquillo, che stanotte recupererò il sonno perso ieri notte (non sono il principe di Condè) e che tutto è bene quel che si rimanda bene.

Mi rimane un’unica domanda di pura logica, però: COME CACCHIO SI FA AD AVERE UNA COSA SCONOSCIUTA?!

Dovrebbe esser semplice, perché a una certa età uno ha visto e vissuto tante cose, quindi c’arriva. Ma forse è anche quello il bello e il senso della cosa. La totale incertezza e l’incapacità d’affrontarla, rendono l’esperienza ancora più perfetta. A volte fa male, ma è tutto parte della sfera.

Tu sai che quel viso è troppo bello per sorriderti, quindi ti sorprende lo faccia. Sai che chi ha quello ed è così, spesso non riempie quel bello di altro, oppure pretende, oppure ci gioca, lo sfrutta; quando poi ti trovi umiltà o reale modestia, non puoi che scioglierti in calore sorriso.

Ho sempre avuto problemi a scindere bellezze. Mi son sempre trovato ad amare persone piene, fossero esse belle, brutte o medie, poco importava. Ho sempre apprezzato la bellezza, certo, l’uomo saccheggia continuamente la realtà e l’occhio vuole la sua parte; c’è sempre quell’istinto che porta a dare troppa importanza a questo particolare, ma la natura e l’esperienza m’hanno portato a imparare.

L’esperienza m’ha fatto capire quanto si possa perdere, nell’ordine d’amicizie, sostegno, fiducia e pace, per un egoistico prendersi tutto.
La natura m’ha regalato un sistema immunitario strano, ma che mi piace.

Per prima cosa, nessuno è di nessuno, se non di se stesso (e forse nemmeno, se vogliam esser spirituali); poi la fiducia è un legame importante e rispettarlo va oltre ogni istinto, visto che siamo umani dotati di raziocinio; l’amore e il sesso son due cose distinte, permeabili, ma distinte, entrambe non dovrebbero far male a nessuno, ma solo la prima è così importante da  poter giustificare il male; la bellezza, se non supportata da intelligenza, cura, attenzione o apertura mentale, è caduca e vuota, ma soprattutto non vale l’amore; le aspettative non devono mai perdersi in picchi troppo alti, ma esser sempre di peso concorde a ciò che si dà, siam fatti per deludere, dobbiamo combattere contro questa natura.

Ovviamente non c’è nessuna verità universale, son tutti piccoli passi che seguo, nemmeno troppo bene e nemmeno sempre. Quando ci riesco, me li ripasso e mi ci impegno. Tanto questo è un terreno di gioco infido e si traballa sempre, rompendo giustamente le regole e creandone di migliori. Ogni cosa evolve per natura, mi piace pensare che debbano estinguersi quelle errate o inadatte e debbano prosperare quelle buone e positive.

Sogno, lo so. Ma sempre più spesso mi chiedo che male ci sia ad abbellire ciò che si ha, per gestirlo al meglio, per rendere accettabile quel che c’è di brutto. Sei seduto o sdraiato con qualcuno che merita carezze o abbracci?! non smettere di farne, finché pesa giusto; una persona ti si rivela bella o migliore di quanto non avessi ancora visto?! diglielo, faglielo capire, non fa mai male un rinforzo positivo; quel che succede tra voi non è o non è più quel che speravi?! prendi quel che hai e conservalo, ricordalo, traine forza e non distruggerlo, c’è chi non ne ha mai avuto.

E non dico “è tutto bello”, “sorridiamo” e “vivadio”, non ci credo. So perfettamente che esiston brutture, dolore e peggio, ma quando qualcuno merita il meglio, è giusto impegnarsi per darlo, quando qualcuno non è degno che del peggio, si può evitare di infliggerlo, per dimostrar d’esser migliori, oppure si può evitare la socialità che è pur sempre riconoscimento di merito. Una persona sola, potrà pur sentirsi migliore di tutte, ma non sarà mai felice quanto quella eletta migliore ad abbracci fraterni.

A male si risponde con meglio, per pura pace personale. Ama le persone migliori, le altre buttale a mare. Amare, a volte fa male e fa fare del male. Dal male bisogna fuggire, per circondarsi di persone affini, migliori e che invoglino a dare, ad essere e ad amare. Amale.

Io c’ho sempre in testa quell”‘ok” che mi viene da dire a chiunque mi piaccia. E poi, invece, mi accorgo di notare tutti i lati brutti delle persone che ho intorno, e mi ci impunto, perché non mi è “ok” che faccian quel che vogliono senza rispetto.

Io, quando lo provo e lo sento, non riesco mai a far capire appieno che allargare le braccia, stortare la bocca in un quasi sorriso e un quasi “perché no?!” e poi ridepiangere, è la risposta a quasi tutti i “perché” che ci infliggiamo.

Siamo noi che tendiamo a rovinarci la vita. Tra di noi, con noi. Noi stessi e gli altri.

Io non ho la risposta e non pretendo d’averla. Non son mai riuscito a pensare come fanno tutti che: “se al mondo tutti fossero come me, andrebbe meglio”. Tutt’altro, sarebbe una gran palla (son convinto che questa sarebbe la situazione anche se tutto il mondo fosse come Gandhi o Einstein… si finirebbe per esser tutti uguali e nessuno spiccherebbe o nessuno accetterebbe gli altri, ma vabbeh).

Mi piace pensare che la diversità sia il motore del cambiamento stesso. Vorrei tanto esser sempre ricettivo e pronto a migliorare, imparare e aiutare. C’è bisogno di conoscenza statica e di impulsi dinamici, per costruire cose solide, sempre in evoluzione. C’è poi il bisogno fisico di fermarsi, ogni tanto. In questo periodo sento la stanchezza, quindi mi accorgo di non esser sempre pronto ad accettare. E me ne dispiaccio.

Mi spiace anche non poter rispondere a tutti quelli cui vorrei, scrivere a tutti quelli cui tengo a ribadire i miei grazie, riappiccicare domande, sdraiare risposte e porgere scuse (sempre doverose). Ma forse è il caldo, o forse che non reggo più una sbronza di limoncello e me la porto dietro per una settimana :).

Rimane che quando io ho il mio tempo, ho il mio spazio, ho quel che mi basta (non serve… basta), non so che guardare la pelle, i capelli, i pensieri, le lacrime e il cuoreanimacervello di qualcuno e rimanerne incantato. Hai idee diverse dalle mie?! Ok… Hai bisogni differenti?! Ok… Hai principi discordi?! Ok…

E non per appiattire tutto e non considerarlo, ma per affrontarlo giusto, prenderlo bene e non farne colpa (che non è mai reale o semplicemente utile). Siam somme di pesi e caratteri altrui, siam costrutti infiniti e infinitesimi di reazioni a tutto, siam nulli e fondamentali. Non ci sappiamo capire, ma ci prendiamo troppo sul serio.

Vorrei sempre avere la pace dell'”ok”. Spiace non poterla vivere ogni giorno.

Ci provo.

Non penso sia questione d’esser ottimisti o pessimisti, io il bicchiere non lo vedo mezzo vuoto o mezzo pieno… penso sia urina e non mi sembra più un grave problema, il punto di vista. Penso sia più una questione di rassegnazione. Ma di quella rassegnazione buona, di quelle che ti spronano ad andare oltre, a non fermarti lì, a dirti da solo “fanculo, che cazzo ci fai ancora lì?! Vai!”.

Ecco.

Voglio prendere la vita come quei bei barattoloni di nutella. Non dicendo: “ne mangio a chili, non mi importa del male che può fare al mio corpo”, oppure “non ne lascio nemmeno un grammo a nessuno, è mia e me la mangio io”, o chissà quali altre assurde possibilità.

Voglio solo imparare a prendere la vita come si prende il barattolo di nutella.

Prendi un barattolo da 750.

Soppesalo.

Prova a immaginare quanto splendore sia contenuto in un vasetto di vetro.

Bene.

Svita il tappo.

Ecco.

Uno capisce che la vita non può essere perfetta, perché anche un miracolo qual’è il vasetto di nutella, ha quella minchia di cacchio di porcavacca di pellicola alluminio-carto-plasticosa, che non si riesce a togliere del tutto, o che si deve bucare finendo con il dito nella crema.

Ecco.

La cosa da ricordare, però, è che se anche non può essere perfetta, è comunque una gran bella cucchiaiata di vita.

I calcoli son calcoli, poi il cuore te li scompiglia che non li riconosci più. Ma i calcoli son calcoli.

Tu hai questa cosa della sopravvivenza: nasci che sei uscito da un qualcosa che in due eravate uno, perdi da subito lo stato in cui, da allora, cerchi di tornare. E gli abbracci e il calore, i baci e l’affetto, il cotone e gli odori, non fanno altro che prolungarti il più a lungo possibile un’illusione che pian piano, la realtà che realizzi, tenta di portarti via.

E allora non hai che da capire che quel che vai perdendo è ciò che, in realtà, non devi andar cercando, ma devi regalare.

Ieri un film m’ha ribadito che “you’re what you love, not what loves you”, ed è una di quelle verità che ogni volta che t’innamori sbiadisce e hai voglia a mettertici a ricordarla. Ci passi gli anni e, quando torna, ormai hai fatto un qualche patatrack.

Rimane che noi abbiam delle dinamiche che, più o meno, seguiamo buoi o volontariamente, facciam nostre, elaboriamo, esploriamo e contro le quali ci scagliamo ignari siano invincibili. Son natura e snaturarsi è dei mediocri ignavi.

Tu ti accendi ché c’è un numero che ti piace, e allora mostri, fingi, celi, sottolinei e imbelletti; non ci son regole nel mettersi in mostra, non ci son regole nell’amore, figuriamoci in uno dei suoi spicchi. Tu non è che lo fai da cattivo, lo fai per paura di esser normale. I normali non si vedono e tu vuoi esser visto, vuoi che chi hai visto, ti veda. Tutto qui. Allora il numero che sei, che in fondo non cambia mai, lo sommi, lo riduci, lo moltiplichi e dividi, in base a situazioni che s’incastrano. Eviti calcoli troppo complicati o troppo semplici (ché far vedere che non si è capaci, sminuisce, ma c’è chi ti potrebbe battere in semplicità), giochi carte già giocate, trovi schemi e teoremi. Calcoli, questo è quello che fai, tutto il tempo.

Ribadisco, non è cattiveria, è natura. Uno lo fa per paura o sopravvivenza. Non è che gli puoi dire: “non sei più quello di una volta”, perché ti freghi da sola, lo è stato, appunto, solo una volta. Breve o lunga che sia stata, è già tanto che sia esistita, c’è chi non fa nemmeno lo sforzo… ritieniti fortunata d’esser stata oggetto di tanto zelo (il tanto è labile, ma c’è chi, romantico, si impegna e ci prova, ad esser migliore).

Quindi tu hai numeri nudi, che si uniscono in funzioni elaborate di fattori e incognite. Decidono di stare in equazioni instabili, improbabili e sghembe. A volte scorre tutto liscio, ché ci son semplificazioni d’adattamento e di compensazione, a volte sembra che non si trovi soluzione e invece è solo un riporto sbagliato e tutto sfuma per futili sviste. A volte, invece, c’è chi ha pensato che stimare il risultato prima ancora di conoscere gli addendi, fosse il miglior modo di risolvere il tutto, poi si ritrova con meno e non riesce proprio ad accettarlo.

Quel che i numeri san fare è esser numeri. Tu sei tu, sta a te imparare a essere in grado di buttarti in operazioni, reggere pesi e misure, reggere errori e tentativi.

Forse una volta le relazioni duravano di più perché si calcolava semplice, il risultato andava bene perché le aspettative erano pure inferiori e tutto quel che veniva era un di più. Oppure perché si era destinati a somme, ma piuttosto che esser numeri primi, ci si cullava nell’esser fattori. Almeno si stava al caldo di un abbraccio, ricordo sbiadito e freddo di una madre perduta.

Adesso tutti giocano ad esser cento, quando invece son dei trenta e quando un vero cento si crede loro simile, pari, degno di parentesi condivise, non posson che rivelarsi il misero terzo che sono. Il mondo è pieno di trenta convinti di meritare cento e di cento infranti che perdon fiducia nell’esistenza d’altri come loro.

Io non son diverso, ovviamente, non son 100 e non son 30, son uno di quelli che scrive bello e calcola semplice, spinge sui passaggi noti e rallenta quando le incognite diventan fondamentali. C’è un qualcosa, però, che ho capito d’avere: l’immancabile curiosità del calcolo. Quel che frega i 30 è di non volersi sforzare di diventar 40. Tu c’hai i numeri che natura t’ha dato, ma sei umano, hai tutte le fortune di questo universo per poter dimostrare a chi vuoi vicino, di poter diventar di più. Pensaci, che vuoi da quel numero che tanto ti piace: che sia lì con te. Non è già questo un qualcosa di più di quel che già è?! E allora perché pretendi aumenti se non sei disposto a donarli tu?!

E non sto parlando di aumenti nel gonfiore del petto, quelli svaniscono quando non riesci più a trattenere il fiato; parlo di quegli sforzi che di +1 in +1 ti portan ad avere braccia più grandi, cuori più caldi e gambe più salde per ricevere colpi.

Quindi, per me gli errori più grandi nei calcoli a due, son quelli che fai quando sbagli le stime, sono gli errori miopi di numeri irreali. Non tutti si possono presentare per il numero che sono, bisogna essere abbastanza certi che la bontà di chi si vuole vicini, sia così grande da accettare subito tutto (che poi, costruire insieme accettandosi sin da subito è un viaggio bellissimo); s’ha sempre da dimostrare di poter esser migliori, più grandi, più saldi e sicuri, per poi scendere di nuovo al se stessi di sempre, pronti e convinti di voler migliorare. Per non deludere.

Forse è questione di angoli, quanto è splendido quando i raggi si baciano in un 360 perfetto?! Tu spari un 140, punti un 220 e reggi l’abbraccio finché non mostri l’80 che riempi. Il bacio non c’è più, non sai reggere il peso e la totalità si spezza.

Dovremmo esser più veri, prometterci migliori, senza ingannare con code colorate; dovremmo anche esser più sinceri con noi stessi, senza pretendere gradi che non siamo capaci di offrire; dovremmo forse esser più attivi e non smettere mai di amare la ricerca, non per riconquistare, ma per prevenire necessità. L’amore migliore che possiamo regalare è l’esser pronti. Pronti a meritare un grazie invece di dovere uno scusa.

E forse è per questo che mi vengono infiniti grazie, quando angoli a me complementari mi s’avvicinano o accettano miei incastri, perché già il loro completarmi mi rende onorato d’esser vivo, concreto e arrivato sin lì.

E siccome siam tutti umani, anche se le donne hanno quella fortuna d’esser migliori, anche loro vogliono abbracci e imbellettano le proprie cifre, per apparir più aperte (in questo mi ci son sempre perso, com’è che una persona ottusa è una che ha una visione più chiusa di una persona acuta?!). Quindi il saper compensare l’inevitabile diminuire dei gradi altrui è sintomo d’attenzione, di dedizione e di amore.

Forse è riduttivo costruire l’amore su una necessità di fuggir solitudine, ma è la base vera da cui si deve avere il coraggio di partire. Ma poi l’amore ti scompiglia tutto e i tuoi calcoli li puoi buttare ai pesci. E forse l’amore che si consuma bruciando in fretta, dovrebbe esser fondato su pagine abbastanza spesse da leggersi anche in cenere, quelle belle croste di nero che in controluce puoi ancora goderti. Lavoisier aveva ragione anche nell’immateriale.

E giuro che prima o poi imparerò a scriver qualcosa di comprensibile, ma c’ho sempre l’amore a scompigliarmi tutto…